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martedì 23 dicembre 2025

La crisi del V ministero De Gasperi si apre molto presto


1.2.1. L’elezione di Luigi Einaudi, l’uomo di De Gasperi
1.2.1.1. Antefatto: la vittoria della Dc alle elezioni del 18 aprile
Forti dei risultati conseguiti l’anno precedente alle amministrative e regionali, il 23 gennaio 1948, il Pci di Togliatti e il Psi di Nenni costituiscono il Fronte democratico popolare, un’alleanza sancita allo scopo di affrontare compatti i democristiani alle imminenti elezioni politiche del 18 aprile. Dal canto suo, la Dc è affiancata dalle liste dei partiti laici di centro: il Blocco nazionale delle libertà, costituito da liberali e qualunquisti, l’Unione socialista (socialdemocratici e altri socialisti non appartenenti al Fronte) e il Pri. La Dc si presenta alle consultazioni, peraltro, con il favore dell’ambiente ecclesiastico, che teme una vittoria del Fronte, a maggior ragione dopo il colpo di Stato con cui in Cecoslovacchia si era instaurato il regime comunista. A destra, competono invece il Movimento sociale italiano e il Partito nazionale monarchico. Il “blocco del popolo” non raggiunge il risultato sperato: il 18 aprile la Democrazia cristiana vince con il 48,5% dei voti alla Camera (pari a 305 seggi su 574) e il 48,1% al Senato (pari a 131 seggi su 237), mentre al Fronte spetta soltanto il 31% (183 seggi alla Camera, 72 al Senato, peraltro distribuiti con un netto svantaggio per i socialisti) <26.
1.2.1.2. La [apparentemente] facile scelta (di De Gasperi) e la difficile elezione di Luigi Einaudi
L’esito delle consultazioni elettorali determina un mutamento radicale del contesto politico: la Dc dimostra di essere un partito in grado di raccogliere consensi diffusi senza l’apporto delle sinistre e non si rende quindi più necessaria una presidenza rappresentativa dell’unità nazionale (e politica), che aveva giustificato la candidatura di De Nicola due anni prima. Dal nuovo Presidente non ci si aspetta più un’attività di mediatore imparziale, garante dell’unità della Nazione, bensì una partecipazione al “processo di unificazione maggioritaria” <27. De Nicola, del resto, non è la persona adatta a ricoprire tale ruolo, considerati l’imparzialità e il rigore da giurista con cui ha esercitato le sue funzioni, in linea con la funzione prettamente garantista cui il Capo provvisorio dello Stato era preposto (si ricordano in questo senso, a titolo esemplificativo, il tentativo di dissuadere De Gasperi dall’affidare il ministero della Pubblica Istruzione a un democristiano, le ritrosie a firmare il trattato di pace, considerato troppo svantaggioso per l’Italia, ecc.) <28. Per questi motivi, i candidati presentati dalla Dc per la presidenza della Repubblica sono due uomini di governo nel IV ministero De Gasperi: Carlo Sforza (ministro degli esteri) e Luigi Einaudi (ministro del bilancio). Fallito il tentativo di elezione del primo, ritiratosi a causa delle spaccature interne al partito e del rifiuto di De Gasperi a un accordo con Saragat, la Dc porta avanti il secondo <29.
Dalla spaccatura democristiana tenta di trarre vantaggio il partito comunista, che si propone di votare per Einaudi allo scopo di privare la sua elezione del significato di promozione e arroccamento della maggioranza: se il Presidente viene eletto anche grazie al sostegno della sinistra, non è più il presidente della Dc. Per raggiungere questo risultato è necessario ai comunisti votare Einaudi al terzo scrutino, ossia quando il quorum è ancora di 2/3 e il loro apporto quindi indispensabile per un’elezione. Questo tentativo tuttavia fallisce perché i democristiani rifiutano di concedere ai gruppi (e quindi ai comunisti) una sospensione dei lavori per consultarsi: il diniego della democrazia cristiana a una partecipazione delle sinistre al supporto del proprio candidato suggella così in maniera inequivocabile il significato dell’elezione. L’11 maggio 1948, al quarto scrutinio, Einaudi viene eletto con 518 voti su 872 <30.
1.2.2. Il contesto: soggetti e avvenimenti nel settennato di Einaudi
2.2.1. Gli ultimi anni del centrismo: le crisi dei governi De Gasperi
Subito dopo l’elezione del Capo dello Stato, De Gasperi si dimette. Einaudi respinge le dimissioni, senza procedere a consultazioni: De Gasperi si limita quindi a un rimpasto governativo, modificando soltanto in parte la compagine ministeriale da presentare alle camere per il voto di fiducia e costituendo il 23 maggio il suo V ministero. E’ in questa occasione che per la prima volta vengono nominati dei Vicepresidenti del Consiglio e dei ministri senza portafoglio. Per la prima volta, inoltre, il conferimento della fiducia al governo dalla Camera dei deputati avviene non mediante la presentazione di un ordine del giorno, come era avvenuto nei primi anni della Repubblica, conformemente a una prassi statutaria, bensì con una mozione di fiducia, come prescritto dall’art. 94 r.C. 31.
Il 31 ottobre 1949 i ministri e i sottosegretari socialdemocratici rassegnano le dimissioni dal governo a seguito di una delibera approvata dalla direzione del Psli. La Dc, smentendo le voci sulla possibilità di costituire un monocolore, rimane fedele alla precedente coalizione governativa: De Gasperi si limita ad affidare ad interim gli incarichi dei dicasteri lasciati dai socialdemocratici, rimandando il rimpasto a gennaio, dopo il Congresso del Psli <32.
Nel novembre del 1949, intanto, nasce un terzo partito socialista, il Partito socialista unitario (Psu), frutto della confluenza dei secessionisti del Psi di Romita, dell’Unione dei socialisti e della corrente di sinistra del Psli di Saragat <33.
La crisi del V ministero De Gasperi si apre molto presto, con le dimissioni, l’11 gennaio 1950, di tutti i membri del governo. La necessità di un chiarimento politico, come anticipato, si era già manifestata in seguito all’uscita dei socialdemocratici dalla compagine governativa. Tuttavia, i tempi si stringono a causa dell’urgenza di una convocazione straordinaria delle Camere a seguito di alcuni sanguinosi scontri avvenuti a Modena tra forze dell’ordine e operai in sciopero. Nonostante alcuni tentativi in senso opposto operati dai socialisti, Einaudi, ligio alla propria volontà di attenersi strettamente alle indicazioni dei gruppi parlamentari di maggioranza, incarica nuovamente De Gasperi, il quale costituisce il proprio VI ministero composto da democristiani, socialdemocratici e repubblicani <34.
Il VI ministero De Gasperi non ha tuttavia vita facile: infatti, l’11 marzo 1951, Psi e Psu giungono a un accordo (c.d Saragat-Romita) per la costituzione di un nuovo partito unificato, con l’intesa che, una volta proclamata l’unificazione (fissata per il 1° maggio), il nuovo partito socialista si sarebbe collocato non più nella compagine governativa, bensì all’opposizione. In data 4 aprile i ministri e i sottosegretari socialdemocratici si dimettono, sottolineando, tuttavia, che tale scelta non deve ricondursi a una diversità di opinioni rispetto alla linea politica governativa, bensì nella necessità di riunire i socialisti democratici italiani, ossia a un “fatto interno al partito” <35. De Gasperi, scartata la possibilità di aprire una crisi di governo, si limita a sostituire i ministri dimissionari con un rimpasto. In data 1° maggio nasce il nuovo partito socialista (Psdi), guidato da Saragat <36. Molto presto, tuttavia, si apre una vera e propria crisi del ministero De Gasperi, causata dai risultati delle prime elezioni amministrative, tenutesi tra maggio e giugno, e dalle critiche mosse da alcune correnti della maggioranza alle politiche governative in materia economica. Sul punto, alcune indiscrezioni vedono schierarsi anche il Capo dello Stato, che in un colloquio con De Gasperi avrebbe espresso opinione favorevole alla “linea” di Pella, ministro del bilancio <37. La situazione precipita quando il 14 luglio il Comitato direttivo del gruppo parlamentare Dc presso la Camera dei deputati si riunisce e con una votazione la corrente dossettiana e alcuni esponenti del centro mettono in minoranza (10 voti contro 6) la politica economico-finanziaria di Pella. Nonostante tale votazione venga in parte temperata da alcune dichiarazioni del Comitato direttivo del gruppo parlamentare Dc al Senato, che evidenzia la mera opportunità di un rimpasto, ma non di una crisi, Pella si dimette. Il 16 luglio De Gasperi si dimette. Seguono le usuali consultazioni del Capo dello Stato, che incarica nuovamente il Presidente dimissionario. In data 26 luglio 1951 si costituisce il VII ministero De Gasperi, costituito da democristiani e repubblicani <38.
[NOTE]
26 Cfr. A. Baldassarre - C. Mezzanotte, op. cit., pp. 32-33; A. Gigliotti, op. cit., pp. 4 ss. Si ricorda che le elezioni si svolgono con il sistema elettorale di tipo proporzionale introdotto con decreto legislativo luogoteneziale n. 74 del 10 marzo 1946 per l’elezione della Costituente. Tale sistema elettorale viene recepito come legge elettorale per la Camera dei deputati con legge n. 6 del 20 gennaio 1948. La legge elettorale del Senato, anch’essa disciplinante un sistema proporzionale, sebbene con qualche correttivo in senso maggioritario, è invece disciplinata dalla legge n. 29 del 6 febbraio 1948.
27 L’efficace espressione è di A. Baldassarre - C. Mezzanotte, op. cit., p. 36. Per una approfondita analisi del significato dell’elezione di Einaudi, cfr. diffusamente ibidem, pp. 33 ss.
28 Per un elenco più esaustivo dei molteplici episodi in cui De Nicola ha occasione di dimostrare il proprio rigore, cfr. A. Baldassarre - C. Mezzanotte, op. cit., pp. 37-38.
29 Sulle spaccature interne al partito, e in particolare sul ruolo che Amintore Fanfani, dossettiano, riveste nella mancata elezione di Sforza, candidato non gradito perché anticomunista e filo-americano, cfr. P. Guzzanti, op. cit., pp. 42 ss., il quale ritiene che la ribellione di Fanfani alle direttive di partito sia precursore delle spaccature che di lì a qualche anno avrebbero portato alla formazione di due correnti democristiane contrapposte, una a favore dell’integrazione con i socialisti (sostenuta da Fanfani e dal successore di Einaudi alla presidenza della Repubblica, Gronchi), l’altra interessata a mantenere lo status quo. Sul fallimento della candidatura di Sforza e sulla scelta di Einaudi cfr., diffusamente, V. Gorresio, Il sesto presidente, Milano, Rizzoli, 1972, pp. 21 ss. Luigi Einaudi nasce a Carrù (Cuneo) il 24 marzo 1874. Laureato in giurisprudenza, è redattore de “La Stampa” e del “Corriere della Sera” fino al 1926, corrispondente di “The Economist” e direttore di due riviste. Nel periodo fascista abbandona l’attività giornalistica. Professore presso l’Università di Torino e presso l’Università Bocconi, è autore di numerose pubblicazioni. Inoltre, da proprietario terriero, si dedica alla conduzione della propria azienda agricola. E’ componente prima della Consulta Nazionale, poi della Costituente. Promuovendo come ministro una serie di provvedimenti volti a una ripresa economica all’insegna dell’economia liberista, contribuisce a una forte riduzione dell’inflazione, giovando non poco alla popolarità del governo De Gasperi. Non a caso, quindi, sin dalla vittoria del 18 aprile, De Gasperi sonda la generica disponibilità di Einaudi a una collaborazione con il ministero. Fornendo una risposta affermativa, Einaudi elenca una serie di condizioni di politica economica e sociale cui sottopone l’accettazione della collaborazione, ponendo le premesse di quello che sarebbe stato, effettivamente, un settennato caratterizzato dal tentativo di fornire opinioni e suggerimenti, spesso non richiesti, sulle politiche governative. Muore il 30 ottobre 1961. (cfr. G. Mammarella - P. Cacace, op. cit., pp. 35-39; www.quirinale.it).
30 Cfr. A. Baldassarre - C. Mezzanotte, op. cit., pp. 39-43; G. Mammarella - P. Cacace, op. cit., pp. 39-40; P. Nenni, op. cit., 1981, 10 e 11 maggio 1948, p. 429.
31 Cfr. P. Nenni, op. cit., 1981, 12-22 maggio 1948, pp. 429-432. Sul dibattito in aula circa la legittimità della nomina dei Vicepresidenti del Consiglio e dei ministri senza portafoglio, perché organi non previsti in Costituzione, e il
mancato rinnovato giuramento dei ministri che avevano già giurato nelle mani di Einaudi, cfr. A. Gigliotti, op. cit., pp. 9-11.
32 Cfr. ASPR, Ufficio per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, busta 3; P. Nenni, op. cit., 22 novembre 1949, p. 495.
33 Cfr. P. Nenni, op. cit., 1981, 20 novembre 1949, nota 7, p. 495.
34 Cfr. ASPR, Ufficio per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, busta 4; F. Damato, op.cit., pp. 43-44; P. Nenni, op. cit., 1981, 9-13 gennaio 1950, pp. 501-502.
35 I ministri dimissionari rivolgono una lettera di questo tenore al Presidente del Consiglio. Il testo della lettera è riportato in ASPR, Ufficio per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, busta 5.
36 Cfr. ASPR, Ufficio per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, buste 4 e 5. Sul cambiamento che le dimissioni della componente socialista comporta rispetto alla “formula del 18 aprile” e sulla
necessità di aprire una crisi di governo, cfr., tra gli altri, La crisi del VI Gabinetto De Gasperi aperta dalle dimissioni dei tre Ministri del Psli, in Il Paese, 5 aprile 1951, in ASPR, Ufficio per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, busta 4.
37 Cfr. In difesa della politica del Tesoro aperta inframmettenza del Presidente Einaudi?, in “Il Popolo di Roma”, 30 giugno 1951.
38 Cfr. ASPR, Ufficio per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, busta 5.
Elena Pattaro, I "governi del Presidente", Tesi di dottorato, Alma Mater Studiorum - Università di Bologna, 2015




 

lunedì 15 dicembre 2025

Agli inizi della Resistenza in provincia di Savona


Prima che la macchina dell’oppressione nazifascista si chiudesse come una morsa sulla società savonese si ebbe un ultimo episodio di democrazia “badogliana”. Con la città già in mani tedesche il Prefetto di Savona Defendente Meda, che aveva sostituito Enrico Avalle il 6 settembre 1943, invitò i rappresentanti degli operai dell’ILVA e di altre fabbriche ad un colloquio con il nuovo Commissario ai sindacati, Berio. Parteciparono alla riunione anche il direttore dell’ILVA, Grosso, il suo vice, Gigli, e il Presidente dell’Unione degli Industriali <33. A nome delle maestranze Giuseppe Ghiso e Agostino Siccardi dichiararono che i lavoratori non intendevano accettare supinamente l’occupazione nazista ed erano contrari a qualunque intromissione tedesca nella vita delle aziende; essi inoltre avrebbero lottato per la pace e la libertà con ogni mezzo. Il Prefetto espresse il suo apprezzamento, ma di lì a poco perse a sua volta il posto. A metà settembre il lavoro, rimasto a lungo sospeso, riprese regolarmente in tutte le fabbriche. Gli operai sciolsero le Commissioni interne e serrarono i ranghi. La lunga notte era appena all’inizio.
I. 2. Fascisti repubblicani e ribelli
Se il nuovo Stato fascista repubblicano non nacque prima del 27 settembre, si può dire che la Milizia, braccio armato del fascismo del Ventennio, non morì neppure durante i “45 giorni” di Badoglio. Molti suoi appartenenti, infatti, si erano limitati in quelle settimane a smettere la camicia nera per indossare la divisa grigioverde dell’Esercito con la compiacente copertura dei comandi militari. Già il 9 settembre essi poterono proporre ai tedeschi la loro collaborazione. Il 27, rispondendo al bando di presentazione alle caserme per i militari, la MVSN si ricostituì anche de iure. Il Comandante della II Zona Legionaria, Ferraudi, poté così nuovamente organizzare ed inquadrare la Milizia in tutte le quattro province liguri, con la piena collaborazione tanto degli ex militi passati nell’esercito quanto di coloro che erano stati momentaneamente congedati da Badoglio. Questi reparti eserciteranno funzioni di ordine pubblico e vigilanza sui servizi civili, ma saranno altresì addetti, come in precedenza, all’artiglieria contraerea. Contemporaneamente si completava l’insediamento in ogni città ligure degli organismi amministrativi tedeschi destinati a sovrintendere lo sfruttamento delle risorse locali, dalla Militaerverwaltung alla Todt <34.
Gli inizi del mese di ottobre videro una febbrile attività delle neonate autorità repubblicane, in particolare sul versante del reclutamento di uomini per le Forze Armate della RSI. Grande risalto fu dato dalla stampa all’adunata tenuta dal Maresciallo Graziani il 2 ottobre al Teatro Adriano in Roma per perorare la rinascita di un esercito nazionale <35. Aerei tedeschi sorvolarono ancora una volta le coste liguri spargendo volantini che invitavano gli italiani a lavare l’onta del tradimento del Re e di Badoglio arruolandosi “per l’onore della Patria” <36. Largamente pubblicizzati erano anche gli arruolamenti nella Decima Mas del comandante Borghese, nella costituenda Marina fascista, nelle stesse Forze Armate germaniche <37. I successivi bandi richiamarono man mano alle armi tutti coloro che vi si erano trovati fino a poco tempo prima, e quello con scadenza 15 novembre chiamò all’arruolamento l’ultima aliquota della classe ’24 e l’intera classe ’25 <38. Altri bandi invitavano gli operai a mettersi a disposizione delle aziende che lavoravano per l’Organizzazione Todt <39.
Fu solo alla metà di ottobre del 1943 che i tedeschi optarono definitivamente per lasciare la Liguria all’amministrazione italiana anziché annetterla di fatto in qualità di “zona d’operazioni”, come avevano fatto nelle Alpi centrorientali <40. Ebbe così via libera l’insediamento in tutte le amministrazioni locali dei funzionari del nuovo Stato repubblicano. A Savona il prefetto di nomina badogliana Defendente Meda fu collocato a riposo e sostituito dal Capo della Provincia <41 Filippo Mirabelli, uomo destinato a pessima fama. Inizialmente questi tentò di riannodare il discorso con le masse operaie invitando in Prefettura gli ex componenti delle disciolte Commissioni interne e facendo intravedere loro buone possibilità di collaborazione <42. Si palesava in tal modo il timore delle autorità fasciste circa gli orientamenti dei lavoratori delle industrie, sempre più riottosi con il passare delle settimane. Fallito il tentativo di Mirabelli, fu il Commissario della Federazione del PFR di Savona, Bruno Bianchi (insediatosi il 7 ottobre <43), a tentare di trovare un modus vivendi con la classe operaia savonese. Bianchi sfruttò a fondo le tesi sociali agitate in quei giorni dai fascisti di sinistra, i quali avevano aderito con sincero entusiasmo alla Repubblica Sociale sperando di potervi finalmente realizzare i loro disegni rivoluzionari e anticapitalistici. Già nel manifesto affisso all’inizio di ottobre per rendere nota la costituzione della Federazione savonese del PFR, Bianchi invitava fascisti e antifascisti a “riporre ogni rancore e desiderio di vendetta”, a “bandire ogni violenza” perché “il partito fascista repubblicano (…) si propone di costituire finalmente <44 un autentico regime proletario <45 in cui lavoro e popolo siano i fattori essenziali”. Seguono avvertimenti contro “disonesti”, “profittatori”, “cacciatori di cariche” e “violenti” <46. Tanta buona volontà non bastò tuttavia a far recedere gli antifascisti savonesi dal loro fermo proposito di opporsi al fascismo risorto sulle punte delle baionette tedesche. Con grande impegno il Federale prese contatti personali con i dirigenti del movimento operaio savonese, giungendo persino, dopo reiterate richieste, ad incontrarsi con l’operaio comunista ed ex amministratore della Cassa Mutua dell’ILVA Giuseppe Ghiso e con altri tre rappresentanti operai. Bianchi li invitò a collaborare promettendo loro l’immunità e asserendo di rispettare le loro idee che “in fondo condivideva”. Niente da fare. Ancora, il tenace funzionario fascista repubblicano andò a parlare in fabbrica con venti operai “scelti fra i più influenti”, ma anche questa volta restò vox clamans in deserto <47. Inutili si dimostrarono anche le promesse di una svolta sociale del fascismo, finalmente permessa dalla caduta della monarchia e del suo entourage reazionario, contenute nel primo numero della “Gazzetta di Savona”, organo della Federazione Fascista savonese, uscito ai primi di novembre <48.
Mi si consenta ora qualche riflessione sulla scelta compiuta da molti di servire o comunque accettare lo Stato fascista repubblicano. Dopo vent’anni di propaganda e indottrinamento, è innegabile che per un giovane non ancora passato per l’esperienza della guerra fosse più facile essere fascista piuttosto che antifascista, a meno di tradizioni familiari di segno contrario. A parte i figli degli squadristi della prima ora, le Forze Armate repubblicane poterono dunque contare anche su una “zona grigia “ discretamente ampia di giovani sedicenti apolitici, o addirittura di ideali politici poco affini al fascismo, che, spinti in parte dal desiderio di avventura, in parte da un sincero patriottismo accuratamente inculcato negli anni del regime, risposero al richiamo della Repubblica Sociale, la quale tra l’altro, non va dimenticato, rappresentava, per chi era da sempre incline al rispetto verso l’autorità costituita, l’unica Italia possibile sotto il tallone nazista. Su scelte siffatte si baseranno nel dopoguerra gli epigoni neofascisti della RSI nel tentativo di dare retrospettivamente ad essa una coloritura apolitica e nazionale <49, anziché schiettamente fascista. A grandi linee, le persone che aderirono più o meno scopertamente alla RSI appartenevano ad alcune ampie categorie.
Una, come accennato sopra, era composta di giovani e giovanissimi cresciuti nel culto del Duce e della Patria durante il regime. Un’altra categoria, affine alla prima, era quella dei giovani fascisti di sinistra ansiosi di realizzare, ora che la monarchia era stata abbattuta, la rivoluzione antiborghese e anticapitalistica, e quindi di combattere gli invasori anglosassoni. C’erano poi molti borghesi e un certo padronato, fautori di un governo d’ordine rappresentato più dalle baionette tedesche che dai politici di Salò. Ovviamente numerosissimi affluirono nelle file repubblicane gli ex esponenti del regime, in particolare gli scontenti e coloro che non erano riusciti a ritagliarsi un proprio spazio di potere nelle gerarchie del Ventennio. I burocrati si adeguarono in gran parte alla RSI, se non altro per non perdere i loro piccoli privilegi. Infine, nota dolente, gli avventurieri, spesso autentici delinquenti amnistiati perché entrassero nei vari corpi armati fascisti; e, fatto da non sottovalutare, molti ex appartenenti a corpi d’élite delle Forze Armate (Decima Mas, paracadutisti, ecc.) ed ufficiali che avevano fatto carriera durante il Ventennio. Questo composito blocco sociale, a Savona come altrove, fu il sostegno principale della RSI. A tutti i soggetti citati va aggiunta un’ulteriore categoria formata da coloro che si legarono direttamente ai tedeschi scavalcando l’autorità fascista: un manipolo di militari, spie, poliziotti, capitani d’industria, doppiogiochisti senza scrupoli, spinti più spesso da incentivi materiali contingenti che da un’intima adesione alla Weltanschauung nazista.
Chiusa la pagina dedicata alla formazione del potere saloino, passiamo ad esaminare l’azione antifascista dopo l’8 settembre e le sue conseguenze. Come abbiamo visto, le incertezze iniziali del Comitato d’Azione Antifascista furono spazzate via dalla ferma posizione assunta dai comunisti savonesi, ormai decisi ad affrontare la lotta clandestina. Il PCI, dotato di un’organizzazione ramificata in tutti i principali centri della Provincia, era indubbiamente la forza politica più pronta a suscitare e sostenere un movimento guerrigliero antifascista. Tra l’altro, due suoi esponenti, Amedeo Isolica e Libero Bianchi, avevano combattuto nella guerra di Spagna <50.
Così, già in settembre, nuclei di militanti comunisti furono inviati in alcune località montane della provincia a formare le prime unità “ribelli”. Destinati alla montagna furono in particolare coloro che per noti precedenti politici non avrebbero potuto proseguire l’attività in città; tanto più che i fascisti avevano compilato un elenco di 200 “sovversivi pericolosi per l’ordine e la sicurezza dello Stato”, ed attendevano solo l’assenso del Comando tedesco per “impacchettarli” <51. Incaricato di avviare alle basi di montagna i militanti comunisti era Giovanni Gilardi: egli impartiva loro le prime istruzioni, indicava le località “sicure” dove insediarsi, spiegava come mantenere i contatti. In tal modo una trentina di ex operai, ciascuno con 200 lire fornite loro dal PCI, salirono da soli o a piccoli gruppi verso i monti dell’entroterra <52. 
[NOTE]
33 Badarello - De Vincenzi, Savona insorge, Savona, Ars Graphica, 1973, pp. 58-59.
34 G. Gimelli, Cronache militari della Resistenza in Liguria, Farigliano (CN), Milanostampa, 1965-69, vol. I, pp.60 - 61.
35 Ibidem, vol. I, p. 92.
36 Ibidem, vol. I, pp. 92 - 93.
37 Ibidem, vol. I, p. 93.
38 Ibidem, vol. I, p. 93.
39 Ibidem, vol. I, p. 93.
40 Ibidem, vol. I, p. 94.
41 Tale, sotto la RSI, fu la nuova denominazione dei prefetti.
42 G. Gimelli, op. cit., vol. I, p. 95.
43 De Marco - Aiolfi, Bombe su Savona. La demolizione dei cassari, Savona, Comune di Savona, 1995, p. 79.
44 Corsivo mio.
45 Corsivo mio.
46 G. Gimelli, op. cit., vol. I, pp. 242 - 243.
47 Ibidem, vol. I, p. 98.
48 Badarello - De Vincenzi, op. cit., p. 60.
49 Per questa tematica, vedi F. Germinario, L’altra memoria. L’Estrema destra, Salò e la Resistenza, Torino, Bollati Boringhieri, 1999.
50 Badarello - De Vincenzi, op. cit., p. 54.
51 Ibidem, p. 62.
52 Ibidem, p. 62.
Stefano d'Adamo, Savona Bandengebiet. La rivolta di una provincia ligure ('43-'45), Tesi di laurea, Università degli Studi di Milano, Anno accademico 1999-2000

martedì 9 dicembre 2025

Come si arrivò ai referendum del 1981


A completamento del quadro, necessariamente parziale ma - sembra - rappresentativo ed evocativo di un mutato sentire, all’inizio degli anni settanta si assiste a «uno straordinario attivismo dei magistrati, che, probabilmente per la prima volta nella storia d’Italia, hanno cominciato ad esercitare la parte dei protagonisti in molte vicende la cui importanza trascende considerevolmente la loro rilevanza giudiziaria» <46. Rispetto alla stagione precedente, nella quale i membri della magistratura provengono quasi tutti dal ventennio fascista e costituiscono un freno all’adattamento del diritto alle profonde modificazioni sociali verificatisi, si assiste all’azione di una nuova generazione di “pretori d’assalto”, fautrice di una linea riassumibile nella formula «giudice critico della legge», contrapposta a quella classica che considerava il «giudice bocca della legge» <47; vale la pena citare l’esperienza su questo versante di un’organizzazione quale Magistratura democratica <48, che svolge un ruolo attivo - si vedrà - nelle lotte di fine decennio.
Queste avvisaglie non sembrano colte dalla classe politica, che sul divorzio mostra di avere dell’Italia un’immagine ingessata, cristallizzata nello stereotipo. Così la Democrazia cristiana - che, pur avendo votato contro l’approvazione della legge Fortuna-Baslini, palesa al suo interno importanti divisioni sul tema - viene ricompattata da Fanfani sull’opzione del sì in un’accesa campagna referendaria. Nel complesso i partiti danno prova di temere il referendum: nel 1972 si avvia una crisi di governo che porta al primo scioglimento anticipato delle camere della storia repubblicana; in questo modo si ottiene il risultato di posticipare la data della consultazione, che verrà svolta solo nell’autunno del 1974 <49. Lo stesso Pci, che in quegli anni vara la proposta del compromesso storico, teme il contraccolpo del referendum, in particolare per quel che riguarda gli esiti elettorali, rispetto ai quali paventa una radicalizzazione del voto dell’opinione pubblica moderata; il partito palesa inoltre un’atavica sfiducia nei confronti delle masse, considerate immature e tendenti a inclinare verso pronunciamenti di marca conservatrice o, financo, reazionaria <50.
L’esito della consultazione è, quindi, in buona misura imprevisto: il 12 e 13 maggio [1974] partecipa al voto l’87,7% degli aventi diritto e il no si afferma con il 59,3% dei suffragi, a fronte del 40,3% dei sì. Al di là delle conseguenze politiche già tratteggiate, l’esito della votazione inaugura un particolare meccanismo di causa-effetto, per il quale da una parte (i radicali) il referendum diviene uno strumento capace di scardinare equilibri e connivenze politiche, dall’altra (i partiti dell’arco costituzionale) un momento di espressione popolare da evitare, in nome della centralità del parlamento nel processo decisionale. Queste considerazioni hanno il loro peso nell’approvazione della legge 22 maggio 1978, n. 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza (così come, ad esempio, della legge Basaglia, con cui si giunge alla chiusura dei manicomi), che diviene un modo per impedire la consultazione referendaria promossa dal Partito radicale e, ancora una volta, temuta <51.
Si consideri ad esempio la posizione espressa da Bufalini alla riunione della direzione del Pci del 22 dicembre 1977, espressione della linea comunista orientata, in questo particolare frangente, all’obiettivo primario di mantenere unito il fronte della solidarietà democratica, in vista di un futuro coinvolgimento nell’area di governo: "Sulla questione dell’aborto la DC non ha margini. Così si va fatalmente al “referendum”. Per l’aborto la situazione è mutata negli ultimi due anni: la spinta pubblica allora era diversa, poi è seguita la mobilitazione della gerarchia ecclesiastica. Si va ad una crociata. Al divorzio siamo arrivati dopo aver fatto le proposte più ampie alla DC. Alla Camera i d.c. hanno fatto tre proposte: coinvolgere i padri; portare a 18 anni la maggiore età per abortire; ristabilire un principio di penalizzazione. Non siamo stati in grado di accogliere nessuna di queste proposte perché i socialisti non lo permettono. In quali condizioni andiamo dunque allo scontro? Gli altri referendum rendono più difficile tutto: abolizione dei 95 articoli del Codice Penale, compreso l’ergastolo, in un momento in cui, sbagliando, la gente chiede la pena di morte, ecc. Tutto porta la DC ad un blocco con le forze moderate ed oscurantiste. La DC dirà di no a tutto e noi sì a tutto, pur con i dovuti ragionamenti. Se si disinnescano i referendum su aborto e legge Reale, sugli altri si può andare con uno schieramento unitario. Se non è così si va in direzione opposta di un processo unitario" <52.
La legge approvata viene duramente contestata dai gruppi femministi i quali, pur concedendo che finalmente un provvedimento è stato adottato, ritengono deleteria la previsione in esso contenuta dell’obiezione di coscienza, che inficerebbe alla base l’applicabilità stessa della legge. Lo stesso pensano i radicali, i quali promuovono una nuova ondata di referendum (dieci, ma ancora una volta diversi quesiti non vengono ammessi dalla Corte costituzionale), di cui uno tendente a liberalizzare il regime dell’interruzione di gravidanza; un altro quesito viene presentato dal Movimento per la vita, che punta a restringere, al contrario, i margini della liceità dell’aborto. Ancora una volta, alle votazioni svoltesi il 17 e 18 giugno 1981, vinceranno i no ed entrambe le proposte di modifiche della legge verranno respinte dall’elettorato <53.
Il paragone fra la vittoria dei no al referendum sul divorzio e la sconfitta radicale a quello sull’aborto e su altre tematiche inerenti alle libertà civili e sociali del paese ha prodotto negli anni un dibattito sulla natura e le caratteristiche del voto referendario <54, sulla scorta delle riflessioni iconoclaste di Pier Paolo Pasolini. L’intellettuale friulano sostiene già nel 1974 che la vittoria dei no sia il risultato della mutazione antropologica dei ceti medi e della borghesizzazione incipiente, in marcia sulle macerie dell’Italia contadina e paleoindustriale. In conclusione, il voto non va osannato come progressista, ma riconosciuto come frutto di un consumismo e un edonismo sempre più diffusi <55. Sicuramente i risultati dei referendum svolti negli anni settanta testimoniano del peso dei ceti medi i quali, se non si spostano in massa su posizioni avanzate, sicuramente subiscono l’influsso di una diffusa laicizzazione e, sembra doveroso ricordarlo, della mobilitazione collettiva - condotta soprattutto dai gruppi femministi. Né va trascurato il diverso clima sociale che grava sul paese nel 1978 rispetto al 1974 <56.
Un’altra importante conquista civile, di modernizzazione del paese sotto il profilo dei rapporti di genere, è l’approvazione della riforma del diritto di famiglia (legge 19 maggio 1975, n. 151), che sancisce la parità dei diritti e dei doveri fra coniugi, tenuti entrambi all’educazione dei figli e - in relazione alle proprie capacità economico-lavorative - a provvedere al sostentamento della famiglia <57; con essa inoltre si aboliscono quasi completamente le discriminazioni nei confronti dei figli nati al di fuori del vincolo matrimoniale.
[NOTE]
46 Alessandro Pizzorusso, Introduzione, in Id. (a cura di), L’ordinamento giudiziario, il Mulino, Bologna 1974, p. 36.
47 Cfr. Edmondo Bruti Liberati, La magistratura dall’attuazione della Costituzione agli anni novanta, in F. Barbagallo et al. (progetto e direzione), Storia dell’Italia repubblicana, cit., vol. 3, L’Italia nella crisi mondiale. L’ultimo ventennio, 2. Istituzioni, politiche, culture, pp. 139-237, in particolare p. 178. Sull’esperienza di Md cfr. inoltre Sergio Pappalardo, Gli iconoclasti. Magistratura democratica nel quadro della Associazione nazionale magistrati, Franco Angeli, Milano 1987 e Giovanni Palombarini, Giudici a sinistra. I 36 anni della storia di Magistratura democratica: una proposta per una nuova politica per la giustizia, Edizioni scientifiche italiane, Napoli 2000.
48 Cfr. Salvatore Senese, La magistratura nella crisi degli anni Settanta, in L’Italia repubblicana nella crisi degli anni Settanta, cit., vol. 4, G. De Rosa e G. Monina, Sistema politico e istituzioni, pp. 403-20, in particolare pp. 416-18.
49 «Nel caso di scioglimento anticipato delle Camere […] il referendum già indetto si intende automaticamente sospeso all’atto della pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale del decreto del Presidente della Repubblica di indizione dei comizi elettorali per l’elezione di nuove Camere» e i «termini del procedimento per il referendum riprendono a decorrere a datare dal 365° giorno successivo alla data della elezione»: legge n. 352/1970, art. 34, commi 2 e 3.
50 Cfr. G. Crainz, Il paese mancato, cit., p. 185 e pp. 501-04.
51 Cfr. A. Barbera e A. Morrone, L’istituto del referendum, cit., pp. 330-39.
52 Ig, Apc, 1977 - VI bimestre, Direzione, mf. 309, pp. 0124x e ss. Cfr. anche l’intervento di Berlinguer alla riunione della direzione del 7 dicembre 1977, in ivi, pp. 0085x e ss.: «Rilancio dell’intesa, accordo coi sindacati, ripresa dell’azione di governo, oggi affannosa e confusa, limitazione del numero dei referendum: queste sono le premesse per evitare da parte della DC la richiesta di elezioni politiche anticipate. Bisogna intanto impedire, per esempio, che si vada al referendum sull’aborto».
53 Cfr. A. Barbera e A. Morrone, L’istituto del referendum, cit., pp. 353-57.
54 Cfr. P. Scoppola, La repubblica dei partiti, cit., p. 391 e G. Crainz, Il paese mancato, cit., p. 504-06. 
55 Si veda Pier Paolo Pasolini, Gli italiani non sono più quelli, «Corriere della Sera», 10 giugno 1974.
56 Prova ne siano, fra l’altro, le percentuali plebiscitarie con cui si respingono la proposta di abolizione dell’ergastolo (77,4%) e di abrogazione della legge Cossiga sull’ordine pubblico (81,1%).
Salvatore Corasaniti, Quando parla Onda Rossa. I Comitati autonomi operai e l'emittente romana alla fine degli anni settanta (1977-1980), Tesi di dottorato, Sapienza - Università di Roma, Anno accademico 2017-2018


lunedì 1 dicembre 2025

In Abruzzo era convinzione generale che gli Alleati sarebbero arrivati a breve


La Resistenza abruzzese si distinse da quella di altre regioni per la notevole vicinanza del fronte, che la tagliava in due: molti si unirono ai movimenti resistenziali, nell’immediatezza dell’armistizio, nella convinzione che l’arrivo degli Alleati fosse imminente, trasformandosi poi l’entusiasmo in una grave delusione dinanzi alle prime sconfitte. Tale prossimità inoltre, come ha giustamente osservato Costantino Felice, <83 aveva due conseguenze fondamentali, che influenzarono l’andamento dei combattimenti. Vi fu un condizionamento costante da parte degli Alleati, che dunque dettavano e stabilivano compiti, ruoli e fisionomia delle formazioni partigiane. Mancò inoltre un elemento invece chiave nella lotta partigiana generale, indispensabile per renderla una lotta matura: la consapevolezza della lunga durata. La mancanza di trasparenza e di informazioni dai vertici dei comandi al sud faceva sì che le formazioni partigiane stesse fossero sostanzialmente inadeguate ed impreparate: in Abruzzo era convinzione generale che gli Alleati sarebbero arrivati a breve, ci si trovò dunque ad affrontare il rigidissimo inverno senza la benché minima consapevolezza e preparazione. Nelle zone settentrionali della penisola i partigiani, non potendo contare sulla vicinanza delle truppe alleate, dovevano cercare sostegno e riparo presso i civili; in Abruzzo e nelle altre zone vicine al fronte invece i rapporti si capovolgevano, ma questo a scapito della propria indipendenza. Dunque la vicinanza al fronte e alle truppe alleate era un’arma a doppio taglio, che non mancò di far sentire benefici e conseguenze negative durante tutto il conflitto.
Quali erano i compiti e gli obiettivi delle truppe partigiane abruzzesi? Erano ben precisi: consistevano nel "supporto informativo, pattugliamento, soccorso e assistenza ai soldati sbandati. Al di là di questo utilizzo marginale e provvisorio il comando inglese inizialmente non concede quasi nulla". <84 Un’ulteriore descrizione proviene anche da Domenico Troilo, vicecomandante della Brigata Maiella. Tra lui ed Ettore Troilo, l’avvocato socialista che darà vita alla formazione partigiana e di cui sarà il vice, nonostante l’omonimia non vi erano rapporti di parentela. Militare alla guida di una banda che poi confluirà nella Maiella, il 4 dicembre del 1943 vide morire la madre a Gessopalena (in provincia di Chieti), per mano di una divisione della Wehrmacht. Qui fornisce un quadro delle azioni partigiane e della loro organizzazione: "Insieme ai contadini ci si cominciò ad organizzare, nel senso che mettemmo su delle pattuglie, per controllare la zona e prevenire i movimenti tedeschi. Intanto arrivarono gli inglesi […] All’inizio fornivamo le informazioni di cui entravamo in possesso. Gli inglesi ci utilizzavano per questo. Poi arrivò un ufficiale dell’Intelligence service, un certo Lamb […] Fu lui a farci dare armi tedesche (il nostro primo armamento), ma sempre per svolgere il lavoro di pattugliamento. Gli inglesi avevano tutti gli interessi a disporre di questa gente che girava e che dava loro anche una certa sicurezza, perché in caso di scontro il primo impatto si aveva con noi, per cui loro avevano la possibilità di organizzarsi". <85
Gli alleati, pur estremamente diffidenti e a volte persino ostili nelle fasi iniziali, si trovarono nella condizione di dover utilizzare gli italiani come "forza-cuscinetto per evitare l’impatto diretto delle truppe regolari con i tedeschi": <86 essi dovevano farli uscire allo scoperto, provocandoli e costringendoli ad abbandonare le proprie fortificazioni. In Abruzzo dunque le bande erano "piccoli nuclei che con incessante stillicidio di colpi di mano […] molestavano senza tregua il nemico" <87 e la stessa Brigata Maiella fu usata, soprattutto inizialmente, per questo scopo. Inoltre la collaborazione con gli italiani era necessaria ai fini di una migliore conoscenza dell’aspro e difficile territorio abruzzese, soprattutto con la stagione invernale ormai alle porte. Si trattava di territori selvaggi, dove le già spesso precarie vie di comunicazione erano messe a dura prova o rese impraticabili dalle nevi, le piogge, il fango, la piena dei torrenti, che impedivano anche un efficace collegamento fra le varie bande. A tale proposito Giorgio Amendola notava come nel territorio abruzzese il movimento partigiano non superasse la "fase elementare della formazione di piccole bande" in cui prevaleva "la direzione militare di elementi che si [dichiarano] apolitici e autonomi". <88
La diffidenza alleata andava ad unirsi dunque all’incapacità delle bande partigiane di organizzarsi e pensarsi in maniera autonoma; ogni gruppo si pensava e costituiva in nome di un imminente arrivo inglese. <89 Tutto ciò ostacolò seriamente la nascita di capi partigiani in grado di prendere in mano e guidare le forze resistenziali presenti e ostacolò il riconoscimento stesso del movimento.
Due furono gli eventi fondamentali del movimento partigiano abruzzese, oltre alla nascita della Brigata Maiella: la battaglia di Bosco Martese e la rivolta di Lanciano.
Ferruccio Parri, comandante nazionale dei partigiani e presidente del Consiglio dei Ministri, definiva Bosco Martese la “prima battaglia nostra in campo aperto”. <90 La sua straordinaria importanza consiste nell’esser stato uno dei pochi casi in cui i tedeschi furono sconfitti dalle forze resistenziali e nell’aver costituito una sintesi perfetta di quella comunione d’intenti così multiforme e variegata, volta a liberare il nostro paese e l’Europa intera dal nazifascismo. Vi presero parte infatti civili, spinti da curiosità e voglia di combattere il nemico, antifascisti, soldati e prigionieri stranieri di varie nazionalità fuggiti dai campi d’internamento, tra cui molti slavi (importantissimi questi ultimi nel suggerire la dispersione in piccoli gruppi dopo l’urto con i tedeschi). Un ruolo chiave nella nascita di questo gruppo così eterogeneo lo svolse il Comitato insurrezionale costituitosi a Teramo subito dopo l’armistizio, fondato dal medico antifascista Mario Capuani. Egli raccolse intorno a sé molti antifascisti teramani, tra cui i più attivi risultarono i comunisti e gli azionisti. Altra componente importante fu quella militare. In particolar modo è doveroso ricordare che il merito della decisione di salire in montagna fu del capitano d’artiglieria Giovanni Lorenzini; egli non obbedì alle decisioni dei suoi superiori, che prevedevano di non opporre resistenza ai tedeschi, e iniziò a trasportare quanto più materiale possibile nella località prescelta. 
In un articolo su “Il Centro” Costantino Di Sante ha ricostruito le fasi di questa battaglia, analizzandone le peculiarità. <91 Il 25 settembre 1943 una banda partigiana appena formatasi, in una località sui monti della Laga chiamata Ceppo, a circa 40 km da Teramo, sostenne durissimi scontri contro un reparto corazzato della Wehrmacht, composto da circa 30 camion, costringendolo alla ritirata. La battaglia iniziò alle 12:30 e si protrasse per molte ore. Secondo alcune relazioni partigiane, furono almeno 50 i tedeschi uccisi, 5 camion e 2 autovetture distrutti. I tedeschi si ritirarono, uccidendo per vendetta cinque ostaggi; nei giorni successivi, uccisero per rappresaglia 3 carabinieri, un militare e Mario Capuani. Il giorno dopo la battaglia i tedeschi tornarono con numerosi rinforzi e sconfissero i partigiani che poi si divisero in più gruppi, disperdendosi nei boschi circostanti, dando vita alla lotta di Liberazione che nel Teramano si protrasse per nove mesi. Per Roberto Battaglia Bosco Martese fu un esordio clamoroso per il movimento partigiano italiano: esso ebbe un "carattere militare evoluto, quel carattere che la Resistenza acquisterà nel suo complesso solo nella piena fase della sua maturità" e, ancora, questa battaglia fu un "fenomeno forse unico in tutto il corso della Resistenza italiana, questo dell’emigrazione compatta della parte più attiva di un’intera popolazione in montagna". <92
Diverse furono le polemiche nel dopoguerra, volte ad evidenziare presunti errori ed atti di codardia da parte degli ufficiali (non dimentichiamo l’acredine e la diffidenza che a lungo caratterizzerà i rapporti con questi, visti spesso come responsabili delle sofferenze patite dai soldati durante la guerra). Lo stesso Battaglia, notoriamente di sinistra, non ha mai voluto riconoscere il ruolo dei militari nella Resistenza italiana, che invece annovera esempi importantissimi come Cefalonia o come la collaborazione con i civili nella battaglia di Porta S. Paolo. Egli ha un atteggiamento piuttosto ambiguo verso il mondo militare. Da un lato non è disposto a riconoscere il ruolo di tale componente nella lotta resistenziale, dall’altro sottovaluta e sottostima la percentuale dei militari che scelsero la strada del collaborazionismo con Salò e con i tedeschi.
Queste polemiche, vere o false che siano, non possono oscurare la straordinaria importanza che Bosco Martese riveste nel panorama della Resistenza nazionale.
[NOTE]
83 C. Felice, Dalla Maiella alle Alpi, cit., p. 330
84 Ibidem, p. 333
85 C. Felice, La Resistenza in Abruzzo dalla voce di alcuni protagonisti, in Rassfr, 1987, p. 30
86 C. Felice, Dalla Maiella alle Alpi, cit., p. 331
87 P. Secchia - F. Frassati, Storia della resistenza. La guerra di liberazione in Italia. 1943-45, Roma, Editori Riuniti, 1980, II, p. 523
88 G. Amendola, Lettere a Milano. Ricordi e documenti 1939-1945, Roma, Editori Riuniti, 1980, p. 247
89 C. Felice, Dalla Maiella alle Alpi, cit., p. 336
90 La resistenza nel Teramano, Teramo, Casa della cultura Carlo Levi, 1975, p. 51
91 C. Di Sante, Un giorno di fuoco: Settanta anni fa Bosco Martese, http://ilcentro.gelocal.it, 24 settembre 2013
92 R. Battaglia, Storia della Resistenza italiana, Torino, Einaudi, 1964, p. 118
Maria Carla Di Giovacchino, La Banda Palombaro nella Resistenza abruzzese, Tesi di laurea, Università degli Studi "G. D'Annunzio" Chieti - Pescara, Anno Accademico 2015-2016