Quelle che seguono sono considerazioni poco critiche sulla storia dei pieds-noirs francesi. Per suscitare qualche riflessione dialettica in proposito forse è sufficiente rammentare che non fu proprio esiguo il numero di francesi che appoggiò dall'inizio l'anelito degli algerini alla propria indipendenza. Per non parlare delle torture praticate su larga scala e dei tanti massacri di civili compiuti sempre dai militari francesi.
Adriano Maini
Adriano Maini
In Francia per numerosi anni la guerra d’Algeria non era esistita. Numerosi furono infatti i controlli che lo stato attuò all’interno dei media, al cinema e alla televisione francese, la guerra d’Algeria fu un soggetto a lungo evitato: nei film commerciali dell’epoca il conflitto algerino tutt’al più si stagliava sullo sfondo ma non esistevano film francesi che avrebbero potuti essere paragonati alla serie “Rambo”. Benjamin Stora sottolinea che per anni la Francia aveva censurato le pellicole ambientate durante gli événements d’Algérie e le sole immagini relative a quei fatti sarebbero comparse attorno agli anni ‘90 con il documentario inglese di Peter Baty “La guerre d’Algérie”, diffuso nel 1990, e con i primi documentari francesi, "Anées algériennes!", diffusi dal 1991 <35. Anche il film “La battaglia di Algeri”, di Gillo Pontecorvo, non venne mostrato in Francia, dopo la sua uscita al Festival di Venezia nel 1966, sebbene la pellicola avesse vinto il Leone d’oro. Si sarebbe dovuto attendere il 1970 poiché la pellicola potesse entrare nelle sale cinematografiche francesi <36. Ciò che favorì ulteriormente il silenzio relativo alle vicende algerine furono le continue amnistie promulgate immediatamente dopo la fine del conflitto. La riabilitazione di tutti gli esponenti dell’OAS, rinchiusi nelle prigioni francesi, evidenziò la mancanza di volontà dello stato di aprire numerosi processi su dei fatti in cui era strettamente coinvolto. La prima amnistia, del 17 dicembre 1964, venne immediatamente seguita il 21 dicembre da una grazia presidenziale nei confronti di 173 combattenti dell’OAS. Il testo di legge del 17 giugno 1966 dichiarò inoltre che sarebbero state perdonate tutte: «le infrazioni contro la sicurezza dello stato o commesse in relazione agli événements d’Algérie <37.» Infine la grazia del 7 giugno 1968 rilasciò tutti i membri dell’OAS ancora trattenuti nelle prigioni di stato, ridando la libertà anche a coloro che avevano organizzato il putsch e che furono velocemente reintegrati all’interno dell’esercito francese. Il presidente Mitterand aveva dichiarato: «è della nazione il perdonare <38» e nel novembre 1982 i putschisti sarebbero stati totalmente riabilitati e reintegrati nell’esercito. Riconoscere che vi era stata la guerra significava affermare che la Francia per otto lunghi anni aveva combattuto sé stessa abbandonandosi a una guerra civile; anche se in realtà a scontrarsi furono due precise identità: il nazionalismo algerino e il colonialismo francese. Il mancato utilizzo della parola guerra da parte dello stato francese lasciava ugualmente intendere la volontà di mantenere una non-memoria di quel periodo e permettere alla popolazione francese di rimanere all’oscuro di ciò che era realmente accaduto oltre il mediterraneo. All’indomani della firma degli accordi di Evian emerse la volontà di cancellare tutto quello che era accaduto. La collettività voleva dimenticare ciò che si era verificato; ciò, tuttavia, non bloccò l’emergere e il rafforzarsi di memorie “particolari”, come la memoria dei pieds-noirs, dei veterani e degli harkis, che continuarono a chiedere il riconoscimento ufficiale di quelle vicende, che avvenne solo 1996 quando, ricevendo all’Eliseo i membri del Front uni des anciens combattants d’Afrique du Nord, Jacques Chirac riconobbe la necessità di sostituire con la parola «guerra» l’espressione «operazioni di mantenimento dell’ordine», iniziativa che tuttavia trovò l’opposizione ufficiale. Il governo di Lionel Jospin andò oltre, aprendo alcune sezioni degli archivi relativi alla guerra ai ricercatori. Stando alla legge del 3 gennaio 1979 il tempo di prescrizione per la consultazione degli archivi era di 30 anni, intervallo che poteva tuttavia subire prolungamenti a seconda di tutta una serie di eccezioni, come dimostrano i faldoni militari, che risultano tutt’ora secretati perché «mettono in causa la sicurezza dello stato e la vita privata degli individui <39». Jospin permise lo studio di quest’avvenimento sul quale l’oblio era calato da ormai troppi anni, per cercare di riabilitare il ruolo dei soldati: «un quarto di secolo è passato senza che il sacrificio fatto dai nostri soldati in questo conflitto non sia stato pienamente riconosciuto <40» e ancora «noi decidiamo di ridare ai veterani l’onore e la dignità che la storia aveva preso loro <41». Finalmente il 10 giugno 1999 l’Assemblea Nazionale dibatté una proposizione di legge con cui sostituire l’espressione «operazioni di mantenimento dell’ordine» con la frase «guerra d’Algeria.»
A lungo la guerra d’Algeria era stata rinchiusa nelle memorie personali e dopo quasi 40 anni era giunto il momento di liberarsi di questo spettro e assegnarle un nome. Era ormai necessario dare dignità a quelle comunità che fino a quel momento avevano vissuto nell’ombra, ma che avevano compiuto grandi opere in quelle terre. Nel marzo 2003 i deputati Jean Léonetti e Philippe Douste-Blazy depositarono così una proposta di legge, firmata da altri 108 parlamentari, con un solo articolo atto a cercare «il riconoscimento dell’opera positiva dell’insieme dei nostri cittadini che hanno vissuto in Algeria durante il periodo della presenza francese <42». L’anno successivo venne proposto un nuovo disegno di legge dal ministro della difesa che prevedeva un memoriale relativo al riconoscimento della nazione nell’opera di colonizzazione avvenuta tramite la popolazione europea in loco e proponeva un eventuale indennizzo. In sede di dibattito il partito socialista propose anche la creazione di una commissione d’inchiesta sulla responsabilità dei massacri delle numerose vittime civili, dei rimpatriati e degli harkis, avvenuti dopo la data officiale del cessate il fuoco durante la guerra. Il parlamento, tuttavia, non riconobbe, come avrebbero voluto il partito socialista e il FN, la responsabilità dello stato in questi avvenimenti. Infine, la nuova legge proposta dal deputato Christian Kert e approvata nel febbraio 2005 prevedeva che i programmi scolastici e i programmi di ricerca universitaria dessero alla storia della presenza francese in Africa del Nord il posto che le spettava <43. L’articolo 4 della legge dichiarava infatti: «i programmi di ricerca universitaria accordano alla storia della presenza francese outre-mer, precisamente in Africa del Nord, il posto che le merita. I programmi scolastici riconoscono in particolare il ruolo positivo della presenza francese in Africa del Nord e accordano alla storia e ai sacrifici dei combattenti dell’esercito francesi provenienti da questi territori il posto di rilievo che meritano. La cooperazione che permetterà il collegamento delle fonti orali e scritte disponibili in Francia è incoraggiata <44.» Il testo intendeva riconoscere e affermare il debito morale che dello stato francese nei confronti dei pieds-noirs, cercando di proteggerli contro «gli insulti, la diffamazione e contro quelli che vorranno negare la loro tragedia <45.» La legge del 23 febbraio 2005 affermava infatti che: «La nazione riconosce le sofferenze provate e i sacrifici vissuti dai rimpatriati, dai membri dei suppletivi militari, i dispersi e le vittime civili e militari legate al processo d’indipendenza di questi vecchi dipartimenti e territori e rende loro, e alle loro famiglie, un solenne omaggio <46.» Il decreto, come sostiene Clara Palmiste, per quanto fosse “sconveniente”, dimostrava la volontà, da un lato, di rilanciare il dibattito su episodi taciuti dalla storia coloniale e il desiderio dello stato di ammettere i crimini coloniali, dall’altro lato, soprattutto a livello politico, evidenziava la necessità della Francia di voltare pagina e di proseguire lungo il cammino internazionale <47.
Era giunto il momento per i pieds-noirs di dare voce alle proprie memorie e di dimostrare che la storiografia ufficiale non raccontava la verità dei fatti dato che alcuni manuali, a proposito della loro presenza in Algeria narravano: «L’originalità dell’industria algerina: l’Algeria ha recuperato le sue ricchezze posseduto fino a quel momento da società straniere, soprattutto francesi. Le ha sostituite per società nazionali. Ciascuna delle quali dirige un settore d’attività <48.» Con queste premesse la comunità di rimpatriati si sentì incoraggiata a rendere pubblica la propria storia, la propria memoria, per permettere all’intera metropoli di rapportarsi con questa comunità in maniera diversa. Essi non erano i fascisti che avevano sfruttato i musulmani, ma civilizzatori cui era stato negato, fino a quel momento, ogni riconoscimento. Questa memoria, a tratti così diversa dalla storiografia ufficiale non ebbe alcuna difficoltà a propagarsi all’interno della comunità, a radicarsi così in profondità che a tutt’ora è il referente dei pieds-noirs <49. La storiografia dei rapatriés aveva evidenti punti in comune con quella ufficiale, soprattutto per quanto riguardava il periodo coloniale: gli avvenimenti narrati dalla storiografia ufficiale avevano in sé la veridicità e l’esattezza e ai pieds-noirs non restava che sottolineare come fossero stati i loro antenati ad aver permesso a quegli avvenimenti di realizzarsi. L’epopea coloniale assumeva così quegli aspetti positivi che erano stati finora preclusi loro dalla storiografia metropolitana <50. Mentre il racconto metropolitano parlava di sfruttatori, coloni e usurpatori, i termini usati dai pieds-noirs per raccontare le vicende dei loro avi in Algeria furono invece avventuriero e pioniere. L’analisi storiografica pieds-noirs si concentrò a «ristabilire la verità storica» del periodo precedente agli anni del drame algérien, tratteggiando uno scenario idilliaco in cui non erano presenti contrasti tra la popolazione europea e araba. Per quanto riguarda invece le vicende relative alla guerra d’Algeria l’una e l’altra memoria si costruirono in maniera tale da poter “scaricare” ogni responsabilità, ponendo gli elementi sotto una luce completamente diversa. Un punto degli avvenimenti della guerra d’Algeria creava inoltre una profonda frattura tra la storiografia ufficiale e quella dei pieds-noirs: gli anni di governo del generale de Gaulle. Egli, secondo i rapatriés per non oscurare la propria immagine, avrebbe imposto alla storiografia ufficiale di modificare il racconto degli avvenimenti, divenendo «un potere che, dopo aver sottomesso i media, non indietreggia davanti a alcun processo, nemmeno alle richieste storiche, per accreditare le proprie tesi <51», selezionando le informazioni, per non avere alcun oppositore, come avevano fatto le dittature: «bisogna sapere che la “nuova storia” si riferisce essenzialmente ai documenti audio-visuali di cui la potenza d’evocazione e di memorizzazione, naturalmente sui giovani, può essere utilizzata come un’arma pedagogica. Facili manipolazioni, la scelta delle immagini e dei commentari che si adattano, permettono di far passare non importa quale messaggio. Così, secondo un metodo ereditato da Goebbels, perfezionato poi, forgiano dei pezzi e creano le prove che faranno la storia di domani. E nel paese dei Diritti dell’uomo , come dalle altre parti, si fabbricano false memorie <52.» Salvatore della nazione per i metropolitani, traditore di ogni speranza per i pieds-noirs, la figura del generale genera tutt’ora visioni completamente discordanti nelle due storiografie, ma d’altronde Pirandello ce lo dice, la verità umana non è una cosa semplice, non vi è una verità assoluta e la verità di ognuno merita rispetto.
[NOTE]
35 B. Stora, La gangrène et l’oubli, p. 38-45.
36 Ibidem, p. 249-250.
37 Cit. in B. Stora, Le transfert d’une mémoire, p. 83.
38 Ibidem, p. 84.
39 Ibidem, p. 129.
40 Ibidem, p. 133.
41 Ibidem, p. 133.
42 Cit. in J.J. Jordi, Pieds-Noirs, p. 146.
43 Ibidem, p. 146-147.
44 Cit. in J.J. Jordi, Pieds-Noirs, p. 148.
45 Cit. in C. Palmiste, Le colonie e la legge sul “buon francese”, in “Passato e Presente”, p. 91.
46 J.-Y. Faberon, Mémoire de la présence française outre-mer et reconnaissance nationale dans la loi du 23 février 2005, “L’Algérianiste”, n. 112, dicembre 2005, p. 6.
47 C. Palmiste, Le colonie e la legge sul “buon francese”, in “Passato e Presente”, p. 95-98.
48 L’Algérie vue par le manuels scolaires, “L’Algérianiste”, n. 20, 15 dicembre 1982, p. V.
49 Buono, Pieds-noirs, de père en fils, p. 71.
50 Ibidem, p. 71.
51 G. Bosc, Les faussaires de l’histoire, “L’Algérianiste”, n. 51, settembre 1990, p. 5.
52 Ibidem, p. 5.
Ilaria Sinico, Figli di una ex-patria: l'epopea dei pieds-noirs nella Francia contemporanea, Tesi di laurea, Università degli Studi di Padova, Anno accademico 2011-2012
A lungo la guerra d’Algeria era stata rinchiusa nelle memorie personali e dopo quasi 40 anni era giunto il momento di liberarsi di questo spettro e assegnarle un nome. Era ormai necessario dare dignità a quelle comunità che fino a quel momento avevano vissuto nell’ombra, ma che avevano compiuto grandi opere in quelle terre. Nel marzo 2003 i deputati Jean Léonetti e Philippe Douste-Blazy depositarono così una proposta di legge, firmata da altri 108 parlamentari, con un solo articolo atto a cercare «il riconoscimento dell’opera positiva dell’insieme dei nostri cittadini che hanno vissuto in Algeria durante il periodo della presenza francese <42». L’anno successivo venne proposto un nuovo disegno di legge dal ministro della difesa che prevedeva un memoriale relativo al riconoscimento della nazione nell’opera di colonizzazione avvenuta tramite la popolazione europea in loco e proponeva un eventuale indennizzo. In sede di dibattito il partito socialista propose anche la creazione di una commissione d’inchiesta sulla responsabilità dei massacri delle numerose vittime civili, dei rimpatriati e degli harkis, avvenuti dopo la data officiale del cessate il fuoco durante la guerra. Il parlamento, tuttavia, non riconobbe, come avrebbero voluto il partito socialista e il FN, la responsabilità dello stato in questi avvenimenti. Infine, la nuova legge proposta dal deputato Christian Kert e approvata nel febbraio 2005 prevedeva che i programmi scolastici e i programmi di ricerca universitaria dessero alla storia della presenza francese in Africa del Nord il posto che le spettava <43. L’articolo 4 della legge dichiarava infatti: «i programmi di ricerca universitaria accordano alla storia della presenza francese outre-mer, precisamente in Africa del Nord, il posto che le merita. I programmi scolastici riconoscono in particolare il ruolo positivo della presenza francese in Africa del Nord e accordano alla storia e ai sacrifici dei combattenti dell’esercito francesi provenienti da questi territori il posto di rilievo che meritano. La cooperazione che permetterà il collegamento delle fonti orali e scritte disponibili in Francia è incoraggiata <44.» Il testo intendeva riconoscere e affermare il debito morale che dello stato francese nei confronti dei pieds-noirs, cercando di proteggerli contro «gli insulti, la diffamazione e contro quelli che vorranno negare la loro tragedia <45.» La legge del 23 febbraio 2005 affermava infatti che: «La nazione riconosce le sofferenze provate e i sacrifici vissuti dai rimpatriati, dai membri dei suppletivi militari, i dispersi e le vittime civili e militari legate al processo d’indipendenza di questi vecchi dipartimenti e territori e rende loro, e alle loro famiglie, un solenne omaggio <46.» Il decreto, come sostiene Clara Palmiste, per quanto fosse “sconveniente”, dimostrava la volontà, da un lato, di rilanciare il dibattito su episodi taciuti dalla storia coloniale e il desiderio dello stato di ammettere i crimini coloniali, dall’altro lato, soprattutto a livello politico, evidenziava la necessità della Francia di voltare pagina e di proseguire lungo il cammino internazionale <47.
Era giunto il momento per i pieds-noirs di dare voce alle proprie memorie e di dimostrare che la storiografia ufficiale non raccontava la verità dei fatti dato che alcuni manuali, a proposito della loro presenza in Algeria narravano: «L’originalità dell’industria algerina: l’Algeria ha recuperato le sue ricchezze posseduto fino a quel momento da società straniere, soprattutto francesi. Le ha sostituite per società nazionali. Ciascuna delle quali dirige un settore d’attività <48.» Con queste premesse la comunità di rimpatriati si sentì incoraggiata a rendere pubblica la propria storia, la propria memoria, per permettere all’intera metropoli di rapportarsi con questa comunità in maniera diversa. Essi non erano i fascisti che avevano sfruttato i musulmani, ma civilizzatori cui era stato negato, fino a quel momento, ogni riconoscimento. Questa memoria, a tratti così diversa dalla storiografia ufficiale non ebbe alcuna difficoltà a propagarsi all’interno della comunità, a radicarsi così in profondità che a tutt’ora è il referente dei pieds-noirs <49. La storiografia dei rapatriés aveva evidenti punti in comune con quella ufficiale, soprattutto per quanto riguardava il periodo coloniale: gli avvenimenti narrati dalla storiografia ufficiale avevano in sé la veridicità e l’esattezza e ai pieds-noirs non restava che sottolineare come fossero stati i loro antenati ad aver permesso a quegli avvenimenti di realizzarsi. L’epopea coloniale assumeva così quegli aspetti positivi che erano stati finora preclusi loro dalla storiografia metropolitana <50. Mentre il racconto metropolitano parlava di sfruttatori, coloni e usurpatori, i termini usati dai pieds-noirs per raccontare le vicende dei loro avi in Algeria furono invece avventuriero e pioniere. L’analisi storiografica pieds-noirs si concentrò a «ristabilire la verità storica» del periodo precedente agli anni del drame algérien, tratteggiando uno scenario idilliaco in cui non erano presenti contrasti tra la popolazione europea e araba. Per quanto riguarda invece le vicende relative alla guerra d’Algeria l’una e l’altra memoria si costruirono in maniera tale da poter “scaricare” ogni responsabilità, ponendo gli elementi sotto una luce completamente diversa. Un punto degli avvenimenti della guerra d’Algeria creava inoltre una profonda frattura tra la storiografia ufficiale e quella dei pieds-noirs: gli anni di governo del generale de Gaulle. Egli, secondo i rapatriés per non oscurare la propria immagine, avrebbe imposto alla storiografia ufficiale di modificare il racconto degli avvenimenti, divenendo «un potere che, dopo aver sottomesso i media, non indietreggia davanti a alcun processo, nemmeno alle richieste storiche, per accreditare le proprie tesi <51», selezionando le informazioni, per non avere alcun oppositore, come avevano fatto le dittature: «bisogna sapere che la “nuova storia” si riferisce essenzialmente ai documenti audio-visuali di cui la potenza d’evocazione e di memorizzazione, naturalmente sui giovani, può essere utilizzata come un’arma pedagogica. Facili manipolazioni, la scelta delle immagini e dei commentari che si adattano, permettono di far passare non importa quale messaggio. Così, secondo un metodo ereditato da Goebbels, perfezionato poi, forgiano dei pezzi e creano le prove che faranno la storia di domani. E nel paese dei Diritti dell’uomo , come dalle altre parti, si fabbricano false memorie <52.» Salvatore della nazione per i metropolitani, traditore di ogni speranza per i pieds-noirs, la figura del generale genera tutt’ora visioni completamente discordanti nelle due storiografie, ma d’altronde Pirandello ce lo dice, la verità umana non è una cosa semplice, non vi è una verità assoluta e la verità di ognuno merita rispetto.
[NOTE]
35 B. Stora, La gangrène et l’oubli, p. 38-45.
36 Ibidem, p. 249-250.
37 Cit. in B. Stora, Le transfert d’une mémoire, p. 83.
38 Ibidem, p. 84.
39 Ibidem, p. 129.
40 Ibidem, p. 133.
41 Ibidem, p. 133.
42 Cit. in J.J. Jordi, Pieds-Noirs, p. 146.
43 Ibidem, p. 146-147.
44 Cit. in J.J. Jordi, Pieds-Noirs, p. 148.
45 Cit. in C. Palmiste, Le colonie e la legge sul “buon francese”, in “Passato e Presente”, p. 91.
46 J.-Y. Faberon, Mémoire de la présence française outre-mer et reconnaissance nationale dans la loi du 23 février 2005, “L’Algérianiste”, n. 112, dicembre 2005, p. 6.
47 C. Palmiste, Le colonie e la legge sul “buon francese”, in “Passato e Presente”, p. 95-98.
48 L’Algérie vue par le manuels scolaires, “L’Algérianiste”, n. 20, 15 dicembre 1982, p. V.
49 Buono, Pieds-noirs, de père en fils, p. 71.
50 Ibidem, p. 71.
51 G. Bosc, Les faussaires de l’histoire, “L’Algérianiste”, n. 51, settembre 1990, p. 5.
52 Ibidem, p. 5.
Ilaria Sinico, Figli di una ex-patria: l'epopea dei pieds-noirs nella Francia contemporanea, Tesi di laurea, Università degli Studi di Padova, Anno accademico 2011-2012






