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sabato 22 marzo 2025

Mondadori, la casa editrice che più di ogni altra ricevette aiuti dagli Stati Uniti per rifondare i propri impianti


La stampa
Prima della diffusione di mezzi di comunicazione più invasivi e “penetranti”, la stampa ha costituito il principale strumento di informazione politica per gli elettori italiani: il fatto che secondo i rilevamenti della DOXA solo gli analfabeti (16% della popolazione) non leggessero giornali e periodici <166, spiega l’impegno delle forze politiche ad esercitare la loro influenza sul mondo della carta stampata.
Le contrapposizioni del sistema politico italiano si ripercossero sul mondo dei quotidiani e dei periodici: nel secondo dopoguerra, soprattutto a partire dalla campagna elettorale del 1948 si verificò «un grado elevatissimo di coinvolgimento delle testate che si definivano d’informazione o indipendenti, e che si risolse a favore della DC» e dell’area di governo centrista <167. Tale polarizzazione, che avrebbe sempre caratterizzato l’informazione italiana, era già percepita dai protagonisti della lotta politica: nell’estate del 1954, il numero di Rinascita dedicato all’Inchiesta sull’anticomunismo presentava uno sguardo d’insieme sulla «stampa asservita alla reazione».
Nell’analisi offerta, l’impegno di gran parte dei giornali a diffondere il «veleno anticomunista» era ricondotto alle dinamiche della proprietà e dei finanziamenti, che legavano i quotidiani ai circoli industriali e finanziari <168.
Sicuramente, il fatto che giornali come il Corriere della Sera e Il Messaggero appartenessero a grandi famiglie imprenditoriali come i Crespi e i Perrone non era un elemento secondario nella definizione della loro linea politica <169; nell’Inchiesta, però, gli autori non andarono al di là delle logiche classiste, che facevano discendere in maniera diretta le posizioni dei fogli d’informazione dagli interessi “padronali”. Un’analisi più approfondita del “fronte” anticomunista nella stampa italiana può invece mostrare come questo fosse piuttosto eterogeneo, e come l’insieme delle opinioni che caratterizzavano le redazioni nascessero da stimoli e influenze molto vari: l’importanza del materiale giornalistico statunitense, il ruolo giocato dai fogli di orientamento cattolico, la prevalenza tra i collaboratori di esponenti delle aree politico-culturali liberali e moderate, ecc. Ma sulla base delle chiavi di lettura esposte nel 1954 i leader comunisti avevano creato, dal ritorno del partito alla vita legale dieci anni prima, un circuito di giornali e riviste contrapposto e direttamente concorrenziale alle riviste “borghesi”, pensato per offrire ad ogni tipo di lettore un riferimento adeguato alle proprie esigenze. Fu anche attraverso queste pubblicazioni, non direttamente riguardanti temi politici, che i dirigenti comunisti «diffusero una particolare concezione del mondo» ed alimentarono i contenuti della «subcultura comunista» <170.
I quotidiani
Il centro del sistema di pubblicazioni periodiche del PCI era l’organo ufficiale, L’Unità fondata nel 1924 da Antonio Gramsci. Abbandonata la clandestinità tra il 1944 e il 1945, il quotidiano iniziò con la Liberazione ad essere stampato in quattro edizioni, dalle redazioni di Roma, Milano, Genova e Torino <171. Primo e fondamentale compito svolto dall’Unità era quello, proprio di ogni foglio di partito, di fornire i materiali per l’orientamento politico di iscritti e simpatizzanti, dalle relazioni presentate al Comitato centrale, ai discorsi dei leader, agli editoriali di commento dei principali fatti politici <172. Ma la funzione del quotidiano comunista non si esauriva qui: per i militanti della sinistra italiana, l’organo ufficiale costituiva il simbolo dell’appartenenza ad una “famiglia” ed un «grandissimo canalizzatore della militanza» <173. Già nei primi anni del secolo, l’Avanti! era per militanti e simpatizzanti socialisti un punto di riferimento, la cui lettura era un momento fondamentale per il consolidamento delle opinioni in ogni campo <174. Nel primo decennio del dopoguerra il quotidiano socialista riuscì solo a tratti a svolgere questo ruolo, per la tendenza dei suoi collaboratori a muoversi “di conserva” rispetto ai colleghi comunisti; i redattori dell’Unità riuscirono invece ad offrire un prodotto vario e di buona qualità, capace di concorrere con le principali testate “indipendenti”, e spesso di superare la loro tiratura, specialmente grazie all’attività di distribuzione effettuata dai militanti <175.
Tra gli altri quotidiani di partito, solo Il Popolo fu qualcosa di diverso da un bollettino ufficiale. La tiratura dell’organo della DC era di 50 mila copie, un decimo rispetto all’Unità <176, ma il giornale costituiva una voce autorevole nell’informazione italiana. Il Popolo poteva ospitare interventi delle migliori firme formatesi nel circuito dei periodici cattolici; inoltre, nella trattazione della politica internazionale, esso poteva appoggiarsi all’autorevole redazione esteri dell’Osservatore Romano, in diretto contatto con la Segreteria di Stato <177, e alle associazioni di rifugiati politici anticomunisti con cui la DC era in contatto.
A garantire la formazione di un’opinione pubblica moderata e ostile al comunismo contribuì soprattutto la grande stampa quotidiana d’informazione. Nel dopoguerra la maggiore testata italiana, il Corriere della Sera, ebbe una direzione saldamente moderata con Guglielmo Emanuel, che nel 1946 sostituì il filoazionista Mario Borsa <178 e nel 1952 fu sostituito da Mario Missiroli. Sulle colonne del quotidiano milanese, in questi anni, apparvero i nomi più illustri del giornalismo di orientamento liberale, come Mario Ferrara, Panfilo Gentile e Guido Piovene, inviato speciale prima da Parigi e poi dagli Stati Uniti. Commentatore principale della politica estera era Augusto Guerriero, già attivo in via Solferino dal 1938 <179. Molti dei giornalisti del Corriere, dal 1949, lavorarono assiduamente al progetto editoriale del Mondo di Mario Pannunzio, dove poterono iniziare un confronto con il comunismo più spregiudicato e culturalmente più autonomo <180.
Prima di passare a Milano, Missiroli fu dal 1946 direttore del Messaggero, il principale quotidiano della capitale. Iniziò la sua carriera a Bologna, sua città natale, a cavallo della Prima guerra mondiale; durante il regime assunse un atteggiamento defilato, ma non chiaramente ostile al fascismo, e nel dopoguerra tornò ad essere un esponente di spicco del giornalismo italiano. Mario Isnenghi individua in lui una sorta di simbolo di quella generazione di giornalisti che dopo il ventennio, falliti i tentativi di epurazione, si ricollocò ideologicamente secondo i cardini dell’anticomunismo, dell’ossequio alla linea politica dei governi centristi e dell’assidua collaborazione con le autorità statunitensi <181. Al fianco di Missiroli al Messaggero fu, come editorialista politico, Mario Vinciguerra, a suo tempo fondatore dell’organizzazione antifascista monarchica Alleanza Nazionale <182.
Nel giugno del 1944 venne fondato da Renato Angiolillo, giornalista vicino alle correnti monarchiche del PLI, il secondo quotidiano romano, Il Tempo. Il progetto nacque però dalla collaborazione di intellettuali di diverse tendenze, tra cui l’ex partigiano Leonida Repaci e Arturo Labriola. Il PWB guardò con favore al nuovo giornale, e concesse ampi rifornimenti di carta alle tipografie del giornale; Il Tempo poté così sopravvivere ed espandersi, occupando la fascia di pubblico liberatasi dalla temporanea sospensione del Messaggero <183. Negli anni successivi, la linea del giornale si orientò più a destra di quella del suo diretto concorrente: ad un anticomunismo sempre più esplicito si accompagnarono le campagne in favore della “pacificazione nazionale” tra ex fascisti ed antifascisti, le inchieste sugli ultimi giorni di Mussolini e le critiche ad un governo descritto come remissivo nei confronti del “nemico”.
L’orientamento ostile al comunismo della stampa d’informazione italiana conobbe rare eccezioni, la principale delle quali fu senz’altro quella del Paese. Il giornale venne fondato in occasione della campagna elettorale del 1948 da alcuni giornalisti romani orientati all’appoggio del Fronte popolare. Il direttore era Tomaso Smith, che prima della dittatura si era formato alla redazione del Becco Giallo, giornale satirico vicino alla sinistra, e durante il fascismo fu vicino al gruppo del Marc’Aurelio e a Omnibus di Longanesi <184. Si trattava però di una pubblicazione di non grandi dimensioni e povera di mezzi, nonostante i finanziamenti del PCI; non ci si poteva permettere corrispondenti, ed occorreva rifarsi alle prime edizioni di altri quotidiani per coprire “buchi” di cronaca. Solo negli anni Cinquanta l’edizione serale del Paese avrebbe trovato un proprio mercato, finendo per fagocitare il giornale del mattino <185.
Periodici di politica, costume e satira
Dai primi anni del dopoguerra, una parte consistente del mercato editoriale italiano venne occupato da pubblicazioni settimanali di grande diffusione, i cosiddetti rotocalchi. Essi iniziarono ad assolvere al ruolo che, nel mondo anglosassone, aveva dalla metà dell’Ottocento la penny press, ovvero l’insieme dei quotidiani popolari, pensati per il pubblico femminile e per quello culturalmente meno raffinato <186. Questi settori dell’opinione pubblica, solo parzialmente soddisfatti dalle testate quotidiane, poterono trovare dal 1945 un prodotto giornalistico pensato per le loro esigenze in Oggi, settimanale della Rizzoli diretto dal giornalista di formazione cattolica Edilio Rusconi. Il periodico si presentava come interessato solo marginalmente alla politica, per quanto potesse contare sulla collaborazione di commentatori come Luigi Barzini jr. e Ugo Zatterin, corrispondente da Roma per la cronaca parlamentare; la linea editoriale era quella di un settimanale di costume, impegnato a presentare la vita privata e familiare dei politici, degli ambasciatori e della nobiltà di tutta Europa allo stesso modo in cui si occupava dei divi di Hollywood. Un’analisi approfondita rivela però un’impostazione chiaramente connotata, e capace di orientare il suo pubblico; i reportage sui reali in esilio, l’accesa campagna antidivorzista, la stessa ottica distaccata con cui si guarda alla vita parlamentare e alla politica attiva erano indici di una volontà di intercettare, e formare, quel pubblico conservatore, di tendenze tradizionaliste e in generale anticomunista, che già negli ultimi mesi di guerra aveva dato segni di vita. Si trattava di un atteggiamento composito e per certi versi confuso, che l’Uomo Qualunque poté solo in parte rappresentare e che rimase privo di un referente politico preciso, finendo per raccogliersi intorno allo Scudo crociato dal 1948 ai primi anni Cinquanta <187.
Parzialmente diverso è il discorso per un altro settimanale molto popolare negli anni Cinquanta: Epoca della Mondadori, la casa editrice che più di ogni altra ricevette aiuti dagli Stati Uniti per rifondare i propri impianti <188. Nata nell’ottobre del 1950 sotto la direzione di Augusto Guerriero, che iniziava a sentirsi a disagio negli ambienti del Mondo, la testata si presentava dal suo sottotitolo come un Settimanale politico di grande informazione. Soprattutto nel primo periodo di pubblicazione, Epoca fu un periodico di approfondimento politico dotato di una certa autorevolezza; presentava collaboratori di alto profilo, tra cui alcuni dei principali giornalisti del Corriere, che sulle sue pagine potevano proporre interventi più ampi e distesi. Nel corso del tempo, la testata mantenne il suo orientamento esplicitamente favorevole alla politica internazionale degli Stati Uniti e del “mondo libero”, ma trovò altri punti di forza per consolidare il proprio mercato: come il tratto distintivo di Oggi erano le immagini a tutta pagina dei protagonisti della vita politica e sociale, così l’immagine di Epoca finì per essere caratterizzata dai grandi servizi fotografici, acquistati in esclusiva da agenzie specializzate americane come la Magnum, la Black Star, la International Publishing.
La Sezione stampa e propaganda del PCI dovette confrontarsi con questo nuovo genere di pubblicazioni, di cui si percepiva l’orientamento conservatore e genericamente filoamericano. Molti periodici di area comunista nati per l’educazione ideologica e culturale della base finirono per mutuare alcuni tratti dei rotocalchi, sia nel contenuto che nell’impostazione grafica. Era il caso del settimanale Vie Nuove, fondato nel giugno del 1946 da Luigi Longo. Soprattutto a partire dalla fine del 1947, su quello che il sottotitolo continuava ad indicare come Settimanale di orientamento e di lotta politica iniziò ad essere più frequente la presenza di vignette e di servizi fotografici. Rispetto a quanto avveniva sulle pagine di Oggi, si affrontavano temi più delicati, come quello del carovita e della povertà in Italia, ma l’approccio alla politica si avvicinava a quello proposto dai rotocalchi, con la presentazione di servizi sulla vita familiare di Umberto Terracini e di altri leader del partito. Per quanto riguarda le corrispondenze dall’estero, sia dagli Stati Uniti che dall’Europa orientale, il taglio non era soltanto politico, ma si cercava di far trasparire i giudizi in modo sottile, attraverso articoli di costume e bozzetti di vita quotidiana su temi come le vacanze e gli spettacoli <189. Uno sviluppo simile ebbe Noi Donne, la rivista dell’UDI diretta da Maria Antonietta Maciocchi, che soprattutto dopo il 1948 accompagnò articoli politici con rubriche relative alla moda e alla casa. Mantenne invece un profilo più strettamente pedagogico Il Calendario del Popolo, mensile fondato nel 1945 da Giulio Trevisani, esperto di educazione popolare <190.
Ancora prima della diffusione dei rotocalchi, un tipo di pubblicazione popolare che ebbe grande successo fu la stampa satirica. Dalla fine dell’Ottocento si diffusero fogli illustrati volti ad accentuare gli aspetti sarcastici e grotteschi della vita politica e sociale italiana, orientati sia in senso conservatore, sia verso l’area socialista e anticlericale. Con il fascismo, molti di questi fogli furono soppressi, ma giornalisti e disegnatori trovarono spazio in testate impegnate nella satira di costume, come il Marc’Aurelio <191. Anche grazie a tale tradizione nel dopoguerra, secondo i rilevamenti effettuati dalle autorità americane, il pubblico italiano si mostrava un fruitore appassionato e ricettivo di prodotti satirici <192; essi contribuirono a veicolare messaggi politici ed ideologici, attraverso i linguaggi immediati ed ipersemplificati della caricatura, della battuta e dello strale polemico diretto <193. Nei giornali italiani le vignette occupavano uno spazio in prima pagina, e le possibilità espressive del linguaggio grafico erano utilizzate per trattare anche argomenti seri e problematici, senza essere limitate a temi umoristici <194. Sulle pagine dei quotidiani apparvero così le firme dei migliori disegnatori del dopoguerra, come Pino Zac e Jacovitti. A riprendere la tradizione della satira italiana dopo il 1945 furono però soprattutto i periodici interamente dedicati a questo genere espressivo.
Universalmente nota, e molto studiata, è l’esperienza del Candido di Giovanni Guareschi e del suo contributo alla lotta anticomunista nella seconda metà degli anni Quaranta. Il suo animatore, formatosi alla redazione del Marc’Aurelio, si era affermato con la direzione del Bertoldo, presente nelle edicole dal 1936 al 1943. Dopo la guerra, Guareschi decise di riprendere il suo progetto, e dall’inizio del 1946 trovò appoggio presso la casa editrice Rizzoli, la stessa che curava la pubblicazione di Oggi. Monarchico, cattolico, legato alle tradizioni del suo “mondo piccolo”, Guareschi non apparteneva sd alcun partito, ed anzi faticò a trovare una collocazione nel dibattito politico: internato militare in Germania dal 1943 al 1945, l’autore trovò in tale esperienza un riferimento ai valori tradizionali e patriottici non riconducibile a nessuna filiazione, e anzi percepita da ogni parte con un certo imbarazzo <195. In lui, la “nebulosa” dell’opinione pubblica conservatrice trovò una voce graffiante ed incisiva, ideando e diffondendo «un vocabolario comune e una serie di slogan e di macchiette» tramite un settimanale che vendeva ottocentomila copie <196.
Per le elezioni del 1948, Guareschi e Giovanni Mosca, suo collaboratore e condirettore del Candido, furono decisivi per orientare il pubblico moderato-conservatore a convergere verso la Democrazia cristiana: non solo invitarono apertamente i lettori a votare per la DC, ma collaborarono attivamente con la SPES e i Civici nella campagna anticomunista, fornendo gratuitamente «slogan, manifesti, filastrocche, prontuari elettorali» <197. Non è però possibile parlare di un allineamento di Guareschi sulle posizioni democristiane: soprattutto nelle prime annate, in rubriche come “Visto da destra - Visto da sinistra” non si risparmiavano le prese in giro ai vizi linguistici e alla retorica dei partiti moderati, e negli anni della prima legislatura non mancarono sulle pagine del Candido pesanti critiche alla condotta governativa. In occasione delle elezioni del 1953, il giornale di Guareschi fu teatro di una campagna contro la nuova legge elettorale, a causa del danno che essa arrecava alle forze “legittime” che, come il Partito monarchico, non facevano parte della compagine di governo.
Negli stessi anni, anche a sinistra si registrò una ripresa della tradizione satirica di stampo socialista e anticlericale, iniziata alla fine dell’Ottocento con le feroci vignette dell’Asino di Podrecca. Tra i fogli che videro la luce nel periodo immediatamente successivo alla Liberazione, quello che riuscì ad avere una diffusione relativamente ampia (tirando trecentomila copie) ed una presenza più consolidata fu il Don Basilio198. Esso vide la luce a Roma nel settembre 1946 per opera di alcuni giovani giornalisti di orientamento repubblicano e socialista, come Primo Parrini, Raffaele Maccari e Furio Scarpelli, come Settimanale satirico contro le parrocchie di ogni colore. Con l’uscita di PSI e PCI dal governo, il foglio chiarì le sue simpatie per la sinistra, fino a mutare, dopo il 18 aprile 1948, la denominazione in Settimanale satirico di opposizione. Già dal 1947, le vignette pubblicate dal Don Basilio iniziarono ad essere riprese dalla stampa locale comunista, e Scarpelli collaborava come disegnatore per le rubriche umoristiche di Vie Nuove. Stando alle informazioni provenienti dagli agenti di Pubblica Sicurezza, non furono mai occupati direttamente quadri comunisti nella redazione del giornale, ma esso godeva di finanziamenti da parte del PCI, e nel 1950 le pubblicazioni furono sospese proprio a causa dell’interruzione del flusso di denaro <199.
Attorno al settimanale iniziarono a formarsi, in varie città d’Italia, i “Circoli degli amici di Don Basilio”, formati da studenti, ex partigiani ed intellettuali anticlericali “storici”. I circoli erano essenzialmente impegnati a sensibilizzare l’opinione pubblica su temi cari alla redazione del giornale, come il divorzio, la revisione del concordato, e la critica agli atteggiamenti immorali e politicamente sconvenienti del clero. Manifestazioni e comizi riuscirono a mobilitare alcune centinaia di persone <200, provocando reazioni molto preoccupate da parte della Chiesa cattolica. Già poche settimane dopo l’inizio delle pubblicazioni il card. Tardini incontrò l’ambasciatore italiano presso la S. Sede per sollecitare provvedimenti contro una pubblicazione che «non gli sembrava tollerabile anche secondo la più liberale interpretazione della libertà di stampa» <201; nel gennaio del 1947 Scarpelli, direttore responsabile del giornale, subì un processo per vilipendio alla religione, che portò alla temporanea sospensione delle pubblicazioni. Il processo non solo non impedì al giornale di sopravvivere ma fu fonte di pubblicità per la testata, poiché dell’evento si occuparono i quotidiani nazionali. Per l’occasione, tra l’altro, si mobilitarono in sua difesa alcuni esponenti socialisti, come l’avvocato Mario Berlinguer, che assunse la difesa, e Sandro Pertini <202.
[NOTE]
166 R.T. Holt, R.W. Van der Velde, Strategic Psychological Operations cit., pp. 172-173.
167 P. Murialdi, “Dalla Liberazione al centrosinistra”, in V. Castronovo, N. Tranfaglia (a cura di), Storia della stampa italiana, vol. V, La stampa italiana dalla Resistenza agli anni Sessanta, Roma-Bari, Laterza, 1980, p. 232. Cfr. anche N. Tranfaglia, “L’evoluzione dei ‘mass-media’ e le peculiarità del sistema politico nell’Italia repubblicana”, Studi Storici, XXIX, 1, 1988, p. 45.
168 Cfr. Rinascita, XI, 8-9, Agosto-Settembre 1954, pp. 600-609.
169 A questo proposito, cfr. le acute osservazioni in P. Muraldi, Il giornale, Bologna, Il Mulino, 2002, pp. 50-53.
170 R. Martinelli, Storia del PCI, vol. VI cit., pp. 282-285.
171 Nelle citazioni del presente saggio, l’edizione di riferimento è quella romana.
172 Cfr. ad es. Per ogni seggio un Comitato Elettorale. Per un governo di pace e di riforme sociali. Per una Italia democratica e indipendente, 1953. Sulla funzione dell’organo ufficiale nella vita di un movimento politico, cfr. le osservazioni generali di G. Fedel, F. Goio, S. Bertoli, “Il simbolismo politico del PCI. L’Unità e gli interventi sovietici in Ungheria e Cecoslovacchia”, in B. Groppo, G. Riccamboni (a cura di), La sinistra e il ’56 in Italia e in Francia, Padova, Liviana, 1987, p. 221.
173 E. Novelli, C’era una volta il PCI cit., p. 124.
174 Cfr. M. Ridolfi, “L’Avanti!”, in M. Isnenghi (a cura di), I luoghi della memoria. Simboli e miti dell’Italia unita, Roma-Bari, Laterza, 1996, pp. 317-328.
175 Il testo di riferimento sull’Unità dei primi anni del dopoguerra è Bruno Pischedda, Due modernità. Le pagine culturali dell’Unità. 1945-1956, Milano, F. Angeli, 1995.
176 I dati relativi alla distribuzione dei periodici sono tratti da Annuario della stampa italiana. 1954-1955, a cura della Federazione Nazionale della Stampa Italiana, Milano-Roma, Bocca, 1954.
177 Cfr. M. Casella, L’Azione cattolica cit., p. 308.
178 Sulle vicende legate alla sostituzione, cfr. P. Murialdi, “Dalla liberazione al centrosinistra” cit., pp. 193 e ss.
179 Per la storia del principale quotidiano italiano, un fondamentale lavoro d’insieme è G. Licata, Storia del Corriere della Sera, Milano, Rizzoli, 1976, spec. pp. 433 e ss.
180 Per ciò che ha significato Il Mondo agli occhi dei comunisti italiani, assai interessanti sono le considerazioni di P. Spriano in Le passioni di un decennio. 1946-1956, Milano, Garzanti, 1986, pp. 110-111 e 121-122.
181 M. Isnenghi, “Il grande opinionista da Albertini a Bocca”, in S. Soldani, G. Turi (a cura di), Fare gli italiani. Scuola e cultura nell’Italia contemporanea, vol. II, Una società di massa, Bologna, Il Mulino, 1993, pp. 273-276. Sugli orientamenti politici e giornalistici di Missiroli nel dopoguerra cfr. M. Bonomo, “Giornalismo indipendente e scelta moderata. Il Messaggero di Missiroli”, in R. Ruffilli (a cura di), Costituente e lotta politica. La stampa e le scelte costituzionali, Firenze, Vallecchi, 1978, pp. 203-233.
182 Cfr. C. Pavone, “Le idee della Resistenza. Antifascisti e fascisti di fronte alla tradizione del Risorgimento”, ora in Alle origini della Repubblica. Scritti su fascismo, antifascismo e continuità dello Stato, Torino, Bollati Boringhieri, 1995, p. 19. Per la storia del principale quotidiano romano, un punto di partenza rimane G. Talamo, Il Messaggero. Un giornale laico. Cento anni di storia, Firenze, Le Monnier, 1991; per gli orientamenti del giornale negli anni del centrismo, cfr. vol. III, 1946-1974.
183 R. Faenza, M. Fini, Gli americani in Italia cit., pp. 57-58 e 106.
184 A. Chiesa, La satira politica in Italia, Roma-Bari, Laterza, 1990, passim.
185 Cfr. i ricordi di uno dei redattori in F. Coen, “Leggere la mattina a destra e la sera a sinistra”, in V. Quaglione, F. Spantigati (a cura di), La comunicazione in Italia. 1945-1960, Roma, Bulzoni, 1989, pp. 69-71.
186 Per una introduzione generale all’argomento, cfr. M. Conboy, The Press and Popular Culture, London, SAGE, 2002, spec. pp. 43 e ss.
187 Cfr. R. Pertici, “Il vario anticomunismo italiano…” cit., pp. 289-293.
188 Cfr. D.W. Ellwood, “Containing Modernity…” cit., p. 259.
189 S. Gundle, “Cultura di massa e modernizzazione. Vie Nuove e Famiglia Cristiana dalla guerra fredda alla società dei consumi”, in P.P. D’Attorre, Nemici per la pelle cit., spec. pp. 238-241.
190 Cfr. David Forgacs, “The Italian Communist Party and Culture”, in Zygmunt G. Baranski, Robert Lumley (eds.), Culture and Conflict in Postwar Italy, Basingstoke-London, Macmillan, 1990, pp. 100-101.
191 Il testo di riferimento in merito è A. Chiesa, La satira cit.
192 Cfr. L. Bogart (ed.), Premises for Propaganda cit., p. 147.
193 Per alcune osservazioni generali su questo tipo di trasmissione ideologica, cfr. C. Geertz, “ideology as a Cultural System”, ora in The Interpretation of Cultures¸ London, Hutchinson & Co., 1975, pp. 218 e ss., e E. Swain, “Disagreeing, but Doing It in Style. Houmour in a British Parliamentary Debate”, in Quaderni Linguistici del Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Trieste, 3, 1998, pp. 81-113, e Société et Répresentations, 10, 2000, n. speciale Le rire au corps. Grotesque et caricature. Su un tema apparentemente estraneo, ma utile per uno sguardo comparativo all’importanza dello sguardo dissacrante della satira nella percezione di massa della politica, è O. Figes, B. Kolonitskii, Interpreting the Russian Revolution. The Language and Symbols of 1917, New Haven-London, Yale University Press, 1999, pp. 9-30.
194 Su questo tema, un utile riferimento per un approccio comparativo con la realtà francese è C. Beauvin, “L’Humanité dans la guerre froide. La bataille pour la paix à travers les dessins de presse”, Cahier d’Histoire, 92, 2003, pp. 63-85.
195 Sulla prigionia di Guareschi, raccontata in Diario Clandestino (Milano, Rizzoli, 1949), cfr. P. Nello, “La «resistenza clandestina». Guareschi e gli internati militari dopo l’8 settembre”, Nuova Storia Contemporanea, V, 6, 2001, pp. 147-158.
196 Cfr. G. Falabrino, I comunisti mangiano in bambini cit., p. 129. Su Guareschi e sul suo ruolo nella cultura e nella politica dell’Italia del dopoguerra, utili riferimenti per un approfondimento sono R. Pertici, “Il vario anticomunismo italiano…” cit., pp. 293-295, e S. Lanaro, Storia dell’Italia repubblicana. Dalla fine della guerra agli anni Novanta, Venezia, Marsilio, 1992, pp. 122-126.
197 A. Chiesa, La satira cit., p. 166.
198 Cfr. Ibid., pp. 134-145.
199 ACS, MI, Gab. Fasc, Permanenti - Stampa Partiti, b. 140 f. 74/D.
200 ACS, DGPS, P 1944-1986, faldone 70, b. G/47.
201 Rapporto del 14/X/1946, in ACS, MI, Gab. Fasc, Permanenti - Stampa Partiti, b. 140 f. 74/D
202 Per alcune informazioni sulla vicenda, cfr. le cronache apparse sull’Unità, peraltro scritte con un tono piuttosto distaccato: “La polemica contro il ‘Don Basilio’ si trasferisce oggi in tribunale”, 10/I/1947, p. 2, e “il Processo al ‘Don Basilio’ rinviato per vizio di procedura”, 11/I/1947, p. 2.
Andrea Mariuzzo, Comunismo e anticomunismo in Italia (1945-1953). Strategie comunicative e conflitto politico, Tesi di Perfezionamento, Scuola Normale Superiore - Pisa, 2006

sabato 15 marzo 2025

Combattere il comunismo non aveva limiti


La guerra civile italiana fu un conflitto sanguinoso che aprì uno squarcio nel tessuto sociale del paese; probabilmente era fin dal 1922 che l’unità nazionale era stata compromessa, forse lo stato post-risorgimentale non è mai stato unito e non lo è neanche ai giorni nostri. È a partire dalla divisione socio-politica che si sviluppò il periodo delle stragi in Italia; questa frattura è difficilmente riconciliabile e porta in superficie tutte le contraddizioni italiane. Inoltre occorre sottolineare una certa continuità tra ventennio fascista e democrazia italiana. Il fascismo, nonostante la temporanea sconfitta, aveva presto risaldato le sue file ed era pronto a farsi largo nuovamente. Alla giustizia sommaria seguì l’impunità per artefici e protagonisti della dittatura. «La gran parte di loro, non tutti, vennero accusati dalla Jugoslavia, dalla Grecia, dall’Albania, dalla Francia e dagli angloamericani di crimini di guerra al termine del conflitto. Nessuno venne mai processato in Italia o effettivamente epurato, nessuno fu mai estradato all’estero o giudicato da tribunali internazionali, tutti furono reinseriti negli apparati dello Stato postfascista con ruoli di primo piano, divenendo questori, prefetti, capi dei servizi segreti, deputati e ministri della neonata Repubblica democratica. In quest’ottica, dunque, le loro biografie non rappresentano “vicende personali” o “casi atipici”, quanto piuttosto elementi “visivi” di un segmento del complessivo processo di continuità dello Stato caratterizzato dalla reimmissione e dal reimpiego nei gangli istituzionali di un personale politico e militare non soltanto organico al Ventennio fascista ma il cui nome, nella maggior parte dei casi, era stato inserito in liste “War Crimes” delle Nazioni Unite» <7.
Alla fine della seconda guerra mondiale, l’Italia faceva i conti con la distruzione causata dai bombardamenti. Ma la nazione, nata solamente circa ottanta anni prima, non aveva a che fare solo con la sfida della ricostruzione, ma con una sfida forse più complessa: ricostituire la comunità nazionale, quella stessa comunità nazionale che era stata attraversata da un conflitto fratricida. La guerra appena conclusa, aveva avuto diverse dimensioni: guerra nazionale contro i tedeschi, guerra civile tra antifascisti e fascisti e una guerra sociale, cioè lotta di classe. Quando le operazioni belliche terminarono, internamente le ostilità non cessarono, il sangue continuò a scorrere nelle settimane successive. Una guerra civile implica un’ostilità feroce tra le parti, l’affermazione di una comporta l’eliminazione dell’altra, molto spesso fisica. Il conflitto è stato descritto attraverso il rimando alla guerra di liberazione nazionale, il fascista era solo funzionale all’occupazione nazista, tuttavia il grande conflitto tra fascisti e antifascisti non poteva essere negato, anche se sul piano politico veniva quasi nascosto.
In questa fase la prospettiva di una nuova guerra civile era tutt’altro che remota: vari cittadini, molti dei quali avevano fatto parte delle repubbliche partigiane, avevano ancora armi a disposizione. Non si poteva escludere lo scoppio di una nuova ondata di quella guerra civile cominciata nel 1936, quando in Spagna si iniziò a combattere il conflitto tra repubblicani e franchisti. Conflitto che vide la partecipazione di molti italiani, sia da una parte che dall’altra, col regime fascista che, appoggiando Francisco Franco, dette il via, non solo a una nuova dittatura nel cuore dell’Europa mediterranea, ma anche a quella collaborazione col cancelliere tedesco Adolf Hitler, che condurrà l’Italia nel baratro della guerra nazi-fascista. L’esperienza della resistenza lascia «una duplice e contraddittoria eredità» <8, se da una parte vi era la consapevolezza di aver combattuto in un fronte unito contro la Germania nazista, dall’altra parte si vede «il discrimine comunismo/anti-comunismo lacerare quel tessuto comune e dividere nettamente chi si schiera su un versante e chi si schiera sull’altro» <9.
L’Italia del dopoguerra nacque sulle ceneri di un regime cruento, fondandosi sul principio che è il fondamento della Costituzione: l’antifascismo. I vari attori politici che entrano a far parte del CLN, Comitato di Liberazione nazionale, formarono il primo governo della Repubblica italiana, proclamata il 2 giugno 1946. DC-PCI-PSIUP-PRI formano la coalizione di quel governo, con Alcide De Gasperi Presidente del Consiglio, dando vita alla stagione dei governi democristiani che si concluderà solamente con la fine della cosiddetta Prima Repubblica, a seguito dello scandalo di Tangentopoli degli anni '90 <10.
Nel contesto della contrapposizione ideologica tra Usa e Urss, i governi a guida democristiana si trovarono ad assumere un ruolo molto delicato data la massiccia presenza e la rilevanza del PCI sul territorio italiano. I governi di stampo democristiano di De Gasperi, fecero tutto il possibile per far pensare agli Stati Uniti che l’Italia fosse meritevole degli aiuti economici garantiti dal Piano Marshall. Il viaggio in America del Presidente De Gasperi nel 1947 fu l’occasione da tempo cercata per avviare un rapporto privilegiato con la potenza ormai egemone nel mondo occidentale. Il leader democristiano, in sintonia col Vaticano, aveva individuato da tempo negli Stati Uniti il riferimento essenziale per la ricostruzione democratica del paese. È l’America che non aveva ancora deciso se considerare l’Italia un luogo importante nella sua strategia di potenza mondiale, mentre si inaspriva lo scontro con l’Unione Sovietica <11. De Gasperi si dimostrò un buon politico e un fedele alleato degli Usa: ciò fu sancito ulteriormente dalla partecipazione dell’Italia alla firma del trattato fondatore della Nato. Il capo del governo italiano perseguiva una prospettiva di tendenza moderata, con un’inedita egemonia cattolica che favoriva il passaggio indolore dall’esperienza nazionalistico-conservatrice della monarchia e del fascismo alle forme rinnovate della repubblica democratica.
Un rinnovamento “moderato” che assicurava la continuità delle più consolidate realtà socio-politiche nazionali: la Chiesa Cattolica, i maggiori interessi economici, gli apparati (burocratici, giudiziari, militari), le aspirazioni sociali alla stabilità degli individui e dei gruppi familiari <12. Gli anni successivi alla fine della seconda guerra mondiale furono molto duri. La popolazione sfiancata dal conflitto, rimetteva insieme i pezzi di una vita totalmente da ricostruire e piangeva chi, purtroppo, dal fronte non era più tornato.
Fu in questo periodo di trambusto che gli Usa, consapevoli dell’importanza del Partito Comunista sulla scena politica, avviarono un’azione di “contenimento”. Essa venne attuata attraverso organizzazioni più o meno legali, che si costituirono nei paesi occidentali, e che avevano la finalità di contrastare la forza espansiva del comunismo facendo ricorso, oltre che a misure economiche e politiche, a misure aventi “implicazioni di carattere militare” come azioni di guerriglia, di sovversione, e altre azioni coperte. A dimostrazione del peso del sostegno militare, basti pensare che, alla fine del 1951, il governo americano destinò ai paesi europei del Patto equipaggiamenti militari per un valore di 85 miliari di dollari <13.
Ciò a mio avviso riflette quello che stava alla base del terrorismo nero in Italia: combattere il comunismo non aveva limiti, bisognava farlo e riuscirci a tutti i costi; non esistevano rimorsi e premura, non esisteva compassione per le vittime innocenti.
[NOTE]
7 Davide Conti, Gli uomini di Mussolini, prefetti, questori e criminali di guerra dal fascismo alla Repubblica italiana, Torino, Einaudi, 2018, pp. 3-4.
8 Angelo Ventrone, La strategia della paura, eversione e stragismo nell’Italia del novecento, op cit., p. 104.
9 Ibidem
10 www.governo.it, consultato il 20/10/2020
11 Francesco Barbagallo, l’Italia repubblicana, dallo sviluppo alle riforme mancate (1945-2008), Carocci editore, Roma, 2009, p.23
12 ibidem
13 T. Judt, Postwar: la nostra storia 1945-2005, op cit., p.191
Pietro Menichetti, L’Italia del terrore: stragi, colpi di Stato ed eversione di destra, Tesi di laurea, Università degli Studi di Firenze, Anno Accademico 2019-2020

lunedì 10 marzo 2025

Nenni parlò della crisi appena passata


Il '64 non aveva ancora finito con i colpi di scena: per la prima volta (e non certo ultima) nella storia della prima Repubblica, si tentò di sovvertire l'ordinamento democratico. Per saperne di più, si dovette attendere il 14 maggio 1967 quando Lino Jannuzzi pubblicò sul giornale l'Espresso un articolo dal titolo eloquente: "Finalmente la verità sul Sifar. 14 luglio 1964. Complotto al Quirinale. Segni e De Lorenzo preparavano il colpo di Stato" <14. Nel 1969, poi, una veemente campagna stampa costrinse il governo a nominare una Commissione d'inchiesta sugli eventi dell'estate 1964 <15.
Le relazione di maggioranza e quella di minoranza (presentata da esponenti delle sinistre come Umberto Terracini e Carlo Galante Garrone) concordarono nel ricostruire le misure predisposte da De Lorenzo, tuttavia il giudizio su di esse divergeva completamente. Per la relazione di maggioranza certe misure erano state concepite in chiave prettamente difensiva: seppur inammissibili, certe disposizioni non corrispondevano alla volontà di costituire una minaccia per lo status quo né sarebbero state finalizzate a un colpo di Stato. La Commissione di maggioranza concludeva riconducendo la «deplorevole iniziativa [..] alla responsabilità primaria del generale De Lorenzo» <16; il Piano Solo, dunque, sarebbe stato l'assurdo capriccio di un singolo.
Per la relazione di minoranza, invece, De Lorenzo avrebbe agito per «colpire profondamente le istituzioni, al di là della loro sopravvivenza formale, e la Costituzione» <17. Ma che cosa era veramente accaduto in quel luglio del '64?
L'allora Presidente della Repubblica, Antonio Segni, aveva appena incaricato Moro di formare un nuovo governo. L'avversione di Segni verso l'ipotesi di una ennesima coalizione con i socialisti era nota, tant'è che egli non tardò a mostrare i primi segni di impazienza dovuti al prolungarsi dei negoziati fra i partiti. Il 15 luglio, Segni prese l'anomala iniziativa di convocare al Quirinale il generale Giovanni De Lorenzo. Nominato comandante del Servizio segreto dell'esercito italiano (SIFAR) nel 1955, De Lorenzo dal '59 aveva cominciato a collezionare esaurienti fascicoli riguardanti i principali politici italiani «che possono assurgere ad alte cariche o comunque inserirsi o essere interessati alle principali attività della vita nazionale, in qualsiasi campo <18», sotto esplicita richiesta degli Stati Uniti. Nel 1962, venne nominato comandante dei carabinieri e, per merito della sua abilità, fu in grado di costituire un reparto personale dell'esercito, una piccola milizia superiore per disciplina ed efficienza al resto delle forze armate. Nello stesso '64, De Lorenzo aveva provveduto alla stesura del cosiddetto Piano Solo: un piano anti-insurrezionale, con metodiche tuttavia sovversive. Il piano prevedeva, in prima battuta, la redazione di liste contenenti i nominativi delle persone pericolose per la sicurezza pubblica. Complici gli omissis statali, il documento non fu mai rinvenuto, tuttavia è largamente probabile che tra di loro emergessero leader comunisti, socialisti e sindacali. All'arresto di questi ultimi, avrebbe conseguito l'occupazione delle prefetture, delle radio-televisive, delle centrali telefoniche e delle direzioni di alcuni partiti politici.
Sorprende come le disposizioni del piano di De Lorenzo somiglino a quelle contenute nel piano Prometeo del colonnello Papadopoulos, promotore dell'instaurazione di un governo militare in Grecia, nell'aprile 1967: ciò lascia sorpresi soprattutto alla luce delle dichiarazioni della Commissione di maggioranza la quale, lo ricordiamo, riconobbe soltanto la natura difensiva del fenomeno Solo.
Ad oggi, il ruolo di Segni in questa vicenda rimane irrisolto: certamente il Presidente non era interessato al colpo di Stato, né possiamo affermare che fosse a totale conoscenza delle intenzioni eversive di De Lorenzo. Tuttavia, è probabile che Segni intravedesse nel generale la possibilità di porre fine all'esperienza del centro-sinistra, di istituire un governo tecnico e, forse, un accrescimento del potere presidenziale, in pieno stile gollista.
La minaccia del golpe tuttavia bastò per evitarne l'attuazione: la mancata organizzazione, ma soprattutto l'accelerazione dei negoziati politici scongiurarono il pericolo. Pietro Nenni (vice Presidente del precedente Governo Moro) e i socialisti cercarono di evitare ogni obiezione.
Nenni parlò in questi termini della crisi appena passata: "Improvvisamente i partiti e il Parlamento hanno avvertito che potevano essere scavalcati. La sola alternativa... è stata quella d'un governo di emergenza, affidato a personalità cosiddette eminenti, a tecnici, a servitori disinteressati dello Stato, che nella realtà del Paese qual è, sarebbe stato il governo delle destre, con un contenuto fascistico-agrario-industriale, nei cui confronti il ricordo del luglio 1960 sarebbe impallidito" <19.
Il SIFAR (accusato di aver travalicato i propri limiti, arrogandosi il diritto di compilare le liste) cessò di esistere formalmente nel novembre del 1965, sostituito dal nuovo Servizio informazioni della Difesa (SID), sebbene struttura e strategia restassero immutate. Inoltre, l'indifferenza nutrita nei confronti dei responsabili del Piano Solo lasciava irrisolte alcune questioni: perché le reti eversive non erano state punite? Perché si lasciò che il piano di De Lorenzo fosse il primo passo di un cammino che condusse alla strategia della tensione? Su quali culture e quali complici si poté contare?
Il periodo della tensione fu una parentesi complicata: per una cognizione del fenomeno che rifiuti semplicistiche interpretazioni, è bene rivelare le dinamiche che ne furono all'origine, così da comprendere le ragioni che hanno reso difficile l'individuazione delle relative responsabilità e la punibilità di queste ultime.
Bisogna dunque risalire ai primordi della Repubblica per delineare il contesto in cui, un quarto di secolo più tardi, conflagreranno le ondate del terrorismo e dello stragismo. Le tristi vicende che avrebbero intasato la storia della prima Repubblica non troverebbero comprensibile collocazione se il Bel Paese non fosse prima inserito in un più ampio contesto: "[Bisogna] ricordare quale fosse la nostra collocazione geopolitica durante la guerra fredda. Noi eravamo un Paese doppiamente di confine: c’era un limes esterno, con i Paesi dell’Est, ma allo stesso tempo esisteva un limes interno, giacché la cortina di ferro attraversava l’Italia e la spaccava in due, occidentali amici dell’America e orientali amici dell’Unione Sovietica. L’Italia era segnata da una contrapposizione ideologica e di civiltà. Gli equilibri politici nazionali erano condizionati dalla costellazione geopolitica mondiale. [..] È chiaro che in questa condizione l’Italia era più un oggetto che un soggetto della politica internazionale" <20.
L'anticomunismo accomunò molti attori politici, dal fronte più moderato a quello più estremo delle forze neofasciste. Certo, l'apertura a sinistra avallata, tra gli altri, anche da John Kennedy, aveva suggerito una certa distensione anche a livello internazionale, tuttavia non si fatica a credere che già nel primissimo dopoguerra si fosse lavorato alla preparazione della forze armate in funzione di una lotta anticomunista, alla formazione di un soldato forgiato per fronteggiare la minaccia del pericolo rosso.
[NOTE]
14 L'articolo di Jannuzzi è consultabile su http://temi.repubblica.it
15 La Commissione parlamentare d'inchiesta sugli eventi del giugno-luglio 1964 venne istituita con la legge del 31 marzo 1969 n. 93 e chiuse i propri lavori il 15 dicembre 1970 con la presentazione di una relazione di maggioranza e di quattro relazioni di minoranza. L'archivio della Commissione fu poi versato in un unico fondo segreto. Le relazioni della Commissione parlamentare d'inchiesta sugli eventi del giugno-luglio 1964, V Legislatura, sono consultabili su http://www.senato.it.
16 Commissione parlamentare d'inchiesta sugli eventi del giugno-luglio 1964, G. Alessi, Relazione di maggioranza, volume I, p. 1316. Consultato su http://www.senato.it , in data 17 novembre 2017.
17 Commissione parlamentare d'inchiesta sugli eventi del giugno-luglio 1964, U. Terracini, U. Spagnoli, N. D'Ippolito,
A. Galante Garrone e F. Lami, Relazione di minoranza, volume II, pp. 301-302. Consultato su http://www.senato.it, in data 17 novembre 2017.
18 A. Silj, Malpaese. Criminalità, corruzione e politica nell'Italia della prima Repubblica 1943-1994, Donzelli, Roma 1994, p. 55.
19 Pietro Nenni, Avanti!, 26 luglio 1964. Facendo appello agli eventi del 1960, Pietro Nenni vuol ricordare il periodo della coalizione di centro-destra che comprese gli anni dal 1957 al 1960. L'esperimento di centro-destra raggiunse il suo apice quando Fernando Tambroni, incaricato dal Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi, decise di costituire un governo di soli democristiani, avvalendosi dei voti dei parlamentari del Movimento sociale italiano al momento del voto di fiducia. L'appello rivolto agli esponenti del MSI destò reazioni negative sia tra i partiti centristi che fra i partiti di sinistra; essi considerarono la manovra politica di Tambroni un tradimento degli ideali su cui era stata costruita la Repubblica. Ad aggravare i malumori, si aggiunse il permesso concesso al MSI da parte di Tambroni, di tenere il suo congresso a Genova, città che, tra le altre cose, aveva ricevuto la medaglia d'oro per la partecipazione alla Resistenza. Le rivolte scoppiarono nel capoluogo ligure come in altre città d'Italia; il congresso venne rinviato e Tambroni fu costretto alle dimissioni. Il luglio del 1960 viene ricordato per le violenze verificatesi durante le contestazioni.
20 F. Cossiga, intervista di L. Caracciolo, Perché contiamo poco, in Limes. Una rivista politica, 3 giugno 1995. Consultato su http://www.limes.espresso.repubblica.it in data 6 novembre 2017.
Beatrice Doccini, Storia della Commissione parlamentare d'inchiesta sulla Loggia massonica P2, Tesi di laurea magistrale, Università degli Studi di Pisa, 2018

lunedì 3 marzo 2025

Il caso Eni-Petronim


Nell’autunno del 1979 il governo Cossiga, nato in agosto, sopravvive grazie all’astensione del Psi ma tutti gli attori politici sono consapevoli del fatto che esso non costituisce una soluzione di lungo periodo. Si tratta quindi di vedere quale delle due soluzioni prevarrà tra quelle per cui lavorano i gruppi trasversali ai partiti: una riproposizione della solidarietà nazionale, l’ipotesi preferita da Andreotti, Zaccagnini, De Mita, Signorile e da tutto il Pci; oppure una nuova stagione di centrosinistra propugnata da Craxi e da una parte significativa della Democrazia cristiana. Il Parlamento è chiamato a prendere decisioni che hanno grandi implicazioni circa le alleanze tra i partiti, come quella sull’installazione in Italia di missili Usa per controbilanciare l’aumentata capacità offensiva dell’Unione Sovietica. Ma sembra che possa avere un peso ancora maggiore sui futuri equilibri politici una vicenda legata ad un caso di sospetta corruzione, il caso noto come Eni-Petronim <55.
Nel corso del primo semestre del 1979 il governo Andreotti aveva negoziato e concluso un accordo tra l’Eni, guidato da Giorgio Mazzanti (arrivato alla presidenza della grande azienda di Stato a febbraio grazie al Psi <56, e considerato molto vicino, in particolare, alla corrente di Signorile) e l’ente petrolifero dell’Arabia Saudita per l’acquisto di grandi quantità di greggio ad un prezzo, a quanto pare, favorevole. Nel mese di giugno però Craxi e Rino Formica, segretario amministrativo del Psi, erano intervenuti presso Andreotti e Bisaglia, ministro per le partecipazioni statali, in quanto avevano saputo che alla fornitura di petrolio sarebbero legate forti commissioni destinate, si sosteneva, anche a finanziare partiti italiani; in seguito all’intervento si era tenuta una riunione tra Mazzanti, Andreotti e Bisaglia, alla fine di luglio, in cui si era deciso di costituire una commissione riservata al fine di esaminare i dettagli dell’operazione e tranquillizzare i socialisti. In ottobre l’affaire diviene di dominio pubblico, e comincia una serie di accuse incrociate tra esponenti di partito e personaggi legati al mondo della finanza e dell’editoria. In seguito al ritrovamento della documentazione della loggia P2 nel marzo del 1981 <57, emergerà anche il ruolo di quest’organizzazione, a cui risulteranno iscritti molti dei protagonisti del caso: Umberto Ortolani, Gaetano Stammati, Lorenzo Davoli, Leonardo Di Donna, lo stesso Mazzanti <58. Nel frattempo giunge ai giornali un documento anonimo in cui si afferma che una parte della commissione, oltre la metà, è stata intascata da «uomini di Andreotti e di Signorile» <59.
Ad ottobre del 1979 il Pci rivolge un’interrogazione al presidente del consiglio circa le voci che circolano ma non è soddisfatto dalla risposta, definita «laconica» <60. A metà novembre è Sarti, ministro per i rapporti col Parlamento a rispondere a diverse interrogazioni <61 circa i possibili beneficiari delle “tangenti”, mentre i giornali dedicano sempre più spazio alla questione e Signorile pubblica una dichiarazione sull’organo del suo partito <62 in cui afferma che «…è rimasto aperto l’interrogativo assai grave sui motivi che hanno portato a montare la vicenda» e suggerisce un’inchiesta del Parlamento. Poco dopo anche i comunisti propongono un’indagine conoscitiva, che, dopo l’assenso della Dc, viene affidata alla commissione bilancio e partecipazioni statali, la quale provvede ad acquisire la testimonianza di diversi personaggi.
Ciò che emerge, pur tra le diverse versioni, talvolta contrastanti, è che prima dell’estate alcuni personaggi vicini al Psi e al collaboratore di Craxi Ferdinando Mach di Palmstein, avevano proposto a Mazzanti una loro opera di intermediazione per l’affare con Petronim: la proposta però era stata rifiutata. Poco dopo erano cominciati gli interventi di Formica e di Craxi sul governo, su Bisaglia in particolare, per impedire l’accordo o almeno manifestare le loro preoccupazioni per la possibilità che i destinatari della tangente fossero, almeno in parte, politici italiani. Inoltre Formica desiderava ottenere da Bisaglia l’impegno di sostituire Mazzanti al vertice dell’Eni. Lo stesso Formica afferma poi in commissione che il direttore generale dell’ufficio cambi, Pietro Battaglia, gli aveva spiegato che Stammati aveva fatto approvare le necessarie operazioni valutarie richieste dall’Eni per il pagamento della commissione su pressioni di Andreotti, come era già avvenuto a suo tempo con il piano di salvataggio di Sindona <63. Stammati nega tutto, così come Battaglia.
Come avevano saputo della tangente i dirigenti socialisti? Formica afferma di averlo saputo da «ambienti finanziari internazionali», mentre Craxi spiega di essere stato avvisato «dagli uffici» e si riserva di fare i nomi al magistrato. Molti pensano a Leonardo Di Donna quale fonte delle informazioni: l’alto dirigente Eni aveva partecipato direttamente a diverse fasi dei negoziati nei mesi precedenti ed è ritenuto vicino a Craxi. Tra l’altro emerge anche che il funzionario che ha autorizzato materialmente l’operazione valutaria per conto del ministro è Davoli, che oltre a ricoprire quell’incarico al ministero del Commercio estero è anche, curiosamente, un funzionario della casa editrice Rizzoli, proprietaria del Corriere della Sera.
Per quanto riguarda l’esistenza di tangenti, sembra difficile dimostrarla, ma il contratto prevede il pagamento di una commissione del sette percento pagata ad una società di Panama gestita da fiduciari, ciò che permette l’anonimato di chi riceve effettivamente il denaro.
Intanto a causa della polemica sorta in Italia il governo Saudita annuncia, all’inizio di dicembre, di aver sospeso la fornitura prevista dal contratto, mentre Mazzanti viene sospeso dalla sua carica di presidente dell’Eni e viene avviata un’inchiesta amministrativa per appurare le eventuali responsabilità della dirigenza in fatti illeciti. Craxi non si presenta dal magistrato nonostante la convocazione attirandosi le critiche dell’Unità: «nelle sedute della commissione bilancio…il segretario e l’ex amministratore del Psi avevano annunciato di poter fare nomi e cognomi (almeno quelli a loro noti) dell’affare Eni proprio davanti al magistrato. Ma per ben due volte, quando si è trattato di deporre davanti al giudice, hanno fatto marcia indietro» <64. Anche Formica non si presenta al magistrato titolare, il sostituto Orazio Savia, e preferisce discorrere con il procuratore capo De Matteo, mentre il segretario del Psi si deciderà a deporre solo alla fine di gennaio. Della questione si occupa anche l’inquirente: prima a causa di una denuncia da parte del partito radicale (ma la commissione, nell’agosto 1980, dichiarerà la propria incompetenza inviando tutto alla magistratura ordinaria) e poi, in seguito al rinvenimento del diario di Stammati attraverso la procura di Milano nel maggio 1981. I lavori dell’inquirente si trascineranno fino al 1985 quando verrà accolta la relazione di Vitalone che non rileverà irregolarità degne di nota <65.
Il timore di Craxi, ciò che lo spinge a ostacolare e denunciare l’affare, sembra essere quello di un rafforzamento della componente del partito a lui ostile, ovvero la sinistra di Signorile, con la quale è imminente uno scontro per il controllo del partito; dichiarerà infatti in un’aula di tribunale che "…questi soldi erano di una tale portata, di una tale dimensione che aveva tutto il sapore di qualcosa che serviva a correggere un equilibrio politico […] il mio timore era che quella tangente […] il suo destino finale era quello di sostenere l’equilibrio politico che avevo accettato di malavoglia. Fatto sta che nei miei confronti venne operato un tentativo di rovesciarmi da segretario del partito socialista italiano proprio a ridosso della fine del 1979 e dell’inizio del 1980. La cosa non avviene proprio per un voto…" <66
Il ruolo dell’informazione è un altro aspetto significativo della vicenda; secondo Formica la destinazione delle tangenti è quella di determinare nuovi equilibri nell’informazione nazionale e indica il regista dell’operazione in Umberto Ortolani (il quale invece sostiene che Formica l’aveva contattato per chiedergli contributi per il partito ed un atteggiamento benevolo verso il Psi da parte del Corriere della Sera). Il quotidiano milanese sostiene una linea almeno curiosa e che ha un senso solo alla luce di ciò che oggi sappiamo, cioè che in quel momento era ampiamente influenzato dalla P2. Il Corriere ad esempio si guarda bene dal diffondere la notizia relativa al ruolo di Davoli, a differenza degli altri giornali, mentre il 9 novembre 79, con l’editoriale “Il greggio e l’Italia” invita sostanzialmente i politici a non parlare della questione <67.
L’atteggiamento equivoco del Corriere viene indicato da Craveri come indizio del fatto che «tanto denaro avrebbe dovuto servire al sostegno di una posizione politica: quella che puntava alla ripresa a breve della collaborazione con i comunisti» <68, un’idea piuttosto in linea con la deposizione di Craxi riportata. Un secondo indizio viene individuato dallo storico nella volontà attribuita a Repubblica (il quotidiano romano è un convinto sostenitore dell’accordo tra Dc e Pci) di sostenere Mazzanti. Eppure a giudicare dai suoi interventi, Scalfari risulta più interessato a far emergere alla luce del sole le intenzioni di Craxi e di Formica, i quali sembrano operare in maniera obliqua <69. Inoltre rimane da spiegare il ruolo di Bisaglia, il quale sarà tra i firmatari del “preambolo” di Donat Cattin pochi mesi più tardi, e che difficilmente può essere considerato favorevole al disegno di Signorile, come rileva anche Cesqui <70. Ma, cosa forse ancor più importante, è difficile immaginare che la P2 e Gelli fossero inclini a favorire la collaborazione tra Dc e Pci, dato l’indirizzo generale di quell’associazione.
In realtà l’ipotesi che appare più plausibile è che, se una tangente per politici italiani c’è stata, com’è probabile, essa fosse pensata per finanziare alcune correnti della Democrazia Cristiana, a prescindere da strategie politiche generali. Mentre l’azione di Craxi e Formica ha un chiaro intento politico e riguarda gli equilibri interni del Psi, che infatti vengono determinati proprio nel gennaio del 1980, mentre la commissione bilancio raccoglie le deposizioni degli attori interessati. Questa sembra essere anche l’ipotesi di Colarizi e Gervasoni che, dopo aver cautamente ricordato la genesi dello scandalo: «si sussurra che gli autori della denuncia vadano cercati proprio dentro il Psi; si dice che Leonardo di Donna, vice di Mazzanti, avrebbe fatto la soffiata a Rino Formica…», concludono che «quali che siano i registi occulti di questa sgradevole vicenda, il vicesegretario socialista ne esce un po’ azzoppato…». Non ha dubbi di sorta, invece, Fabrizio Cicchitto, il quale in quei giorni, oltre ad essere uno dei maggiori dirigenti della sinistra Psi con Signorile e De Michelis, è anche un membro della loggia P2, e con queste due credenziali probabilmente una delle persone maggiormente informate sui fatti. Quando racconta delle dinamiche interne del partito nella seconda metà del 1979 spiega che "…attraverso Formica […] Craxi aprì contemporaneamente un fronte completamente diverso, rappresentato dalla situazione interna del Psi: Infatti all’improvviso Formica fece esplodere il caso Eni-Petronim. Craxi, dopo essersi liberato del condizionamento di Mancini e di Manca, ora puntava ad assumere il pieno controllo del Psi emarginando anche la sinistra socialista". <71
Se quindi tutti gli attori, a parte il Pci, che assiste con un certo smarrimento all’evoluzione degli eventi, hanno qualcosa da nascondere si spiega ulteriormente anche quel carattere di «psicodramma politico» del caso Eni-Petronim di cui parla Cesqui, facendo riferimento a quella «rappresentazione simbolica e traslata dei conflitti in atto e mentre tutti sanno qual è lo scontro effettivamente in corso, la rilettura dei documenti dell’epoca, degli atti dei processi e delle commissioni parlamentari, ci restituisce una rappresentazione di quegli eventi mai diretta, costantemente obliqua». <72
Non sembra particolarmente utile per avere delucidazioni sul caso il diario di Andreotti, che, secondo Craveri, scrive questa pagina «con lo scopo di sviare l’attenzione dalla verità dei fatti e comunque di allontanarla da sé (come molte altre pagine del resto, si potrebbe anzi dire che l’intero diario ha questo scopo preminente)» <73. Secondo Giorgio Galli, che cita la sentenza sulla bancarotta del Banco Ambrosiano, Cossiga aveva potuto godere del sostegno del proprio governo da parte dei socialisti grazie al suo impegno a bloccare l’affare Eni-Petronim <74.
Il dibattito sulla stampa ed in Parlamento sul caso Eni-Petronim si interseca quindi con la definizione della linea, ancora incerta, di socialisti e democristiani. Nel Psi il contrasto del segretario con la sinistra di Signorile è ormai aperto. Non solo per l’emergere dello scandalo Eni, ma anche per il voto sugli euromissili; come scrivono Colarizi e Gervasoni «Fino al 1979 la posizione del segretario del Psi non si è distaccata dalla linea “terzaforzista” della tradizione socialista italiana» <75, ma a fine 1979 decide di orientarsi per l’approvazione all’installazione dei missili. Cosa che se da una parte sembra avvicinare il Psi alla formula di centrosinistra <76, dall’altra accentua il solco con Signorile e registra l’opposizione di Achilli e di Lombardi, il quale già in estate aveva accusato Craxi di guidare il partito secondo il Fuhrerprinzip <77.
La resa dei conti comincia il 20 dicembre; in occasione della Direzione del partito ha la meglio Signorile, che prevale per alcuni voti sul segretario, ma a metà gennaio, in occasione del Comitato centrale, il passaggio di Gianni de Michelis dalla sinistra alla corrente di Craxi sposta la bilancia a favore di quest’ultimo. Secondo alcuni fonti però la condotta di de Michelis non è così decisiva come potrebbe sembrare, ma è piuttosto la decisione da parte di Signorile di contrattare la gestione del partito invece di spingere a fondo l’attacco, che permette a Craxi di mantenere la propria posizione. Colarizi e Gervasoni spiegano ad esempio che la lettura degli interventi non indica una vittoria netta da parte di Craxi ed anche Cicchitto, nel suo libro di memorie, sostiene che la sinistra disponeva comunque di più voti del segretario, ma che Signorile decide di non arrivare alla conta per non spaccare il partito e perché convinto che nella Dc avrebbe prevalso la linea della solidarietà nazionale <78.
Se quella era la previsione di Signorile, il mese successivo viene completamente smentito: nel suo XIV congresso, la Democrazia Cristiana vede la vittoria delle correnti che sottoscrivono la proposta di Donat Cattin, ovvero quella di anteporre alla loro mozione un preambolo comune nel quale si sottolineano le «contrastanti posizioni tuttora esistenti» con il Pci. Esso viene sottoscritto da Fanfani, dai dorotei, da Forze nuove e da Forlani che sommano il 58% e si contrappongono ad Andreotti e all’area del segretario uscente (rispettivamente 13% e 29%) <79. I tempi sono ormai maturi per un nuovo equilibrio di governo che tenga conto degli orientamenti emersi nel Psi e nella Dc: il governo Cossiga si dimette e poco dopo, agli inizi di aprile, verrà varato il suo secondo governo, questa volta con la partecipazione a pieno titolo dei socialisti, che si vedranno attribuiti ben nove ministeri.
La definizione dell’equilibrio nella Dc sarà di notevole impulso anche per il prevalere, nei mesi successivi, di Craxi nel Psi dopo il fallimento dell’attacco da parte della sinistra del partito; si rafforzano quindi gli elementi che permetteranno il radicarsi dell’alleanza di governo che reggerà il Paese fino a tangentopoli, quella che verrà definita “pentapartito”.
[NOTE]
55 Il caso viene descritto nei dettagli (pur con qualche omissione, a cominciare da gran parte del contenuto dei diari di Stammati ritrovati a Castiglion Fibocchi nel marzo 1981 dalla procura di Milano) nella relazione della commissione per i procedimenti d’accusa (più nota come commissione inquirente) presentata al Parlamento in seduta comune il 23 giugno 1983. Atti parlamentari. A questo scandalo inoltre, è dedicato il volume di D. Speroni, L’intrigo saudita, Banda Larga Editore, 2009.
56 “Sospeso Mazzanti, inchiesta amministrativa”, Unità del 8 dicembre 79, in cui si afferma, «Era stato designato a quel posto 10 mesi fa dal Psi nel quadro della lottizzazione (con Dc e Psdi) dei vertici dei tre enti di gestione delle partecipazioni statali».
57 Fra cui una copia del contratto tra Agip e Petronim e del diario di Stammati riguardante l’operazione (riconosciuto come conforme all’originale dall’autore)
58 Mazzanti peraltro si iscrive alla P2 dopo un incontro con Gelli (organizzato dal deputato Emo Danesi, vicino a Bisaglia) nel corso del quale il “maestro” gli mostra copia della documentazione relativa all’accordo con Petronim. Vedi D. Speroni, L’intrigo Saudita. Cit.
59 E. Scalfari, “Uno scandalo a testa multipla”, Repubblica del 24 novembre 79
60 “Petrolio: il magistrato si reca dal presidente dell’Eni”, Unità del 1 novembre 79
61 “Per le forniture di petrolio questi i contatti dell’Eni”, Il Popolo del 21 novembre 79
62 “Signorile: Sul caso Eni inchiesta parlamentare”, Avanti del 22 novembre 79
63 In occasione del quale effettivamente Stammati aveva avuto un ruolo nel presentare il piano alla Banca d’Italia, prima dell’incriminazione di Baffi e l’arresto di Sarcinelli da parte del giudice Alibrandi.
64 “ENI: Craxi e Formica anche ieri attesi (invano) dal giudice”, Unità del 22 gennaio 80
65 Donato Speroni, L’intrigo saudita. Cit.
66 Citato in E. Cesqui, “La P2, 1979: un servizio d’informazione nella gestione della transizione”, Studi Storici, 1998, N. 4. pag. 1017.
67 “Andreotti Stammati e Bisaglia non chiariscono il mistero”, Avanti del 12 gennaio 1980
68 P. Craveri, La Repubblica dal 1958 al 1992. Cit. Pag. 817. La stessa interpretazione dello scandalo Eni-Petronim viene data da F. Barbagallo in “Il Pci dal sequestro di Moro alla morte di Berlinguer”, in AA.VV. L’Italia repubblicana nella crisi degli anni Settanta; Cit. Pag. 91. Eppure la tesi non appare sufficientemente argomentata.
69 Vedi, ad esempio, E. Scalfari, “Le tangenti Eni in Parlamento”, Repubblica del 22 novembre 1979
70 E. Cesqui, “La P2”. Cit.
71 F. Cicchitto, Il Psi e la lotta politica in Italia. Cit. Pag. 67
72 E. Cesqui, “La P2”. Cit. pag. 1014.
73 P. Craveri, La Repubblica dal 1958 al 1992. Cit. Pag. 816
74 G. Galli, Storia del socialismo italiano. Cit. Pag. 474.
75 S. Colarizi e M. Gervasoni, La cruna dell’ago. Cit. Pag. 102
76 E’ ciò che sembra suggerire L. Lagorio, “Su questa linea un’ampia maggioranza”, Avanti del 6 dicembre 79
77 Antonio Giolitti da parte sua afferma che «Perfino in un clima aspro come quello degli anni Cinquanta e in un partito come quello comunista di allora, un dissenso dignitoso spinto fino alla rottura veniva trattato in modo ben altrimenti civile (posso farne testimonianza)», citato in L. Cecchini, Il palazzo dei veleni. Cronaca litigiosa del pentapartito (1981-1987), Rubettino, Cosenza, 1987. Pag. 44
78 Fabrizio Cicchitto, Il Psi e la lotta politica in Italia , Cit. pag. 70
79 Le percentuali sono quelle riportate da G. Galli, Mezzo secolo di Dc. Cit. Pag. 329
Edoardo M. Fracanzani, Le origini del conflitto. I partiti politici, la magistratura e il principio di legalità nella prima Repubblica (1974-1983), Tesi di dottorato, Sapienza - Università di Roma, 2013

lunedì 24 febbraio 2025

Il rastrellamento del 23 settembre 1943 e la nascita della Resistenza in val Sangone

Giaveno (TO). Foto: Iron Bishop. Fonte: Wikipedia

Dopo l'armistizio dell'8 settembre e l'occupazione dell'Italia settentrionale da parte dei tedeschi, in molti valligiani [della Val Sangone] si sviluppa un diffuso sentimento di ostilità verso questi ultimi. A ciò si aggiunge la necessità, avvertita dalla popolazione, di trovare nuovi punti di riferimento. Dissolti lo stato e l'esercito, la comunità ha bisogno di sentirsi difesa. In val Sangone la figura e la fama del maggiore Milano rappresentano un ottimo punto di riferimento: lui è stato infatti un apprezzato ufficiale dell'esercito italiano e questa autorevolezza garantisce agli occhi dei soldati sbandati la bontà della scelta resistenziale e, contemporaneamente, rassicura la popolazione.
Intorno al 19 settembre i primi tedeschi giungono in valle e più precisamente a Giaveno, come testimonia il podestà del luogo Giuseppe Zanolli. "Alle ore 17 provenienti da Airasca giungono a Giaveno 6 SS tedesche guidate da un sottufficiale non che ventenne. Con un baccano indiavolato, invadono la mia casa ingiungendomi di seguirli. Calmo la mia famiglia intimorita, da un simile modo di procedere e li seguo. In pubblica via un di essi, un certo Ruf, che conoscendo un po' l'italiano funziona da interprete, mi consegna un plico di manifesti ordinandomi di affiggerli immediatamente. Seccato dal suo modo di agire, gli rispondo che io non sono l'attacchino comunale e che se hanno comunicazioni da farmi si presentino domani mattina nel mio ufficio Podestarile. Ruf digrigna i denti come una faina, ma fattosi consegnare l'occorrente da una famiglia vicina li affigge da sé. Ad operazione ultimata Ruf mi dice che devo provvedere al vitto ed all'alloggio, per lui e per i suoi compagni. Invano cerco di fargli capire che il paese è povero e che avendo io dovuto alloggiare per effetto dello sfollamento 5mila persone in più del normale, non saprei come dar loro decentemente da dormire." <20
La testimonianza di Zanolli, seppur scritta in un periodo successivo alla guerra, è fondamentale per ricostruire il clima che si respira in val Sangone durante il conflitto.
A Giaveno il fenomeno dello sfollamento è confermato dallo stesso podestà, che parla di 5.000 persone in più rispetto a quelle che risiedevano in paese prima dell'armistizio. Inoltre, indipendentemente dalla veridicità della sua ricostruzione, appare evidente che a Giaveno la presenza degli occupanti non è ben vista, ma accolta negativamente.
A ciò si aggiunge, il 20 settembre, il problema dei manifesti, in cui i tedeschi minacciano di fucilare 10 civili presi a caso per ogni soldato germanico ucciso. La popolazione risponde strappando i manifesti e scrivendo ingiurie contro gli occupanti. "Povero mi! ad eccezione di quelli affissi davanti alla casa del Signor Fasano che li aveva vegliati in piedi tutta la notte, gli altri sono tutti strappati e gettati in mezzo alla via, e la via Roma è tappezzata di manifesti con frasi ingiuriose contro i tedeschi e di lode verso il popolo russo". <21
Di fronte a questi comportamenti della popolazione, i tedeschi decidono di prendere provvedimenti e di sedare i primi possibili ceppi di ribellione. Il 23 settembre, intorno alle 5 del mattino, giunge a Giaveno una lunga autocolonna tedesca in azione di rastrellamento, appoggiata da mezzi corazzati. Superata Giaveno, l'autocolonna fa rotta verso Coazze, dove si divide in due per proseguire verso il Forno e l'Indiritto. A scopo intimidatorio alcuni civili vengono prelevati dalle abitazioni e fatti camminare alla testa delle pattuglie. Nessuno dei civili collabora: i militari tedeschi chiedono loro di indicare i luoghi in cui si nascondono i ribelli, ma ottengono solamente risposte evasive.
La prima vittima della Resistenza in vallata viene fatta presso la zona del Colletto del Forno. Si tratta di Maurizio Guglielmino, un pittore giavenese residente in un piccolo villino di montagna. Viene colpito da colpi di mitraglia senza apparente motivo, visto che non ci sono testimonianze sull'accaduto, ad eccezione di quella di Zanolli. " Alle 19 sono nuovamente chiamato in caserma e qui il maresciallo mi dice che al Colletto del Forno è stato fucilato Guglielmino perchè faceva segnali di intesa agli sbandati all'avvicinarsi delle truppe tedesche. “Impossibile - dico io - il Guglielmino ha il bestiame su quei colli e forse avrà dato il segnale dell'adunata del bestiame”. “No - dice il maresciallo - si tratta del pittore Maurizio Guglielmino”. “Peggio ancora, Maurizio è un vero galantuomo solo dedito al lavoro ed alla sua famiglia si tratta evidentemente di errore di valutazione”. Mi risponde l'interprete senza attendere la risposta del capitano “Sono stato io a fucilarlo, perché io stesso ho visto colla mano far cenni a ribelli rimasti invisibili, di allontanarsi; a bruciapelo gli ho sparato una raffica di mitra al cuore. Nei pressi della sua casa poi vi era un mulo carico di viveri e vestiario per gli sbandati e siccome ricalcitrava e non voleva seguirmi; subito ho dubitato che fosse anche quello uno sbandato e l'ho ucciso allo stesso modo” ". <22
Nel pomeriggio i tedeschi decidono di interrompere il rastrellamento e rientrare ma, arrivati al Forno, sparano ancora. La vittima è una donna di 18 anni, Evelina Ostoreto che, impaurita dalla presenza dei militari, si mette a correre <23. Lasciando la valle i militari ordinano al podestà di Giaveno di affiggere due manifesti. Nel primo si cita l'uccisione di Guglielmino, colpevole, secondo loro, di aver appoggiato i ribelli della montagna; il secondo contiene una minaccia esplicita: chi verrà sorpreso in abiti militari, sarà condotto alla corte marziale. Questa richiesta è importante e fa capire come l'offensiva non sia rivolta contro il maggiore Milano e gli uomini che si stanno radunando intorno a lui. Il vero obiettivo del rastrellamento è la popolazione civile. Proprio a quest'ultima il comando germanico intende “mostrare i muscoli”, per incutere paura e attuare una vera e propria strategia del terrore.
Ma proprio il rastrellamento e le due vittime civili che alimentano nella comunità un vivo sentimento antigermanico, finisce per favorire la Resistenza e la collaborazione fra la popolazione e i partigiani, identificati come validi oppositori degli occupanti. Scampato il pericolo, i partigiani possono continuare a organizzarsi.
Il gruppo del maggiore Milano conta ormai, a fine settembre, una sessantina di unità, dislocate tra le borgate Molé, Ciargiur, Palé e Dogheria. A metà ottobre, con la concentrazione dei gruppi tra Forno e Indiritto e l'afflusso di giovani provenienti da Avigliana, Buttigliera Alta, Reano e Grugliasco, la banda agli ordini di Milano conta su circa duecento uomini, capaci di azioni ad Avigliana, Orbassano e Beinasco, finalizzate all'approvvigionamento di armi, viveri e vestiario. Per rendere più efficace l'azione del suo gruppo, il maggiore decide di predisporre alcuni punti di osservazione e soprattutto di dividere gli uomini in tre formazioni, anche per facilitare le manovre militari.
Contemporaneamente allaccia rapporti di collaborazione con i partigiani di altre zone, in particolare con le formazioni della Val Susa.
Il 22 ottobre si manifesta la prima vera difficoltà per i partigiani valligiani. Il maggiore Milano si trova nell'albergo Lago Grande di Avigliana quando i tedeschi fanno irruzione. Egli viene arrestato e rinchiuso nelle Carceri Nuove di Torino, dove è torturato lungamente. Liberato nell'aprile 1944, appare gravemente minato nel fisico, tanto che a novembre è ricoverato nel tubercolosario di Quasso al Monte per tubercolosi polmonare sinistra con versamento <24. "Appena si è consegnato gli sono saltati addosso in cinque o sei, l'hanno pestato in tutte le maniere. Lui era alto, grosso, ma quelli non gli hanno dato tempo di muoversi, gli hanno tolto il fiato con un colpo alla pancia e poi gliene hanno date fin che hanno voluto. Quando l'hanno trascinato via su una macchina sanguinava dappertutto e non respirava quasi". <25 I soldati erano andati a colpo sicuro: erano a conoscenza della presenza di Milano proprio in quell'albergo, avvisati probabilmente dalla delazione di qualcuno. Prova ne sia che, catturato il maggiore, i tedeschi non continuano nell'ispezione nell'albergo, dove erano nascosti chili di dinamite e detonatori.
Il colpo per il movimento di Resistenza è durissimo. Il maggiore è l'uomo di maggior carisma e con le sue decisioni e la sua personalità è in grado contemporaneamente di attrarre nuove reclute e di unificare le diverse personalità del partigianato valligiano. Coprire il vuoto di potere da lui lasciato è una delle sfide più importanti da superare per la Resistenza in val Sangone. "Quando hanno comunicato a Crisciuolo e Asteggiano che Milano era stato preso, c'ero anche io, che ero arrivato su da poco. Ho visto che avevano tutti e due gli occhi che si chiudevano per la commozione, si vedeva che non sapevano più che cosa fare" <26.
Emergeranno però le figure di nuovi comandanti dalle diverse caratteristiche e personalità che, nel corso della Resistenza, prenderanno il comando delle bande: i fratelli Giulio e Franco Nicoletta, Nino Crisciuolo, Eugenio Fassino, Carlo Asteggiano, Sergio De Vitis.
[NOTE]
20 Giuseppe Zanolli, Diario del podestà di Giaveno, dattiloscritto conservato c/o l'Istituto Storico della resistenza in Piemonte, pp. 4-5.
21 Ivi, p. 5.
22 Giuseppe Zanolli, Diario, cit., p. 24.
23 G. Oliva, La Resistenza, cit., p. 77.
24 http://valsangoneluoghimemoria.altervista.org/?p=1169.
25 Testimonianza di Italo Allais contenuta in G. Oliva, La Resistenza cit., p. 89.
26 Testimonianza di Carlo Suriani, contenuta in G. Oliva, La Resistenza, cit., p. 91.
Francesco Rende, Mario Greco e la Resistenza in val Sangone, Tesi di laurea, Università degli Studi di Torino, Anno accademico 2016-2017

giovedì 13 febbraio 2025

Il Pci si affacciava agli spartiacque della destalinizzazione e della rivolta ungherese


Il 1956 segnò un anno di svolta per gli equilibri della guerra fredda e l’inizio di una fase di crisi profonda per il movimento comunista internazionale. Dal 14 al 25 febbraio si tenne a Mosca il XX Congresso del Pcus, durante il quale il Segretario generale del partito comunista sovietico, Nikita Chruščëv, in un rapporto segreto denunciò le degenerazioni del sistema sovietico, contestando in particolare il “culto della personalità” e i crimini commessi da Stalin <544. Anche in politica estera, il XX Congresso del Pcus introdusse concetti nuovi e rivoluzionari: dalla “coesistenza pacifica” tra comunismo e capitalismo, all’importanza di evitare la guerra, dalla possibilità per le forze del socialismo di affermarsi per via parlamentare a quella per i vari paesi di trovare la propria via al socialismo <545. Fu tuttavia il discorso segreto di Chruščëv a produrre l’eco maggiore, a tal punto da generare ripercussioni in tutti i paesi a guida comunista. Da una parte, infatti, si ebbe lo scioglimento del Cominform, un segnale evidente della risolutezza della nuova dirigenza sovietica nel riconoscere la legittimità delle diverse vie al socialismo <546. In secondo luogo, fu dato impulso a quel processo di graduale destalinizzazione dell’Urss e dei paesi sovietici, avviato alla morte di Stalin e caratterizzato dalla distruzione delle eredità più opprimenti del vecchio regime totalitario <547. Parte di questo processo furono lo smantellamento dell'apparato repressivo staliniano, la destituzione dei funzionari più compromessi, la liberazione di molti prigionieri politici, la parziale liberalizzazione politica e culturale dei paesi satelliti. Tutti i limiti della destalinizzazione vennero drammaticamente alla luce durante la rivolta ungherese dell’ottobre 1956. La rivoluzione aveva avuto inizio come dimostrazione pacifica per la liberazione dalla dittatura di Rakosi in favore del leader liberale Imre Nagy, ma fu soffocata nel sangue dall’intervento della polizia segreta e delle truppe sovietiche. Gli Stati Uniti, che a loro volta avevano abbandonato ogni velleità di affrancare i paesi satelliti dal giogo sovietico in nome del più importante processo di distensione internazionale, non fecero nulla per impedire la repressione sovietica, perdendo la possibilità di dimostrare la concretezza del roll back e dimostrando ancora una volta l’impraticabilità e l’inconsistenza della dottrina anticomunista <548. Negli anni successivi alla rivoluzione, i sovietici giustiziarono Imre Nagy e riacquistarono il controllo del paese. Le vicende ungheresi dimostrarono quanto, a dispetto delle trasformazioni strutturali adottate dalla nuova dirigenza, fosse difficile sradicare il sentimento nazionale e le tradizioni politiche ed economiche, cui anzi il processo di destalinizzazione aveva dato nuova vitalità.
In Italia, gli effetti prodotti dal XX Congresso del Pcus vennero avvertiti in maniera drammatica. Il partito comunista italiano subì oltre 200.000 defezioni di iscritti, tra cui anche intellettuali ed esponenti di spicco della cultura italiana come Italo Calvino o Vezio Crisafulli, delusi dalla degenerazione della classe dirigente sovietica e dalla crisi del sistema politico di riferimento <549. Le rivelazioni di Chruščëv mettevano infatti in discussione l’ideologia e i miti attorno cui i comunisti avevano costruito la loro identità <550. Togliatti fu inoltre accusato di aver reagito agli errori di Stalin con eccessiva prudenza e cautela, e di non aver preso le dovute distanze dal dittatore sovietico dando scarso rilievo alle questioni sollevate dal Congresso. Un’altra critica rivolta al Segretario del Pci era quella di aver appoggiato la repressione sovietica in Ungheria, parlando della rivoluzione ungherese come un tentativo controrivoluzionario predisposto dai reazionari <551. La linea della Direzione comunista nei confronti della crisi ungherese fu duramente criticata anche nell’ambito del “Manifesto dei 101”, firmato da ex esponenti del Pci che negavano l’aspetto controrivoluzionario del movimento ungherese e si schieravano apertamente contro l’intervento militare sovietico <552. Infine, il 1956 significò per il Pci uno dei momenti di massimo isolamento politico: la crisi dello stalinismo diede stimolo a Nenni per denunciare il Patto d’unità d’azione con il Pci e per sancire la rottura definitiva con Togliatti. Per il Pci tramontò la possibilità di inserirsi nel processo di apertura a sinistra della maggioranza di governo <553.
[NOTE]
544 P. Ingrao, Il XX Congresso del PCUS e l'VIII Congresso del PCI, in R Spriano et. al., Problemi di storia del Partito Comunista Italiano, Roma, Editori Riuniti, 1973, pp. 131-168.
545 È un’apertura verso la “via italiana al socialismo” di Togliatti, caratterizzata dall’esigenza di autonomia nelle scelte e dal rifiuto del concetto di partito guida. G. Gozzini, R. Martinelli, Storia del Partito comunista. Dall’attentato a Togliatti all’VIII Congresso, vol. VII, Torino, Einaudi, 1998, pp. 505 e ss.
546 E. Di Nolfo, Storia delle relazioni internazionali, cit. pp. 850 e ss.
547 E. Di Nolfo, Lessico di politica internazionale contemporanea, Roma-Bari, Laterza, 2012.
548 M. Margiocco, Stati Uniti e Pci, cit. p. 68. Per la politica statunitense nei confronti dei paesi sovietici si vedano: National Security Council, NSC 174, United States Policy Toward The Soviet Satellites In Eastern Europe, Washington, 11 dicembre, 1953 disponibile al link: https://digitalarchive.wilsoncenter.org/document/112620.pdf?v=966c61b5933a14faaea4321b9ed03d9c; Nsc, Nsc-5608, US Policy toward the Soviet Satellites in Eastern Europe, Washington, 3 luglio, 1956, disponibile al link: https://digitalarchive.wilsoncenter.org/document/114689.pdf?v=3a512e95f4e727e714213ee287fe8313; C. Bekes, Cold War, Détente and the 1956 Revolution, Working Paper, 2002, International Center for Advanced Studies, New York University, disponibile al link: http://coldwar.hu/publications/detente.pdf.
549 F. Malgeri, La stagione del centrismo. Politica e società nell'Italia del secondo dopoguerra (1945-1960), Soveria Mannelli, Rubbettino, 2002, p. 237.
550 P. Spriano, Le passioni di un decennio (1946-1956), Milano, Garzanti, 1986, pp. 196 e ss.
551 P. Ingrao, Il XX Congresso del PCUS e l'VIII Congresso del PCI, in R Spriano et. al., Problemi di storia del Partito Comunista Italiano, cit. p. 154; A.Höbel, Il Pci e il 1956. Scritti e documenti dal XX Congresso del Pcus ai fatti d'Ungheria, La città del sole, 2006.
552 A. Fejérdy (a cura di), La rivoluzione ungherese del 1956 e l'Italia, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2017.
553 J. Haslam, I dilemmi della destalinizzazione: Togliatti, il XX Congresso del PCUS e le sue conseguenze (1956), in R. Gualtieri, C. Spagnolo, E. Taviani (a cura di), Togliatti nel suo tempo, Annali della Fondazione Istituto Gramsci, XV, Roma, Carocci Editore, 2007, pp. 215-38.

Letizia Marini, Resistenza antisovietica e guerra al comunismo in Italia. Il ruolo degli Stati Uniti. 1949-1974, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Macerata, 2020

Il 1956, per altro, coincideva con altri due importanti avvenimenti, ovvero l’VIII° Congresso del PCI e, ben più degna di nota, la rivolta ungherese contro l’occupazione sovietica in ottobre e novembre, presto soffocata dall’intervento militare dell’URSS. Proprio questo importante fatto segnerà, sommato ai travagli della destalinizzazione, un appuntamento nodale della storia comunista, con una prima ed importante divisione nel campo degli aderenti al PCI. In questo settore, la polemica contro l’intervento sovietico e la difesa dello stesso rispecchiano, nel bacino degli aderenti e dei quadri di partito, una divisione che non è solo generazionale, coi vecchi convintamente schierati sul campo della repressione. Vi è anche una divisione tra chi è più legato all’eredità e alla prassi stalinista e chi, invece, promuove un superamento netto e radicale di quella stagione, con la condanna per i metodi di governo usati nelle esperienze socialiste orientali. Un importante asse programmatico che va defilandosi contro l’appoggio ufficiale, da parte del partito, alla repressione ungherese, è quello tra il segretario della CGIL Di Vittorio e tutta quella classe intellettuale piuttosto benestante e tutto sommato ben inserita nei gangli della democrazia occidentale capitalista che il PCI aveva raccolto proprio grazie alla politica di avvicinamento ai ceti medi promossa da Togliatti. Una classe che, beninteso, è in nettissima contrapposizione con il radicalismo di una base che vive ancora il fascino messianico dell’URSS quale baluardo di socialismo e riscatto, e che da sempre promuoveva quella politica antipacifista e nettamente schierata nel campo staliniano che parecchi imbarazzi creava ad un partito che tutto faceva per cercare di rendersi presentabile agli occhi della buona società e della buona politica italiana. Centrale in tal senso è la figura di Italo Calvino <49 che proprio con Di Vittorio costituirà l’asse della condanna più forte, assieme all’astro nascente del PCI Enrico Berlinguer. Va detto che la questione della legittimazione all’interno del mondo liberale o addirittura nei confronti degli Stati Uniti d’America è particolarmente sentita proprio da quel ceto intellettuale che, attirato all’interno del partito, è in grado di influenzarne sempre di più le inclinazioni, e che non sente, comprensibilmente, la necessità di una reale svolta rivoluzionaria e filosovietica per il paese, al contrario dei vecchi militanti e della base del partito, in cui queste tendenze continuano a permanere seppur a diversi livelli di intensità. È proprio questa situazione a far emergere la contraddizione tra la presenza, nello stesso partito, tra una classe intellettuale di stampo liberale e progressista (ricordiamoci il Calvino come cantore della Resistenza partigiana) e le tendenze rivoluzionarie presenti nello stesso. Una deriva rispetto ai dettami socialisti e alla difesa del campo sovietico che inizia viepiù a sgretolarsi, e che a fronte delle rivolte oltrecortina che nei decenni a seguire compariranno sulla scena geopolitica mondiale, farà rivolgere simpatie di primo piano a questa o a quella insurrezione. Già durante la rivolta di Poznan, coeva a quella ungherese, vediamo un Romano Bilenchi, dalle colonne del “Nuovo Corriere” di Firenze (finanziato dal PCI) schierarsi contro la repressione, e scrivere che i morti operai caduti durante la repressione “sono morti nostri”. <50 Il partito che si affaccia quindi agli spartiacque della destalinizzazione e della rivolta ungherese, è un partito in cui si denotano delle spinte dicotomiche pure piuttosto forti. L’errore, tuttavia, sarebbe quello di pensare che la residuale difesa del campo socialista per quel che riguarda l’Ungheria possa essere sufficiente a consegnarci l’immagine di un partito pienamente ottemperante gli interessi di campo; <51 al contrario, sono importanti le iniziali scelte operate da quel ceto intellettuale, fatto spesso di giovani che in futuro si troveranno a dirigere le leve del partito, che colgono l’occasione della rivolta ungherese proprio per far sentire come pressante da un lato il distacco dal campo moscovita, e dall’altro come palese la diversità del Partito Comunista Italiano, col suo carattere interclassista, occidentale e fondamentalmente liberale, diversità che ora va non inventata, ma solamente rinfocolata e rafforzata, scegliendo di tralasciare quelle posizioni rivoluzionarie e barricadiere che, a ben vedere, sono già destinate a divenire una minoranza fattuale all’interno della cultura e della strategia del partito. I fatti d’Ungheria in particolare daranno fiato all’emergente destra amendoliana (e peraltro anche alla sinistra di Ingrao) per spostare il baricentro del PCI sulla lotta esclusivamente indirizzata ai settarismi e agli estremismi sovietici interni al partito. Alla riunione dei segretari regionali comunisti del 1956, addirittura, Antonio Banfi solleverà in maniera critica la questione dei diritti umani nei paesi dell’est. <52 Lo stesso XX° congresso del PCUS viene usato dall’ala amendoliana, ma in generale dal partito, per rivendicare con orgoglio il percorso di rinnovamento interno al partito, proseguendo sul solco del rinnovamento interno e marginalizzando sempre più i dissidi dell’ala secchiana. <53 Anche Togliatti, maggiormente impegnato a difendere, più che una scelta di campo, la sua biografia politica, nel nodale 1956 ammetterà che “La via che battiamo noi, quella che battono i compagni francesi, non hanno, praticamente, molti punti di contatto con quella dei partiti che da circa dieci anni esercitano il potere nell’Europa Orientale.” <54
[NOTE]
49 Giovanni Gozzini, Renzo Martinelli, Storia del Partito Comunista Italiano, dall’attentato a Togliatti all’VIII
congresso, Torino, Einaudi, 1998, pag. 591
50 Cit., pag. 546
51 Cfr. Cit.
52 Giovanni Gozzini, Renzo Martinelli, Storia del Partito Comunista Italiano, dall’attentato a Togliatti all’VIII
congresso, Torino, Einaudi, 1998, pag. 613
53 Cit., pag. 520
54 Palmiro Togliatti, Cit. in Giovanni Gozzini, Renzo Martinelli, Storia del Partito Comunista Italiano, dall’attentato a Togliatti all’VIII congresso, Torino, Einaudi, 1998, pag. 520

Alessandro Catto, Palmiro Togliatti, il PCI e la democrazia progressiva tra lotta antifascista e costituzionalizzazione, Tesi di Laurea, Università Ca' Foscari - Venezia, Anno Accademico 2015-2016

mercoledì 29 gennaio 2025

Il primo Campo Hobbit si svolse nell’estate del 1977


Oltre ai vertici del partito e ad altri nomi rilevanti dell’area, anche tra i giovani serpeggia un certo fermento. Fermento che diede vita al primo Campo Hobbit che si svolse nell’estate del 1977, un evento di tre giorni caratterizzato da concerti ed altri momenti aggregativi, con l’intento di far ritrovare un’area che in parte rifiutava il nichilismo evoliano e la negazione del mondo moderno, per affacciarsi a nuovi e più esaltanti concetti della "Nouvelle Droite".
È proprio nel 1977 che nascono alcuni giornali satirici (come la “Voce della fogna” o “Eowyin”) che ravvivano il dibattito dell’area.
2.3 La destra eversiva
Questo è anche il periodo in cui si formano gruppi di natura anti-sistemica che alla mediazione politica preferisce l’azione mirata, anche violenta. Si tratta del periodo caratterizzato dallo spontaneismo armato che dà vita a gruppi come Terza Posizione, Nuclei Armati Rivoluzionari e Costruiamo l’Azione. La natura anti-sistemica si palesa in quanto il loro obbiettivo non è più caratterizzato da quel sentimento antisocialista che aveva spinto la formazione dei Fasci di combattimento o dei primi squadristi: "non ci sono ceti minacciati da difendere contro i rossi: ora la lotta è contro il regime, a tutti azimut. Dal PCI alla DC, dall’esercito alla magistratura, sono tutti nemici, potenziali obbiettivi della violenza rivoluzionaria; ciò vale anche per il MSI, succube dei compromessi con il sistema (Ignazi 1994, 57)".
Si tratta di una corrente che rifiuta le vecchie ideologie per dare rilevanza all’azione (armata), che ritiene la lotta un’esperienza esistenziale e rifiuta nettamente l’esperienza dei gruppi della destra storica. Nonostante il rifiuto delle ideologie, le radici di queste organizzazioni affondano nel pensiero evoliano e, nello specifico, Franco Freda diviene uno degli ideologi dello spontaneismo armato: "la conseguenza strategico-organizzativa di tutto ciò non può essere che lo spontaneismo (armato), la creazione di gruppi di piccole dimensioni, collegati fra loro in modo fluido (“politico”, non gerarchico), quindi reciprocamente autonomi, benché muoventisi in un “ambiente” omogeneo, nel quale tendenzialmente si riconoscano, indipendentemente dalle sigle (Ferraresi 1984, 77-78)".
È in questo periodo che si costituiscono diversi gruppi, che spesso si dissolvono facilmente per poi ricostituirsi o fondersi con altri. Il quadro della destra eversiva del periodo è molto complesso, ma è possibile riconoscere alcuni tra i gruppi più importanti, come i Nuclei Armati Rivoluzionari e Terza Posizione.
I Nuclei Armati Rivoluzionari (NAR) si formano in seno ad una delle sedi del Fronte Universitario di Azione Nazionale (FUAN) a Roma, frequentato da alcuni militanti di estrema destra che faranno parte dei NAR (Valerio e Cristiano Fioravanti, Alessandro Alibrandi, Francesca Mambro, Massimo Carminati, Stefano Tiraboschi, Dario Pedretti, Stellino e Claudia Serpieri, Elio di Scala, Carlo e Massimo Pucci, Walter Sordi). Il gruppo è rimasto attivo dal 1979 al 1981 ed è autore di diversi omicidi politici, assalti a sezioni di partito o giornali, attentati e rapine di auto-finanziamento.
"Non esiste alcun disegno strategico; gli obiettivi o rispondono a fini di sostentamento del gruppo (armi e denaro), oppure vengono scelti, per vendetta, in base alla mera appartenenza delle vittime all’area avversaria. L’insofferenza nei confronti di qualunque ipotesi politica articolata e graduata converge nel caso di questi attivisti con le necessità poste dall’avvento di una sinistra eversiva che impone una lotta violentissima per l’agibilità fisica e politica del territorio (ibidem, 83)".
Nata nel 1979 dal gruppo giovanile Lotta Studentesca, Terza Posizione (TP) è attiva dal 1979 al 1982, guidata dai leader Giuseppe Dimitri, Roberto Fiore e Gabriele Adinolfi. In linea con il pensiero dominante del panorama eversivo di destra, anche TP rifiuta le vecchie ideologie ed è fortemente proiettata verso l’azione e la lotta armata, vedendo in esse il vero scopo dell’uomo, inteso come soldato politico (riprendendo anche lo stile di pensiero di Codreanu e quindi del Movimento Legionario <6). La peculiarità di TP è che prova a tenere insieme le anime ispirate dallo spontaneismo armato insieme ad una, sebbene agile e leggera, struttura organizzativa. Similmente alla struttura del Movimento Legionario guidato da Codreanu, composto da una struttura politica pubblica affiancate da strutture paramilitari, TP fu una organizzazione pubblica estesa a livello nazionale e composta dai vari nuclei territoriali che, secondo un sistema di scatole cinesi, si rifanno ai responsabili nazionali dell’organizzazione; accanto alla struttura pubblica, esisteva il nucleo operativo, di natura clandestina, braccio delle azioni violente e di autofinanziamento. A coordinare tutta l’organizzazione, pubblica e clandestina, era la Legione, un gruppo ristretto di militanti che, a rivoluzione compiuta, costituiranno la nuova classe dirigente.
"Nel corso del 1979 la politica di TP è quella di far convivere spontaneismo (“movimentismo") e organizzazione (“strutturalismo”): si costituiscono ed ampliano i nuclei territoriali, si diffonde il giornale, si intensifica il reclutamento, mobilitando gli aderenti per la conquista di “spazi politici” tramite la sopraffazione nelle scuole e nei quartieri, pestaggi, attentati, concentrazioni di piazza, ferimenti, sono prassi quotidiane (ibidem, 85)".
Questa breve panoramica sulla storia del fascismo e del neofascismo in Italia non solo verrà utile nel terzo capitolo per comprendere meglio la varietà degli attori che oggi costituiscono la galassia di estrema destra in Italia, ma sarà utile anche nel prossimo paragrafo. È infatti importante essere consapevoli che, oltre alla generalizzazione di un concetto, come quello di estrema destra, ci sono sfaccettature e specificità che rendono quest’area politica, come anche altre d’altronde, molto eterogenea e variegata.
[NOTA]
6 Guidata da Corneliu Zelea Codreanu, nota anche come Movimento Legionario, la Guardia di Ferro è un’organizzazione politica che è stata attiva in Romania nel secondo dopoguerra. Il Movimento Legionario aveva una forte natura cristiana e nazionalista, molto vicino al fascismo italiano, e duramente antibolscevico. È uno dei riferimenti storici e politici più frequenti in tutta l’area dell’estrema destra italiana.
http://www.fascinazione.info/2019/09/29-settembre-forza-nuova-festeggia-con.html.
Federica Frazzetta, L’estrema destra in Italia. Quali reti e quali strategie d’azione?, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Catania, Anno accademico 2019-2020