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domenica 18 gennaio 2026

Sui fatti di Genova del luglio 1960


Veniamo ai fatti. Una prima grande mobilitazione contro il Msi [n.d.r.: che nel capoluogo ligure, medaglia d'oro della Resistenza, avrebbe dovuto tenere il suo congresso nazionale] ebbe luogo [a Genova] il 25 giugno. Protagonisti - ed è una costante delle proteste anti-tambroniane - furono i movimenti giovanili dei partiti antifascisti e di altre associazioni <121. Il 28 giugno, poi, venne indetto un comizio in piazza della Vittoria [a Genova], che si svolse senza problemi. Per il 30, la Camera del Lavoro proclamava uno sciopero generale con una manifestazione autorizzata dal prefetto. Quel giorno, una volta giunti in via XX settembre al monumento ai partigiani caduti, i manifestanti andavano in piazza della Vittoria, dove avrebbe dovuto terminare il tutto. Qui, la processione tornò indietro al sacrario, con in testa comunisti e socialisti. Poi il grosso della folla si fermava in Piazza De Ferrari, dove cominciava la battaglia. Gli ordini alla polizia e ai carabinieri e le misure che poteva aver indicato lo stesso Tambroni sono tuttora un punto oscuro. Per Baget Bozzo la polizia «non reagisce». <122 Citando i rapporti dei carabinieri, Garibaldi ha posto l’accento sul fatto che la polizia avesse le armi scariche, e fu maggiormente presa di mira dai manifestanti, che ne erano a conoscenza <123. Il tenente colonnello Gaetano Genco ha scritto che il comportamento della polizia fu molto diverso da quello dei carabinieri. Questi, infatti, non fecero uso delle armi «nemmeno a scopo intimidatorio» ed ebbero solo cinque feriti. E avrebbero addirittura fraternizzato con i manifestanti <124. Secondo Adalberto Baldoni, l’unica spiegazione per l’atteggiamento così poco collaborativo dei carabinieri, risiederebbe in una «garanzia militare sull’apertura a sinistra». Tale strategia sarebbe stata ispirata dalla coppia Moro-De Lorenzo e dagli Stati Uniti. A Roma, Reggio Emilia e in Sicilia, sempre secondo Baldoni, si doveva esasperare lo scontro e i carabinieri parteciparono attivamente. Tuttavia, non è azzardato nutrire qualche dubbio sulle fonti utilizzate per avvalorare l’ipotesi del coinvolgimento statunitense nella vicenda <125.
Murgia e Del Boca hanno scritto invece di una polizia «in completo assetto da guerra» pronta a scagliarsi sulla folla, senza menzionare i comportamenti delle altre forze dell’ordine <126. Più equilibrate le posizioni di alcune opere di sintesi sulla storia della prima Repubblica, in cui emerge con una certa continuità la sorpresa degli agenti, almeno in un primo momento <127. Tale sorpresa, poi, era dovuta non tanto alla scarsa prevenzione delle autorità locali, quanto alla sottovalutazione delle autorità centrali, che non diedero il «dovuto peso» alle informazioni provenienti da Genova. Non si negava, infine, «qualche sintomo di nervosismo» tra gli organi di polizia <128. L’ambasciatore Zellerbach considerò le proteste «in buona parte giustificate». E definì «stupido» il prefetto Pianese per aver concesso l’autorizzazione ai missini <129. Comprensibilmente, però, prese corpo l’ipotesi di una maggiore irrequietezza della piazza rispetto alle forze dell’ordine, che, non a caso, subirono i danni maggiori <130.
Nella complessità degli avvenimenti, si nota una certa affinità tra i rapporti dei carabinieri, coinvolti solo marginalmente, e i dispacci dei funzionari americani. Esempio paradigmatico è il riferimento alla presenza di un servizio medico di pronto soccorso, definito «il più impressionante esempio dell’attenta pianificazione delle rivolte». Scopo del servizio medico organizzato era evitare che i feriti andassero in ospedale e venissero identificati. Comparvero vespe e lambrette con cassette di pronto soccorso. Impressionava anche la condotta delle squadre, perfettamente addestrate. Operavano senza esitazioni come «un esercito organizzato in squadre da dieci uomini, ciascuna con un leader» <131. È da considerare, in proposito, il ruolo di primo piano giocato dall’Anpi. Sebbene Gimelli, presidente dell’associazione genovese, avesse ordinato ai suoi di «scendere in piazza a mani vuote», non esitò ad aggiungere che in caso di necessità «si erano preparati bene» e «qualche galleria avrebbe potuto saltare, […] perché ormai la decisione era arrivare fino in fondo». Racconta un dimostrante proveniente da Milano: "Quando siamo arrivati da Milano con l’autostrada, lì quando si scende a Genova dall’alto, avevano piazzato un cannoncino centoventi montato su un camioncino degli ortolani, a controllare la strada. […] E poi c’erano armi, che non sono state usate, non si è sparato, sono state usate come deterrente. Sono state mostrate" <132.
La sera del 1° luglio il Msi, dopo le pressioni del governo, annunciò la cancellazione dell’assise. Ma a tenere alta la tensione fu il quotidiano «Rome Daily American», spesso identificato - a torto - come il giornale portavoce di via Veneto. In un’interrogazione parlamentare si sottolineò che il giornale fosse «notoriamente ispirato agli ambienti della stessa ambasciata». In un contestato editoriale, Tambroni veniva difeso a spada tratta, tanto che «sarebbe stato giustificato se avesse chiamato le truppe a disperdere la folla quando era apparso evidente che la polizia di Genova non riusciva a farlo» <133. Di fronte alle pesanti accuse de «L’Unità» di «reclamare il morto» e nonostante le numerose richieste di chiarimento da parte dei giornali, Zellerbach pensò di non commentare «per non dare dignità alla stampa comunista» <134. Dunque «per il Pci - ha scritto Nuti - l’ambasciata era schierata direttamente con Tambroni» <135.
In realtà, esisteva un rapporto tutt’altro che armonico tra l’ambasciata e l’esecutivo. Anzi, in generale, potremmo dire che la visione americana dell’Italia rifletteva preoccupazioni sia sull’attivismo dei comunisti che sul governo. In particolare, si nota un peggioramento di giorno in giorno nelle valutazioni sull’esecutivo Tambroni. Erano ormai un lontano ricordo i giudizi cautamente positivi sulla politica estera. L’evoluzione più pericolosa - si legge in un documento - sarebbe una polarizzazione delle forze politiche tra «la sinistra delle masse proletarie» e «la destra sostenuta da Chiesa, poteri forti, esercito, con sfumature da fascismo autoritario». Non solo il partito neofascista veniva definito «un concetto e un ricordo negativo in sé», ed era considerato «un anatema per alcuni dei migliori elementi dell’elettorato italiano». Di conseguenza, la vicinanza tra gli Usa e il Msi non poteva che diminuire l’influenza americana presso elementi solidamente democratici <136.
Infine, per sottolineare ulteriormente l’inadeguatezza dell’associazione Tambroni-Msi-Usa, c’è da dire che il presidente del Consiglio chiese esplicitamente il supporto dell’ambasciata, ma Zellerbach si limitò a non fare commenti e a concordare in maniera vaga sulla «necessità di fermezza contro i comunisti» <137.
[NOTE]
121 G. Baget Bozzo, Il partito cristiano e l’apertura a sinistra, cit., p. 288.
122 G. Baget Bozzo, Il partito cristiano e l’apertura a sinistra, p. 288; P.G. Murgia, Il luglio 1960, cit., pp. 76-77.
123 Il rapporto è il n. 113 del 30 giugno 1960, L. Garibaldi, Due verità per una rivolta, «Storia Illustrata», n. 337, dicembre 1985, p. 49.
124 P. Cooke, Luglio 1960, cit., pp. 85-88
125 A. Baldoni, Due volte Genova, cit., pp. 97-104. L’ipotesi del coinvolgimento dei carabinieri - voluto da Moro - nella caduta di Tambroni non pare priva di fondamento. Ma sembra ragionevole, stando a quanto reperito negli archivi
statunitensi e alle più recenti indagini storiografiche, non dare credito a dietrologie un po’ azzardate. In particolare l’autore pone all’origine dell’accordo Sifar-Cia contro Tambroni il piano Demagnetize, in realtà esauritosi nel ’53 senza risultati apprezzabili, si veda M. Del Pero, Gli Stati Uniti e la «guerra psicologica» in Italia (1948-56), «Studi Storici», a. XXXIX, n. 4, ottobre-dicembre 1998, pp. 961-974. In più Baldoni si rifà a opere giornalistiche (R. Trionfera, Sifar Affair, Reporter, Roma, 1968 e R. Faenza, Il malaffare, Mondadori, Milano, 1978) smentite da successivi lavori scientifici.
126 A. Del Boca, M. Giovana, I “figli del sole”, cit., pp. 200-201; P.G. Murgia, Il luglio 1960, cit., pp. 81-82.
127 «La violenza dei dimostranti, diversi dei quali erano armati, fu tale che le forze di polizia si trovarono a mal partito e lamentarono diverse perdite in uomini feriti e materiale distrutto», G. Mammarella, L’Italia contemporanea, cit., p. 260.
128 File with subject file copy of Genoa’s D-2 (in italiano), July 11, 1960, RG 84, Italy, US Consulate, Genoa, Box 3, f. 300/500 Polit/Econ reporting 1960. Nello stesso documento si parla di azioni condotte con molta decisione, forse
perché «era stata diffusa la voce che da parte delle forze dell’ordine non si sarebbe fatto uso di armi». Sui timori dei poliziotti si veda S. Medici, Vite di poliziotti, Einaudi, Torino, 1979, pp. 55-57.
129 L. Nuti, Gli Stati Uniti e l’apertura a sinistra, cit., p. 295.
130 L. Garibaldi, Due verità per una rivolta, cit., p. 50. Si veda «Il Secolo XIX», 1 luglio 1960, articolo molto ricco citato interamente in P. Cooke, Luglio 1960, cit., pp. 91-95; Sul trattamento riservato ad alcuni agenti, in particolare sul tentativo di annegamento e sull’utilizzo di uncini si vedano G. Baget Bozzo, Il partito cristiano e l’apertura a sinistra, cit., p. 288; L. Fazi, Un comando rosso ha diretto l’insurrezione, «Il Secolo d’Italia», 2 luglio 1960.
131 Il rapporto n. 113 dei Carabinieri (30 giugno 1960) rilevava «la perfetta organizzazione paramilitare dei dimostranti, imperniata su squadre di 5-10 persone, per lo più giovanissimi, comandati da partigiani anziani che, al riparo,
all’imboccatura dei vicoli, dove le “jeep” non possono entrare, ordinano le puntate e le ritirate strategiche», si veda L. Garibaldi, Due verità per una rivolta, cit., p. 50 da confrontare con Communist-led rioters, cit. Con ogni probabilità la fonte è la medesima. Citazioni e notizie tratte da Communist-led rioters, cit. Sulle Molotov, il presidente di una industria manifatturiera (che chiedeva di restare anonimo), parlava dell’arrivo di «una dozzina di specialisti comunisti» qualche settimana prima della rivolta per pianificare il tutto. In particolare, hanno acquistato «centinaia di bottiglie vuote adatte per le Molotov». Si veda Memorandum of conversation with Mr.________, President of a Genoese Manufacturing Company in his office, July 11, 1960, NARA, RG 59, CDF, Box 1917. Numerosi distributori di benzina di Sampierdarena soddisfarono «immediatamente» le richieste dei manifestanti. Risulta poi che un’auto targata Parma «abbia scaricato a Sestri Ponente un forte quantitativo di guanti di gomma che furono poi impiegati per raccogliere i candelotti fumogeni», si veda File with subject file copy of Genoa’s D-2 (in italiano), cit. Inoltre Guerriero, parlamentare Dc, riferisce in aula del lancio di bottiglie di benzina «evidentemente già preparate» e del lancio di tegole dai tetti, si veda AP, CdD, III Legislatura, Discussioni, Seduta del 1 luglio 1960, p. 15440. Si veda anche il resoconto de «Il Secolo XIX», 1 luglio 1960: «Gruppetti di dimostranti lavoravano a divellere i lastroni di granito della pavimentazione stradale, frantumandoli in dimensioni adatte al lancio. Si costituivano piccoli depositi, cumuli di sassi grossi come il pugno di un uomo».
132 P. Cooke, Luglio 1960, cit., pp. 69-70; C. Bermani, Il nemico interno, cit., pp. 179-180.
133 P.G. Murgia, Il luglio 1960, cit., p. 99; AP, CdD, III Legislatura, Discussioni, Seduta pomeridiana del 7 luglio 1960, p. 15704.
134 Si vedano Chi voleva il morto?, «L’Unità», 7 luglio 1960; Il “Daily American” insiste nell’incitare alla violenza, «Paese Sera», 8 luglio 1960; Telegram 113, J. Zellerbach to the Secretary of State, July 7, 1960, NARA, RG 59, CDF, Box 1917, 765.00/7-760.
135 L. Nuti, Gli Stati Uniti e l’apertura a sinistra, cit., p. 296 n.
136 Comments on revision of NSC 54/2, J. Zellerbach to the Department of State, July 5, 1960, NARA, RG 59, CDF, Box 1917, 765.00/7-560.
137 Telegram 84, J. Zellerbach to the Secretary of State, July 6, 1960, NARA, RG 59, CDF, Box 1917, 765.00/7-660. Che i rapporti non fossero particolarmente stretti è confermato anche da quanto dichiarò Antonio Tommasini (capoufficio stampa di Tambroni ministro e poi suo stretto collaboratore durante il governo) intervistato dalla rivista «Ricerche di Storia Politica»: «Se [l’ambasciata e l’Usis] si fidassero o meno di Tambroni non saprei dirlo con certezza. Lui, comunque, sembrava non dare importanza eccessiva ai miei rapporti con l’ambasciata», si veda G. Formigoni, A. Guiso (a cura di), Tambroni e la crisi del 1960, cit., p. 381.
Federico Robbe, Gli Stati Uniti e la Destra italiana negli anni Cinquanta, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Milano, Anno accademico 2009-2010

Si notano da parte dell'autore nelle poche sue pagine qui sopra trascritte una malcelata simpatia per le interferenze statunitensi in Italia ed una netta presa di distanza dal moto antifascista del luglio 1960, di cui alcini particolari riferisce in modo prevenuto e quasi caricaturale.
In ogni caso rivestono un certo rilievo le fonti critiche dal medesimo indicate.
Adriano Maini