Powered By Blogger

venerdì 27 febbraio 2026

Fu quello di Visconti un magico apprendistato

 


Prendere in esame la produzione critica di Guido Aristarco durante “gli anni neri” con l’obiettivo di ricostruirne la linea di svolgimento, identificando le tappe di svolta che hanno segnato una progressiva presa di coscienza tutt’ad un tempo civile, politica e culturale, ripercorrere insomma uno dei «lunghi viaggi attraverso il fascismo» che costituirono il sofferto percorso di scoperta di sé di tanta parte di quella che sarebbe diventata la nostra migliore, più nobile intelligenza, significa perseguire un compito pieno di insidie, esposto a costanti pericoli di sviamento, di uscite fuori strada, di imbocco di sentieri che non conducono da nessuna parte. Soprattutto se si pretende di orientarsi seguendo esclusivamente la stella polare della folgorante chiarificazione umana conseguita in seguito all’esperienza della guerra e della Resistenza, se ci si serve di bussole tarate su un Nord troppo univocamente teleologico (la conquista del senso necessario di un nuovo impegno, di una nuova cultura, di un nuovo cinema, senza che di tutto ciò siano specificati gli esatti termini e le forme) sì da spalancare l’illusione, per usare le parole di Claudio Carabba, di un «cammino di solito considerato tutto in ascesa, una sorta di lungo viaggio attraverso la notte fino alla conquista del sole e delle altre stelle» <1. Al contrario si trattò, per Aristarco come per tanti altri, non di una radiosa corsa verso i rosei orizzonti della rinascita e del riscatto ma di un itinerario tortuoso, faticoso, complicato da lente curve, soste paralizzanti, improvvise accelerazioni e inaspettati ritorni sui propri passi, contraddizioni, stenti, bivi ingannatori. Un tragitto le cui tracce possono essere rinvenute e decifrate non da un olimpico sguardo satellitare, ma da una microscopia attenta a rinvenire i segni di un passaggio in due o tre rami spezzati, in un leggero infossarsi dell’erba, nella corteccia sbrecciata di un albero… Fuor di metafora, si tratta di individuare i cenni premonitori e le emergenze preparatorie di un dissenso che, nel suo significato pieno e consapevole, si manifestò non precedentemente alla prima metà del 1943, in particolare con la recensione e poi la polemica su Ossessione, leggendo tra le righe di una produzione critico-recensoria su cui gravavano molteplici condizionamenti di diversa natura, estrinseci ed endogeni, che non permettono la ricostruzione dell’evoluzione di un pensiero e di una personalità se non tramite spie a volte lievissime, determinate soltanto da un inspessirsi quasi impercettibile della figura che tuttavia la stacca dallo sfondo e le fa acquisire un rilievo: uno spostamento di accenti su questo o quel tema, una particolare coloritura di tono, delle crepe, delle incrinature lessicali che screpolano il grigio e compatto frasario fascista, aprendo nella struttura, nell’apparato linguistico predisposto dal regime, spazi attraverso cui trasparivano allusioni, messaggi segreti, riconoscimenti. Carlo Lizzani, rievocando appunto il carattere esopico di gran parte della produzione critica “frondista” di allora, scrive: «Nessuna censura poteva dirci niente, eppure quando tra noi si leggevano, anche sui giornali dei GUF, un certo tipo di parole, non so perché, si sentiva che squillava un campanellino differente»2. E particolarmente significativa appare la narrazione del suo “arruolamento” presso il gruppo di «Cinema»: «[…] era, in fondo, anche affascinante leggersi e scoprirsi delle parentele attraverso parole che a tentoni, proprio nel buio, noi riuscivamo a individuare e che ci facevano da radar per sentirsi gli uni con gli altri. Io fui reclutato, si può dire così, dal gruppo di Cinema attraverso alcune stroncature che facevo anch’io nella terza pagina di Roma Fascista […] Grazie a certe parole che usavo anche io - non può essere avvenuto altro che in questo modo, attraverso una lettura, una radiografia linguistica - fui avvicinato dal gruppo di Cinema […] e attraverso discorsi cauti e allusivi fui invitato a collaborare. E questo fu un prodigio: sentirci attraverso la parola e lo scritto, riconoscersi» <3.
[...] non crediamo arbitrario accostare a quella di Aristarco questa rievocazione di Massimo Mida Puccini:
«Era l’età, come per tutti i ragazzi, dei primi tentativi di composizioni poetiche, dei componimenti in prosa <19: la nostra scuola di stampo storico-umanistico, il nostro sofisticato liceo classico, gli anni delle avide letture in pressing […] si tenga conto che l’opera di condizionamento iniziava dalla scuola con la sottile distorsione operata sulla verità storica; il fascismo, secondo gli insegnamenti che ci venivano impartiti, non aveva sopraffatto i movimenti e le dottrine precedenti, ma li aveva “superati”. Nessuno di noi giovani, allora, aveva sentito pronunciare i nomi di Gramsci, di Salvemini o di Gobetti, o degli altri capi storici dell’opposizione, fuoriusciti o in galera o confinati nelle isole […] eravamo venuti crescendo in un clima di idealismo senza sbocchi: educazione scolastica umanistica, il nostro liceo classico nozionistico, enciclopedico, tutto rivolto ai valori, magari distorti, del passato, di una storia interpretata a senso unico. Un modo facile per i nostri insegnanti di evitare compromissioni con il presente (e da questo vuoto nacque comunque un primo rigetto di quanto avveniva nel paese, la prima sensazione di nausea verso quel fascismo fatto di parate, di salti nel fuoco dei gerarchi, di aquile sui berretti, di bandiere al vento e di atteggiamenti marziali); e, accanto, e in conseguenza di questo, sopravvalutazione - inconscia o meno - dell’individuo teso verso l’arte, dell’artista al di sopra delle parti e del mediocre presente, magari isolato nella sua classica e famosa torre d’avorio» <20;
Per un altro verso invece, probabilmente amplificata dalla supervalutazione che la dimensione artistica assumeva nell’esistenza mutilata di chi si formava in quel tempo, traspare dalla rievocazione aristachiana l’esaltata scoperta del cinema come di una salvifica via d’uscita dal conformistico grigiore culturale dominante, un amore quasi morboso, la cui intensità cresceva quanto più la fame di sapere restava priva di sbocchi, e che accumunava tanta parte della giovinezza più intellettualmente inquieta.
[...] Ed è difficile anche trasmettere il senso di una comunità generazionale fatta di interessi, affetti e, col tempo, di battaglie condivise che si va man mano costruendo intorno a questa passione, il calore di una fratellanza che cementa congenialità e sodalizi quasi con la mistica forza di una fede. Se ne trova un’eco forse nel tono emozionato e grato con cui Aristarco rammenta il suo primo incontro col gruppo di «Cinema» (il primo contatto, epistolare, viene ricondotto ad una lettera di De Santis a lui indirizzata, datata 19 maggio 1942 <22): «Non ho mai dimenticato la mia prima calata nella Capitale, il mio approdo di qualche ora a piazza della Pilotta al numero 3, sede della rivista, e l’incontro con gli amici, compagni maggiori: Gianni Puccini, Francesco Pasinetti, Domenico Purificato; quel giorno così magico, numinoso ai miei occhi, c’eri anche tu, Massimo; fosti tu ad indicarmi la via per raggiungere Stazione Termini (chi avrebbe immaginato allora che, nell’immediato dopoguerra, avrei ospitato a Milano te e altri del gruppo, che in via Andreani sarebbe nata la sceneggiatura de Il sole sorge ancora e che poi avrei dato avvio a Cinema nuova serie?) I ricordi di Mida svegliano in me altri ricordi: l’incontro con Visconti e Giuseppe de Santis a Ferrara, mentre si gira Ossessione; l’ansia con la quale, all’edicola della stazione di Mantova, attendevo l’uscita di «Bianco e nero»; la nascita del sodalizio con Francesco Pasinetti, aperto e generoso all’ascolto degli esordienti, autentico e sicuro “nostromo” di un agognato “capo di buona speranza” cui ero approdato, la sua squisita ospitalità nella casa veneziana a San Polo…» <23.
Ora, Aristarco riconosce due tournants fondamentali nella storia dell’evoluzione collettiva di quella generazione e della propria in due celeberrimi scritti di Luchino Visconti, Cadaveri e Il cinema antropomorfico, pubblicati su «Cinema» rispettivamente nel giugno del 1941 e nell’ottobre del 1943:
«Scritti corsari per i tempi che correvano, provocatori per chi avesse saputo leggerli ed interpretarli […] Fu quello di Visconti un “magico apprendistato” non soltanto per chi intendeva esordire nella pratica del cinema ma anche per chi si limitava a scriverne» <24.
Non è certo un caso che un esponente altrettanto importante tra i giovani leoni della critica cinematografica del tempo, Massimo Mida Puccini, prenda proprio quei due articoli come punti di riferimento ideali per fissare i due tempi ideali dell’evoluzione del dibattito cinematografico più progredito e dello stesso gruppo di «Cinema»: c’è il momento puramente “negativo” del rifiuto, del rigetto del prodotto-tipo del cinema ufficiale oramai decrepito, del cinema grossolanamente manifatturiero dei telefoni bianchi, delle segretarie, dei bon viveurs in abito bianco, di tutto un corpaccione pellicolare esangue, futilmente cariatideo, di cui si auspica il rinnovamento, secondo i classici moduli della polemica generazionale, tramite massice trasfusioni di sangue giovane:
«Andando per certe Società cinematografiche capita che s’intoppi troppo sovente in cadaveri che si ostinano a credersi vivi […] vivono già morti, ignari del progredire del tempo, del riflesso di cose tutte estinte, di quel loro mondo trascolorato, dove si circolava impuniti sui pavimenti di carta e gesso, dove i fondalini vacillavano al respirare d’un uscio improvvisamente aperto, dove in perpetuo fiorivano rosai in carta velina, dove stile ed epoche si fondavano e confondevano magnanimi, dove, per intederci, Cleopatre liberty in toupè vampireggiavano (mettendoli alla frusta) ombrosi pezzi di marcantoni in busto di balene […] Che i giovani d’oggi, che sono tanti e che vengono su nutrendosi, per ora, solo di santa speranza, tuttavia impazienti per tane cose che hanno da dire, si debbano trovare, come bastoni tra le ruote, codesti troppo numerosi cadaveri, ostili e diffidenti, è cosa ben triste […] come non deplorare che ancora oggi a troppi di costoro sia consentito di tenere in mano i cordoni della borsa e di fare la pioggia e il bel tempo? Verrà mai quel giorno sospirato, in cui alle giovani forze del nostro cinema sarà concesso di dire chiaro e tondo: “I cadaveri al cimitero”?» <25.
C’è quello “positivo” del passaggio dalla rottura alla proposta di un cinema nuovo che soddisfi «l’impegno di raccontare storie di uomini vivi: di uomini vivi nelle cose, non le cose per sé stesse […] un cinema antropomorfico» perché «il peso dell’essere umano, la sua presenza, è la sola “cosa” che veramente colmi il fotogramma; e che dalle passioni che lo agitano questo acquista verità e rilievo; mentre anche la sua momentanea assenza dal rettangolo luminoso ricondurrà ogni cosa ad un aspetto di non animata natura. Il più umile gesto dell’uomo, il suo passo, le sue esitazioni e i suoi impulsi da soli danno poesia e vibrazioni alle cose che li circondano e nelle quali s’inquadrano. Ogni diversa soluzione del problema sembrerà sempre un attentato alla realtà così come essa si svolge davanti ai nostri occhi: fatta dagli uomini e da essi modificata continuamente» <26.
Sempre Mida Puccini, ed è osservazione da tenere bene a mente, sente vibrare in questi due stadi di sviluppo l’influsso degli insegnamenti, rispettivamente, di Chiarini e di Barbaro (i quali furono, in modi molto diversi, i numi tutelari di questa generazione all’opposizione), precisando a ragione come la loro influenza e le linee di tendenza derivatene debbano essere comprese «naturalmente con tutte le ovvie diramazioni e differenziazioni del caso, che possono appunto riassumersi nell’essere soprattutto contro un certo modo di fare il cinema e nel pronunciarsi anche a favore di un particolare modo di farlo» <27. Si tratta di un secondo indicatore prezioso ai fini di un’esatta collocazione storica e della chiarificazione del significato di un’esperienza critica come quella aristarchiana.
Scrive Gian Piero Brunetta che il passaggio dal fascismo all’antifascismo di una generazione che toccava appena la maggiore età allo scoppio della seconda guerra mondiale non può essere pienamente inteso se non lo si considera anche come un processo di crescita naturale, un passaggio dalla minore alla maggiore età. Non per tutti la cosa avvenne nello stesso modo e contemporaneamente. Nella sua filogenesi questo tragitto è stato studiato fino alla saturazione. Quello che ci proponiamo, prendendo come oggetto di studio in questa tesi la linea di svolgimento della produzione critica aristarchiana, è dunque, seguendo l’auspicio di Brunetta, un’analisi ontogenetica di questo processo evolutivo; in tale prospettiva possiamo avanzare immediatamente, servendoci dei dati e dei punti di riferimento ideali reperiti nell’analisi fin qui condotta, una prima ipotesi di periodizzazione alla luce del quale organizzeremo la trattazione del materiale esaminato e la cui tenuta, coerenza e produttività verranno verificate nel proseguimento del nostro lavoro [...]
[NOTE]
1 C. Carabba, Il cinema del ventennio nero, Vallecchi, Firenze, 1974, p. 93.
2 C. Lizzani, De Santis e il gruppo «Cinema», in Il neorealismo nel fascismo, Ed. della tipografia Compositori, Quaderni della Cineteca n.5, Bologna, 1984, p.95.
3 Ivi, pp. 96-97.
19 Anche Aristarco si provò nella creazione letteraria, senza troppo successo a dire il vero: su «La voce di Mantova» del 15 aprile 1939 pubblica una breve novella, l’ingenua e patetica rievocazione di un primo amore giovanile finito in una triste disillusione, con la moralistica conclusione di rito. Segnaliamo come pura curiosità lo scritto, che non ha altro interesse se non forse quello di suscitare un’associazione con quanto Renzo Renzi scriverà ad Antonioni anni dopo, irritandolo non poco, circa il recondito significato politico di alcuni suoi film apolitici: «siccome alcuni di essi cominciavano con un amore andato a pezzi, constatando la qual cosa il protagonista iniziava un grande vagabondaggio nel nulla: perché non pensare che il primo amore è il fascismo e il resto un gioco che non torna più?» in R. Renzi, Al «Kinoglaz» in camicia nera, op. cit., p. 21. Antonioni rispose telegraficamente: «Del fascismo io ricordo soltanto mio padre picchiato dai fascisti».
20 M. Mida Puccini, L. Quaglietti, Dai telefoni bianchi al neorealismo, op. cit., p. 281.
22 «Roma, 19 maggio 1942. “Spero di conoscerti presto”, mi scriveva a Ferrara, dove allora risiedevo, Giuseppe de Santis. “Come avrai appreso dal “Padano”, in giugno inizieremo un film di ambiente ferrarese”», G. Aristarco, Il neorealismo italiano, op. cit., p. 189.
23 G. Aristarco, Prefazione a M. Mida Puccini, Compagni di viaggio, op. cit., p.II.
24 Ivi, p. III.
25 L. Visconti, I cadaveri al cimitero, in «Cinema», n.119, 10 giugno 1941.
26 L. Visconti, Il cinema antropomorfico, in «Cinema», n.173-174, 25 settembre-10 ottobre 1943.
27 M. Mida Puccini, L. Quaglietti, Dai telefoni bianchi al neorealismo, op. cit., p. 113.

Dario Portale, Ontogenesi di un linguaggio critico. La formazione cinematografica di Guido Aristarco tra dissoluzione del fascismo e rivoluzione neorealista, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Catania, 2011

giovedì 12 febbraio 2026

Le ausiliarie repubblichine dovevano essere rigidamente selezionate e corrispondere al modello della donna modesta, casta e moralmente irreprensibile


Tuttavia Barbieri ricordava che le donne fasciste repubblicane avrebbero potuto anche imbracciare le armi, ma solo in funzione difensiva, senza abbandonare le loro femminee virtù: "[…] se il destino lo vorrà, queste donne, che nulla han perso della loro femminilità perché han continuato a fare le donne in ogni momento della loro giornata, se il destino lo vorrà, esse sapranno però anche imbracciare il fucile. Lo imbracceranno per difendere il corpo del proprio uomo caduto, per difendere la loro casa minacciata, per difendere il bambino ignaro. Le donne di Firenze insegnano. Ed i catoni da caffè ricordino che questi non sono atti di sanguinarie, di femmine che hanno perduto ogni virtù di gentilezza di sesso, ma gesti di eroine che vedono la loro casa crollare, il loro focolare distrutto, i loro bambini uccisi. È l’istinto più forte di conservazione che spinge queste donne a difendere, con una forza sorta all’improvviso dal più profondo della loro femminilità, quelle che esse hanno creato soffrendo" <137. E dopo aver rammemorato l’azione delle donne di Sparta e di Roma, e delle donne guerriere del Risorgimento ricordava come la Patria fosse una comunità di sangue: "Al di sopra della famiglia, ne esiste un’altra più grande; una famiglia che si chiama Italia ed alla quale tutto bisogna dare, perché non sia smembrata, perché viva ancora, forte e rispettata. […]" <138
In genere nei casi in cui, come quello di Barbieri, veniva presa in considerazione l’ipotesi del combattimento delle donne, anche se solo a scopo difensivo, come già era stato disposto per esempio per le donne che si addestravano per la vita coloniale, le ausiliarie venivano descritte con caratteri distanti da quelli delle donne armate e delle “donne fatali”, a cui esse erano contrapposte. Scriveva per esempio Maria Pavignano: "Non si voleva assolutamente che noi fossimo imbevute di romantiche idee di combattimento e di gloria […] La guerra è fatta di resistenza tenace, di umile dedizione, di utile e di costante fatica. […] dovunque mandate, noi avremmo dovuto essere liete, serie, utili, semplici. Niente rossetti; niente donne fatali; niente amori conturbanti e dissipatori; ma sorelle buone del soldato, ma utili donne della terra d’Italia, che se deve essere riscattata dal sangue degli uomini, deve essere vivificata dalle virtù delle donne. [….] Ho visto le mie compagne dappertutto. Sulle strade, che aspettavano i mezzi di fortuna per partire. Sui treni. Negli ospedali militari, chine su chi moriva, sorelle e madri. Nei comandi militari, utili ed attivi complementi all’attività maschile. Alle mense militari, dove portano la lieta grazia della loro femminilità; nelle cucine dove la mano femminile è indubbiamente preziosa, nelle sartorie militari, nella lavanderia, dappertutto" <139.
Il modello dell’ausiliaria veniva definito quindi per contrapposizione alle “altre”, e le caratteristiche delle volontarie venivano valorizzate in contrasto ai disvalori di quelle che erano definite “irregolari”. Veniva quindi sottolineato il carattere élitario del Saf e delle sue arruolate, che si distinguevano, come viene riportato in un articolo sulle colonne di «Donne in grigioverde» del 18 dicembre 1944, dalle “rincitrullite donne eleganti” e dalle “beghine”, “impressionate dalla sospetta promiscuità della […] vita militare”, così come dagli “uomini flosci” e dai “benpensanti”, a cui l’autrice si rivolgeva, dicendo: "Ai personaggi in oggetto si risponde una volta per sempre quanto segue: noi non desideriamo essere considerate donne per la effimera qualità del sesso, non siamo della categoria cui basta una gonna e un rossetto per esser donna. Bisogna capire quando si dice “ausiliaria” l’attributo di donna diventa un pleonasma inferiore. Perché noi in grigioverde non siamo aride copiature di certo femminile evoluzionismo forestiero, ma siamo soltanto le ardenti innamorate della Patria: e la Patria è la casa, è la famiglia, sono i figli che verranno. […] Perciò se ancora tra noi ci sono delle scorie, inevitabili per l’inversa proporzione per la qualità e la quantità (si pensi che centinaia di elementi sono stati assorbiti tra le ex addette dei Comandi militari) non si cerchi di sciorinarle al vento come stracci della polvere, come distintivi del Corpo. Si consideri che elementi fino a ieri profani delle nostre finalità non possono assurgere all’improvviso alla dignità d’animo, all’austerità di costumi, richieste alle Ausiliarie" <140.
Rispetto alla scelta tra la quantità o la qualità delle volontarie, si apre infatti un acceso dibattito, scaturito a partire da un articolo su «La Stampa» del 27 febbraio 1945, in cui si esortava a rendere più flessibile l’accesso al Saf, per avere un più alto numero di arruolamenti e poter liberare maggiori forze maschili utili per le armi. "[…] Quante sono oggi in Italia le ausiliarie? Sono certo diverse migliaia, ma poche in relazione al gran numero che sarebbe necessario. Vi sono mille attività che le Ausiliarie possono svolgere utilmente, dai servizi di cucina e di pulizia a quelli di piantone e nei magazzini; dal posti di ristoro, in linea e nelle retrovie, a tutta la gamma del lavori di ufficio e alle funzioni di interprete. Fate un breve calcolo e vedrete che vi è posto per molte e molte migliaia di donne nelle Forze Armate. Il che significa avere altrettanti uomini disponibili per il combattimento, cosa essenziale per un esercito non numeroso com’è il nostro. […] Questa suprema necessità fa sì che il problema è non solo di qualità, ma anche di quantità, e questo fine da raggiungere dev’essere tenuto presente, non solo da chi dirige il Servizio Ausiliario, ma anche dalle autorità politiche e militari, per le quali è doveroso seguire il movimento e interessarsene molto da vicino, poiché esso investe direttamente la guerra e quindi la nostra esistenza nazionale. […] Perciò è assolutamente necessario che anche il Corpo Ausiliario Femminile aumenti i suoi effettivi. L’elemento volonteroso non manca, poiché le domande sono sempre moltissime. […] E' giusto che si selezioni, ma il criterio di selettività, che finora ha variato assai da una provincia all'altra, dovrebbe basarsi sul fatto che le Ausiliarie devono essere sì delle persone serie e oneste, ma devono anche essere delle donne che sappiano vivere, pur sapendo stare al loro posto, cameratescamente, accanto ai soldati. Non si tratta di avere un Corpo di monache; per questo ci sono i conventi. […] Per voler raggiungere la perfezione, che poi è irraggiungibile, si rischia di eccedere nella rigidezza e di cadere in formalismi inutili e dannosi che allontanano dal Corpo anche elementi entusiasti e pieni di fede. La maldicenza non cesserebbe neppure se le Ausiliarie fossero tutte sante degne del Paradiso. Quindi, se è doveroso non accogliere fra le file di queste bravissime figliole degli elementi indegni, bisogna andare molto cauti, d'altra parte, nell'allontanarne senza gravi motivi di moralità e onestà. Non bisogna dimenticare che per ogni Ausiliaria che se ne va un soldato deve lasciare la linea del combattimento per sostituirla nel servizio da essa disimpegnato. Il problema è complesso e delicato, ma siamo certi che chi lo dirige con tanta fede e spirito di sacrificio lo porterà a felice soluzione. Così avremo la soddisfazione di vedere moltiplicate le falangi dell'esercito femminile. Il che significherà aumentare grandemente la potenza di quello maschile che combatte per liberare la Patria dall'invasore" <141.
La comandante del Saf Decima, Cesaria Pancheri, in risposta a queste critiche, rivendicando il carattere élitario del corpo, invece sosteneva: "Noi non vogliamo essere lo specchietto per le allodole, sfilando a centinaia di migliaia per la città, vogliamo essere effettivamente un esempio di fede e di abnegazione. Noi sostituiamo un soldato in un posto di lavoro o gli siamo vicine nei posti di conforto delle retrovie, ma gli siamo vicine non soltanto materialmente per la divisa che portiamo, ma con lo spirito e l’idea. Noi siamo poche migliaia e inesorabilmente allontaneremo da noi chi non riteniamo degne di essere con noi" <142.
Secondo gli organi dirigenti del Saf le ausiliarie dovevano essere rigidamente selezionate e corrispondere al modello della donna modesta, casta e moralmente irreprensibile. Tali caratteristiche scongiuravano infatti ogni dubbio di promiscuità a cui la vita militare comune poteva far pensare e ricomponevano all’interno dei limiti dei ruoli femminili tradizionali l’immagine conturbante della donna-soldato.
Un’ausiliaria stessa, in una lettera censurata, riprendendo i temi diffusi dalla propaganda fascista, si preoccupava di distinguere le donne “leggere” dalle ausiliarie, che invece avevano abbandonato la famiglia e gli agi per servire la Patria e manifestavano con i soldati un rapporto da “sorelle”: "[…] Noi ausiliarie non siamo fatte come tu ci chiami; siamo solamente brave donne che cerchiamo di servire la nostra Patria tanto quanto le nostre possibilità ce lo permettono. Siamo le donne che non hanno tradito ma che hanno giurato fedeltà alla Patria … sono una delle prime ausiliarie. Non ho ancora 17 anni ma credo di servire la Patria come tutte le mie compagne. Sono figlia di uno squadrista del 1919 morto da 4 anni, forse anche per questo che è così ben radicata in me la Dottrina fascista ed è per questo che amo la mia Patria e Mussolini. Ho abbandonato tutto per partire, la mamma, i giochi, gli studi, la vita comoda. Ma sono contenta, solo così posso rendermi utile, tanto più che la mia partenza è stata benedetta dalla mia mamma che adoro tanto e mi comprende tanto. Ora lavoro al Distretto militare. Qui non tutti i ragazzi la pensano come noi, i primi tempi abbiamo dovuto sostenere alcune lotte, perché non sono sorretti dalla nostra fede. Ma ora ci hanno conosciuto bene e ci rispettano e ci vogliono bene come si può voler bene a una sorella. Vorrei fare di più, ma credo che la cosa migliore che possiamo fare noi è ubbidire, perciò ci hanno destinate qui e qui dobbiamo rimanere […]" <143
Anche la comandante del Saf torinese, Anna Maria Bardia, sottolineava la volontà di normalizzare le posizioni irregolari, sia di quelle che tenevano comportamenti immorali, sia delle donne che, in armi, partecipavano ad azioni militari. Da un lato infatti dichiarava che al momento dell’assunzione del comando del corpo aveva trovato 650 donne e ragazze in servizio presso i vari comandi, addette soprattutto a lavori di pulizia e di cucina, senza che avessero assunto la figura giuridica delle ausiliarie. La maggior parte di loro, secondo la fiduciaria, mancava dei requisiti morali previsti dal decreto del Saf, e molte non intendevano assoggettarsi alla severa disciplina del regolamento del corpo. Per questo la comandante riduceva il numero delle ausiliarie a 110 unità, riservando loro mansioni impiegatizie e assistenziali, ed escludendo molte delle precedenti arruolate “per mancanza di requisiti morali: mancanza di serietà e di contegno quando si trovava[no] in mezzo ai militari” <144. Dall’altro invece osservava “che elementi femminili in servizio presso alcuni enti militari indossa[va]no indumenti di foggia maschile e, armati di mitra e moschetto, o comunque visibilmente di altra arma, segu[ivano] i reparti in azioni propriamente guerresche” e perciò disponeva che le ausiliarie venissero “impiegate nei servizi loro incombenti, stabiliti dal regolamento istitutivo del Saf”, vietando “ogni forma di esibizionismo” <145.
[NOTE]
138 L. Barbieri, Il Servizio ausiliario femminile. Coscienza delle nostre donne, «Donne d’Italia», n. 1, 8 settembre 1944, cit. in Associazione Saf, Servizio ausiliario femminile nelle forze armate della Repubblica sociale italiana, Novantico, Pinerolo, 1997, p. 33.
139 M. Pavigliano, Ausiliarie in marcia, «Sveglia!», 3 dicembre 1944, cit. in L. Ganapini, La repubblica delle camicie nere, cit., p. 233.
40 B. Panni, Una freccia a testa, «Donne in grigioverde», 18 dicembre 1944, cit. anche in M. Fraddosio, Donne nell'esercito di Salò, cit., p. 70.
141 G.Z. Ornato, Un esempio: le ausiliarie, «La Stampa», 27 febbraio 1945.
142 C. Pancheri, Qualità o quantità?, «Donne in grigioverde», 18 marzo 1945, cit. in M. Fraddosio, Donne nell'esercito di Salò, cit., pp. 69-70.
143 Acs, Rsi, Spd, Cr, b. 9, fasc. 3, Ministero delle Forze armate, Sid, Esame della corrispondenza censurata, notiziario Z n. 23, 15 aprile 1945.
144 Dichiarazione di Anna Maria Bardia, in Archivio di stato di Torino (d’ora in poi Asto), Corte d’assise speciale di Torino (d’ora in poi Cas Torino), 1945, busta 234, fasc. 21, f. 9.
145 Circolare di Anna Maria Bardia del Comitato provinciale Saf del 12 dicembre 1944, cit. in L. Ganapini, La repubblica delle camicie nere, cit., p. 237.
Francesca Gori, Ausiliarie, spie, amanti. Donne tra guerra totale, guerra civile e giustizia di transizione in Italia. 1943-1953, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Pisa, Anno Accademico 2012-2013

giovedì 5 febbraio 2026

Sparare sulla folla che manifestava divenne una consuetudine


Dal settembre del 1943 le forze di polizia si trovarono in condizioni diverse a seconda che fossero dislocate al nord, dove molti territori erano ancora sotto il dominio nazi-fascista, o al sud dove, invece, i gerarchi fascisti si erano eclissati rapidamente lasciando i prefetti «tutti al loro posto, pronti a servire il nuovo Governo» <396. Dopo il 25 luglio furono emanate severe disposizioni per assicurare il mantenimento e, spesso, il ripristino, dell’ordine pubblico. Fu ordinato ai militari, quando impegnati nei servizi di ordine pubblico, di tenere un atteggiamento risoluto e fu consentito loro di sparare ad altezza uomo, facendo anche uso di armi pesanti come se combattessero contro soldati nemici. Fu prevista la fucilazione per quanti venissero colti nell’atto di istigare ai disordini, o avessero disobbedito alle forze militari o di polizia, o ancora fossero stati colpevoli di insultare le autorità pubbliche, militari o meno che fossero. Analoga sorte fu riservata a quei militari sorpresi a solidarizzare con i dimostranti <397.
La caduta del regime aveva lasciato il posto a un governo autoritario che fece ricorso agli apparati di polizia di derivazione fascista per reprimere tanto i festeggiamenti per la caduta di Mussolini, quanto le poche manifestazioni dei nostalgici <398. Benché il governo avesse invitato la stampa a non occuparsi più dell’OVRA, questa continuò ad operare, tanto è vero che gli informatori erano ancora sul libro paga del Ministero dell’Interno. Fu soppresso il Tribunale Speciale e la competenza per i reati politici fu trasferita ai Tribunali militari <399. I servizi ordinari di polizia nel meridione vennero affidati ai Carabinieri, la cui fedeltà al re restava fuori discussione. Le loro origini, proprio perché risalenti al passato, erano la garanzia di un’organizzazione scevra da contaminazioni fasciste <400.
Diversa era invece la situazione al nord dove, instauratasi la Repubblica Sociale Italiana, era stata istituita la guardia nazionale repubblicana, al cui interno furono inizialmente inseriti i Carabinieri. Non ci fu la sperata «amalgama» con i membri della milizia, anzi molti carabinieri, alla prima occasione, non esitarono ad allontanarsi, individualmente o in gruppo, portando con sé armi e munizioni <401. La sorte non fu diversa per la polizia repubblicana che, nata con la guardia nazionale repubblicana il 20 novembre 1943, fece registrare nella seconda metà del 1944 un elevato numero di defezioni. Anche la Polizia dell’Africa Italiana, passata sotto la Repubblica Sociale Italiana all’indomani della soppressione del Ministero dell’Africa Italiana, non contribuì a difendere il regime, anzi i suoi militi, rimasti a Roma, si opposero ai tedeschi e ai repubblichini che volevano trasferirli al nord <402.
Una volta liberata l’Italia, furono costituite delle commissioni ad hoc per epurare le forze dell’ordine da quanti avevano collaborato con il regime. Furono allontanati quanti, avendo servito il duce, si erano resi indegni di servire il nuovo Stato, e ancora quanti avevano prestato giuramento e servito il fascismo o avevano aderito al partito fascista repubblicano <403. Tuttavia l’idea di una severa epurazione lasciò ben presto il passo a una «sanatoria generale», specie per coloro che ricoprivano gli incarichi più elevati nell’amministrazione, forse anche per non compromettere l’intero apparato amministrativo. Nel caso poi degli apparati di polizia, si ridusse per lo più a un «niente di fatto». Molti funzionari rimasero al proprio posto giustificando il loro impegno durante il regime come un adempimento agli ordini emanati dal Ministro, nell’impossibilità, proprio per la funzione rivestita, di sottrarsi alle direttive loro impartite.
Iniziò per lo Stato un lungo cammino volto ad affermare l’autorità e il rispetto delle leggi, un percorso accidentato finalizzato alla ricostruzione delle forze di polizia. In questo cammino lo Stato aveva dovuto superare le pressioni dei comunisti, che volevano inserire all’interno della polizia ex partigiani, etichettati come «guardie rosse» dagli esponenti moderati e dai conservatori <404.
In Italia meridionale si trovava la situazione più grave rispetto al controllo sulla criminalità. Fatti di sangue avevano sconvolto la Sicilia dove «banditismo, lotta per il separatismo e reazione agrario-feudale si muovevano spesso all’unisono» <405, e dove tra il 1945 e il 1946 militari, carabinieri e comuni cittadini furono oggetto di aggressioni armate e rapine che avevano messo a rischio la convivenza civile.
Anche il Settentrione, sia pure in maniera minore, non poteva dirsi al riparo dai disordini. A Torino una folla di millecinquecento persone aveva tentato di entrare nel Teatro Carignano, dove si svolgeva una festa privata, per manifestare contro il lusso ostentato. L’allora ministro dell’Interno Romita cercò di limitare il ricorso all’uso della forza nelle piazze, ritenendo che proprio il «disagio profondo e grave nel quale si dibatteva la popolazione, specialmente nelle aree depresse», era motivo di criticità nella gestione dell’ordine pubblico.
Durante il secondo governo De Gasperi, al quale parteciparono anche i socialisti e i comunisti, lo stesso De Gasperi, investito anche dell’incarico di ministro dell’Interno, presentò un programma per la gestione dell’ordine pubblico caratterizzato dalla limitazione degli scioperi, dal mantenimento della disciplina nelle fabbriche e dal rafforzamento del potere repressivo dello Stato. La situazione non cambiò durante il terzo governo De Gasperi durante il quale le manifestazioni furono represse duramente <406. Il nuovo ministro dell’Interno, Mario Scelba, sostenne l’uso della forza per reprimere le rivendicazioni dei lavoratori. Con il quarto governo De Gasperi, la sinistra venne estromessa.
Aumentarono il numero delle vittime durante le manifestazioni e sempre più si fece ricorso all’uso delle armi per contenere le proteste di braccianti e operai. All’inizio del 1948 fu emanata una legge che consentì l’arresto di quanti avessero realizzato blocchi stradali permettendo un uso «spregiudicato» del provvedimento restrittivo. Sparare sulla folla che manifestava divenne una consuetudine, favorendo arresti di massa e rastrellamenti finalizzati alla ricerca di armi. Ci fu una recrudescenza delle azioni violente compiute dai fascisti, soprattutto contro sindacalisti ed esponenti della sinistra. Non mancò chi in Parlamento criticò il governo, reo di aver autorizzato la repressione poliziesca, calpestando i diritti umani e arrivando a consentire l’uso di lacrimogeni per disperdere i partecipanti a un comizio sulla sola ragione dell’inopportunità del testo del relatore. A fronte della diminuzione dei reati era aumentato l’organico delle forze dell’ordine, evidentemente dovuto a motivi politici <407.
Con la caduta del fascismo e la ricostituzione dei partiti e dei sindacati, la piazza tornò ad animarsi. Gli anni successivi, dal 1948 al 1951, furono caratterizzati dalle «cariche indiscriminate contro cortei, arresti in massa», quando non addirittura dall’uso delle armi da parte delle forze dell’ordine per contenere le manifestazioni di braccianti, contadini e operai. Questa situazione si arrestò nel 1953, quando per la prima volta non si registrò alcun morto <408.
I parlamentari all’opposizione denunciarono questi metodi estremi nella gestione dell’ordine pubblico, come rigurgiti del periodo fascista. Ciò che colpiva era l’uso della violenza estrema per arginare manifestazioni attraverso le quali si sostenevano rivendicazioni economiche e sindacali o si esprimeva il dissenso. Molti comizi furono impediti e il foglio di via obbligatorio fu una costante per allontanare quanti venivano etichettati come «perturbatori» della quiete pubblica <409. Spesso l’uso delle armi fu giustificato, dai comunicati ministeriali, come dettato dalla necessità di difendersi dai colpi sparati dai manifestanti <410.
[NOTE]
396 R. CANOSA, op. cit., p. 99.
397 Ivi, pp. 100, 101.
398 Ivi, p. 102.
399 Ivi, p. 102-103.
400 Ivi, p. 103.
401 Ivi, p. 105. Molti carabinieri furono catturati dai nazisti che, fatta irruzione nei comandi della guardia nazionale repubblicana, li trasferirono in Germania per impiegarli «come bassa forza nel servizio antiaereo e nella sorveglianza dei campi della Luftwaffe».
402 Ivi, p. 106.
403 Ivi pp. 107, 108 (decreti luogotenenziali 27 luglio 1944 n. 159 sanzioni contro il fascismo e 9 novembre 1945 n. 702).
404 Ivi, pp. 109-113.
405 Ivi, p. 116.
406 R. CANOSA, op. cit., pp. 117-121, 123.
407 Ivi, pp. 126-128, 130-132. Da luglio 1947 a gennaio 1948, le forze di polizia arrivarono a toccare le 45.000 unità.
408 Ivi, pp. 134-136.
409 Ivi, p. 139.
410 Ivi, p. 148.
Maria Antonietta Pisano, Il percorso storico della polizia in Italia. Dal periodo fascista alla legge 121/1981, Tesi di laurea, Università degli Studi di Pisa, Anno Accademico 2021-2022