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martedì 28 aprile 2026

Livorno, Cecina, Grosseto ed altri capisaldi erano stati ceduti ai tedeschi

Piombino (LI). Foto: Mykola Pokalyuk. Fonte: Wikipedia

L’episodio certo più significativo della reazione ai tedeschi attorno all’8 settembre è quello della resistenza opposta all’occupazione di Piombino e dell’isola d’Elba che portò ad una vera battaglia. Esso riveste un’importanza particolare poiché alla lotta parteciparono, in unità d’intenti, i militari, i politici (comunisti, in genere, dato il carattere operaio della città di Piombino) e la popolazione civile e può essere considerato il punto di nascita della Resistenza di popolo intesa come Lotta di popolo contro la occupazione nazista. Il 9, il tentativo delle navi tedesche di impossessarsi del porto portò ad una violenta reazione che causò gravi perdite ai tedeschi che si allontanarono. Il 10 giunsero altre navi tedesche, che con pretesti e menzioni ottennero il permesso di entrare in porto per rifornirsi. In città i carabinieri intervennero per sciogliere gli assembramenti di cittadini, mentre in città cominciavano ad affluire centinaia di soldati e marinai sbandati, provenienti dalla Liguria e da città toscane che, lasciati liberi dai tedeschi che non erano in grado di controllarli, cercavano di raggiungere le loro case in Sardegna o all’Isola d’Elba; la presenza di questi sbandati influì negativamente sul personale italiano ancora in armi che non vedeva per quale ragione dovesse essere ancora impegnato in servizio mentre gli altri, liberi, andavano a casa.
La popolazione, guidata dal Comitato di Concentrazione, resasi conto della precarietà, specie morale, della situazione, decise di dare sostegno ai militari italiani e cittadini armati si unirono ai soldati ed ai marinai invitandoli a riprendere le loro posizioni presso le Batterie. Su invito del Comitato di Concentrazione, una pattuglia armata di marinai intervenne alla Stazione ferroviaria, impedendo la partenza del treno delle 11, carico di marinai (in giacca borghese e zaino) e di soldati. I marinai furono rinviati alle batterie il cui personale fu integrato, in alcuni casi, da personale civile. Il nuovo tentativo tedesco di impossessarsi del porto, impiegando a terra personale sbarcato dalle navi, appoggiato dal fuoco delle stesse, diede luogo ad un secondo scontro che ebbe termine solo alle tre dell’11 settembre con la completa sconfitta tedesca e il nuovo ritiro delle navi superstiti. Per accordi intercorsi fra i Comandi italiani e tedeschi, Livorno, Cecina, Grosseto ed altri capisaldi erano stati ceduti ai tedeschi. Il Generale De Vecchi ordinò di rilasciare i prigionieri catturati a Piombino, ciò che sconcertò Comandi e popolazione; comunque, tutti furono rilasciati e gli furono anche riconsegnate le armi. 
La situazione di Piombino era divenuta insostenibile; tutta la costa era ormai in mano tedesca; il generale De Vecchi si era accordato per cedere le armi e faceva pressione in tale senso; le Batterie avevano quasi terminato il munizionamento per i cannoni; continuava ad affluire personale sbandato che intendeva raggiungere l’Elba, la Corsica e la Sardegna. Il generale Perni diede l’ordine di danneggiare i carri e di abbandonarli; il personale del Presidio si allontanò, seguito dal personale delle Batterie e da quello delle Vas. All’alba del 12, alcune Unità tedesche iniziarono a bombardare la città e i tedeschi inviarono un ultimatum. Il comandante Capuano, resosi conto dell’impossibilità e dell’inutilità del proseguimento della lotta, diede ordine di lasciar liberi i marinai, consegnò le armi in dotazione al Comitato cittadino e, la mattina del 12, rimasto solo, consegnò il Comando Marina ai tedeschi e si allontanò, in treno, indisturbato. La mattina del 13 la città fu occupata da un reparto tedesco della contraerea. Terminava così la battaglia di Piombino.
La lotta si spostava ora verso l’isola d’Elba. A Portoferraio si trovavano ormai oltre venti Unità da guerra italiane, provenienti dalla Liguria, dall’Alta Toscana, dalla Sardegna e dalla Corsica, che avevano preso parte anche alla battaglia di Piombino. Nell’isola, ben fortificata, erano di stanza circa diecimila uomini. Sostenuto dalla popolazione il comandante dell’isola decise di resistere ai tentativo tedeschi. All’alba del 10 le Batterie dell’isola poste nella parte orientale respinsero un tentativo di sbarco tedesco. La presenza delle navi, con a bordo il Duca d’Aosta e l’Ammiraglio Nomis di Pollone, consentì una difesa coordinata ed attiva condotta, principalmente, dalle navi e dalle Batterie della Marina. Il 13 mattina un violento fuoco incrociato respinse un attacco di bombardieri tedeschi. Fu attuato un difficoltoso collegamento radio con Brindisi, dove si trovava ora il Comando Supremo italiano, e furono richiesti immediati aiuti e l’invio di rinforzi. Invece venne l’ordine alle navi di procedere verso Palermo in pignolesca applicazione delle clausole d’armistizio come richiesto espressamente, in particolare, dagli inglesi. L’allontanamento delle navi diede un forte colpo al morale già non saldo della difesa. D’altra parte la caduta di Piombino aveva già fatto venir meno uno dei due pilastri sui quali si basava il controllo dello stretto fra l’Italia e l’isola d’Elba. Il 15 mattina parlamentari tedeschi giunsero a Portoferraio da Piombino illustrando la situazione e chiedendo la resa dell’isola sotto la minaccia di pesanti bombardamenti aerei. Sostenuti anche in questo caso dal Comitato di Resistenza e dalla popolazione, i militari italiani tennero duro. Il 16, poco prima di mezzogiorno, sette bombardieri tedeschi lanciarono grappoli di bombe sul Comando, sulle caserme e sulla città causando più di cento morti e 150 feriti <7, la maggior parte dei quali fra la popolazione civile. L’intera rete di comunicazioni fra le Batterie andò distrutta. Assieme alle bombe furono lanciati volantini che ingiungevano alle truppe di arrendersi. Ora la popolazione, spaventata dai danni subiti e sotto la minaccia di altri bombardamenti, spinse per l’accettazione delle condizioni di resa che, tra l’altro, imponevano di consegnare navi, armi e infrastrutture senza causare altri danni. Alle 16 il Generale Gilardi accettò le condizioni di resa. Il 17, traghetti e motozattere tedesche, cariche di truppe, sbarcarono soldati a Portoferraio, Porto Longone, Marina di Campo, Golfo del Procchio e Golfo di Lacona, mentre un battaglione paracadutisti del generale Kurt Student (circa 500 uomini) effettuò un lancio a Schiopparello e San Giovanni, nel centro dell’isola. Nello stesso giorno le batterie della Marina e le navi militari presenti in porto, perché non in grado di allontanarsi, furono consegnate ai tedeschi. Data la presenza di molte migliaia di militari italiani, i tedeschi i comandanti italiani furono mantenuti in carica con il compito di smaltire questa massa di uomini.
Il 27 settembre cambiò il Comandante tedesco e gli Ufficiali italiani furono arrestati ed inviati in campo di concentramento in Germania assieme a buona parte dei marinai. Stranamente nessuno si ricordò del comandante Fedeli che, in borghese, assieme alla sua ordinanza, raggiunse con un’imbarcazione Piombino e procedette in treno per Arezzo dove rimase fino alla liberazione della città.
[NOTA]
7 Probabilmente molti di più poiché in città erano presenti molti soldati di passaggio i cui corpi furono scaraventati in mare e mai ritrovati. Si calcola che i morti fra il solo personale militare ammontassero a circa 200. Fra gli altri cadde il Sottotenente di vascello Giorgio Rizzo di Grado e di Premuda, secondogenito di Luigi Rizzo, alla cui memoria fu concessa la Medaglia d’Argento al Valor Militare.
Giuliano Manzari (Controammiraglio della Riserva - Vice Presidente Nazionale Ancfargl Marina), La Marina Militare nella guerra di Liberazione in Aa.Vv., Le Nuove Forze Armate nella Guerra di Liberazione 1943-1945, Ancfargl, 2009, pp. 111-114

lunedì 20 aprile 2026

Nel giardino italiano le Borragini non sono oggetto della stessa considerazione goduta in altre nazioni

Borago officinalis L. Borragine comune. Foto: Claudio Severini. Fonte: Acta Plantarum

La famiglia delle Boraginacee è un raggruppamento di tutto rispetto con le sue 1550 specie suddivise in 85 Generi sparsi in tutti i continenti.  
A dare il nome al corposo raggruppamento è stata proprio quella pianta che costituisce una familiare presenza nei nostri orti ed è un saporoso ingrediente per molti piatti regionali. 
Il riferimento va direttamente alla Borago officinalis, la maggiore delle due specie nascenti in Italia per questo Genere composto da sei unità in totale. 
La sua terra d'origine è incerta, forse importata dall’Asia Minore in epoca remota, come nulla si sa a proposito della formazione del suo nome che appare per la prima volta nel capitolo di un’opera stampata a Basilea: un importante compendio di scritti redatti da naturalisti di tutte le epoche precedenti.
Nel testo si ricorda l’antico battesimo greco di "Lacones corrago", ipotizzando una corruzione dovuta all'intuibile scambio di iniziale. Entra in campo anche un termine della lingua Celtica "borrach" che significa coraggio perché i guerrieri usavano infonderla nel vino che bevevano prima di accingersi a combattere.  
Ma non viene trascurata neppure la parola latina "borra" (stoffa ruvida e pelosa) che potrebbe essere responsabile della denominazione perché sottolinea l’aspetto ispido delle foglie. 
Per Apuleio e gli erboristi medievali, invece, la spiegazione di tutto risiederebbe in una sua presunta azione cardiotonica, compendiata nella frase "cor ago" (conduco il cuore). Più probabilmente la controversa denominazione  trae origine da una frase araba "abou rach" (padre del sudore) almeno per due motivi: il primo consiste nel corretto riferimento all’azione sudorifera riconosciuta alle foglie della Borragine; il secondo è provato dal fatto che furono proprio gli Arabi a coltivarla in Spagna lanciando il suo sfruttamento alimentare allargatosi successivamente a tutta l'Europa. 
Fin dall'antichità classica è stata propagandata la sua capacità di ridestare lo spirito depresso, come sostiene Plinio affermando tassativamente: "Il decotto placa la tristezza e riporta la gioia di vivere". 
 Era l’offerta specifica praticata dai Celti a Medb, la divinità dell’ebbrezza, dell’eccitazione per acquistare coraggio, ispirazione ed intuito. Portarne il fiore fresco serviva ad irrobustire il temperamento; appuntarlo alla tunica accendeva una polizza di protezione per i viaggiatori; bere una tazza del suo infuso era il consiglio d’obbligo per risvegliare i poteri psichici sopiti. Nel Medio Evo, un periodo nel quale si manifestarono superstizioni, attribuzioni simboliche, fantastiche elucubrazioni che oggi possono apparire prive di senso, durante le libagioni si cantava in coro un emistichio come questo: “ego Borago, semper gaudia ago”. I versetti erano collegati all’uso, nato nell’antica Grecia ed a Roma, di mescolare al vino con la funzione di tranquillante molte Boraginacee affini chiamate "Eufrosine" che servivano inoltre per curare i mal di testa ai bevitori abituali.   
John Parkinson, botanico inglese del XVI° secolo, inserì la Borragine in un gruppo di quattro fiori accreditati di poteri corroboranti, e scrisse: ”Le foglie, i fiori, i semi, tuttociò insieme e ciascuno di essi singolarmente, sono altamente cordiali e persino capaci di espellere le malinconie nate senza alcuna ragione”. Il liquore, giudicato eccellente, si realizzava macerando gli steli nel vino, per usarlo contro le crisi di melanconia. 
Tutta la pianta è pregna di principi attivi, mentre nei fiori è contenuta solamente mucillagine; nelle parti verdi abbonda soprattutto il nitrato di potassio in compagnia di magnesio, tannino ed acido fosforico. In campo farmaceutico, la Borago officinalis è sotto osservazione per due motivi antitetici: le sue foglie, e quelle del Symphytum officinale erano fraudolentemente mescolate alla polvere di Digitale per ottenere un illecito guadagno; in secondo luogo, le sue parti aeree sono un potente diuretico a causa della gran quantità di sali di potassio, notoriamente pericolosi per il cuore in dosi elevate.
Alla Borragine anche i manuali moderni di erboristeria confermano le proprietà diuretiche, rinfrescanti, emollienti, depurative e sudorifere con azione specifica di stimolo per le funzioni dei bronchi, della pelle ed in grado di decongestionare fegato, milza e reni. 
Affermano che con 15 grammi di fiori, infusi per mezz’ora in una tazzina d’acqua bollente si ottiene l’infuso diuretico e depurativo; con 50 grammi di fusti e foglie bolliti dolcemente in un litro d’acqua, accuratamente filtrati per eliminare la peluria, mescolati a zucchero e miele si prepara il decotto contro tosse e reumatismi.  Cotta in un litro d’acqua, assieme a 25 lumache, serve per il "Brodo di Santa Maria", considerato un vero toccasana per leggere affezioni bronchiali. Spremendo l'intera pianta si ottiene un succo da mescolare a vino o sidro, una  parte d'acqua, limone e zucchero, si ottiene una gradevole bevanda rinfrescante.
A turbare queste certezze è recentemente arrivato un alt da parte dei medici per  sconsigliare caldamente l'uso terapeutico di petali e foglie nei quali sono stati rilevati  alcaloidi pirrolizidinici sospettati di causare avvelenamenti al fegato e di favorire forme cancerogene. Per la stessa ragione deve essere limitato l'uso alimentare della Borragine, mentre nessun problema è all'orizzonte a riguardo dei semi dai quali è possibile estrarre un olio ad alto contenuto di acido linolenico, soprattutto quando viene spremuto a freddo.
Utile per le sue proprietà antiinfiammatorie si impiega per il trattamento di eczemi ed altre irritazioni cutanee, per ridare elasticità ai tessuti e  prevenire le rughe, alleviare ustioni, punture di insetti o contatti con sostanze urticanti. 
Nel giardino italiano le Borragini non sono oggetto della stessa considerazione goduta in altre nazioni europee dove sono trattate come le altre specie ornamentali con riguardo ed attenzione; anche per la loro funzione di specie mellifera in grado di rifornire gli sciami per molti mesi.  
E’ anche coltivata industrialmente in molti paesi del mondo perché l’alto contenuto di potassio e di calcio presenti nella pianta, sono un preziosissimo elemento nutritivo per terreni magri o troppo sfruttati; le sue ceneri sono da considerarsi un concime economico ed ecologicamente sano. Nella cucina ligure è sempre stata l’ingrediente principale dei minestroni di verdura, delle torte ripiene e, assieme a ricotta e parmigiano, dei prelibati ravioli verdi. Le sue foglie più tenere, dal sapore di cetriolo, marinate in aceto e tagliate a strisce, costituiscono un appetitoso aperitivo; foglie e fiori passati in pastella e fritti in olio sono un contorno di grande qualità; i petali decorano con eleganza le insalate crude. I fiori si possono anche candire per ottenere una decorazione di grande effetto per i dessert. Serve, infine per la preparazione di un colorante verde utile per tutti gli usi, compresi quelli alimentari.
L’emblematica floreale ha assegnato alla Borragine il compito di rappresentare impetuosità e carattere burbero motivandolo col il contrasto fra i fiori delicati e la pelosità ispida e pungente delle foglie. Quanto alle radici, ricordiamo la sua affinità con l'Alkanna tinctoria, sono state sfruttate in molte parti del mondo per le loro proprietà cosmetiche.
La Borago officinalis è indubbiamente una pianta molto attraente, nonostante il suo abito irsuto riscattato dai grandi fiori stellati blu, tutti inclinati in avanti.  
E' curioso osservare come le sue cinque lunghe antere  riunite l'una all'altra, fuoriescano a formare una specie di becco incoronato dalle bianche squame corolline, dando al fiore l’apparenza di una Solanacea. Per fugare immediatamente il dubbio, è sufficiente sezionare un fiore ed osservare  se contiene l’ovario diviso simmetricamente in quattro parti, per constatare la sua legittima cittadinanza fra le Boraginacee.  
I suoi più assidui ed affezionati clienti sono api e calabroni, i quali aggrappandosi al fiore pendente riescono a raggiungere il nettare,  solo dopo essersi insinuati fra le antere ed essersi cosparsi a dovere di polline.
Borago officinalis L. (IV-VIII, annuale, talvolta bienne, vive luoghi incolti, nei ruderi o negli orti sino ai 1500 m.). Ha aspetto irsuto con peli radi evidenti, fusto eretto ramoso in sommità, alto sino a 60 cm. Le foglie sono più o meno grinzose e rigide, ovali ed ellittiche, lungamente picciolate le inferiori, le superiori a lembo ristretto ed abbraccianti. I fiori sono di colore azzurro hanno 5 petali, il calice diviso in 5 lacinie acute, la corolla rotata subeguale al calice; gli stami dalle antere nerastre fuoriescono a cono, incoronato alla base da squame bianche celanti il nettare. I fiori sono  peduncolati e portati in infiorescenze cimose lasse e pendule.  
Come raccoglierle e coltivarle.
Non solo per mangiarle, ma anche per godere delle singolari fioriture che nelle zone più calde durano ininterrottamente se piantate a più riprese. In libertà si trovano in tutti gli orti o nei terreni abbandonati dove si possono individuare le piantine appena nate dalle foglie setolosi accanto ad esemplari che si avviano a terminare l’anno di vita.
Per le semine si può partire prima della fine dell’inverno, direttamente a dimora in zona soleggiata, su terreno di qualsiasi natura ben lavorato e soffice, lasciando spazio sufficiente per una pianta in grado di svilupparsi in due mesi per un’altezza di 60 cm. 
Si possono continuare le semine sino a Settembre, ma queste daranno frutto la primavera seguente.
Alfredo Moreschi, La Borragine (Specie del genere Borago), Nuovo “Fiori di Liguria” (in ricordo del Professor Giacomo Nicolini), ed. in pr., 2020

Tra le pubblicazioni di Alfredo Moreschi: Presenzio Astante (al secolo Alfredo Moreschi), Tre fotografie, (a cura di Marco Innocenti), lepómene editore, Sanremo, aprile 2024; (a cura di Alfredo Moreschi), Marco Innocenti, Quaderno del circolo lepómene, Sanremo, 2021; Alfredo Moreschi,  Parco Costiero della Riviera dei Fiori. Fiori e piante della pista ciclopedonale, Edizioni Zem, Vallecrosia, 2019; Presenzio Astante (al secolo Alfredo Moreschi), Manuale di depunteggiatura, editore lepómene, Sanremo, ottobre 2018; articoli in (a cura di) Letizia Lodi, Sanremo e l’Europa. L’immagine della città tra Otto e Novecento, Catalogo della mostra (Sanremo, 19 luglio-9 settembre 2018), Scalpendi, 2018; Presenzio Astante (al secolo Alfredo Moreschi), Quattro progetti per la città di Sanremo, Casabianca editore, Sanremo, giugno 2014; (a cura di) Alfredo Moreschi e Claudio Porchia, Il mondo verde celtico, Edizioni Zem, Vallecrosia, 2011; (a cura di) Alfredo Moreschi in collaborazione con Marco Innocenti e Loretta Marchi, Catalogo della mostra fotografica. 1905-2005: Centenario del Casinò Municipale di Sanremo. Una storia per immagini, De Ferrari, Genova, 2007; Giacomo Nicolini - Alfredo Moreschi, Fiori di Liguria, (a cura di) Cassa di Risparmio di Genova e Imperia, Edizione SIAG - Genova, 1982.
Adriano Maini

giovedì 9 aprile 2026

I partigiani si riorganizzarono nelle Langhe


L'andamento a fisarmonica, a cui prima si accennava, è anche sintomo di una guerra dinamica, che non lascia spazio al posizionamento e all'occupazione duratura di un territorio: lezione che i partigiani delle valli alpine avevano da tempo capito. <246 I garibaldini della 16ª e della 48ª brigata non avevano invece avuto problematiche dello stesso tipo. Il territorio nel quale queste brigate operavano fin dall'inverno del '43 non aveva permesso, data la sua morfologia, di mantenere arroccamenti stabili o di creare gruppi numerosi in difesa di una determinata zona. Le valli del Belbo, del Tanaro e della Bormida sono infatti adatte a rapidi spostamenti e, essendo nelle vicinanze di rilievi collinari coperti da fitta vegetazione, consentono di trovare un valido rifugio, ma non sono indicate per una guerra tradizionale. Il territorio, nel caso delle brigate Garibaldi ma anche del gruppo di Piero Balbo e di “Primo” Rocca, aveva «determinato» una tipologia di guerriglia, fatta di piccoli colpi di mano, di sabotaggi e di imboscate al nemico, che risulterà essere quella vincente contro le truppe tedesche. L'obiettivo della guerriglia partigiana non è finalizzato all'eliminazione dei nemici, quanto al loro logoramento materiale e psicologico, <247 tanto è vero che l'abbandono temporaneo delle vallate da parte delle truppe tedesche nell'estate-autunno sarà determinato dalla constatazione dell'impossibilità di mantenere in sicurezza un territorio come quello langarolo, con una forte presenza partigiana che organizza frequenti e repentine imboscate.
1.3.3.1 La politicizzazione delle bande
La fase primaverile è importante per il movimento perché finalmente permette di riorganizzarsi e di stabilire maggiori e frequenti contatti con i CLN centrali. Di quest'opera, come anche di quella del coordinamento e del finanziamento, si fanno carico i commissari politici: nel caso dei militari di “Mauri” e delle valli alpine a svolgere questo ruolo è in un primo tempo l'avvocato Guido Verzone, sostituito poi da Renato Testori; nelle formazioni garibaldine, i più importanti saranno Luigi Capriolo “Sulis” e Italo Nicoletto “Andreis”.
La riorganizzazione delle brigate Garibaldi nelle Langhe sembra avere uno sviluppo più regolare rispetto a quella degli autonomi. A partire dal maggio, la I divisione Garibaldi “Piemonte”, che opera inizialmente nella parte occidentale della provincia di Cuneo, dispone la costituzione di due brigate nella zona delle Langhe: la 16ª e la 48ª. La storia di queste due brigate è in parte diversa. Infatti, mentre la 16ª fa parte della 4ª brigata <248 già a partire dall'autunno del '43 come distaccamento, la 48ª è il risultato di un'azione di arruolamento compiuta dai comandi garibaldini nell'area tra Cuneo e Alba, dove operano numerosi gruppi di partigiani non ancora inquadrati. <249
Molto probabilmente è questa la zona in cui viene inviato “Zucca” con l'intento di prendere contatti con i gruppi operativi e di inquadrarli nella formazione comunista del cuneese occidentale. <250 A quell'iniziale progetto di espansione delle bande si collega la decisione di “Barbato” di inviare nelle Langhe Giovanni Latilla “Nanni”. Giunto in aprile nella zona di Monforte, “Nanni”, partigiano di provata esperienza, agli ordini di “Barbato” a Barge e prima ancora nell'esercito, avvia la costituzione di due brigate. Grazie a comunisti della zona, come Ernesto Portonero “Retto” e Sabino Grassi, a cui si uniscono Celestino Ombra “Tino” <251 e un ex ufficiale effettivo degli alpini Marco Fiorina “Kin”, <252 “Nanni” riesce a creare una solida organizzazione già a fine maggio. Agli elementi presenti in zona si aggiungono poi membri del PCI regionale: Luigi Capriolo “Pietro Sulis” <253 e Ettore Vercellone “Prut”. <254 La scelta del PCI di inviare nelle Langhe personale politico di alto profilo e di collaudata esperienza, già a partire dalla primavera, ci informa dell'importanza che quest'area riveste all'interno della guerra di liberazione e in quel processo di politicizzazione delle bande che avrà conseguenze nella successiva storia delle relazioni interpartigiane; ma ci permette anche di valutare il metodo organizzativo delle bande di ispirazione comunista, la cui struttura di partito - come ha notato Santo Peli - «permette [...] di ovviare a situazioni di particolare debolezza spostando militanti di provata esperienza laddove la situazione lo richiede, riprendendo una antica formula organizzativa del movimento operaio, con la quale le camere del lavoro caratterizzate da vita asfittica venivano vivificate dall'invio di organizzatori che si erano già fatti le ossa e avevano dato buona prova di sé in altre situazioni». <255 Inizialmente i garibaldini occupano un territorio più esteso di quello di “Mauri” e degli autonomi, hanno più uomini e sono più organizzati. Inoltre la loro influenza si estende anche sui gruppi che operano nelle aree limitrofe a quelle della 16ª e della 48ª. Nella zona di Canelli, infatti, i comandi garibaldini avviano contatti con il gruppo di “Primo” Rocca, che nel corso della primavera entrerà a far parte della I divisione Garibaldi, costituendo la 78ª brigata. Nella valle del Belbo invece, il comando della 16ª stabilisce un rapporto di collaborazione con il gruppo di Piero Balbo, che però non entrerà mai formalmente nelle Garibaldi. Nella seconda metà di maggio, in seguito alla promozione dei distaccamenti in val Varaita e in val Maira e a quelli nelle Langhe in brigate, si costituisce la I divisione Garibaldi “Piemonte”, strutturata su tre brigate: la “vecchia” 4ª brigata “Cuneo” e la 15ª brigata “Saluzzo”, nel cuneese occidentale, e la 16ª brigata “Generale Perotti” nelle Langhe. Il comando di divisione è composto da “Barbato”, Gustavo Comollo “Pietro”, Enrico Berardinone “Francesco” e Giovanni Guaita “Mirko”.
La riorganizzazione di “Mauri” nelle Langhe è invece più lenta. Nel mese di maggio, come abbiamo visto, il maggiore ha a disposizione solo 150 uomini; inoltre, la sua organizzazione comprende sia le Langhe settentrionali, Albese e Braidese, sia le vallate alpine. Per circa tre mesi, da aprile a giugno, “Mauri” provvede a organizzare il proprio territorio e i distaccamenti secondo il modello a cui aveva pensato subito dopo l'esperienza della val Casotto. È proprio in questo periodo che si stabiliscono i primi contatti con le brigate Garibaldi langarole. Sebbene la questione dei rapporti tra garibaldini e autonomi nelle Langhe verrà trattata approfonditamente nel terzo capitolo di questo studio, è bene comunque fare subito una breve puntualizzazione rispetto alla natura di questi rapporti, per meglio comprendere la politica di espansione partigiana condotta da entrambe le formazioni. Dobbiamo partire in primo luogo dalla circostanza che ha condotto autonomi e garibaldini (e successivamente i GL) ad agire nella stessa area operativa. Entrambi i gruppi che conducono la guerra partigiana nelle Langhe hanno origine nel cuneese occidentale, dove a partire dall'autunno '43 operano in totale autonomia con gruppi politicamente e militarmente simili e nell'assenza o quasi di contatti con altre formazioni. Nelle valli alpine ad esempio, “Mauri” si era confrontato solo con gruppi di ex militari con i quali era riuscito a creare un'intesa dal punto di vista militare e, se vogliamo, politico, mentre nelle Langhe il maggiore si trova di fronte a gruppi radicalmente diversi, con un'idea di guerra partigiana per certi versi opposta alla sua. I gruppi originari di autonomi e garibaldini condividono però uno stesso progetto: l'espansione del movimento in un'area più idonea alla guerriglia contro i tedeschi. L'area che entrambi individuano sono le Langhe. Qui, autonomi e garibaldini reclutano uomini, occupano paesi e colline e conducono una guerra contro i nazifascisti, partendo però da presupposti politici inconciliabili. Infatti, mentre da una parte gli autonomi vedono nella guerra partigiana un mero strumento militare per la cacciata dei tedeschi e dei fascisti, che investe unicamente il campo bellico, dall'altra, per i gruppi politici quella stessa guerra partigiana deve avere una valenza politica; la Resistenza deve essere un movimento di popolo e per il popolo. Il coinvolgimento stesso dei civili nella gestione delle zone libere e successivamente nelle operazioni di sabotaggio, di piccola guerriglia e di “intelligence”, che non è visto di buon occhio dai partiti moderati del CLN e dai gruppi militari, è invece sostenuto e promosso dai gruppi politici. Questo concetto «estensivo» di guerra partigiana non può considerarsi unicamente come risultato di un'ideologia di partito, che vuole portare le masse sul palcoscenico della vita pubblica dopo vent'anni di fascismo. Esso è anche l'effetto di esperienze che molti partigiani hanno acquisito, direttamente o meno, nei teatri di guerra di guerriglia in mezza Europa, dalla guerra civile spagnola, alla guerra partigiana in Grecia, in Jugoslavia, in Russia. È Italo Nicoletto “Andreis” che ricorda come la guerra di Spagna lasciò ai volontari repubblicani due principali regole di una guerra condotta contro il nazifascismo e in alleanza con la democrazia borghese: che la guerra deve avere una caratterizzazione nazionale e non di classe <256 e che ciò che si deve raggiungere è la liberazione e l'indipendenza nazionale. <257
Per tutto il periodo estivo, e fino quasi alla fine della guerra, le diverse formazioni creano organismi militari sempre più grandi e complessi, in forte concorrenza con quelli limitrofi. Al termine del periodo di riorganizzazione delle forze, “Mauri” dà vita, all'inizio di luglio, al “Raggruppamento Langhe settentrionali”, <258 che comprende una vasta area della provincia di Cuneo. I distaccamenti che lo compongono sono quelli di Icilio Ronchi Della Rocca (distaccamento n. 10), posizionato a Bra e nel Braidese occidentale, del tenente Franco Canale (n. 11), a Canale e zone limitrofe, di “Marco” (n. 12), a Sommariva Perno e zone limitrofe e dei tenenti Renato e Carletto (n. 13), dislocati nella zona di Alba, dove si costituisce anche la 7ª banda GL. <259 Questi distaccamenti si aggiungono a quelli già creati da “Mauri” nelle valli occidentali, dove tra gli altri opera il capitano Piero Cosa. L'organizzazione degli autonomi nel cuneese, di cui “Mauri” - si può dire - è il “federatore”, va via via crescendo nel corso dell'estate, con l'arrivo di nuove reclute e in seguito alle frequenti diserzioni nelle file della RSI, coinvolgendo non solo gruppi apolitici o di ex militari, ma anche partigiani appartenenti ad altre formazioni. Il 9 luglio, il giorno seguente alla costituzione del raggruppamento delle Langhe, “Mauri” stipula con il professor Vipo, delegato socialista al comitato militare di Torino, un accordo per la costituzione di una divisione, che prende il nome di I Divisione “Camillo di Cavour-Piemonte”. Essa comprende una vasta area che va dalle valli Corsaglia, Casotto e Mongia, dove operano le Brigate Matteotti, alle Langhe settentrionali, passando per le valli Ellero, Pesio, Miroglio, Tanaro e Liguria occidentale, dove sono presenti le brigate autonome. <260 Con la creazione di questa divisione si avvia, nelle file maurine, una strategia militare che ha come scopo quello di unire formalmente tutto il movimento partigiano del Cuneese in un nuovo esercito, più volte indicato da “Mauri” con il nome di «Esercito Italiano di Liberazione Nazionale», creando di volta in volta organismi utili a tal fine. Se prendiamo in considerazione la successione degli organismi militari creati e gli accordi che li sottendono, potremo notare una certa progressione nelle scelte di “Mauri”. Infatti, da gruppi ristretti formati esclusivamente da ex militari, o comandati da ex ufficiali, si passa alla creazione di macro-organismi che uniscono formazioni diverse, accomunate dall'appartenenza a un medesimo territorio. Il momento più importante di questo processo è certamente l'accordo con i GL cuneesi. Firmato il 7 agosto a Certosa di Pesio dai maggiori comandanti partigiani della provincia, <261 l'accordo prevedeva un'unione formale tra le due formazioni, che non implicava l'adesione al partito d'azione, <262 ma che legava i diversi gruppi da un punto di vista militare. L'accordo tra GL e autonomi, oltre a quello precedente tra autonomi e socialisti, porta alla creazione di un organismo di notevoli dimensioni, in cui “Mauri” non esercita la parte di un vero e proprio comandante quanto piuttosto quella di coordinatore generale per le operazioni militari più importanti. La creazione di questo raggruppamento militare però non è vista di buon occhio dal Comitato politico di Torino, che scorge nel progetto di “Mauri” un tentativo di creare un organo sostitutivo del CLN e del CMRP. Un timore comprensibile, tanto più considerando i rapporti non sempre sereni tra il maggiore e i «politici» di Torino e le difficoltà per il CLNRP di gestire un'organizzazione militare sul territorio piemontese in rapida espansione. Forse anche in conseguenza di ciò, il CLNRP decide l'annullamento degli accordi tra autonomi e GL, tra l'altro già criticati all'interno delle formazioni che li avevano sottoscritti, <263 segnando la fine del progetto di “Mauri” di ricostituire un nuovo esercito coinvolgendo tutte le forze presenti in provincia di Cuneo; progetto da cui venivano escluse le brigate Garibaldi.
Nel corso dell'estate anche i garibaldini, sulla scia della spinta che sta ricevendo il movimento in termini politici e militari, tentano di aumentare le proprie forze e di estendere la propria area di influenza. Nell'agosto, il comando della I divisione, in accordo con il comando piemontese delle Brigate Garibaldi, decide la costituzione della VI divisione “Langhe”, che comprende la 16ª, la 48ª e la 78ª brigata. Questo raggruppamento, secondo le disposizioni del CBG, dovrebbe contare almeno mille effettivi; <264 una stima verosimile, se si considera che ad agosto la sola 48ª brigata ha a disposizione più di 500 uomini.
[NOTE]
246 “Mauri” - come abbiamo visto - decide di riorganizzare le proprie bande con nuclei iniziali di trenta uomini in grado di muoversi liberamente in un territorio adatto alla guerriglia quale sembrano essere le Langhe: si veda “Relazione sui fatti d'arme dal 13 al 17 marzo nelle valli Casotto, Mongia e Tanaro”, Langhe, 9.4.44 - I di Liberazione, “Mauri”, in G. Perona (a cura di), Formazioni autonome, cit., doc.2, p. 342; dello stesso avviso sembra essere il capitano Stefano De Marchi che, prendendo il comando del gruppo delle Langhe settentrionali di Ignazio Vian, che si era a sua volta spostato nelle Langhe, dove «rimise insieme una organizzazione militare non trascurabile» (“Relazione di Renato al Comitato di liberazione nazionale”, Cuneo, 16.6.44, in Ivi, p. 351, doc. 6), costituisce «nuclei mobili» composti da 15-20 uomini, in grado di muoversi rapidamente e ovunque, in “Relazione sull'attività dei patrioti nella zona Alba - Bra”, [Albese], 25 maggio 1944, I° di Liberazione, in Ivi, p. 345, doc. 4
247 Tra gli obiettivi primari della guerriglia, come si legge nei documenti raccolti in La guerriglia in Italia, cit., p. 63, vi è quello di «minare il morale delle forze regolari, arrecando ad esse continua molestia e infliggendo continui scacchi». Tra i partigiani che avevano combattuto in Croazia nelle file dell'esercito regio era infatti rimasto il ricordo della «psicosi [che la guerriglia aveva] creato nei reparti italiani ivi dislocati e quali conseguenze siano molte volte derivate dallo speciale stato d'animo determinatosi fra essi in seguito alle azioni dei partigiani», in Ibidem, p. 36
248 Il comando della 4ª brigata diventerà poi sede del comando della I divisione Garibaldi “Piemonte”
249 La 48ª opererà nelle zone della pianura albese, «tra Novello, Monforte, Barolo, Roddino, Serralunga, Roddi, Verduno», D. Masera, Langa partigiana, cit., p. 50
250 Si veda a pagina 17
251 Originario di Asti, membro del PCI, organizzatore degli scioperi del marzo alla Way-Assauto, in seguito ai quali viene arrestato. Liberato dal carcere dai partigiani, giunge nelle Langhe verso il 26/27 marzo, in D. Carminati Marengo, Il movimento di resistenza nelle Langhe, cit., p. 74. Nella stessa occasione viene liberato anche Angelo Prete, “Devic”, futuro comandante della 16ª brigata, in I. Nicoletto, Anni della mia vita 1909-1945, Fondazione Luigi Micheletti, Brescia, 1981, p. 374. Nel marzo del '44 si stabilisce nella zona di Barolo, inviato dal comando della 1° divisione garibaldina, Ettore Vercellone “Prut”, operaio torinese promotore degli scioperi del 10 marzo, in D. Carminati Marengo, Il movimento, cit., p. 73. Sull’invio di Latilla nelle Langhe nell'aprile '44 si veda M. Diena, Guerriglia e autogoverno, cit., p. 82
252 Comandante della 48ª brigata Garibaldi “Dante Di Nanni” dall'agosto 1944
253 Antifascista torinese, arrestato e condannato due volte nel corso del ventennio fascista, Capriolo entra nel CLNRP subito dopo l'8 settembre. Riottenuta la libertà dopo essere stato arrestato e torturato dalla Gestapo di Torino, entra nei garibaldini della val di Lanzo per poi essere trasferito dal PCI presso i gruppi costituitisi nelle Langhe. Morirà impiccato dai tedeschi il 3 agosto 1944, in M. Diena, Guerriglia e autogoverno, cit., p. 91
254 Ivi, cit., p. 91
255 S. Peli, “Vecchie bande e nuovo esercito: i contrasti tra partigiani” in «Protagonisti», n. 58, 1995, p.
21. Pratica che verrà adottata anche con l'invio di Italo Nicoletto “Andreis” in qualità di ispettore garibaldino.
256 Come riporta Italo Nicoletto nella sua autobiografia, Anni della mia vita, cit., p. 104 «Non todo es possible»
257 Ibidem, «Con toda claredad possible»
258 “Raggruppamento Langhe Settentrionali”, Comunicazione di “Mauri” ai vari distaccamenti, 8.7.44 in AISRP, B AUT/mb 4 c
259 «Il gruppo [...] accoglie nel giugno '44 il Cap. Giovanni Alessandria, ex allievo del Liceo Govone, reduce dalla Russia, il Stn. Mario Canino, il Stn. Libero Porcari», “Cronistoria della 7ª banda GL”, citato in D. Carminati Marengo, Il movimento di resistenza nelle Langhe, cit., p. 72. I GL avranno una presenza maggiore nelle Langhe a partire dall'inverno '44-'45, quando reparti della I e II divisione dislocate a ovest vennero inviate nelle Langhe, dove diedero vita alla III e X divisione.
260 “Costituzione I Divisione Camillo di Cavour-Piemonte”, in AISRP, B AUT/mb 1 g; anche in B AUT/mb 4 c
261 “Accordi con le formazioni autonome del Monregalese e delle Langhe”, 7.8.44 in G. De Luna et alii (a cura di), Le formazioni GL, cit., p. 126, doc. 41. L'accordo viene firmato da D. L. Bianco, D. Dalmastro, A. Felici, E. Rosa, Dino Giacosa, “Mauri”, L. Scamuzzi e P. Cosa
262 Anche se nei punti 7 e 8 dell'accordo sono presenti chiari riferimenti alle idee azioniste 
263 In particolare, Piero Cosa leggerà in alcune azioni dei GL tentativi di inquadrare politicamente il suo gruppo, Lettera di Piero Cosa a “Mauri”, 18.8.44 in AISRP, B AUT/mb 4 d
264 3.12.44 Lettera di Cesare al Raggruppamento cuneese “Barbato”, in cui si parla dei quantitativi che devono possedere brigate e divisioni, in AISRP, B 28 fasc. c
Giampaolo De Luca, Partigiani delle Langhe. Culture di banda e rapporti tra formazioni nella VI zona operativa piemontese, Tesi di laurea, Università degli Studi di Pisa, Anno Accademico 2012-2013