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sabato 30 aprile 2022

A Napoli il Pci impone la chiusura di un innocuo giornaletto nato dagli sforzi di una compagnia di giovani promesse dalle vaghe aspirazioni letterarie


Se dal fronte La Capria scriveva lettere disperate in cui si augurava di ritrovare gli amici di ieri, negli ultimi mesi del ’43, quando i disordini dell’occupazione alleata lo consentono, lo scrittore collabora [n.d.r.: a Napoli] con alcuni di quegli amici per costruire insieme a loro un nuovo domani. Per risollevarsi dalle macerie e iniziare a mettersi alla prova, quei ragazzi maturano un «diverso engagement» della letteratura. A scriverlo è Caprara, non senza menzionare il testo che ha orientato il loro impegno in questa direzione:
«Letteratura come vita» erano, del resto, le parole con le quali Carlo Bo, luminare di parte cattolica della critica letteraria (che per noi si incarnò nella corrente impropriamente chiamata Ermetismo) aveva intitolato la sua raccolta di testi esemplari del settembre del 1938. <53
Il paragone di Bo è una fonte di ispirazione, e i suoi «scritti fascinosi» su Jacques Rivière, Sainte-Beuve, Gide, Mallarmé, Montale, passando per Pascal e Port-Royal, non sono né più né meno che «appelli a quegli “altri doveri”» a cui invitava pure il Gran Lombardo nella Conversazione in Sicilia di Vittorini. <54
Ma Caprara non è il solo a pensarla così, perché in uno dei suoi Esercizi superficiali, La Capria confesserà a una giovane lettrice che anche lui riteneva allora di poter cambiare il mondo con il potere della letteratura: credevamo - ma era bello crederlo! - che la lettura, la letteratura, questi libri insomma, fossero una chiave per aprire tutte le porte, per conoscere le cose del mondo, per preparare chissà quale cambiamento di cui sentivamo l’esigenza e che speravamo imminente. <55
Inebriati da questo spirito, attorno al tavolo del novello direttore del gruppo Caprara, siedono amici di vecchia data come La Capria, Compagnone, Giglio, Patroni Griffi, Napolitano, Scognamiglio e Barendson, ora affiancati da Aldo Palumbo e Spartaco Galdo. <56 Sul tavolo del confronto c’è un progetto editoriale umile nei toni ma ambizioso nei propositi: si tratta di «Latitudine», un mensile di letteratura e politica che, attraverso una «scelta esemplare di autori», intende fornire ai “naviganti” le giuste coordinate per approssimarsi, con la dovuta cautela dopo «anni così disperati» per la navigazione, a quella «nuova cultura europea» che solo adesso incomincia ad affacciarsi all’orizzonte, seducente come una promessa. <57
Oltre all’ispirato editoriale di Caprara, che deve la sua piega «mistico-moralista» all’influenza di Bo e ai suoi referenti d’oltralpe, <58 il primo numero di «Latitudine» ospita numerosi contributi: un saggio di Max Raphael sulla dialettica materialista (nella versione italiana di Palumbo); un brano di Lucrezio sul sentimento del tempo; le strofe I e VII de La Dernière nuit di Paul Éluard, dal volume Poésie et vérité del ’42, e Les Hommes, non la terre di Pierre Emmanuel, dal Poème senza titolo apparso un anno dopo sul numero ventinove di «Fontaine» (entrambi nella traduzione collaborativa di La Capria e Caprara); <59 un inedito di Patroni Griffi, intitolato La grande stagione; una riflessione di Compagnone sulla letteratura americana; The World, un racconto di Saroyan tratto dalla raccolta The Trouble with Tigers del ’38 (anch’esso tradotto da La Capria); i partecipi versi di Galdo e quelli musicali di Giglio; e infine, un brano sulla pittura, siglato da Caprara; una nota di Scognamiglio sulla musica contemporanea; una considerazione di Napolitano sul rinnovamento del teatro; e un pezzo sulla storicità del film, a cura di Barendson. A dispetto del vento universalista che soffia da questi «contributi alla cultura», le coordinate suggerite nel primo numero di «Latitudine», che vanta inoltre una presentazione bilingue, in italiano e in francese, conducono l’equipaggio di quella piccola imbarcazione alla deriva, perché il fascicolo pubblicato nel gennaio del ’44 sarà anche l’ultimo.
L’incidente è doloso e il movente va ricercato proprio in quei referenti tanto ingenuamente citati, quei letterati di sinistra di area non comunista come il «cattolico» Charles Péguy, il «delicatissimo» Alain-Fournier e soprattutto il «cosmopolita» André Malraux, per il quale «scrivere» era, in quel momento, «la sola maniera di continuare a vivere». <60
Ignaro delle reali motivazioni e in ossequio a tanta autorità, Caprara accetta di partecipare a una riunione di partito nella sua duplice veste di «candidato» e di direttore della nuova rivista: «Gettate la maschera, siete dei trotzkisti», grugnisce uno dei funzionari di via San Potito, ma è piuttosto lui a scoprire la vera natura di quell’incontro, rivelatosi un «informale processo» senza difesa. <61 Il capo d’accusa è infamante, “alto tradimento”: a leggere uno scrittore come Malraux, che si batte al fianco di De Gaulle, anche se è nel contempo opposto a Pétain e ai tedeschi, ci si espone automaticamente al giudizio di chi non potrebbe mai redimere «uno che si batte dalla parte sbagliata». <62 Caprara è profondamente deluso. Senza saperlo, ha rischiato di finire come Palla di Neve, il maiale espulso dalla Fattoria degli animali, in anticipo di un anno sulla satira che George Orwell ancora non ha scritto. Al momento, sa solo che il suo progetto è stato affossato da «rivoluzionari di professione» che aveva del tutto mitizzato: <63
"Più che le parole, mi colpiva l’atmosfera che era di odio contro chi, come noi, avevamo osato fare una rivista senza ottenere né sapere dell’imprimatur necessario. «Malraux à la lanterne», al palo, sussurrò un altro suscitando l’approvazione scomposta degli altri nostri giudici". <64
Dopo vent’anni di oppressione fascista, il cielo di Napoli non sembra essersi fatto più terso se il “Santo Uffizio” del Partito Comunista, presieduto dal dirigente Clemente Maglietta, impone la chiusura di un innocuo giornaletto nato dagli sforzi di una compagnia di giovani promesse dalle vaghe aspirazioni letterarie.
IX. IL PIANO MALAPARTE
La vicenda deve aver provocato qualche pettegolezzo se l’eco della notizia giunge all’orecchio di Curzio Malaparte, da poco uscito dal carcere di Regina Coeli. Informato della frattura con Maglietta e i suoi, lo scrittore offre a Caprara l’intrigante consiglio di «Scavalcarli». <65 L’ex direttore di «Latitudine» raggiunge Malaparte a Capri, dove lo scrittore fa gli onori di casa mostrando al suo ospite la villa che ha fatto edificare sulla sommità di Capo Massullo. Per l’indomani, fissa un appuntamento con Eugenio Reale, un dirigente comunista di spicco che aiuterà Caprara a «riannodare i fili» con il partito. <66 Ma la mano di Malaparte si ferma qui, perché in occasione del suo primo incontro con Togliatti, per ottenere una legittimazione a sinistra, il maestro preferisce scavalcare i funzionari di San Potito da solo, piuttosto che perorare la causa del suo preoccupato ma speranzoso discepolo. Così l’esperienza di «Latitudine» può dirsi archiviata in via definitiva, come pure la collana di monografie che la sua redazione aveva messo in cantiere. Soltanto più tardi Napolitano, che era allora sfollato a Capri con una parte della famiglia, informerà Caprara della dedica con cui Malaparte lo avrebbe omaggiato, mostrandosi - almeno con lui - un po’ più generoso: "non conoscevamo il suo passato d’uomo compromesso col regime, ma, in quanto intellettuale, lo sentivamo vicino a noi […]. Dire che avesse una grande opinione di sé è dir poco; ma aveva anche una spiccata capacità di seduzione, un fascino notevole […]. Era quasi una replica di Kaputt che si svolgeva sotto i miei occhi, cosa che ho capito solo più tardi, quando mi offrì la prima edizione del libro, pubblicata dall’editore Casella, a Napoli, con una dedica molto lusinghiera: «A Giorgio Napolitano, che non perde mai la calma, nemmeno durante l’Apocalisse». <67
La stampa del numero uno di «Latitudine» viene completata poco prima dell’Apocalisse, due mesi prima della memorabile eruzione del Vesuvio, registrata dall’occhio «attento e infallibile» di un agente dell’Intelligence inglese ancora sconosciuto, che il 19 marzo annoterà sul suo diario: «È lo spettacolo più maestoso e terribile che abbia mai visto, e credo che una cosa del genere non la vedrò mai più». <68 Della raccolta di Racconti di Saroyan e del Ritorno dall’U.R.S.S. di Gide, entrambi previsti nella traduzione di La Capria, ci resta solo l’annuncio in terza di copertina, dove il primo risulta «in corso di stampa» e il secondo «in preparazione».
I successivi mesi del ’44 nulla sapranno degli innumerevoli echi che suscitò in lui la lettura diretta di Saroyan - echi che, garantisce La Capria, la «mirabile traduzione» di Vittorini non aveva del tutto esauriti - né sapranno della «moralità» che riverberava oltre la pagina dello scrittore: «Break down the stupid structure [of] language and make it life», aveva scritto Saroyan. <69
E per quanto conforme a un fenomeno di rottura iniziato con Joyce e proseguito fino alla Stein, non sarà certo la poetica del «piccolo Saroyan» ad abbattere le stupide strutture del linguaggio, perché nella tumultuosa Napoli occupata dagli alleati e trasformata in una specie di «Saigon mediterranea», a rompere gli schemi della lingua e del costume sarà la vita stessa, al ritmo sincopato del jazz. <70
[NOTE]
53 MASSIMO CAPRARA, Paesaggi con figure, Ares, Milano 2000, p. 17. Si riproduce il testo emendato da refusi tipografici evidenti.
54 Ibid.
55 RAFFAELE LA CAPRIA, Cara Sofia… Dostoevskij, Proust, Kafka: la tua identità è ciò che leggi, «CdS», 7 settembre 2008; poi Sofia, in Esercizi superficiali. Nuotando in superficie (2012); rist. in Opere, cit., vol. II, pp. 2175-80: 2177.
56 Si veda MOZZILLO, I ragazzi di Monte di Dio, cit., p. 7, dove anche Ghirelli figura tra i collaboratori, benché il suo nome non venga menzionato sulla rivista.
57 Presentazione di «Latitudine», n.u. (1944), p. 1.
58 CAPRARA, Paesaggi con figure, p. 42.
59 Si noti che il nome dell’A. figura solo nell’indice di «Latitudine». I versi di Emmanuel riappariranno in marzo, in lingua originale, tre mesi dopo l’uscita della rivista, nella rassegna di A.[NTONIO] C.[ARACINI], Lettere francesi, «Aretusa», 1:1 (1944), pp. 124-28: 125.
60 MASSIMO CAPRARA e ROBERTO FONTOLAN, Riscoprirsi uomo. Storia di una coscienza, Marietti, Genova-Milano 2004, p. 22; ANDRÉ MALRAUX, cit. a piè di pagina nel Taccuino del lettore, «Latitudine», n.u. (1944), p. 22.
61 CAPRARA, Paesaggi con figure, p. 41.
62 Ivi, p. 42. L’episodio è raccontato anche in NELLO AJELLO, Intellettuali e PCI. 1944-1958 (1979), Laterza, Roma-Bari 1997, pp. 27-34.
63 CAPRARA, Paesaggi con figure, p. 41.
64 Ivi, p. 43.
65 Ivi, p. 45.
66 Ivi, p. 50.
67 MAURIZIO SERRA, Intervista a Napolitano: dialoghi a Capri con Malaparte, «M», 17 febbraio 2011; poi «Era quasi una replica di Kaputt che si svolgeva sotto i miei occhi…», in Malaparte. Vite e leggende, trad. di Alberto Folin, Marsilio, Venezia 2012, pp. 547-50: 548-49. Si veda M.[ARIO] A.[JELLO], Intervista a La Capria: Malaparte disse di lui che mantiene la calma pure nell’Apocalisse, «Il Messaggero», 15 aprile 2013, pp. 4-5. Si veda anche FRANCHI, Giorgio Napolitano, cit., p. 48, dove Napolitano racconta che: «All’allarme, sempre più incalzante, delle incursioni aeree, imparai a reagire con molto autocontrollo e con ragionevole fatalismo: un apprendimento che mi sarebbe tornato utile anche in altri drammatici periodi della convivenza nazionale».
68 RAFFAELE LA CAPRIA, Napoli è meravigliosa, sir, «CdS», 28 agosto 1993; poi Norman Lewis, in Ultimi viaggi nell’Italia perduta (1999), Bompiani, Milano 2015, pp. 52-58: 52; NORMAN LEWIS, Napoli ’44 (1978), Adelphi, Milano 2013, p. 120.
69 RAFFAELE LA CAPRIA, Introduzione a WILLIAM SAROYAN, Il Mondo, «Latitudine», n.u. (1944), p. 20.
70 LA CAPRIA, Esperienze letterarie…, cit., p. 49; RAFFAELE LA CAPRIA, Quando Napoli era Saigon, «CdS», 13 aprile 1993, p. 28
Luca Federico, L'apprendistato letterario di Raffaele La Capria, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Genova, 2020