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sabato 4 giugno 2022

Quando arriva in America Max Ascoli possiede un inglese ancora scolastico


Quando arriva in America, a New York nel ’31, grazie all’aiuto di Luigi Einaudi e della Rockefeller Foundation, Max Ascoli possiede un inglese ancora scolastico ed è angosciato per le sorti di tanti amici liberali ebrei rimasti in Europa (da Leone Ginzburg a Eugenio Colorni). Ricerca in tutti i modi la ricongiunzione di humanities e “potere”, in Italia sempre sfuggita (nonostante la testimoniale opera del Croce e di “Giustizia e Libertà”). Pochi mesi dopo padroneggia la lingua, veste la giacca bianca, conta amici fra giornalisti, scrittori e uomini del Congresso. Con Gaetano Salvemini, fonda “The Mazzini Society”, sodalizio importante ma non di massa; collabora a “The World” (Il Mondo), fonda il quindicinale “The Reporter” (1949-’68), rivista che sembra in alcune fasi tener alta la fiaccola della Libertà nella vita politica americana e mondiale.
Alla fine, Ascoli dirà (pur tra tante e crescenti incomprensioni): «Solo in questo Paese mi sono sentito veramente importante e pienamente realizzato». Esalterà la “fredda precisione” di John Fitzgerald Kennedy, il presidenzialismo di Charles De Gaulle e Lyndon Johnson, fino al ’68 e alla guerra nel Vietnam. Alcuni storici e cineasti han voluto vedere in lui l’influenza della Cia. Ma non è dimostrato che “The Reporter” beneficiasse di tali canali o interventi. Anzi, nell’impresa continuava (con la moglie) a rischiare del suo.
Era la fede nella libertà, la “religione della libertà”, che lo spingeva a battaglie difficili. Perciò (parafrasando il titolo del libro dedicato a Hirscham da Edelkman), lo chiamerei “Filosofo mondiale della Libertà”. Negli anni ’30, risponde già alla domanda “After Mussolini, What? - Il comunismo”, contrapponendo «No. L’Italia. Noi abbiamo fede nella vitalità, nella saggezza, nel buon senso del popolo italiano».
Collaborerà a “Criterio” di Carlo Ludovico Ragghianti (1957-’58), con articoli di filosofia del diritto, studi da cui era vichianamente partito da giovane. Denuncerà la nascente lobby cinese, i pericoli di Cuba, il fanatismo razzistico del Ku Klux Klan, i limiti dell’utopia totalitaria. Elogia Claire Sterling, Isaac Deutscher, gran studioso di sociologia e critico dello stalinismo, la scoperta e pubblicazione del “Dottor Zivago” di Boris Pasternak, ritrovato per le cure di Giorgio Bassani, amico ferrarese. La politica non può controllare l’intierezza della vita, questo il suo messaggio, da “uomo profondamente religioso” (come dirà nel congedo dell’ultimo numero di “The Reporter”, 13 giugno 1968).
Giuseppe Brescia, Max Ascoli, ferrarese simbolo di libertà, la Nuova Ferrara, 7 febbraio 2014

Grazie ai legami del suo fondatore Max Ascoli con importanti funzionari governativi, la rivista «The Reporter» divenne un nodo importante nella rete di relazioni tra istituzioni e mondo politico negli anni della Guerra fredda. Si era organizzata intorno alla rivista un’influente rete di intellettuali, professori universitari, dirigenti di grandi aziende e di mezzi di comunicazione, che si unirono a politici e personale dei servizi di intelligence, con l’obiettivo di influenzare la politica estera americana. Questa rete di personaggi influenti - ampia ma poco strutturata - si basava sull’esistenza di passate esperienze comuni tra i suoi esponenti; esperienze di studio nelle università della Ivy League, o esperienze di lavoro svolto insieme nei servizi di intelligence e di propaganda durante la guerra, come l’Office of War Information (Owi) e l’Office of Strategic Services (Oss). Una potente élite che in virtù di una provenienza culturale e lavorativa comune aveva idee simili sull’organizzazione del mondo dopo la guerra e una visione simile del ruolo degli Stati Uniti sulla scena internazionale. Condividevano tutti le stesse idee liberali, un fiero anticomunismo ed una forte convinzione dell’importanza della cooperazione internazionale attraverso organizzazioni ed iniziative come le Nazioni Unite, una Europa unita e l’Alleanza Atlantica.
Con la costituzione della Cia nel 1947 questa rete cominciò ad avere un ruolo essenziale negli sforzi dei servizi segreti per contrastare la minaccia posta dal comunismo internazionale e nel promuovere gli interessi americani in politica estera <29. «The Reporter», nato esplicitamente con l’intenzione di rappresentare la rivista adatta per la nuova era postbellica, non solo si distinse all’interno di questa rete di relazioni, ma ne incarnò in pieno la visione dell’organizzazione del mondo.
Max Ascoli fu un membro attivo di questa rete. Come presidente dell’Università in Esilio aveva lavorato a stretto contatto con la Fondazione Rockefeller, con organizzazioni di aiuto ai rifugiati come l’Emergency Rescue Committee e con il Dipartimento di Stato per soccorrere gli studiosi europei in fuga dal fascismo e favorirne l’arrivo negli Stati Uniti. Durante questo periodo Ascoli aveva stretto amicizie importanti e di lunga durata, tra cui quella con Adolf A. Berle, assistente segretario di Stato e con Nelson Rockefeller, due personaggi molto impegnati nelle attività di intelligence e di propaganda in guerra, che avrebbero poi avuto un ruolo cruciale nell’organizzazione delle operazioni segrete della Cia alla fine degli anni ’40 e per tutti gli anni ’50 <30.
Ascoli intrecciò ulteriori relazioni nella sua attività come presidente della Mazzini Society, che collaborò con l’Owi <31. Nel 1941 entrò a far parte della Ociaa, un’agenzia, guidata da Nelson Rockefeller, costituita con l’obiettivo di rafforzare i legami tra le nazioni dell’emisfero occidentale e creare un fronte comune contro le potenze dell’Asse. L’Ociaa, che precedette le agenzie Owi e Oss, servì come terreno di sperimentazione per le tecniche americane di propaganda che avrebbero poi svolto un ruolo importante sia durante la seconda guerra mondiale che durante la guerra fredda <32.
Dal 1941 al 1943 Ascoli lavorò al Bureau of Latin America Research a Washington, Dc, un ufficio organizzato dalla Ociaa e dalla New School for Social Research. Il professore svolse un ruolo importante nelle attività di propaganda e di intelligence come collegamento tra gli agenti in America Latina, gli studiosi della New School e i funzionari dell’Ociaa <33.
È probabile che nell’attività svolta per la Ociaa Ascoli abbia lavorato a stretto contatto con il Dipartimento di Stato, nel quale il suo amico Adolf A. Berle era il più ardente sostenitore della cooperazione pan-americana per resistere all’intrusione del totalitarismo <34. Ascoli collaborò anche con C.D. Jackson, direttore del Council for Democracy. All’epoca Jackson era uno degli esperti fondamentali per l’America nella guerra psicologica, della quale il Council for Democracy era parte, come iniziativa volta a coordinare le attività di difesa e promozione della democrazia. Ascoli ne era membro e vi svolgeva un ruolo di collegamento tra il consiglio, la Mazzini Society e l’“Università in Esilio” <35.
Al termine della guerra Ascoli utilizzò la sua ampia rete di relazioni per costituire il «Reporter» e per circondarsi di persone con idee simili alle sue. Una delle cose che queste persone avevano in comune era il lavoro svolto durante la guerra nell’Owi e nell’Oss. Wallace Carroll, il primo caporedattore della rivista, era un caso tipico. Era responsabile dell’assunzione del personale come della definizione dei principi fondativi e della filosofia della rivista. Mentre stava scrivendo le prime note sulla politica del «Reporter» in merito alla guerra fredda, Carroll stava anche lavorando su un libro intitolato "Persuade or Perish". Nel libro argomentava come la guerra fredda fosse soprattutto una guerra psicologica e che gli Stati Uniti su questo terreno erano indietro rispetto all’Unione Sovietica <36.
Carroll non fu l’unico membro dello staff del della rivista con alle spalle la collaborazione con agenzie di spionaggio e propaganda. Altri due illustri esempi furono Philip Horton e Douglass Cater, entrambi ancora in contatto con l’Owi e l’Oss a beneficio della rivista. Cater lavorava nel ramo dell’Oss dedicato a ricerca ed analisi (R&A), nella divisione che si occupava di Unione Sovietica, mentre Horton svolgeva un ruolo fondamentale come agente nell’Oss a Washington, Londra e Parigi. Nella capitale francese Horton si occupò di traghettare l’attività di intelligence americana dalla seconda guerra mondiale alla guerra fredda. Sebbene l’Oss avesse ufficialmente smobilitato nel 1945 e la Cia non fosse stata costituita prima del 1947, Horton continuò il suo lavoro, fino ad organizzare la prima sede della nuova agenzia di spionaggio americana a Parigi <37.
[NOTE]
29. Per una descrizione più dettagliata del concetto di “rete di relazioni tra stato e privati” cfr. S. Lucas, Beyond Freedom, Beyond Control: Approaches to Culture and the State-Private Network of the Cold War, in Scott-Smith-Krabbendam (eds.), The Cultural Cold War in Western Europe, 1945-1960, F. Lass, London-Portland, 2003, pp. 53-72; S. Lucas, Freedom’s War: The U.S. Crusade Against the Soviet Union, 1945-1956, New York University Press, New York, 1999); Id., Mobilising Culture: The Cia and State-Private Networks in the Early Cold War, in D. Carter-R. Clifton (eds.), War and Cold War in American Foreign Policy, 1942-62. Palgrave Macmillan, London, 2001, pp. 83-107; and S. Lucas, ‘Total Culture’ and the State-Private Network: A Commentary, in J.C.E. Gienow-Hecht-F. Schumacher (eds.), Culture and International History, © Bergham Books, New York, 2003, pp. 206-12.
30. Per un resoconto più dettagliato dell’associazione di Ascoli con Nelson Rockefeller cfr.: R.J. Tosiello, Max Ascoli: A Lifetime of Rockefeller Connections, cit., pp. 107-40.
31. L. Fermi, Illustrious Immigrants, cit., p. 119.
32. E.W. Barrett, Truth is Our Weapon, Funk & Wagnallis Company, New York, 1951, pp. 21-22.
33. HGARC, Box 169, Max Ascoli al Selective Service Local Board n. 17, Tls (cc), 21 maggio 1942, folder 1.
34. J.A. Schwartz, Liberal: Adolf A. Berle and the Vision of an American Era, The Free Press, New York, 1987, pp. 130-31.
35. HGARC, Box 198, Council for Democracy file, folder 7.
36. W. Carroll, Persuade or Perish, Houghton Mifflin Company, Boston, 1948; D.E. Rosenbaum, Wallace Carroll, Editor and Publisher, Is Dead at 95, in «New York Times», July 30, 2002.
37. Per una descrizione più dettagliata dei contatti di Horton e Cater con l’Oss cfr. il capitolo 9 della mia dissertazione: Elke Van Cassel, A Cold War Magazine of Causes: A Critical History of The Reporter, 1949-1968 (doctoral dissertation, Radboud University Nijmegen, 2007).
Elke Van Cassel, «The Reporter» (1949-1968): il lascito americano di Max Ascoli in (a cura di) Renato Camurri, Max Ascoli. Antifascista, intellettuale, giornalista, FrancoAngeli, 2012

Alla fine del 1939, si costituiva a New York la Mazzini Society. Fondata su iniziativa di alcuni esuli antifascisti, a essa si aggregavano, nell’estate del 1940, altri illustri personaggi giunti negli Stati Uniti dopo l’invasione tedesca della Francia. Tra questi vi erano Carlo Sforza, Alberto Tarchiani e Randolfo Pacciardi, che si andavano ad aggiungere agli altri esuli già da tempo residenti in America, come Gaetano Salvemini, Massimo Ascoli e Giuseppe Antonio Borgese. Lo scopo della società era di informare il pubblico statunitense e i milioni di italo-americani sulle reali condizioni dell’Italia sotto il regime fascista. Nello svolgere la sua opera, la Mazzini Society attaccava apertamente Generoso Pope, accusandolo di fare propaganda favorevole alle potenze dell’Asse <132.
In effetti, «Il Progresso Italo-Americano» non aveva smesso di celebrare la figura di Mussolini e il suo costante impegno per preservare la pace internazionale <133. Le speranze di Pope, come quelle della maggioranza degli italo-americani, erano riposte nella neutralità proclamata dai governi di Washington e di Roma, vista come l’unica possibilità che avrebbe evitato un conflitto tra i due paesi. Questa illusione era destinata a tramontare nel giugno 1940, quando Mussolini annunciava dal balcone di palazzo Venezia la sua decisione di scendere in guerra al fianco di Hitler. «Il Progresso Italo-Americano» commentava la notizia con delusione, ma senza alcun tono polemico nei confronti della scelta di campo operata dal duce <134. Il giornale riferiva puntualmente sugli iniziali successi militari italiani e replicava ai commenti della stampa americana che criticavano la capacità bellica del regio esercito in occasione dei primi rovesci in Africa e in Grecia <135.
[NOTE]
132 Cfr. P.V. CANNISTRARO, E. AGA ROSSI, La politica etnica e il dilemma dell’antifascismo italiano negli Stati
Uniti: il caso di Generoso Pope, cit., pp. 229-232.
133 Cfr. G. POPE, Per i buoni rapporti italo-americani, in «Il Progresso Italo-Americano», 14 gennaio 1940.
134 Cfr. ID., L’Italia in guerra, in «Il Progresso Italo-Americano», 11 giugno 1940.
135 Cfr. ID., Le croniche diffamazioni, in «Il Progresso Italo-Americano», 22 novembre 1940; ID., Le alterne vicende della guerra, in «Il Progresso Italo-Americano», 15 dicembre 1940.
Francesco Di Legge, L'aquila e il littorio: direttive, strutture e strumenti della propaganda fascista negli Stati Uniti d'America (1922-1941), Tesi di dottorato, Università degli Studi del Molise - Campobasso, Anno Accademico 2013/2014