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domenica 17 aprile 2022

Ottocentomila lettori sono anch’essi un partito


«Ottocentomila lettori sono anch’essi un partito». Nitida, l’equazione gramsciana contenuta nel testo dell’unico intervento del pensatore di Ales pronunciato alla Camera dei deputati il 16 maggio del 1925 è riportata da Nicola Tranfaglia nel ribadire l’indubbia funzione politica del quotidiano diretto da Albertini in un’Italia postunitaria che ancora non aveva conosciuto la nascita di un moderno partito liberale e conservatore:
"[…] Il ‘Corriere della Sera’ servì da coaugulo a interessi borghesi (ma anche di proprietà terriera) che potevano definirsi ‘progressivi’ di fronte alla regressione storica rappresentata, per certi versi, dalla vittoria fascista. I suoi lettori erano, in larga parte, tra i sostenitori di quella soluzione. Ma forse, non solo di quello si trattò. […] Espressione di una borghesia più solida e compatta di quella che era dietro ad altri quotidiani del nord, diretto da un uomo che aveva una passione autentica politico-imprenditoriale, riuscì ad adottare un filtro sufficientemente largo tra i propri obiettivi di fondo e la funzione informativa di cui aveva bisogno un numero crescente di esponenti della borghesia industriale e intellettuale. Di qui la sua fortuna e il suo successo" <321.
Peraltro, lo stesso Albertini non mancò di illustrare le linee portanti di un progetto a lungo caldeggiato, ovverossia quello di dar vita ad un partito liberale riformatore, latamente rappresentativo di posizioni liberiste - in contrapposizione alle istanze avanzate da socialdemocrazie anch’esse ammodernate ed ipso facto non più radicalmente anticapitaliste <322 - portate avanti dalla borghesia industriale ed intellettuale, intendendo genericamente per ‘borghesia’ la classe detentrice dei mezzi di produzione, ceto di imprenditori e commercianti che si colloca in medio fra aristocrazia e lavoratori dipendenti (prendendo in prestito la nota definizione crociana <323 sostanzialmente riproposta nelle sue linee essenziali da Federico Chabod <324) .
Né si può tralasciare di ricordare la coeva esistenza di un ceto borghese non produttivo, «ancorato alla categoria del sapere più che a quella del profitto» <325; middle class che marcava le distanze rispetto agli strati sociali inferiori - oltre che per ovvie ragioni reddituali , per il «prezioso monopolio sulla cultura» <326; ancora in epoca preunitaria infatti
"[...] la società italiana restò caratterizzata dalla schiacciante predominanza dell’agricoltura nel ciclo economico; ne derivò una grande povertà relativa non solo in termini materiali, ma anche in termini culturali. I dati statistici più significativi a questo proposito sono offerti dalle percentuali di analfabetismo [...] La borghesia umanistica deteneva il monopolio delle funzioni di organizzazione a partire da moduli di potere estranei al mondo della produzione; essa saldava una società civile spiritualmente debole e disgregata a uno stato-nazione in fase di faticosa irradiazione" <327.
Pignolo quanto impietoso identikit della ‘borghesia umanistica’ di cui sopra lo forniva nel 1923 Luigi Salvatorelli, condirettore del quotidiano torinese «La Stampa» dal 1921 al 1925 (fra i suoi corrispondenti figurano tra gli altri Albertini, Aleramo, Amendola, Bobbio, Borgese, Cantimori, Chabod, Croce, De Gasperi, Einaudi, Ojetti, Pancrazi) <328:
"[...] La mentalità della piccola borghesia umanistica si riassume in una sola parola: retorica [...] provenendo generalmente dalla scuola classica essa possiede la cosiddetta ‘cultura generale’, che potrebbe definirsi ‘l’analfabetismo degli alfabeti’. [...] una infarinatura storico-letteraria in cui la parte letteraria è puramente grammaticale e formalistica, mentre quella storica si riduce a un cumulo di date di battaglie e di nomi di sovrani, con la salsa di una trasfigurazione o di uno sfiguramento patriottico, i cui due elementi essenziali sono l’esaltazione di Roma e dell’Impero romano come nostri antenati, e il racconto del Risorgimento ad usum delphini. Tutto l’insegnamento è una congerie di nozioni generiche, astratte, da imparare meccanicamente, senza stimolo al senso critico e senza contatto col processo e la realtà attuale. Di qui nella piccola borghesia umanistica la tendenza all’affermazione dogmatica, alla credulità dell’ipse dixit, alla esaltazione per il gesto e la parola usurpanti il posto dei fatti e delle idee, al fanatismo per la formula indiscussa e indiscutibile" <329.
Ciò premesso (e tornando a Gramsci: ‘ottocentomila lettori sono anch’essi un partito’), si può maggiormente e da un angolo visuale ulteriormente allargato - che garantisca «sia una conoscenza approfondita della società civile in tutte le sue articolazioni essenziali al fine di cogliere con precisione il quadro specifico in cui i giornali si collocano, sia l’uso di strumenti critici che appartengono a più d’una disciplina» <330 - comprendere l’intento albertiniano di dar vita attraverso le colonne del «Corriere» (dunque per litteras) ad un grande movimento d’opinione ante litteram, avente come coacervo il bacino dei lettori di quello che già allora si configurava come un grande quotidiano generalista:
"[…] Dar voce alle diverse posizioni della borghesia liberale non è infine indice di una mancanza di orientamento politico, ma solo del tentativo di esprimerlo in forma moderata, evitando gli eccessi polemici per non esasperare gli animi. […] Una varietà di posizioni che è specchio fedele della complessa diversificazione della borghesia italiana, di cui il «Corriere» si propone come guida e allo stesso tempo interprete. Una borghesia imprenditoriale e culturale colta nel suo problematico confronto con la modernità […] Albertini stesso esprime chiaramente questa compenetrazione tra tradizione e modernità, fatta di tratti ancora ottocenteschi e spinte al cambiamento, come ad esempio un indirizzo politico conservatore e un prodotto editoriale innovativo […] un piglio severo e una condotta dinamica, un comportamento austero e uno spirito cosmopolita […]" <331.
Attenzione alle novità tecnologie dunque - di contro ad una «chiusura preconcetta verso quelle artistiche e letterarie» <332 che inevitabilmente figliava un terzapaginismo rispetto al quale la collaborazione deleddiana al quotidiano risulterà per più aspetti eslege - in toto funzionale ad avere il favore di quel grande pubblico borghese nato dalle nozze di habermasiana memoria fra editoria e carta stampata:
"[…] La lettura di romanzi dà corpo a un pubblico che ha ormai ampiamente superato i confini di quelle prime istituzioni che furono i caffè, i salons, società conviviali, e che ora è tenuto insieme dall’istanza di mediazione della stampa e della sua critica professionale" <333.
Nasceva allora, nella Milano ‘specimen di Parigi’ di cui s’è detto, il concetto di spazio pubblico culturale virtuale: ecumene, habitat non più performato e delimitato da un insieme di individui nella loro contingenza fisica e spaziale, ma piuttosto «costituito astrattamente dall’utilizzo delle nuove tecnologie della comunicazione collettiva» <334; piattaforma massmediatica ove si genera la nozione di opinione pubblica quale è oggi a noi nota, benché essa all’epoca si palesasse nella sua prima versione, storicamente determinata: ovvero in una dimensione collettiva ma ancora esclusiva. Due difatti, ad avviso di Lorenzo Cini, le condizioni di ingresso a tale dimensione, altamente restrittive: «proprietà» e «cultura»:
"[…] il primo è appunto il requisito fondamentale per istituire la sfera intima familiare (borghese) in cui personalità libere possono agire autonomamente. Il secondo definisce invece il limite di entrata del pubblico dei lettori. La sfera pubblica letteraria è difatti uno spazio sociale altamente selettivo, dove si esprime una società colta e perciò numericamente minoritaria: quella propria della società civile borghese" <335.
Ontogenesi e filogenesi di quella «istituzione tipicamente borghese e, anche, tipicamente italiana, che è la terza pagina» <336 originano dunque in tale humus: e dalla ‘Terza’ quale culla di idealità, orientamenti, Weltanschauungen e sollecitazioni culturali molteplici origina a sua volta, quasi per partenogenesi e con innumerevoli successive geminazioni, il giornalismo culturale tout court:
"[…] il giornalismo attraverso la ‘Terza’ diventava letteratura ed è stato il ‘canale naturale’ con cui una certa borghesia italiana entrava in contatto con la cultura del proprio tempo. La terza pagina adempiva così una funzione di cui non si può non riconoscere il merito. Se, da un lato, attraverso la terza pagina, il lettore dell’epoca era in qualche modo istruito sull’operazione sottile, artigianale, che sottende la scrittura, dall’altro la letteratura e la scrittura gli appariranno finalmente meno mitiche e irraggiungibili, attraverso quel processo benjaminiano di ‘decadenza dell’aura’ che caratterizza tutto il percorso artistico e culturale del XX secolo […]: mentalità ‘antiborghese’ nata in seno alla borghesia" <337.
Tale ‘decadenza dall’aura’ è in qualche modo degnamente rappresentata ed incarnata dal ruolo che la stampa periodica, quotidiana e non, ebbe nell’unificazione linguistica del Paese e nella nascita dell’italiano moderno. È noto come la lingua dei giornali (o ‘giornalese’) da sempre si mostri maggiormente ricettiva rispetto alla lingua letteraria nell’accoglimento di neologismi e novità lessicali, essendo in una certa misura meno soggetta ai condizionamenti della tradizione ed inglobando nelle pagine dei quotidiani i mutamenti del costume e con essi quelli delle tecniche di comunicazione <338.
La ‘Terza’ albertiniana era tuttavia - come detto - in controtendenza, insula beata celebrante "[…] il primato politico e culturale della lingua italiana e il suo carattere, per secoli, di lingua prevalentemente letteraria, scritta, non popolare, appresa attraverso lo studio come una lingua morta […] connessa - come Gramsci ha particolarmente contribuito a mostrare - con le particolari vicende del-lo sviluppo della borghesia italiana, con le particolari caratteristiche del ceto intellettuale italiano e con i particolari caratteri della ideologia dominante da essi rappresentata" <339.
Peraltro il dibattito novecentesco intorno alla lingua letteraria, culminato nella crociana crociata (l’annominatio non è casuale) contro lo studio di grammatica e retorica, portava al contempo nuova linfa alle ragioni di quanti erano propensi a trarre vantaggio dai benefici del bilinguismo (italiano ↔ dialetti) al fine di far almeno in parte decadere la citata aura di bellettrismo, la ‘pomposità retorica’, l’eccessivo culto della forma stigmatizzato a suo tempo da Graziadio Isaia Ascoli <340.
Tuttavia proprio a metà degli anni Venti, periodo in cui la direzione degli Albertini era avversata dalla dittatura, furono varati dal regime fascista provvedimenti legislativi, figli del forte centralismo nazionalista, atti a scoraggiare l’uso del dialetto e delle lingue straniere, visti come minaccia per la salute e la sopravvivenza del futuro stato corporativo, ed a promuovere un italiano standard, laddove standard è sinonimo di regola e regola di equilibrio; ‘sobrietà’ <341 (vocabolo com’è noto caro alla propaganda di regime) che incontra - liaison evidentemente gravida di conseguenza per ciò che attiene il linguaggio da utilizzarsi da parte dei terzapaginisti del «Corriere» - la cittadina «medietà borghese» <342: «il borghese è misura, è decoro, è privacy, da non confondere con pruderie» <343.
Classicista aurea mediocritas dunque, disposta a tollerare finanche note dissonanti ma mai - continuando con metafora musicale - accordi eccedenti, come si evince chiaramente dal carteggio tra Aldo Borelli e il terzapaginista romano Marcello Gallian (nostri i corsivi): "[…] Questa volta Ella ha talmente ecceduto nei termini violenti ed è stato di un realismo così crudo che mi è impossibile presentare ai lettori il problema della maternità e delle nuove generazioni sotto un aspetto che in qualche punto diventa quasi crudele. Io non sono certo un ‘prude’ ed Ella lo ha potuto veder nell’accoglienza dei precedenti articoli; anzi amo le forme brusche e sane. Ma questa volta mi sarebbe impossibile pubblicare l’articolo senza suscitare proteste e non solo dai lettori. Perciò non perda l’argomento che, Le ripeto, è originalissimo e interessante e rifaccia l’articolo in forma più pacata" <344.
Borelli non era dunque, per sua stessa ammissione, un prude e certamente nemmeno il futuro direttore Alfio Russo lo era; eppure molti anni più tardi quest’ultimo confesserà, fuor di metafora e ad un Landolfi sempre in bilico tra cassature ed espunzioni, la necessità di dover fare i conti con una tranche di lettori del Corriere per vocazione prude senza rimedio: "[…] L’altro articolo del 'Bacio', che a mio parere è bellissimo, può irritare gravemente molti nostri lettori. Lo tengo ancora qui e vedrò di farlo passare con qualche piccolo taglio, sempre che Lei lo permetta. Nella massa dei nostri lettori vi sono quelli che arricciano il naso, e ci insultano, per certe parole e espressioni. Io devo tenere conto anche di questi lettori stupidi, bigotti, moralisti" <345.
Emergono peraltro ulteriormente dal carteggio tra Borelli e Giorgio Scerbanenco notizie circa la tipologia di novelle prediletta dall’allora direttore del «Corriere»: "[…] Il direttore Borelli è esplicito e candidamente esigente: vuole vere e proprie novelle, originali certo, ma di forma chiusa, secondo la buona tradizione italiana. Novelle munite di un intreccio preferibilmente chiaro, rapido, nervoso, con personaggi a tutto tondo, e meglio se con ragionevoli avventure. Solo così - aggiunge, in due righe che valgono un saggio di tema elzeviristico - «differenzieremmo l’edizione del pomeriggio dall’edizione del mattino, la quale pubblica per lo più lavori di fondo narrativo e non di argomento narrativo» " <346.
[NOTE]
321 N. TRANFAGLIA, Il Corriere della Sera cento anni dopo, in Ma esiste il quarto potere in Italia? Stampa e potere politico nella storia dell’italia unita, Milano, Baldini&Castoldi, 2005, p. 295.
322 Cfr. L. ALBERTINI, Sulla riforma della rappresentanza politica, in In difesa della libertà, cit., p. 108; ID., Epistolario 1911-1926, cit., pp. 209-14; G. BAGLIONI, L’ideologia della borghesia industriale nell’Italia liberale, Torino, Einaudi, 1974.
323 Cfr. B. CROCE, Di un equivoco concetto storico: la ‘borghesia’, in Atti della regia accademia di scienze morali e politiche di Napoli, Napoli, s.i.t., 1927, 51, p. 21; poi in «La critica», XVI, 1 928,ora in Etica e politica, Bari, Laterza, 1956, pp. 321-38.
324 Cfr. F. CHABOD, Borghesia (ad vocem), Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, Treccani,1930,VII, p. 471–3.
325 M. MERIGGI, La borghesia italiana, in J. KOCKA (a c. di), Borghesie europee dell'Ottocento, Venezia, Marsilio, 1989, pp.173-4).
326 Ibidem.
327 Ibidem.
328 Cfr. L. ABBONDANZA (a c. di), L’archivio di Luigi Salvatorelli. Biografie dei corrispondenti, Perugia, Soprintendenza archivistica per l’Umbria - Fondazione Luigi Salvatorelli, 2011, pp. 3-157. Per una bibliografia su Salvatorelli cfr. A. D’ORSI, F. CHIAROTTO (a c. di), Luigi Salvatorelli. Storico, giornalista, testimone (1886-1974), Torino, Aragno, 2008, pp. 547-553.
329 Cfr. O. DEL BUONO, Eia Eia alalà. La stampa italiana sotto il fascismo 1919-1943, Milano, Feltrinelli, 1971, p. 3
330 V. CASTRONOVO, N. TRANFAGLIA (a c. di), Storia della stampa italiana, Roma-Bari, Laterza, 1976, I, p. XI.
331 L. BENADUSI, Introduzione a Il ‘Corriere della Sera’ di Luigi Albertini. Nascita e sviluppo della prima industria culturale di massa, Roma, Aracne, 2012, p. 19.
332 Ibidem.
333 J. HABERMAS, Storia e critica dell’opinione pubblica, a c. di A. Illuminati, F. Masini, W. Perretta, Roma-Bari, Later-za, 1971[1962], p. 699.
334 L. CINI, Una ‘parziale’ ricostruzione del concetto, in Società civile e democrazia radicale, Firenze, Firenze Universi-ty Press, 2012, p. 41.
335 Ibidem.
336 F. PIZZUTI, Essere per apparire: usi e costumi della borghesia, in B. COCCIA (a c. di), Borghesia, Roma, Apes, 2010, p. 206.
337 Ibidem.
338 Le pagine dei principali quotidiani di fine Ottocento, come ad esempio «Il Secolo» che negli anni Ottanta vendeva già circa centomila copie al giorno, erano un vero e proprio ricettacolo di neologismi e forestierismi; cfr. G. ADAMO - V. DELLA VALLE, Il Vocabolario Treccani. Neologismi. Parole nuove dai giornali, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 2008.
339 J.B. MARCELLESI et al., Linguaggio e classi sociali, Bari, Dedalo, 1978, p. 46.
340 «[…] Il grande glottologo rimproverava agli accademici di voler mettere a tacere, con il loro rigido fiorentinismo, i molti ‘figliuoli bilingui’ della Nazione, quanti cioè avevano nel dialetto la propria lingua nativa e nell’italiano semmai una vera e propria lingua straniera» (R. GIACOMELLI, Stile Novecento. La lingua negli anni Trenta e la restituzione del ‘cognome atesino’ nell’Alto Adige-Sudtirolo, in «ACME - Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Milano», LIX, fasc. I, gennaio-aprile 2006, p. 192).
341 Sull’argomento cfr. P. V. CANNISTRARO, La fabbrica del consenso. Fascismo e mass media, Roma-Bari, Laterza, 1975; V. DE GRAZIA, Consenso e cultura di massa nell’Italia fascista, Roma-Bari, Laterza, 1981
342 G. BÀRBERI SQUAROTTI (a c. di) Introduzione a G. GOZZANO, Milano, Rizzoli, 1996, p. 1875. Secondo Squarotti è coessenziale al contesto borghese ed ai suoi valori la «[…] richiesta di semplicità, normalità, medietà […] di fronte all’eccesso di sublime» (ID., Poesia e ideologia borghese, Napoli, Liguori, 1976, p. 36).
344 LETTERA DI ALDO BORELLI A MARCELLO GALLIAN datata MILANO 2 OTTOBRE 1934: «[…] Gallian fu in quegli anni collaboratore ordinario della terza pagina del ‘Corriere della Sera’. […] l’articolo in questione, non accettato dal direttore, faceva parte del libro Storia dell’infanzia, mai pubblicato da Gallian, ma di cui uscì nel maggio 1936 un’anticipazione sulla rivista ‘Ottobre’. L’uscita del volume venne preannunciata anche sul n. 32 di ‘Quadrivio’, dove l’autore si dichiarò consapevole che la pubblicazione gli avrebbe procurato ‘molti grattacapi e molte molestie» (N. TROTTA [a c. di], Ribellione e avanguardia fra le due guerre. I libri e le carte di Marcello Gallian, catalogo della mostra documentaria allestita presso la Biblioteca Universitaria di Pavia (17 dicembre 2008 - 17 gennaio 2009), Pavia, Centro di ricerca interdipartimentale sulla tradizione manoscritta di autori moderni e contemporanei, 2008, p. 36). Marcello Gallian (Roma 1902 - ivi 1968), scrittore ed esponente del ‘fascismo di sinistra’ soi disant, poliedrica figura di intellettuale del primo Novecento e protagonista dell’avanguardismo romano «[…] fu, come lo ha definito Umberto Carpi, ‘uno scrittore di primissimo rango’, ‘il più forte scrittore dell’area bontempelliana e novecentista’, l’unico capace di autentiche accensioni e suggestioni surrealiste’. ‘Irriducibile fascista antiborghese’, ebbe un ruolo rilevante nella vita culturale del regime fascista e collaborò ad alcune fra le riviste più significative del Ventennio» (N. TROTTA [a c. di], Ribellione e avanguardia…, cit., p.39).
345 Cfr. T. LANDOLFI, Opere, cit., II, pp. 1283-4.
346 B. PISCHEDDA, Il narratore a cottimo, «La Domenica del Sole 24 Ore», 3 marzo 2013. Sul carteggio Borelli-Scerbanenco si veda G. SCERBANENCO, Racconti e romanzi per il «Corriere» (1941-1943), a c. di C. Fiumi, Milano, Fondazione Corriere della Sera, 2012.
Gianbernardo Piroddi, Grazia Deledda pubblicista: il carteggio col «Corriere della Sera» (1909-1936), Tesi di dottorato, Università degli Studi di Sassari, Anno Accademico 2012-2013
 
Il mondo cambia, i fondamenti dell’ordine sociale slittano nelle zone più difficili da raggiungere per la teoria politica, gli strumenti intellettuali fanno fatica ad adattarsi al nuovo panorama.
Il marxismo, tra Otto e Novecento, risponde alla sfida con un’intensa stagione di revisionismo, ma non riesce a mantenere vivo un pensiero autonomo e parziale sulla società, finendo con l’arrendersi allo scorrere “naturale” delle relazioni di potere. La temperie teorica in cui questo lento ma inesorabile processo si materializza, e che in gran parte contribuisce a creare, vede da una parte la crisi dell’impianto politico ottocentesco concretizzatosi nella forma dell’ordine liberale, dall’altra la crisi del paradigma alternativo a quell’ordine che la teoria marxista aveva saputo produrre nella forma del marxismo della seconda e poi della terza internazionale. Il periodo a cavallo degli ultimi due secoli è quindi un vero e proprio periodo di crisi, in cui lo spettro del disfacimento dell’ordine sociale si manifesta in tutta la sua potenza sotto le spinte congiunte di un movimento operaio non più interpretabile e risolvibile nei termini della “questione sociale” e di una pletora di soggetti sociali non riconducibili allo schema della contrapposizione di classe ma altrettanto potenzialmente destabilizzanti. Il sociale diventa il luogo del politico, l’asse strategico del ragionamento sul mantenimento degli istituti di mediazione politica si sposta dalla titolarità per grazia di Dio alla legittimità per “disciplina terrena”: una disciplina che va conquistata e mantenuta, difesa e riprodotta nella quotidianità delle relazioni sociali. In questi anni vengono poste le fondamenta per un tipo di organizzazione, legata appunto a una particolare disciplina, che affonda le sue radici d’ordine nella vita sociale stessa, come assicurazione in grado di coprire il pericolo sempre più minaccioso di una serie di crisi organiche. Le «varie forme di sociologia» che nascono e si sviluppano in questo periodo, quelle che meglio esprimono la situazione sociale e intellettuale, rispondono allora alla necessità incombente di interpretare le relazioni sociali nel loro contenuto politico, diventando lo strumentario teorico e pratico del governo della società, della riproduzione delle sue relazioni, del comando su di essa.
Antonio Gramsci vive i primi anni del suo impegno politico e giornalistico in questa temperie teorica. La sua formazione politica, infatti, si compie all’interno della tradizione riformista del partito socialista italiano, in quel periodo ancora legato alle teorie della seconda internazionale e innervato quindi di suggestioni idealiste, positiviste ed evoluzioniste. È però al tempo stesso uno spettatore disincantato ma attento del grande pensiero borghese che si esprime in quegli anni a Torino, città baluardo del pensiero razionalista e positivista. Dalla fine della prima guerra mondiale è poi il promotore della svolta leninista dei consigli e di quella stagione di lotte che nel “biennio rosso” segneranno l’apogeo e la crisi del movimento operaio italiano. La sua formazione politica si svolge quindi nel mezzo di tre crisi epocali: quella del socialismo riformista, quella delle istituzioni dell’ordine liberale e quella della risposta leninista che in Italia assume l’immagine dell’isolamento degli operai torinesi alla fine del 1920, asserragliati nelle fabbriche e destinati alla sconfitta.
Sin dai primi scritti giovanili è presente in Gramsci la consapevolezza di questi fallimenti, i limiti di queste esperienze politiche che si confrontano con una realtà sociale che si sta modificando rapidamente e che non viene colta nelle sue determinanti essenziali. Sin dai primi scritti giovanili appare però anche una capacità tutta gramsciana di recuperare quegli elementi che nelle diverse tradizioni emergono come segno dell’assunzione del mutato paradigma, quelle riformulazioni concettuali e lessicali che vanno a formare uno strumentario in grado di fare i conti con il piano sempre più sociale della politica. La domanda di fondo alla quale cercheremo di rispondere è in che misura il lessico proprio delle scienze sociali contemporanee, che nascono dentro queste crisi teoriche e che si propongono come agenti di una nuova “disciplina sociale”, i loro dispositivi argomentativi, i loro movimenti concettuali, vengono assunti e declinati da Gramsci all’interno di un progetto complessivo di una “sociologia del politico” all’altezza delle trasformazioni in corso. Diciamo “sociologia del politico” per significare il tentativo gramsciano di organizzare in un discorso comune la radicale contrapposizione che egli - da marxista - continua a considerare un carattere costitutivo della società contemporanea e gli strumenti, le tecnologie, le «casematte» sociali che si incaricano di neutralizzare, relativizzare, governare politicamente quella contrapposizione.
Michele Filippini, Una filologia della società. Antonio Gramsci e la scoperta delle scienze sociali nella crisi dell'ordine liberale, Tesi di dottorato, Alma Mater Studiorum Università di Bologna, 2008