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venerdì 15 maggio 2026

Il viaggio di Gronchi negli USA


Ritrattazioni e smentite non furono sufficienti a rasserenare del tutto un’atmosfera tanto delicata e tesa, così la visita del Presidente Gronchi e del ministro Martino negli Stati Uniti e in Canada prevista per fine febbraio [1956] assunse un valore del tutto particolare e non mancò chi espresse una certa preoccupazione per le possibili esternazioni del Capo dello Stato e per la scarsità di armonia che avrebbero potuto tradire le posizioni di Gronchi e del ministro degli esteri di fronte alla controparte nord-americana <494.
Come ricordato da Ortona, la preparazione del viaggio di Gronchi e Martino caratterizzò interamente il lavoro dell’Ambasciata italiana a Washington nei mesi precedenti la visita <495, anche perché i diplomatici italiani dovettero divincolarsi non senza difficoltà tra le pretese statunitensi che il viaggio si riducesse a semplici “manifestazioni di facciata”, le pressioni del Quirinale di inserire il più possibile incontri dal forte valore politico con i maggiori esponenti del governo di Washington e infine quelle del governo, attento a soddisfare Gronchi ma anche a non superare determinati limiti di carattere costituzionale. Soprattutto l’ambasciatore Brosio si adoperò in modo particolare affinché i colloqui fossero preparati in maniera molto scrupolosa. A tale proposito alla vigilia della partenza fece pervenire a Roma un documento nel quale indicò in modo molto accurato le modalità secondo lui più efficaci per esporre le tematiche sulle quali la delegazione italiana risultava maggiormente sensibile e al contempo gli argomenti che probabilmente gli americani non avrebbero gradito affrontare. Ad esempio sulla volontà italiana di proporre un rafforzamento del Patto Atlantico, l’ambasciatore a Washington sottolineò il rischio che si correva continuando a basare tale legittima aspirazione sulla sola tesi dello sviluppo dell’articolo 2, dal momento che esso riguardava, letteralmente, soltanto la collaborazione economica senza citare, invece, l’altro aspetto particolarmente caro al governo di Roma, ossia la consultazione politico-diplomatica sulle principali questioni di carattere internazionale. Brosio consigliava perciò di sollecitare conversazioni politiche fra tutti i membri dell’alleanza ponendo l’accento sui rischi che si sarebbero potuti correre se le più importanti questioni internazionali fossero state ridotte a esclusivo oggetto di colloqui bilaterali fra le due maggiori potenze, senza soffermarsi però troppo a lungo sull’opportunità di estendere le consultazioni tra i membri del Patto Atlantico anche su problemi che, se non altro dal punto di vista geografico, esulavano dalle responsabilità della NATO. Sulla questione tedesca, poi, l’ambasciatore italiano si raccomandò fermamente di non accennare ad alcuna proposta di neutralità, limitandosi al massimo a evidenziare la preoccupazione italiana per un mantenimento dello status quo che avrebbe potuto facilitare l’avvio di pericolosi contatti tra la Repubblica Federale e Mosca <496.
Nonostante le premure di Brosio, Gronchi non sembrò seguire attentamente i suoi consigli, tanto che durante le sue numerose conversazioni con i rappresentanti statunitensi <497, il Presidente della Repubblica decise di soffermarsi soprattutto sulla necessità di ampliare i settori di competenza dell’Alleanza Atlantica replicando gli sforzi compiuti per la cooperazione militare anche nei settori economico e politico. La proposta di più frequenti consultazioni politiche e di una maggiore armonizzazione a livello economico fra gli alleati occidentali tramite l’attuazione del “famoso” articolo 2 del Patto Atlantico, del resto già presentata dal governo italiano in diverse occasioni precedenti, ultima delle quali la sessione ministeriale atlantica del dicembre 1955, veniva considerata dall’Italia un’esigenza sempre più urgente, alla luce soprattutto della profonda evoluzione delle strategie perseguite da Mosca. Appariva infatti ormai chiaro come la politica del Cremlino mirasse in Europa a sfruttare la fase distensiva soprattutto a livello propagandistico conservando al contempo un sostanziale status quo sull’intero continente, mentre nei confronti dei Paesi cosiddetti non allineati o di quelli sottosviluppati avesse avviato una nuova tattica di penetrazione passando anche attraverso l’assistenza economica. Di fronte a questi nuovi sviluppi della politica estera sovietica, l’Alleanza Atlantica rischiava di rimanere imprigionata nelle sua ristretta concezione di un’alleanza prettamente militare lasciandosi sfuggire allo stesso tempo sia la possibilità di competere con l’URSS in nuovi settori sui diversi scenari mondiali, che quella di convincere la propria opinione pubblica che il Patto Atlantico rappresentava molto più che un semplice sistema difensivo basato sull’indiscutibile leadership statunitense.
Se a Ottawa le argomentazioni di Gronchi vennero interpretate in maniera molto favorevole soprattutto dal ministro degli esteri Pearson, offrendo così un’ulteriore dimostrazione di come Italia e Canada, seppur per motivazioni differenti e partendo da situazioni completamente diverse, rappresentassero da tempo l’esempio di “più stretta solidarietà” all’interno del Patto Atlantico <498, assai diversa fu l’atmosfera che accolse Gronchi al suo arrivo negli Stati Uniti, complice soprattutto il sentimento di diffidenza che aveva suscitato fin dalla sua elezione negli ambienti politici e nell’opinione pubblica americana.
Nonostante tali difficoltà iniziali il viaggio del Presidente italiano negli USA venne alla fine considerato un grande successo non tanto, o meglio non solo dal punto di vista politico, ma soprattutto dal punto di vista personale, proprio per la capacità dimostrata da Gronchi di accattivarsi innanzitutto le simpatie della stampa e dell’opinione pubblica <499. Come già accaduto in Canada, durante il suo primo incontro con il Presidente Eisenhower il Capo di Stato italiano si intrattenne a lungo sul significato politico ed economico dell’alleanza: di fronte ai pericoli generati dalla nuova strategia pacifista sovietica si faceva ancora più pressante la necessità di maggiori consultazioni fra tutti i membri della NATO, soprattutto su problemi che riguardavano da vicino, in modo più o meno diretto, non solo le tre potenze ma tutti gli Stati occidentali, a cominciare dalla questione tedesca e da quella del Medio Oriente <500. La chiara impostazione espressa da parte italiana sembrò quasi turbare Eisenhower, che replicò con un intervento che lo stesso ministro Martino non potè che definire vago. Il Presidente statunitense si limitò infatti a sottolineare l’importanza che Washington aveva sempre dato alle consultazioni all’interno della NATO e che queste sarebbero state approfondite sempre più <501. L’importanza di rafforzare maggiormente la solidarietà occidentale contro la nuova strategia sovietica venne ribadita da Gronchi anche durante il suo incontro con il Segretario di Stato Dulles, nel quale venne ampiamente sottolineato innanzitutto il ruolo che un Paese come l’Italia avrebbe potuto svolgere per raggiungere tale obiettivo, e in secondo luogo come l’insistenza di Roma per adottare una nuova tattica volta a combattere l’offensiva sovietica non rispondesse solo agli interessi italiani ma a quelli dell’intera alleanza occidentale <502. A differenza di Eisenhower, però, Dulles replicò in maniera piuttosto seccata alle insistenze italiane facendo capire chiaramente come considerasse le consultazioni già solitamente in atto all’interno del Dipartimento e tra gli alleati più che sufficienti <503. Il giorno successivo Gronchi tenne il discorso ufficiale sicuramente più significativo e apprezzato dell’intero viaggio in Nord-America, quello di fronte al Congresso degli Stati Uniti <504, nel quale si soffermò a lungo ancora una volta sui nuovi sviluppi della situazione internazionale evidenziando come il mondo, a differenza di quanto un’interpretazione superficiale avesse potuto far pensare, non viveva una fase di maggior sicurezza rispetto a uno o due anni prima, quanto piuttosto “una fase di inquietante confusione nelle idee e negli orientamenti politici e perciò di potenziale più grave pericolo.” Proprio di fronte ai nuovi fermenti, alla nuova e più dura competizione fra due sistemi così profondamente antitetici come quello comunista e quello occidentale, il miglior strumento a disposizione della civiltà democratica rimaneva il “rafforzamento della [sua] solidarietà”. Secondo il Presidente della Repubblica, però, questa solidarietà, basata proprio sul Patto Atlantico, avrebbe dovuto munirsi di nuovi mezzi per poter rispondere in modo funzionale alle nuove sfide che le relazioni internazionali ponevano non solo in Europa ma su nuovi importanti scenari come quello mediorientale e africano. “[il Patto Atlantico] così come è stato concepito e attuato fin qui, era appropriato e sufficiente quando vi era motivo di temere un’aggressione armata, incoraggiata dallo squilibrio delle forze esistenti fra le due parti. [..] Ma esso non è più adeguato alla realtà di oggi, che le condizioni di quello squilibrio sono ben migliorate e mutata è la situazione in tanta parte del mondo. Oggi la solidarietà militare non ha perduta la sua importanza, ma vi si debbono aggiungere forme nuove e intelligenti di collaborazione, non soltanto per uscire dal quadro delle misure di emergenza ed entrare in quello di strutture più complesse e permanenti, ma soprattutto perché è chiaro a tutti che nessuno, o persona, o nazione, o gruppo di nazioni, può guardare senza angosciosa inquietudine le prospettive di un mondo nel quale la pace è riposta quasi esclusivamente sulla forza militare e su aggregati politici soltanto parziali”. Pur anticipando di non avere una soluzione concreta da proporre, Gronchi proseguì il suo discorso invitando a “prendere in esame un miglior coordinamento fra loro delle organizzazioni esistenti, quale l’OECE, la CECA, l’UEO, il Consiglio d’Europa, poiché le nuove forme di più organica collaborazione devono andare dal politico, al sociale e all’economico. Si può considerare con maggiore attenzione un più integrale funzionamento del NATO con la valorizzazione del Consiglio Atlantico e l’utilizzazione più frequente di questo. Si otterrà così lo scopo di rendere fecondi e tempestivi gli scambi di vedute fra i vari Stati dando loro, col senso delle responsabilità, il riconoscimento del valore del loro apporto alla causa comune. E, nell’ambito del NATO, si può esaminare con minori prevenzioni l’opportunità di dare finalmente vita allo spirito di quell’articolo 2, che fin da prima mirò a conferire al patto militare il carattere più vasto e più profondo di una comunità di popoli”. Come già sottolineato la necessità di una “revisione atlantica” può certamente essere considerato l’argomento al quale il Presidente Gronchi dedicò le maggiori energie all’interno delle sue conversazioni, ma in nessun frangente diede adito alle accuse lanciate alla vigilia del viaggio, sia dagli ambienti statunitensi come da alcuni settori della politica italiana, di un atteggiamento quasi equidistante del Capo dello Stato nei confronti dei due blocchi, poiché tutti gli interventi di Gronchi furono chiaramente volti a rafforzare e migliorare il funzionamento dell’alleanza ampliandone i settori di intervento. D’altronde solo volendo forzatamente speculare sulle parole del Presidente italiano si sarebbero potute intendere in tal senso le critiche, sicuramente ferme ma altrettanto sicuramente costruttive, che egli mosse nei confronti del Patto Atlantico, senza peraltro mai metterne minimamente in discussione la fedeltà da parte di Roma. E proprio in maniera strumentale le dichiarazioni del Capo dello Stato italiano vennero riportate dagli organi di stampa comunisti non solo italiani ma anche stranieri.
[NOTE]
494 A tale proposito va rammentato che Martino apparteneva proprio alle fila di quel Partito Liberale che Gronchi voleva allontanare dalla compagine governativa. Sui contrasti tra i due durante il viaggio Luciolli, M. op. cit. p. 130; Ortona, E. op. cit. p. 160
495 Ortona, E. op. cit. p. 153 e seg. Sul frenetico lavoro di preparazione alla visita di Gronchi vd. anche Bedeschi Magrini, A. op. cit. p. 65
496 ASMAE A.P. USA 1956 b. 440 Tel. n. 2613/713 da Brosio a MAE, Washington 16 febbraio 1956 
497 Nella sua visita negli Stati Uniti Gronchi ebbe modo di partecipare a importanti colloqui con il Presidente Eisenhower, con il Segretario di Stato Dulles, con il Vicepresidente Nixon, con il Segretario del Tesoro Humphrey e con il Presidente della Banca Internazionale Black.
498 Non va infatti dimenticato che se l’Italia, proprio dalla sessione canadese del Consiglio Atlantico del 1951, aveva fatto della battaglia per maggiori consultazioni politiche tra i vari membri dell’Alleanza e per una più ferrea applicazione dell’articolo 2 un punto forte della propria politica atlantica, uno sforzo altrettanto pari era stato compiuto, in tale settore, proprio da Ottawa. Sui rapporti tra Italia e Canada negli anni ‘50 Torcoli, F. “Canada, Italia e Alleanza Atlantica 1951-1956: prospettive politiche e sociali” Milano, Franco Angeli, 2004. Secondo quanto riportato proprio da Torcoli fu il ministro Pearson, una volta appreso dell’invito rivolto a Gronchi dagli Stati Uniti, a insistere in modo particolare con il primo ministro St. Laurent affinché anche il Canada estendesse il proprio invito al Presidente italiano. “Secondo Pearson un soggiorno in Canada di Gronchi - considerato personalità influente nel panorama politico italiano nonostante il suo ruolo costituzionale fosse limitato - sarebbe stato di notevole utilità, sia per dare nuovo vigore ai processi di consultazione politica in campo atlantico (e a tutte le altre tematiche concernenti l’art. 2), sia per rafforzare come era definita dal ministro canadese, la precaria condizione centrista del governo Segni.” op. cit. p. 131
499 “Mai la nostra tesi [dello sviluppo dell’art. 2] aveva avuto una riaffermazione di tale risonanza; la parola del Presidente Gronchi l’ha portata all’attenzione della grande opinione pubblica americana, e degli uomini responsabili degli Stati Uniti, che non possono più ignorare né sfuggire il problema”. ASMAE A.P. USA 1956 b. 440 T. n. 559/C da Brosio a MAE, Washington 7 aprile 1956. Addirittura l’ambasciatore Luce si lasciò andare a esagerati commenti trionfalistici. Come riportato da Wollemborg la Luce “fu prodiga di elogi al presidente sottolineando che gli americani in generale e Eisenhower in particolare erano stati colpiti assai favorevolmente dalla personalità del capo dello Stato italiano.” La signora Luce giunse ad affermare che “la visita ha posto i rapporti italo-americani su basi più elevate e sicure di quanto non siano mai stati”. Wollemborg, L. op. cit., p. 34 - 35.
500 Secondo Gronchi le potenze occidentali avevano già offerto alla Repubblica Federale l’ammissione alla NATO, l’indipendenza e il riarmo, perciò le uniche offerte veramente attraenti per la Germania dell’Ovest rimanevano quelle provenienti dall’Unione Sovietica. Proprio per questo motivo il Presidente della Repubblica consigliava ai tre grandi di prendere immediatamente delle iniziative per contrastare i possibili sviluppi della politica dell’URSS verso Adenauer. Sarebbe stata quindi necessaria un’immediata contropropaganda per non perdere, nell’arco dei prossimi cinque-dieci anni, il vantaggio che l’Occidente si era conquistato presso la Germania di Bonn. FRUS 1955-1957, vol. XXVII, n. 101, Memorandum for the Record of Conversation between President Eisenhower and President Gronchi, Washington, 28 febbraio 1956 p. 337 e seg.
501 Più interessanti appaiono invece le successive dichiarazioni di Eisenhower, ossia quella di tenere a turno i Consigli Atlantici non solo nella sede di Parigi ma anche in tutte le altre capitali dei Paesi atlantici proprio per avvicinare maggiormente l’opinione pubblica occidentale alla NATO, come d’altronde richiesto dallo stesso Gronchi. ASMAE A.P. Italia 1956 b. 1317 Tel. n. 344/C da Martino a MAE 28 febbraio 1956 
502 FRUS 1955-1957, vol. XXVII, n. 103, Memorandum of Conversation, Department of State, Washington, 29 febbraio 1956 p. 340 e seg.
503 ASMAE A.P. USA 1956 b. 440 Tel. n. 3634 da Brosio a Rossi Longhi, Washington 4 marzo 1956
504 ASMAE A.P. USA 1956 b. 440 “Discorso del Presidente della Repubblica Gronchi al Congresso degli Stati Uniti d’America” Washington, 29 febbraio 1956. Per comprendere quanto gli ambienti statunitensi, a differenza poi di ciò che riferì la stampa filocomunista italiana e straniera, avessero apprezzato l’intervento di Gronchi basti leggere che il Segretario Humphrey, il giorno seguente le dichiarazioni del Presidente della Repubblica, aprì le conversazioni con la delegazione italiana esprimendo le sue congratulazioni per l’eccellente discorso tenuto, che aveva profondamente impressionato tutti i membri del Congresso americano tanto che ogni commento udito dallo stesso Humphrey era stato di grande apprezzamento. FRUS 1955-1957, vol. XXVII, n. 105, Memorandum of a Conversation, Italian Embassy, Washington, 1 marzo 1956 p. 348 e seg. Sempre sui commenti positivi vd. anche ASMAE A.P. USA 1956 b. 440 Tel. n. 559/C da Brosio a MAE, Washington 7 aprile 1956
Emanuela Limiti, L'Italia e la sicurezza europea nel confronto Est-Ovest (1952-1958), Tesi di dottorato, Università degli Studi "Roma Tre", Anno Accademico 2005-2006

giovedì 7 maggio 2026

Concutelli tornò a Madrid con Delle Chiaie


Dello scompaginato ambiente ordinovista romano, come più volte accennato, è soprattutto Paolo Signorelli a tenere le fila fino alla metà del 1976, avvalendosi principalmente di un gruppetto di giovani militanti di Tivoli riunitisi attorno al circolo “Drieu La Rochelle”, aperto dallo stesso Signorelli in un periodo in cui insegnava nel comune tiburtino, tra i quali spiccò la figura di Sergio Calore, che diverrà il principale collaboratore di giustizia dell'ambito neofascista e, in particolare, ordinovista della capitale. Al gruppo si appoggiò Pierluigi Concutelli, protagonista, o meglio artefice, del tentativo di organizzazione armata neofascista più somigliante a quelle dell'estrema sinistra, in particolare alle Brigate Rosse. "Arrivai a Roma, ebbi subito a che dire con i locali, e trovai una situazione strana. C'erano dei vecchi ordinovisti, vecchi diciamo come militanza, anche se giovani d'età […] più o meno derelitti, abbandonati a sé stessi, che professavano l'attività del mugugno, confusi. E poi c'erano dei giovani fiancheggiatori dei paesi o delle città viciniori tenuti in palma di mano da coloro che a quell'epoca dirigevano ancora i resti del movimento. […] tenuti in considerazione, per lo meno consultati, convocati, frequentati. […] E allora io avvicinai costoro, parlo dei miei commilitanti, e prospettai un tipo di iniziativa, che mi sembrava l'unica, l'unica possibile. In quel momento di possibile c'erano solo due cose: la resa […] oppure prospettiamoci, vediamo chi siamo, stabiliamo quale è la nostra identità e vediamo di agire in senso rivoluzionario […] perché la rivoluzione in Italia era possibile" <189. Nato a Roma il 3 giugno 1944, un giorno prima dell'ingresso delle truppe alleate nella Città aperta, Concutelli era stato uno dei tanti ragazzini giunti ad una politicizzazione nella Roma degli anni Cinquanta con le mobilitazioni anticomuniste del MSI. Trasferitosi a Palermo con la famiglia nel 1965 e deluso dal voltafaccia di Almirante al Congresso di Pescara, sul finire del decennio si avvicinò al Fronte Nazionale di Borghese. Nell'ottobre 1969 incappò nel suo primo arresto. Fu fermato mentre si dirigeva con tre camerati verso la discarica provinciale sulla collina di Bellolampo, alle spalle di Palermo, a bordo di un'auto piena di armi da fuoco, intenzionati ad andarle a provare per esercitarsi. Dopo due anni di detenzione, uscito dal carcere tornò a militare nelle organizzazioni giovanili missine, divenendo presidente provinciale del FUAN palermitano, per poi entrare nella direzione nazionale <190. Nel luglio del 1972 la polizia andò a sgomberare un campeggio di aderenti del Fronte della Gioventù da lui capeggiati a Porto Palo, in provincia di Agrigento, “al fine di impedire che i 23 giovani, tutti identificati, continuassero a camuffare con asserita attività ricreativa e sportiva la veritiera finalità di campo organizzato con criteri ed aspetti paramilitari” <191. Contestualmente alla militanza nel settore giovanile del MSI si avvicinò al Movimento Politico Ordine Nuovo, per il quale cominciò a sostenere, già prima dello scioglimento, l'esigenza di uno spostamento sul piano dell'illegalità: "quelli che vengono detti in senso spregiativo i giovani Turchi, tra cui era da annoverarsi il sottoscritto […]
avevano capito che l'esigenza, prima dello scioglimento, l'esigenza dell'illegalità si stava prospettando in maniera perentoria. Nel 1973 quest'esigenza non era più da riconoscere perché era un fatto, non era più un'esigenza, era un obbligo" <192.
Lo scompaginamento delle file ordinoviste, in realtà, non implicò una immediata discesa sul piano dell'illegalità, quanto piuttosto alla ricerca di condizioni di sopravvivenza politica interna che in qualche modo mantenesse il legame con i dirigenti datisi alla latitanza. "la base" - spiegò ancora in aula Concutelli - "premeva perché voleva che si facesse qualche cosa […] non si sapeva se darci alla clandestinità, e quindi trasformare quello che era un movimento d'opinione in un movimento trasgressivo o di contrasto, o limitarsi a fare della propaganda, della propaganda più o meno subdola, in quanto ufficialmente non clandestina ma contenente dei messaggi più o meno codificati in chiave
clandestina. […] Prevalse una forma di comportamento ibrido […] di placare la base, con discorsi più o meno barricadieri, e poi comportarsi con sonnolenza e con senso di salvaguardia del poco che era rimasto all'atto pratico" <193.
Oltre ai tentativi di sopravvivenza, preoccupazione diffusa nell'ambiente ordinovista fu anche quella di manifestare la persistenza della sigla del MPON, per distanziarla da quella di Ordine Nero con cui vennero rivendicati una decina di attentati tra il marzo ed il maggio del '74, sospettata di celare i responsabili della strage di piazza della Loggia a Brescia. La sera del 5 ottobre 1974 scoppiarono due ordigni, collocati rispettivamente in via Raffaele Rossetti, a ridosso di un muretto a due metri dal Palazzo di Giustizia, e in una cabina telefonica in via Beethoven, all'EUR, poco distante dalla sede della direzione nazionale della Democrazia Cristiana. Nei luoghi dei due attentati ed in una cabina telefonica in via Cola di Rienzo venne lasciata la rivendicazione su carta intestata del MPON <194. Nell'ottica della sopravvivenza politica e del contenimento degli ordinovisti, venne inoltre tentata, tra l'Italia e la Spagna, l'unificazione del MPON con Avanguardia Nazionale, che era sotto inchiesta ma ancora legittima. Nel settembre del 1975 si svolse una riunione in un rustico di Albano Laziale tra Delle Chiaie, arrivato apposta da Madrid, Signorelli, Concutelli ed altri, che si accordarono per l'unificazione decidendo di denominare il gruppo Avanguardia Nazionale per l'Ordine Nuovo. L'unificazione tuttavia fu sconfessata da Graziani. In una seconda riunione tenutasi tre mesi dopo a Nizza, il progetto fu dunque abortito <195. Concutelli, che sostenne, come gli altri, la fusione, successivamente la considerò un “colpo di coda dalla classe dirigente, chiamiamola, eravamo quattro gatti […] l'operazione più dissennata che si poteva fare nelle nostre condizioni: il tentativo di unificazione con un movimento analogo come composizione ma assolutamente diverso come intenti e anche come componenti umane” <196.
Dopo il fallimento del progetto unitario, Concutelli tornò a Madrid con Delle Chiaie, per poi raggiungere l'Angola dove andò a combattere, nell'ambito delle guerre civili seguite all'indipendenza dell'ex colonia portoghese, nelle file dell'UNITA, una delle formazioni guerrigliere coinvolte <197. Tornato in Spagna e perduta fiducia nei confronti di Delle Chiaie e dell'ambiente degli “esuli fascisti a Madrid”, decise di appropriarsi delle armi del gruppo e tornare in Italia, passando per la Corsica per chiarirsi con Graziani riguardo al tentativo di fusione e comunicargli le sue intenzioni di dare uno sbocco armato al MPON <198.
[NOTE]
189 Archivio Radio Radicale, Registrazione n. 29783, cit., 1:31:40-1:34:02.
190 Cfr. per queste informazioni biografiche P. Concutelli, Io l'uomo nero, cit., pp. 17-63.
191 ACS, MI, GAB (1971-1975), b. 59, fasc. “Partiti e movimenti politici. Addestramento ed esercitazioni paramilitari”, s.fasc. “Varie”, riservata della DGPS, Servizio informazioni generali e sicurezza interna (SIGSI) n. 224/23039, Campeggio del Fronte Giovanile del MSI in località Gurra di Mare nei pressi di Menfi, 31/8/1972. Il SIGSI era il nome assunto dalla Divisione affari riservati nel novembre 1970.
192 Archivio Radio Radicale, Registrazione n. 29783, cit., 1:17:21-1:17:53.
193 Ivi, 1:14:54-1:17:20.
194 Cfr. ACS, MI, GAB (1971-1975), b. 53, fasc. “O.S.P. Incidenti - manifestazioni politiche (2° fascicolo)”, rapporto della DGPS, div. OP n. 444/3, Relazione sugli incidenti riguardanti l'O.P. verificatisi nel mese di ottobre 1974,
11/11/1974, p. 55. Cfr. anche N. Rao, Il piombo e la celtica, cit., pp. 70-71.
195 Cfr. tra gli altri S. Delle Chiaie, M. Griner, U. Berlenghini, L'aquila e il condor, cit., pp. 270-274; N. Rao, Il piombo e la celtica, cit., pp. 72-77.
196 Archivio Radio Radicale, Registrazione n. 29783, cit., 1:29:27-1:29:56. Nel libro intervista, lo stesso Concutelli definì il tentativo di fusione come un'operazione egemonica di Delle Chiaie, nonché un errore umano, “una cosa
ingiusta […] nei confronti di Lello [Graziani] e del Movimento Politico Ordine Nuovo”. P. Concutelli, Io, l'uomo nero, cit., p. 91.
197 L'Angola ottenne l'indipendenza nel novembre 1975, dopo la caduta del regime salazariano in Portogallo. Al Movimento Popolare per la Liberazione dell'Angola (MPLA) del nuovo primo ministro Agostinho Neto, di ispirazione marxista e sostenuta dall'URSS e da Cuba, che inviò dei consulenti militari, si contrapposero il Fronte di Liberazione Nazionale Angolano (FLNA), sostenuta dagli Stati Uniti, dal Sudafrica e dallo Zaire di Mobutu, e appunto l'Unione Nazionale per l'Indipendenza Totale dell'Angola (UNITA), sorta come frazione d'ispirazione maoista del FLNA ma passata poi su posizioni filoamericane.
198 Cfr. P. Concutelli, Io, l'uomo nero, cit., pp. 92-95.
Carlo Costa, "Credere, disobbedire, combattere". Il Neofascismo a Roma dai FAR ai NAR (1944-1982), Tesi di dottorato, Università degli Studi della Tuscia - Viterbo, 2014 

martedì 28 aprile 2026

Livorno, Cecina, Grosseto ed altri capisaldi erano stati ceduti ai tedeschi

Piombino (LI). Foto: Mykola Pokalyuk. Fonte: Wikipedia

L’episodio certo più significativo della reazione ai tedeschi attorno all’8 settembre è quello della resistenza opposta all’occupazione di Piombino e dell’isola d’Elba che portò ad una vera battaglia. Esso riveste un’importanza particolare poiché alla lotta parteciparono, in unità d’intenti, i militari, i politici (comunisti, in genere, dato il carattere operaio della città di Piombino) e la popolazione civile e può essere considerato il punto di nascita della Resistenza di popolo intesa come Lotta di popolo contro la occupazione nazista. Il 9, il tentativo delle navi tedesche di impossessarsi del porto portò ad una violenta reazione che causò gravi perdite ai tedeschi che si allontanarono. Il 10 giunsero altre navi tedesche, che con pretesti e menzioni ottennero il permesso di entrare in porto per rifornirsi. In città i carabinieri intervennero per sciogliere gli assembramenti di cittadini, mentre in città cominciavano ad affluire centinaia di soldati e marinai sbandati, provenienti dalla Liguria e da città toscane che, lasciati liberi dai tedeschi che non erano in grado di controllarli, cercavano di raggiungere le loro case in Sardegna o all’Isola d’Elba; la presenza di questi sbandati influì negativamente sul personale italiano ancora in armi che non vedeva per quale ragione dovesse essere ancora impegnato in servizio mentre gli altri, liberi, andavano a casa.
La popolazione, guidata dal Comitato di Concentrazione, resasi conto della precarietà, specie morale, della situazione, decise di dare sostegno ai militari italiani e cittadini armati si unirono ai soldati ed ai marinai invitandoli a riprendere le loro posizioni presso le Batterie. Su invito del Comitato di Concentrazione, una pattuglia armata di marinai intervenne alla Stazione ferroviaria, impedendo la partenza del treno delle 11, carico di marinai (in giacca borghese e zaino) e di soldati. I marinai furono rinviati alle batterie il cui personale fu integrato, in alcuni casi, da personale civile. Il nuovo tentativo tedesco di impossessarsi del porto, impiegando a terra personale sbarcato dalle navi, appoggiato dal fuoco delle stesse, diede luogo ad un secondo scontro che ebbe termine solo alle tre dell’11 settembre con la completa sconfitta tedesca e il nuovo ritiro delle navi superstiti. Per accordi intercorsi fra i Comandi italiani e tedeschi, Livorno, Cecina, Grosseto ed altri capisaldi erano stati ceduti ai tedeschi. Il Generale De Vecchi ordinò di rilasciare i prigionieri catturati a Piombino, ciò che sconcertò Comandi e popolazione; comunque, tutti furono rilasciati e gli furono anche riconsegnate le armi. 
La situazione di Piombino era divenuta insostenibile; tutta la costa era ormai in mano tedesca; il generale De Vecchi si era accordato per cedere le armi e faceva pressione in tale senso; le Batterie avevano quasi terminato il munizionamento per i cannoni; continuava ad affluire personale sbandato che intendeva raggiungere l’Elba, la Corsica e la Sardegna. Il generale Perni diede l’ordine di danneggiare i carri e di abbandonarli; il personale del Presidio si allontanò, seguito dal personale delle Batterie e da quello delle Vas. All’alba del 12, alcune Unità tedesche iniziarono a bombardare la città e i tedeschi inviarono un ultimatum. Il comandante Capuano, resosi conto dell’impossibilità e dell’inutilità del proseguimento della lotta, diede ordine di lasciar liberi i marinai, consegnò le armi in dotazione al Comitato cittadino e, la mattina del 12, rimasto solo, consegnò il Comando Marina ai tedeschi e si allontanò, in treno, indisturbato. La mattina del 13 la città fu occupata da un reparto tedesco della contraerea. Terminava così la battaglia di Piombino.
La lotta si spostava ora verso l’isola d’Elba. A Portoferraio si trovavano ormai oltre venti Unità da guerra italiane, provenienti dalla Liguria, dall’Alta Toscana, dalla Sardegna e dalla Corsica, che avevano preso parte anche alla battaglia di Piombino. Nell’isola, ben fortificata, erano di stanza circa diecimila uomini. Sostenuto dalla popolazione il comandante dell’isola decise di resistere ai tentativo tedeschi. All’alba del 10 le Batterie dell’isola poste nella parte orientale respinsero un tentativo di sbarco tedesco. La presenza delle navi, con a bordo il Duca d’Aosta e l’Ammiraglio Nomis di Pollone, consentì una difesa coordinata ed attiva condotta, principalmente, dalle navi e dalle Batterie della Marina. Il 13 mattina un violento fuoco incrociato respinse un attacco di bombardieri tedeschi. Fu attuato un difficoltoso collegamento radio con Brindisi, dove si trovava ora il Comando Supremo italiano, e furono richiesti immediati aiuti e l’invio di rinforzi. Invece venne l’ordine alle navi di procedere verso Palermo in pignolesca applicazione delle clausole d’armistizio come richiesto espressamente, in particolare, dagli inglesi. L’allontanamento delle navi diede un forte colpo al morale già non saldo della difesa. D’altra parte la caduta di Piombino aveva già fatto venir meno uno dei due pilastri sui quali si basava il controllo dello stretto fra l’Italia e l’isola d’Elba. Il 15 mattina parlamentari tedeschi giunsero a Portoferraio da Piombino illustrando la situazione e chiedendo la resa dell’isola sotto la minaccia di pesanti bombardamenti aerei. Sostenuti anche in questo caso dal Comitato di Resistenza e dalla popolazione, i militari italiani tennero duro. Il 16, poco prima di mezzogiorno, sette bombardieri tedeschi lanciarono grappoli di bombe sul Comando, sulle caserme e sulla città causando più di cento morti e 150 feriti <7, la maggior parte dei quali fra la popolazione civile. L’intera rete di comunicazioni fra le Batterie andò distrutta. Assieme alle bombe furono lanciati volantini che ingiungevano alle truppe di arrendersi. Ora la popolazione, spaventata dai danni subiti e sotto la minaccia di altri bombardamenti, spinse per l’accettazione delle condizioni di resa che, tra l’altro, imponevano di consegnare navi, armi e infrastrutture senza causare altri danni. Alle 16 il Generale Gilardi accettò le condizioni di resa. Il 17, traghetti e motozattere tedesche, cariche di truppe, sbarcarono soldati a Portoferraio, Porto Longone, Marina di Campo, Golfo del Procchio e Golfo di Lacona, mentre un battaglione paracadutisti del generale Kurt Student (circa 500 uomini) effettuò un lancio a Schiopparello e San Giovanni, nel centro dell’isola. Nello stesso giorno le batterie della Marina e le navi militari presenti in porto, perché non in grado di allontanarsi, furono consegnate ai tedeschi. Data la presenza di molte migliaia di militari italiani, i tedeschi i comandanti italiani furono mantenuti in carica con il compito di smaltire questa massa di uomini.
Il 27 settembre cambiò il Comandante tedesco e gli Ufficiali italiani furono arrestati ed inviati in campo di concentramento in Germania assieme a buona parte dei marinai. Stranamente nessuno si ricordò del comandante Fedeli che, in borghese, assieme alla sua ordinanza, raggiunse con un’imbarcazione Piombino e procedette in treno per Arezzo dove rimase fino alla liberazione della città.
[NOTA]
7 Probabilmente molti di più poiché in città erano presenti molti soldati di passaggio i cui corpi furono scaraventati in mare e mai ritrovati. Si calcola che i morti fra il solo personale militare ammontassero a circa 200. Fra gli altri cadde il Sottotenente di vascello Giorgio Rizzo di Grado e di Premuda, secondogenito di Luigi Rizzo, alla cui memoria fu concessa la Medaglia d’Argento al Valor Militare.
Giuliano Manzari (Controammiraglio della Riserva - Vice Presidente Nazionale Ancfargl Marina), La Marina Militare nella guerra di Liberazione in Aa.Vv., Le Nuove Forze Armate nella Guerra di Liberazione 1943-1945, Ancfargl, 2009, pp. 111-114

lunedì 20 aprile 2026

Nel giardino italiano le Borragini non sono oggetto della stessa considerazione goduta in altre nazioni

Borago officinalis L. Borragine comune. Foto: Claudio Severini. Fonte: Acta Plantarum

La famiglia delle Boraginacee è un raggruppamento di tutto rispetto con le sue 1550 specie suddivise in 85 Generi sparsi in tutti i continenti.  
A dare il nome al corposo raggruppamento è stata proprio quella pianta che costituisce una familiare presenza nei nostri orti ed è un saporoso ingrediente per molti piatti regionali. 
Il riferimento va direttamente alla Borago officinalis, la maggiore delle due specie nascenti in Italia per questo Genere composto da sei unità in totale. 
La sua terra d'origine è incerta, forse importata dall’Asia Minore in epoca remota, come nulla si sa a proposito della formazione del suo nome che appare per la prima volta nel capitolo di un’opera stampata a Basilea: un importante compendio di scritti redatti da naturalisti di tutte le epoche precedenti.
Nel testo si ricorda l’antico battesimo greco di "Lacones corrago", ipotizzando una corruzione dovuta all'intuibile scambio di iniziale. Entra in campo anche un termine della lingua Celtica "borrach" che significa coraggio perché i guerrieri usavano infonderla nel vino che bevevano prima di accingersi a combattere.  
Ma non viene trascurata neppure la parola latina "borra" (stoffa ruvida e pelosa) che potrebbe essere responsabile della denominazione perché sottolinea l’aspetto ispido delle foglie. 
Per Apuleio e gli erboristi medievali, invece, la spiegazione di tutto risiederebbe in una sua presunta azione cardiotonica, compendiata nella frase "cor ago" (conduco il cuore). Più probabilmente la controversa denominazione  trae origine da una frase araba "abou rach" (padre del sudore) almeno per due motivi: il primo consiste nel corretto riferimento all’azione sudorifera riconosciuta alle foglie della Borragine; il secondo è provato dal fatto che furono proprio gli Arabi a coltivarla in Spagna lanciando il suo sfruttamento alimentare allargatosi successivamente a tutta l'Europa. 
Fin dall'antichità classica è stata propagandata la sua capacità di ridestare lo spirito depresso, come sostiene Plinio affermando tassativamente: "Il decotto placa la tristezza e riporta la gioia di vivere". 
 Era l’offerta specifica praticata dai Celti a Medb, la divinità dell’ebbrezza, dell’eccitazione per acquistare coraggio, ispirazione ed intuito. Portarne il fiore fresco serviva ad irrobustire il temperamento; appuntarlo alla tunica accendeva una polizza di protezione per i viaggiatori; bere una tazza del suo infuso era il consiglio d’obbligo per risvegliare i poteri psichici sopiti. Nel Medio Evo, un periodo nel quale si manifestarono superstizioni, attribuzioni simboliche, fantastiche elucubrazioni che oggi possono apparire prive di senso, durante le libagioni si cantava in coro un emistichio come questo: “ego Borago, semper gaudia ago”. I versetti erano collegati all’uso, nato nell’antica Grecia ed a Roma, di mescolare al vino con la funzione di tranquillante molte Boraginacee affini chiamate "Eufrosine" che servivano inoltre per curare i mal di testa ai bevitori abituali.   
John Parkinson, botanico inglese del XVI° secolo, inserì la Borragine in un gruppo di quattro fiori accreditati di poteri corroboranti, e scrisse: ”Le foglie, i fiori, i semi, tuttociò insieme e ciascuno di essi singolarmente, sono altamente cordiali e persino capaci di espellere le malinconie nate senza alcuna ragione”. Il liquore, giudicato eccellente, si realizzava macerando gli steli nel vino, per usarlo contro le crisi di melanconia. 
Tutta la pianta è pregna di principi attivi, mentre nei fiori è contenuta solamente mucillagine; nelle parti verdi abbonda soprattutto il nitrato di potassio in compagnia di magnesio, tannino ed acido fosforico. In campo farmaceutico, la Borago officinalis è sotto osservazione per due motivi antitetici: le sue foglie, e quelle del Symphytum officinale erano fraudolentemente mescolate alla polvere di Digitale per ottenere un illecito guadagno; in secondo luogo, le sue parti aeree sono un potente diuretico a causa della gran quantità di sali di potassio, notoriamente pericolosi per il cuore in dosi elevate.
Alla Borragine anche i manuali moderni di erboristeria confermano le proprietà diuretiche, rinfrescanti, emollienti, depurative e sudorifere con azione specifica di stimolo per le funzioni dei bronchi, della pelle ed in grado di decongestionare fegato, milza e reni. 
Affermano che con 15 grammi di fiori, infusi per mezz’ora in una tazzina d’acqua bollente si ottiene l’infuso diuretico e depurativo; con 50 grammi di fusti e foglie bolliti dolcemente in un litro d’acqua, accuratamente filtrati per eliminare la peluria, mescolati a zucchero e miele si prepara il decotto contro tosse e reumatismi.  Cotta in un litro d’acqua, assieme a 25 lumache, serve per il "Brodo di Santa Maria", considerato un vero toccasana per leggere affezioni bronchiali. Spremendo l'intera pianta si ottiene un succo da mescolare a vino o sidro, una  parte d'acqua, limone e zucchero, si ottiene una gradevole bevanda rinfrescante.
A turbare queste certezze è recentemente arrivato un alt da parte dei medici per  sconsigliare caldamente l'uso terapeutico di petali e foglie nei quali sono stati rilevati  alcaloidi pirrolizidinici sospettati di causare avvelenamenti al fegato e di favorire forme cancerogene. Per la stessa ragione deve essere limitato l'uso alimentare della Borragine, mentre nessun problema è all'orizzonte a riguardo dei semi dai quali è possibile estrarre un olio ad alto contenuto di acido linolenico, soprattutto quando viene spremuto a freddo.
Utile per le sue proprietà antiinfiammatorie si impiega per il trattamento di eczemi ed altre irritazioni cutanee, per ridare elasticità ai tessuti e  prevenire le rughe, alleviare ustioni, punture di insetti o contatti con sostanze urticanti. 
Nel giardino italiano le Borragini non sono oggetto della stessa considerazione goduta in altre nazioni europee dove sono trattate come le altre specie ornamentali con riguardo ed attenzione; anche per la loro funzione di specie mellifera in grado di rifornire gli sciami per molti mesi.  
E’ anche coltivata industrialmente in molti paesi del mondo perché l’alto contenuto di potassio e di calcio presenti nella pianta, sono un preziosissimo elemento nutritivo per terreni magri o troppo sfruttati; le sue ceneri sono da considerarsi un concime economico ed ecologicamente sano. Nella cucina ligure è sempre stata l’ingrediente principale dei minestroni di verdura, delle torte ripiene e, assieme a ricotta e parmigiano, dei prelibati ravioli verdi. Le sue foglie più tenere, dal sapore di cetriolo, marinate in aceto e tagliate a strisce, costituiscono un appetitoso aperitivo; foglie e fiori passati in pastella e fritti in olio sono un contorno di grande qualità; i petali decorano con eleganza le insalate crude. I fiori si possono anche candire per ottenere una decorazione di grande effetto per i dessert. Serve, infine per la preparazione di un colorante verde utile per tutti gli usi, compresi quelli alimentari.
L’emblematica floreale ha assegnato alla Borragine il compito di rappresentare impetuosità e carattere burbero motivandolo col il contrasto fra i fiori delicati e la pelosità ispida e pungente delle foglie. Quanto alle radici, ricordiamo la sua affinità con l'Alkanna tinctoria, sono state sfruttate in molte parti del mondo per le loro proprietà cosmetiche.
La Borago officinalis è indubbiamente una pianta molto attraente, nonostante il suo abito irsuto riscattato dai grandi fiori stellati blu, tutti inclinati in avanti.  
E' curioso osservare come le sue cinque lunghe antere  riunite l'una all'altra, fuoriescano a formare una specie di becco incoronato dalle bianche squame corolline, dando al fiore l’apparenza di una Solanacea. Per fugare immediatamente il dubbio, è sufficiente sezionare un fiore ed osservare  se contiene l’ovario diviso simmetricamente in quattro parti, per constatare la sua legittima cittadinanza fra le Boraginacee.  
I suoi più assidui ed affezionati clienti sono api e calabroni, i quali aggrappandosi al fiore pendente riescono a raggiungere il nettare,  solo dopo essersi insinuati fra le antere ed essersi cosparsi a dovere di polline.
Borago officinalis L. (IV-VIII, annuale, talvolta bienne, vive luoghi incolti, nei ruderi o negli orti sino ai 1500 m.). Ha aspetto irsuto con peli radi evidenti, fusto eretto ramoso in sommità, alto sino a 60 cm. Le foglie sono più o meno grinzose e rigide, ovali ed ellittiche, lungamente picciolate le inferiori, le superiori a lembo ristretto ed abbraccianti. I fiori sono di colore azzurro hanno 5 petali, il calice diviso in 5 lacinie acute, la corolla rotata subeguale al calice; gli stami dalle antere nerastre fuoriescono a cono, incoronato alla base da squame bianche celanti il nettare. I fiori sono  peduncolati e portati in infiorescenze cimose lasse e pendule.  
Come raccoglierle e coltivarle.
Non solo per mangiarle, ma anche per godere delle singolari fioriture che nelle zone più calde durano ininterrottamente se piantate a più riprese. In libertà si trovano in tutti gli orti o nei terreni abbandonati dove si possono individuare le piantine appena nate dalle foglie setolosi accanto ad esemplari che si avviano a terminare l’anno di vita.
Per le semine si può partire prima della fine dell’inverno, direttamente a dimora in zona soleggiata, su terreno di qualsiasi natura ben lavorato e soffice, lasciando spazio sufficiente per una pianta in grado di svilupparsi in due mesi per un’altezza di 60 cm. 
Si possono continuare le semine sino a Settembre, ma queste daranno frutto la primavera seguente.
Alfredo Moreschi, La Borragine (Specie del genere Borago), Nuovo “Fiori di Liguria” (in ricordo del Professor Giacomo Nicolini), ed. in pr., 2020

Tra le pubblicazioni di Alfredo Moreschi: Presenzio Astante (al secolo Alfredo Moreschi), Tre fotografie, (a cura di Marco Innocenti), lepómene editore, Sanremo, aprile 2024; (a cura di Alfredo Moreschi), Marco Innocenti, Quaderno del circolo lepómene, Sanremo, 2021; Alfredo Moreschi,  Parco Costiero della Riviera dei Fiori. Fiori e piante della pista ciclopedonale, Edizioni Zem, Vallecrosia, 2019; Presenzio Astante (al secolo Alfredo Moreschi), Manuale di depunteggiatura, editore lepómene, Sanremo, ottobre 2018; articoli in (a cura di) Letizia Lodi, Sanremo e l’Europa. L’immagine della città tra Otto e Novecento, Catalogo della mostra (Sanremo, 19 luglio-9 settembre 2018), Scalpendi, 2018; Presenzio Astante (al secolo Alfredo Moreschi), Quattro progetti per la città di Sanremo, Casabianca editore, Sanremo, giugno 2014; (a cura di) Alfredo Moreschi e Claudio Porchia, Il mondo verde celtico, Edizioni Zem, Vallecrosia, 2011; (a cura di) Alfredo Moreschi in collaborazione con Marco Innocenti e Loretta Marchi, Catalogo della mostra fotografica. 1905-2005: Centenario del Casinò Municipale di Sanremo. Una storia per immagini, De Ferrari, Genova, 2007; Giacomo Nicolini - Alfredo Moreschi, Fiori di Liguria, (a cura di) Cassa di Risparmio di Genova e Imperia, Edizione SIAG - Genova, 1982.
Adriano Maini

giovedì 9 aprile 2026

I partigiani si riorganizzarono nelle Langhe


L'andamento a fisarmonica, a cui prima si accennava, è anche sintomo di una guerra dinamica, che non lascia spazio al posizionamento e all'occupazione duratura di un territorio: lezione che i partigiani delle valli alpine avevano da tempo capito. <246 I garibaldini della 16ª e della 48ª brigata non avevano invece avuto problematiche dello stesso tipo. Il territorio nel quale queste brigate operavano fin dall'inverno del '43 non aveva permesso, data la sua morfologia, di mantenere arroccamenti stabili o di creare gruppi numerosi in difesa di una determinata zona. Le valli del Belbo, del Tanaro e della Bormida sono infatti adatte a rapidi spostamenti e, essendo nelle vicinanze di rilievi collinari coperti da fitta vegetazione, consentono di trovare un valido rifugio, ma non sono indicate per una guerra tradizionale. Il territorio, nel caso delle brigate Garibaldi ma anche del gruppo di Piero Balbo e di “Primo” Rocca, aveva «determinato» una tipologia di guerriglia, fatta di piccoli colpi di mano, di sabotaggi e di imboscate al nemico, che risulterà essere quella vincente contro le truppe tedesche. L'obiettivo della guerriglia partigiana non è finalizzato all'eliminazione dei nemici, quanto al loro logoramento materiale e psicologico, <247 tanto è vero che l'abbandono temporaneo delle vallate da parte delle truppe tedesche nell'estate-autunno sarà determinato dalla constatazione dell'impossibilità di mantenere in sicurezza un territorio come quello langarolo, con una forte presenza partigiana che organizza frequenti e repentine imboscate.
1.3.3.1 La politicizzazione delle bande
La fase primaverile è importante per il movimento perché finalmente permette di riorganizzarsi e di stabilire maggiori e frequenti contatti con i CLN centrali. Di quest'opera, come anche di quella del coordinamento e del finanziamento, si fanno carico i commissari politici: nel caso dei militari di “Mauri” e delle valli alpine a svolgere questo ruolo è in un primo tempo l'avvocato Guido Verzone, sostituito poi da Renato Testori; nelle formazioni garibaldine, i più importanti saranno Luigi Capriolo “Sulis” e Italo Nicoletto “Andreis”.
La riorganizzazione delle brigate Garibaldi nelle Langhe sembra avere uno sviluppo più regolare rispetto a quella degli autonomi. A partire dal maggio, la I divisione Garibaldi “Piemonte”, che opera inizialmente nella parte occidentale della provincia di Cuneo, dispone la costituzione di due brigate nella zona delle Langhe: la 16ª e la 48ª. La storia di queste due brigate è in parte diversa. Infatti, mentre la 16ª fa parte della 4ª brigata <248 già a partire dall'autunno del '43 come distaccamento, la 48ª è il risultato di un'azione di arruolamento compiuta dai comandi garibaldini nell'area tra Cuneo e Alba, dove operano numerosi gruppi di partigiani non ancora inquadrati. <249
Molto probabilmente è questa la zona in cui viene inviato “Zucca” con l'intento di prendere contatti con i gruppi operativi e di inquadrarli nella formazione comunista del cuneese occidentale. <250 A quell'iniziale progetto di espansione delle bande si collega la decisione di “Barbato” di inviare nelle Langhe Giovanni Latilla “Nanni”. Giunto in aprile nella zona di Monforte, “Nanni”, partigiano di provata esperienza, agli ordini di “Barbato” a Barge e prima ancora nell'esercito, avvia la costituzione di due brigate. Grazie a comunisti della zona, come Ernesto Portonero “Retto” e Sabino Grassi, a cui si uniscono Celestino Ombra “Tino” <251 e un ex ufficiale effettivo degli alpini Marco Fiorina “Kin”, <252 “Nanni” riesce a creare una solida organizzazione già a fine maggio. Agli elementi presenti in zona si aggiungono poi membri del PCI regionale: Luigi Capriolo “Pietro Sulis” <253 e Ettore Vercellone “Prut”. <254 La scelta del PCI di inviare nelle Langhe personale politico di alto profilo e di collaudata esperienza, già a partire dalla primavera, ci informa dell'importanza che quest'area riveste all'interno della guerra di liberazione e in quel processo di politicizzazione delle bande che avrà conseguenze nella successiva storia delle relazioni interpartigiane; ma ci permette anche di valutare il metodo organizzativo delle bande di ispirazione comunista, la cui struttura di partito - come ha notato Santo Peli - «permette [...] di ovviare a situazioni di particolare debolezza spostando militanti di provata esperienza laddove la situazione lo richiede, riprendendo una antica formula organizzativa del movimento operaio, con la quale le camere del lavoro caratterizzate da vita asfittica venivano vivificate dall'invio di organizzatori che si erano già fatti le ossa e avevano dato buona prova di sé in altre situazioni». <255 Inizialmente i garibaldini occupano un territorio più esteso di quello di “Mauri” e degli autonomi, hanno più uomini e sono più organizzati. Inoltre la loro influenza si estende anche sui gruppi che operano nelle aree limitrofe a quelle della 16ª e della 48ª. Nella zona di Canelli, infatti, i comandi garibaldini avviano contatti con il gruppo di “Primo” Rocca, che nel corso della primavera entrerà a far parte della I divisione Garibaldi, costituendo la 78ª brigata. Nella valle del Belbo invece, il comando della 16ª stabilisce un rapporto di collaborazione con il gruppo di Piero Balbo, che però non entrerà mai formalmente nelle Garibaldi. Nella seconda metà di maggio, in seguito alla promozione dei distaccamenti in val Varaita e in val Maira e a quelli nelle Langhe in brigate, si costituisce la I divisione Garibaldi “Piemonte”, strutturata su tre brigate: la “vecchia” 4ª brigata “Cuneo” e la 15ª brigata “Saluzzo”, nel cuneese occidentale, e la 16ª brigata “Generale Perotti” nelle Langhe. Il comando di divisione è composto da “Barbato”, Gustavo Comollo “Pietro”, Enrico Berardinone “Francesco” e Giovanni Guaita “Mirko”.
La riorganizzazione di “Mauri” nelle Langhe è invece più lenta. Nel mese di maggio, come abbiamo visto, il maggiore ha a disposizione solo 150 uomini; inoltre, la sua organizzazione comprende sia le Langhe settentrionali, Albese e Braidese, sia le vallate alpine. Per circa tre mesi, da aprile a giugno, “Mauri” provvede a organizzare il proprio territorio e i distaccamenti secondo il modello a cui aveva pensato subito dopo l'esperienza della val Casotto. È proprio in questo periodo che si stabiliscono i primi contatti con le brigate Garibaldi langarole. Sebbene la questione dei rapporti tra garibaldini e autonomi nelle Langhe verrà trattata approfonditamente nel terzo capitolo di questo studio, è bene comunque fare subito una breve puntualizzazione rispetto alla natura di questi rapporti, per meglio comprendere la politica di espansione partigiana condotta da entrambe le formazioni. Dobbiamo partire in primo luogo dalla circostanza che ha condotto autonomi e garibaldini (e successivamente i GL) ad agire nella stessa area operativa. Entrambi i gruppi che conducono la guerra partigiana nelle Langhe hanno origine nel cuneese occidentale, dove a partire dall'autunno '43 operano in totale autonomia con gruppi politicamente e militarmente simili e nell'assenza o quasi di contatti con altre formazioni. Nelle valli alpine ad esempio, “Mauri” si era confrontato solo con gruppi di ex militari con i quali era riuscito a creare un'intesa dal punto di vista militare e, se vogliamo, politico, mentre nelle Langhe il maggiore si trova di fronte a gruppi radicalmente diversi, con un'idea di guerra partigiana per certi versi opposta alla sua. I gruppi originari di autonomi e garibaldini condividono però uno stesso progetto: l'espansione del movimento in un'area più idonea alla guerriglia contro i tedeschi. L'area che entrambi individuano sono le Langhe. Qui, autonomi e garibaldini reclutano uomini, occupano paesi e colline e conducono una guerra contro i nazifascisti, partendo però da presupposti politici inconciliabili. Infatti, mentre da una parte gli autonomi vedono nella guerra partigiana un mero strumento militare per la cacciata dei tedeschi e dei fascisti, che investe unicamente il campo bellico, dall'altra, per i gruppi politici quella stessa guerra partigiana deve avere una valenza politica; la Resistenza deve essere un movimento di popolo e per il popolo. Il coinvolgimento stesso dei civili nella gestione delle zone libere e successivamente nelle operazioni di sabotaggio, di piccola guerriglia e di “intelligence”, che non è visto di buon occhio dai partiti moderati del CLN e dai gruppi militari, è invece sostenuto e promosso dai gruppi politici. Questo concetto «estensivo» di guerra partigiana non può considerarsi unicamente come risultato di un'ideologia di partito, che vuole portare le masse sul palcoscenico della vita pubblica dopo vent'anni di fascismo. Esso è anche l'effetto di esperienze che molti partigiani hanno acquisito, direttamente o meno, nei teatri di guerra di guerriglia in mezza Europa, dalla guerra civile spagnola, alla guerra partigiana in Grecia, in Jugoslavia, in Russia. È Italo Nicoletto “Andreis” che ricorda come la guerra di Spagna lasciò ai volontari repubblicani due principali regole di una guerra condotta contro il nazifascismo e in alleanza con la democrazia borghese: che la guerra deve avere una caratterizzazione nazionale e non di classe <256 e che ciò che si deve raggiungere è la liberazione e l'indipendenza nazionale. <257
Per tutto il periodo estivo, e fino quasi alla fine della guerra, le diverse formazioni creano organismi militari sempre più grandi e complessi, in forte concorrenza con quelli limitrofi. Al termine del periodo di riorganizzazione delle forze, “Mauri” dà vita, all'inizio di luglio, al “Raggruppamento Langhe settentrionali”, <258 che comprende una vasta area della provincia di Cuneo. I distaccamenti che lo compongono sono quelli di Icilio Ronchi Della Rocca (distaccamento n. 10), posizionato a Bra e nel Braidese occidentale, del tenente Franco Canale (n. 11), a Canale e zone limitrofe, di “Marco” (n. 12), a Sommariva Perno e zone limitrofe e dei tenenti Renato e Carletto (n. 13), dislocati nella zona di Alba, dove si costituisce anche la 7ª banda GL. <259 Questi distaccamenti si aggiungono a quelli già creati da “Mauri” nelle valli occidentali, dove tra gli altri opera il capitano Piero Cosa. L'organizzazione degli autonomi nel cuneese, di cui “Mauri” - si può dire - è il “federatore”, va via via crescendo nel corso dell'estate, con l'arrivo di nuove reclute e in seguito alle frequenti diserzioni nelle file della RSI, coinvolgendo non solo gruppi apolitici o di ex militari, ma anche partigiani appartenenti ad altre formazioni. Il 9 luglio, il giorno seguente alla costituzione del raggruppamento delle Langhe, “Mauri” stipula con il professor Vipo, delegato socialista al comitato militare di Torino, un accordo per la costituzione di una divisione, che prende il nome di I Divisione “Camillo di Cavour-Piemonte”. Essa comprende una vasta area che va dalle valli Corsaglia, Casotto e Mongia, dove operano le Brigate Matteotti, alle Langhe settentrionali, passando per le valli Ellero, Pesio, Miroglio, Tanaro e Liguria occidentale, dove sono presenti le brigate autonome. <260 Con la creazione di questa divisione si avvia, nelle file maurine, una strategia militare che ha come scopo quello di unire formalmente tutto il movimento partigiano del Cuneese in un nuovo esercito, più volte indicato da “Mauri” con il nome di «Esercito Italiano di Liberazione Nazionale», creando di volta in volta organismi utili a tal fine. Se prendiamo in considerazione la successione degli organismi militari creati e gli accordi che li sottendono, potremo notare una certa progressione nelle scelte di “Mauri”. Infatti, da gruppi ristretti formati esclusivamente da ex militari, o comandati da ex ufficiali, si passa alla creazione di macro-organismi che uniscono formazioni diverse, accomunate dall'appartenenza a un medesimo territorio. Il momento più importante di questo processo è certamente l'accordo con i GL cuneesi. Firmato il 7 agosto a Certosa di Pesio dai maggiori comandanti partigiani della provincia, <261 l'accordo prevedeva un'unione formale tra le due formazioni, che non implicava l'adesione al partito d'azione, <262 ma che legava i diversi gruppi da un punto di vista militare. L'accordo tra GL e autonomi, oltre a quello precedente tra autonomi e socialisti, porta alla creazione di un organismo di notevoli dimensioni, in cui “Mauri” non esercita la parte di un vero e proprio comandante quanto piuttosto quella di coordinatore generale per le operazioni militari più importanti. La creazione di questo raggruppamento militare però non è vista di buon occhio dal Comitato politico di Torino, che scorge nel progetto di “Mauri” un tentativo di creare un organo sostitutivo del CLN e del CMRP. Un timore comprensibile, tanto più considerando i rapporti non sempre sereni tra il maggiore e i «politici» di Torino e le difficoltà per il CLNRP di gestire un'organizzazione militare sul territorio piemontese in rapida espansione. Forse anche in conseguenza di ciò, il CLNRP decide l'annullamento degli accordi tra autonomi e GL, tra l'altro già criticati all'interno delle formazioni che li avevano sottoscritti, <263 segnando la fine del progetto di “Mauri” di ricostituire un nuovo esercito coinvolgendo tutte le forze presenti in provincia di Cuneo; progetto da cui venivano escluse le brigate Garibaldi.
Nel corso dell'estate anche i garibaldini, sulla scia della spinta che sta ricevendo il movimento in termini politici e militari, tentano di aumentare le proprie forze e di estendere la propria area di influenza. Nell'agosto, il comando della I divisione, in accordo con il comando piemontese delle Brigate Garibaldi, decide la costituzione della VI divisione “Langhe”, che comprende la 16ª, la 48ª e la 78ª brigata. Questo raggruppamento, secondo le disposizioni del CBG, dovrebbe contare almeno mille effettivi; <264 una stima verosimile, se si considera che ad agosto la sola 48ª brigata ha a disposizione più di 500 uomini.
[NOTE]
246 “Mauri” - come abbiamo visto - decide di riorganizzare le proprie bande con nuclei iniziali di trenta uomini in grado di muoversi liberamente in un territorio adatto alla guerriglia quale sembrano essere le Langhe: si veda “Relazione sui fatti d'arme dal 13 al 17 marzo nelle valli Casotto, Mongia e Tanaro”, Langhe, 9.4.44 - I di Liberazione, “Mauri”, in G. Perona (a cura di), Formazioni autonome, cit., doc.2, p. 342; dello stesso avviso sembra essere il capitano Stefano De Marchi che, prendendo il comando del gruppo delle Langhe settentrionali di Ignazio Vian, che si era a sua volta spostato nelle Langhe, dove «rimise insieme una organizzazione militare non trascurabile» (“Relazione di Renato al Comitato di liberazione nazionale”, Cuneo, 16.6.44, in Ivi, p. 351, doc. 6), costituisce «nuclei mobili» composti da 15-20 uomini, in grado di muoversi rapidamente e ovunque, in “Relazione sull'attività dei patrioti nella zona Alba - Bra”, [Albese], 25 maggio 1944, I° di Liberazione, in Ivi, p. 345, doc. 4
247 Tra gli obiettivi primari della guerriglia, come si legge nei documenti raccolti in La guerriglia in Italia, cit., p. 63, vi è quello di «minare il morale delle forze regolari, arrecando ad esse continua molestia e infliggendo continui scacchi». Tra i partigiani che avevano combattuto in Croazia nelle file dell'esercito regio era infatti rimasto il ricordo della «psicosi [che la guerriglia aveva] creato nei reparti italiani ivi dislocati e quali conseguenze siano molte volte derivate dallo speciale stato d'animo determinatosi fra essi in seguito alle azioni dei partigiani», in Ibidem, p. 36
248 Il comando della 4ª brigata diventerà poi sede del comando della I divisione Garibaldi “Piemonte”
249 La 48ª opererà nelle zone della pianura albese, «tra Novello, Monforte, Barolo, Roddino, Serralunga, Roddi, Verduno», D. Masera, Langa partigiana, cit., p. 50
250 Si veda a pagina 17
251 Originario di Asti, membro del PCI, organizzatore degli scioperi del marzo alla Way-Assauto, in seguito ai quali viene arrestato. Liberato dal carcere dai partigiani, giunge nelle Langhe verso il 26/27 marzo, in D. Carminati Marengo, Il movimento di resistenza nelle Langhe, cit., p. 74. Nella stessa occasione viene liberato anche Angelo Prete, “Devic”, futuro comandante della 16ª brigata, in I. Nicoletto, Anni della mia vita 1909-1945, Fondazione Luigi Micheletti, Brescia, 1981, p. 374. Nel marzo del '44 si stabilisce nella zona di Barolo, inviato dal comando della 1° divisione garibaldina, Ettore Vercellone “Prut”, operaio torinese promotore degli scioperi del 10 marzo, in D. Carminati Marengo, Il movimento, cit., p. 73. Sull’invio di Latilla nelle Langhe nell'aprile '44 si veda M. Diena, Guerriglia e autogoverno, cit., p. 82
252 Comandante della 48ª brigata Garibaldi “Dante Di Nanni” dall'agosto 1944
253 Antifascista torinese, arrestato e condannato due volte nel corso del ventennio fascista, Capriolo entra nel CLNRP subito dopo l'8 settembre. Riottenuta la libertà dopo essere stato arrestato e torturato dalla Gestapo di Torino, entra nei garibaldini della val di Lanzo per poi essere trasferito dal PCI presso i gruppi costituitisi nelle Langhe. Morirà impiccato dai tedeschi il 3 agosto 1944, in M. Diena, Guerriglia e autogoverno, cit., p. 91
254 Ivi, cit., p. 91
255 S. Peli, “Vecchie bande e nuovo esercito: i contrasti tra partigiani” in «Protagonisti», n. 58, 1995, p.
21. Pratica che verrà adottata anche con l'invio di Italo Nicoletto “Andreis” in qualità di ispettore garibaldino.
256 Come riporta Italo Nicoletto nella sua autobiografia, Anni della mia vita, cit., p. 104 «Non todo es possible»
257 Ibidem, «Con toda claredad possible»
258 “Raggruppamento Langhe Settentrionali”, Comunicazione di “Mauri” ai vari distaccamenti, 8.7.44 in AISRP, B AUT/mb 4 c
259 «Il gruppo [...] accoglie nel giugno '44 il Cap. Giovanni Alessandria, ex allievo del Liceo Govone, reduce dalla Russia, il Stn. Mario Canino, il Stn. Libero Porcari», “Cronistoria della 7ª banda GL”, citato in D. Carminati Marengo, Il movimento di resistenza nelle Langhe, cit., p. 72. I GL avranno una presenza maggiore nelle Langhe a partire dall'inverno '44-'45, quando reparti della I e II divisione dislocate a ovest vennero inviate nelle Langhe, dove diedero vita alla III e X divisione.
260 “Costituzione I Divisione Camillo di Cavour-Piemonte”, in AISRP, B AUT/mb 1 g; anche in B AUT/mb 4 c
261 “Accordi con le formazioni autonome del Monregalese e delle Langhe”, 7.8.44 in G. De Luna et alii (a cura di), Le formazioni GL, cit., p. 126, doc. 41. L'accordo viene firmato da D. L. Bianco, D. Dalmastro, A. Felici, E. Rosa, Dino Giacosa, “Mauri”, L. Scamuzzi e P. Cosa
262 Anche se nei punti 7 e 8 dell'accordo sono presenti chiari riferimenti alle idee azioniste 
263 In particolare, Piero Cosa leggerà in alcune azioni dei GL tentativi di inquadrare politicamente il suo gruppo, Lettera di Piero Cosa a “Mauri”, 18.8.44 in AISRP, B AUT/mb 4 d
264 3.12.44 Lettera di Cesare al Raggruppamento cuneese “Barbato”, in cui si parla dei quantitativi che devono possedere brigate e divisioni, in AISRP, B 28 fasc. c
Giampaolo De Luca, Partigiani delle Langhe. Culture di banda e rapporti tra formazioni nella VI zona operativa piemontese, Tesi di laurea, Università degli Studi di Pisa, Anno Accademico 2012-2013
 

lunedì 30 marzo 2026

La Francia ed i conti non fatti con la guerra d'Algeria


Quelle che seguono sono considerazioni poco critiche sulla storia dei pieds-noirs francesi. Per suscitare qualche riflessione dialettica in proposito forse è sufficiente rammentare che non fu proprio esiguo il numero di francesi che appoggiò dall'inizio l'anelito degli algerini alla propria indipendenza. Per non parlare delle torture praticate su larga scala e dei tanti massacri di civili compiuti sempre dai militari francesi.
Adriano Maini

In Francia per numerosi anni la guerra d’Algeria non era esistita. Numerosi furono infatti i controlli che lo stato attuò all’interno dei media, al cinema e alla televisione francese, la guerra d’Algeria fu un soggetto a lungo evitato: nei film commerciali dell’epoca il conflitto algerino tutt’al più si stagliava sullo sfondo ma non esistevano film francesi che avrebbero potuti essere paragonati alla serie “Rambo”. Benjamin Stora sottolinea che per anni la Francia aveva censurato le pellicole ambientate durante gli événements d’Algérie e le sole immagini relative a quei fatti sarebbero comparse attorno agli anni ‘90 con il documentario inglese di Peter Baty “La guerre d’Algérie”, diffuso nel 1990, e con i primi documentari francesi, "Anées algériennes!", diffusi dal 1991 <35. Anche il film “La battaglia di Algeri”, di Gillo Pontecorvo, non venne mostrato in Francia, dopo la sua uscita al Festival di Venezia nel 1966, sebbene la pellicola avesse vinto il Leone d’oro. Si sarebbe dovuto attendere il 1970 poiché la pellicola potesse entrare nelle sale cinematografiche francesi <36. Ciò che favorì ulteriormente il silenzio relativo alle vicende algerine furono le continue amnistie promulgate immediatamente dopo la fine del conflitto. La riabilitazione di tutti gli esponenti dell’OAS, rinchiusi nelle prigioni francesi, evidenziò la mancanza di volontà dello stato di aprire numerosi processi su dei fatti in cui era strettamente coinvolto. La prima amnistia, del 17 dicembre 1964, venne immediatamente seguita il 21 dicembre da una grazia presidenziale nei confronti di 173 combattenti dell’OAS. Il testo di legge del 17 giugno 1966 dichiarò inoltre che sarebbero state perdonate tutte: «le infrazioni contro la sicurezza dello stato o commesse in relazione agli événements d’Algérie <37.» Infine la grazia del 7 giugno 1968 rilasciò tutti i membri dell’OAS ancora trattenuti nelle prigioni di stato, ridando la libertà anche a coloro che avevano organizzato il putsch e che furono velocemente reintegrati all’interno dell’esercito francese. Il presidente Mitterand aveva dichiarato: «è della nazione il perdonare <38» e nel novembre 1982 i putschisti sarebbero stati totalmente riabilitati e reintegrati nell’esercito. Riconoscere che vi era stata la guerra significava affermare che la Francia per otto lunghi anni aveva combattuto sé stessa abbandonandosi a una guerra civile; anche se in realtà a scontrarsi furono due precise identità: il nazionalismo algerino e il colonialismo francese. Il mancato utilizzo della parola guerra da parte dello stato francese lasciava ugualmente intendere la volontà di mantenere una non-memoria di quel periodo e permettere alla popolazione francese di rimanere all’oscuro di ciò che era realmente accaduto oltre il mediterraneo. All’indomani della firma degli accordi di Evian emerse la volontà di cancellare tutto quello che era accaduto. La collettività voleva dimenticare ciò che si era verificato; ciò, tuttavia, non bloccò l’emergere e il rafforzarsi di memorie “particolari”, come la memoria dei pieds-noirs, dei veterani e degli harkis, che continuarono a chiedere il riconoscimento ufficiale di quelle vicende, che avvenne solo 1996 quando, ricevendo all’Eliseo i membri del Front uni des anciens combattants d’Afrique du Nord, Jacques Chirac riconobbe la necessità di sostituire con la parola «guerra» l’espressione «operazioni di mantenimento dell’ordine», iniziativa che tuttavia trovò l’opposizione ufficiale. Il governo di Lionel Jospin andò oltre, aprendo alcune sezioni degli archivi relativi alla guerra ai ricercatori. Stando alla legge del 3 gennaio 1979 il tempo di prescrizione per la consultazione degli archivi era di 30 anni, intervallo che poteva tuttavia subire prolungamenti a seconda di tutta una serie di eccezioni, come dimostrano i faldoni militari, che risultano tutt’ora secretati perché «mettono in causa la sicurezza dello stato e la vita privata degli individui <39». Jospin permise lo studio di quest’avvenimento sul quale l’oblio era calato da ormai troppi anni, per cercare di riabilitare il ruolo dei soldati: «un quarto di secolo è passato senza che il sacrificio fatto dai nostri soldati in questo conflitto non sia stato pienamente riconosciuto <40» e ancora «noi decidiamo di ridare ai veterani l’onore e la dignità che la storia aveva preso loro <41». Finalmente il 10 giugno 1999 l’Assemblea Nazionale dibatté una proposizione di legge con cui sostituire l’espressione «operazioni di mantenimento dell’ordine» con la frase «guerra d’Algeria.»
A lungo la guerra d’Algeria era stata rinchiusa nelle memorie personali e dopo quasi 40 anni era giunto il momento di liberarsi di questo spettro e assegnarle un nome. Era ormai necessario dare dignità a quelle comunità che fino a quel momento avevano vissuto nell’ombra, ma che avevano compiuto grandi opere in quelle terre. Nel marzo 2003 i deputati Jean Léonetti e Philippe Douste-Blazy depositarono così una proposta di legge, firmata da altri 108 parlamentari, con un solo articolo atto a cercare «il riconoscimento dell’opera positiva dell’insieme dei nostri cittadini che hanno vissuto in Algeria durante il periodo della presenza francese <42». L’anno successivo venne proposto un nuovo disegno di legge dal ministro della difesa che prevedeva un memoriale relativo al riconoscimento della nazione nell’opera di colonizzazione avvenuta tramite la popolazione europea in loco e proponeva un eventuale indennizzo. In sede di dibattito il partito socialista propose anche la creazione di una commissione d’inchiesta sulla responsabilità dei massacri delle numerose vittime civili, dei rimpatriati e degli harkis, avvenuti dopo la data officiale del cessate il fuoco durante la guerra. Il parlamento, tuttavia, non riconobbe, come avrebbero voluto il partito socialista e il FN, la responsabilità dello stato in questi avvenimenti. Infine, la nuova legge proposta dal deputato Christian Kert e approvata nel febbraio 2005 prevedeva che i programmi scolastici e i programmi di ricerca universitaria dessero alla storia della presenza francese in Africa del Nord il posto che le spettava <43. L’articolo 4 della legge dichiarava infatti: «i programmi di ricerca universitaria accordano alla storia della presenza francese outre-mer, precisamente in Africa del Nord, il posto che le merita. I programmi scolastici riconoscono in particolare il ruolo positivo della presenza francese in Africa del Nord e accordano alla storia e ai sacrifici dei combattenti dell’esercito francesi provenienti da questi territori il posto di rilievo che meritano. La cooperazione che permetterà il collegamento delle fonti orali e scritte disponibili in Francia è incoraggiata <44.» Il testo intendeva riconoscere e affermare il debito morale che dello stato francese nei confronti dei pieds-noirs, cercando di proteggerli contro «gli insulti, la diffamazione e contro quelli che vorranno negare la loro tragedia <45.» La legge del 23 febbraio 2005 affermava infatti che: «La nazione riconosce le sofferenze provate e i sacrifici vissuti dai rimpatriati, dai membri dei suppletivi militari, i dispersi e le vittime civili e militari legate al processo d’indipendenza di questi vecchi dipartimenti e territori e rende loro, e alle loro famiglie, un solenne omaggio <46.» Il decreto, come sostiene Clara Palmiste, per quanto fosse “sconveniente”, dimostrava la volontà, da un lato, di rilanciare il dibattito su episodi taciuti dalla storia coloniale e il desiderio dello stato di ammettere i crimini coloniali, dall’altro lato, soprattutto a livello politico, evidenziava la necessità della Francia di voltare pagina e di proseguire lungo il cammino internazionale <47.
Era giunto il momento per i pieds-noirs di dare voce alle proprie memorie e di dimostrare che la storiografia ufficiale non raccontava la verità dei fatti dato che alcuni manuali, a proposito della loro presenza in Algeria narravano: «L’originalità dell’industria algerina: l’Algeria ha recuperato le sue ricchezze posseduto fino a quel momento da società straniere, soprattutto francesi. Le ha sostituite per società nazionali. Ciascuna delle quali dirige un settore d’attività <48.» Con queste premesse la comunità di rimpatriati si sentì incoraggiata a rendere pubblica la propria storia, la propria memoria, per permettere all’intera metropoli di rapportarsi con questa comunità in maniera diversa. Essi non erano i fascisti che avevano sfruttato i musulmani, ma civilizzatori cui era stato negato, fino a quel momento, ogni riconoscimento. Questa memoria, a tratti così diversa dalla storiografia ufficiale non ebbe alcuna difficoltà a propagarsi all’interno della comunità, a radicarsi così in profondità che a tutt’ora è il referente dei pieds-noirs <49. La storiografia dei rapatriés aveva evidenti punti in comune con quella ufficiale, soprattutto per quanto riguardava il periodo coloniale: gli avvenimenti narrati dalla storiografia ufficiale avevano in sé la veridicità e l’esattezza e ai pieds-noirs non restava che sottolineare come fossero stati i loro antenati ad aver permesso a quegli avvenimenti di realizzarsi. L’epopea coloniale assumeva così quegli aspetti positivi che erano stati finora preclusi loro dalla storiografia metropolitana <50. Mentre il racconto metropolitano parlava di sfruttatori, coloni e usurpatori, i termini usati dai pieds-noirs per raccontare le vicende dei loro avi in Algeria furono invece avventuriero e pioniere. L’analisi storiografica pieds-noirs si concentrò a «ristabilire la verità storica» del periodo precedente agli anni del drame algérien, tratteggiando uno scenario idilliaco in cui non erano presenti contrasti tra la popolazione europea e araba. Per quanto riguarda invece le vicende relative alla guerra d’Algeria l’una e l’altra memoria si costruirono in maniera tale da poter “scaricare” ogni responsabilità, ponendo gli elementi sotto una luce completamente diversa. Un punto degli avvenimenti della guerra d’Algeria creava inoltre una profonda frattura tra la storiografia ufficiale e quella dei pieds-noirs: gli anni di governo del generale de Gaulle. Egli, secondo i rapatriés per non oscurare la propria immagine, avrebbe imposto alla storiografia ufficiale di modificare il racconto degli avvenimenti, divenendo «un potere che, dopo aver sottomesso i media, non indietreggia davanti a alcun processo, nemmeno alle richieste storiche, per accreditare le proprie tesi <51», selezionando le informazioni, per non avere alcun oppositore, come avevano fatto le dittature: «bisogna sapere che la “nuova storia” si riferisce essenzialmente ai documenti audio-visuali di cui la potenza d’evocazione e di memorizzazione, naturalmente sui giovani, può essere utilizzata come un’arma pedagogica. Facili manipolazioni, la scelta delle immagini e dei commentari che si adattano, permettono di far passare non importa quale messaggio. Così, secondo un metodo ereditato da Goebbels, perfezionato poi, forgiano dei pezzi e creano le prove che faranno la storia di domani. E nel paese dei Diritti dell’uomo , come dalle altre parti, si fabbricano false memorie <52.» Salvatore della nazione per i metropolitani, traditore di ogni speranza per i pieds-noirs, la figura del generale genera tutt’ora visioni completamente discordanti nelle due storiografie, ma d’altronde Pirandello ce lo dice, la verità umana non è una cosa semplice, non vi è una verità assoluta e la verità di ognuno merita rispetto.
[NOTE]
35 B. Stora, La gangrène et l’oubli, p. 38-45.
36 Ibidem, p. 249-250.
37 Cit. in B. Stora, Le transfert d’une mémoire, p. 83.
38 Ibidem, p. 84.
39 Ibidem, p. 129.
40 Ibidem, p. 133.
41 Ibidem, p. 133.
42 Cit. in J.J. Jordi, Pieds-Noirs, p. 146.
43 Ibidem, p. 146-147.
44 Cit. in J.J. Jordi, Pieds-Noirs, p. 148.
45 Cit. in C. Palmiste, Le colonie e la legge sul “buon francese”, in “Passato e Presente”, p. 91.
46 J.-Y. Faberon, Mémoire de la présence française outre-mer et reconnaissance nationale dans la loi du 23 février 2005, “L’Algérianiste”, n. 112, dicembre 2005, p. 6.
47 C. Palmiste, Le colonie e la legge sul “buon francese”, in “Passato e Presente”, p. 95-98.
48 L’Algérie vue par le manuels scolaires, “L’Algérianiste”, n. 20, 15 dicembre 1982, p. V.
49 Buono, Pieds-noirs, de père en fils, p. 71.
50 Ibidem, p. 71.
51 G. Bosc, Les faussaires de l’histoire, “L’Algérianiste”, n. 51, settembre 1990, p. 5.
52 Ibidem, p. 5.
Ilaria Sinico, Figli di una ex-patria: l'epopea dei pieds-noirs nella Francia contemporanea, Tesi di laurea, Università degli Studi di Padova, Anno accademico 2011-2012

mercoledì 18 marzo 2026

Al nord tra i partigiani era arrivato il generale Cadorna


Nel frattempo, sul fronte militare del Settentrione l'affiatamento all'interno del Comitato, l'impegno unitario e un lavoro sempre più efficace e coordinato rimanevano necessità da risolvere con urgenza, soprattutto sotto la pressione dei continui arresti. "Abbiamo raggiunto un faticoso e faticato modus vivendi coi comunisti nel Comando militare" <708, scriveva nel giugno [1944] Parri ad Alberto Damiani in Svizzera, "con che si apre un altro periodo ed esperimento di convivenza delicato e probabilmente fastidioso" <709. A tale problema furono destinate varie sedute da parte del Clnai, sempre foriere di animate discussioni. L'organismo, tuttavia, andava sperimentando, con il nativo Corpo dei volontari della libertà, nato dalle ceneri del vecchio "Comando militare", una nuova formula, che prevedeva l'istituzione di un capo, un "ufficiale superiore effettivo", di comprovata fede e di sicura competenza, alla cui nomina avevano contribuito non poco le proposte presentate dal partito liberale alla riunione del 4 giugno. In tale occasione la delegazione del Pli aveva chiesto al Comitato militare di avvalersi dell'opera di elementi tecnici di provata capacità, quali ufficiali e militari di indiscussa fede politica antifascista e di nota perizia tecnica, perché essi fossero accolti all'interno dell'organizzazione in sostituzione dei rappresentanti dei partiti. Il Pli auspicava, altresì, che si addivenisse alla costituzione di un Comando militare unico, con il compito di dirigere l'azione delle unità operanti in Alta Italia.
Il 19 giugno il Comitato di liberazione Alta Italia approvava così, con testo definitivo, l'aggregazione al Cmai di un elemento tecnico, con le funzioni di consigliere militare. Per l'iniziale "riluttanza dei partiti, specie quello comunista e d'azione a essere subordinati a una superiore autorità e per la mancanza, allora, a Milano, di un uomo sulla cui idoneità si fosse tutti d'accordo" <710, si ricorse provvisoriamente al generale Giuseppe Bellocchio, uomo dal carattere mite, comandante clandestino della piazza militare della città in sostituzione del generale Dino Bortolo Zambon <711, arrestato nel maggio 1944, insieme al generale Giuseppe Robolotti e al colonnello Gino Marini, con l'imputazione di "spionaggio e costituzione di banda armata" <712. Bellocchio era stato preferito al generale Luigi Masini, il famoso comandante delle Fiamme Verdi, uomo dal "carattere forte e duro da smuovere quando deciso a seguire una certa linea di condotta" <713. Bellocchio, più "arrendevole" <714 di Masini, avrebbe guidato il Cvl solo in attesa dell'arrivo al Nord del generale Raffaele Cadorna, benvoluto un po' da tutti, in quanto consigliere tecnico-militare del partigianato per conto del governo Bonomi e degli Alleati. Quest'ultimo, salito l'11 agosto su di un quadrimotore Halifax, sarebbe stato paracadutato dagli inglesi della Raf - insieme al capitano Churchill, veterano della Special Forces, non imparentato con il grande statista -, in Val Cavallina, nella bergamasca, per prendere il comando del neonato Cvl. Una formazione partigiana avrebbe inviato via radio il segnale concordato e acceso in loco i fuochi per riceverli. Il maggiore inglese De Hahn, impiegato negli uffici centrali della Soe a Monopoli, ottimo conoscitore della lingua italiana perché ex prigioniero di guerra, gli aveva consegnato un foglio con le direttive generali: egli si sarebbe stabilito in val Camonica, zona occupata dalle formazioni Fiamme Verdi, e da lì avrebbe preso contatti con il Clnai. In una lettera, arrivata il 16 agosto alla Segreteria del Comitato, Mc Caffery rassicurava così Pizzoni circa la questione militare: "Per quanto riguarda il lato militare credo che prima di ricevere questa mia comunicazione tutti i problemi ivi connessi saranno in gran parte risolti perché a) sarà arrivato quel generale che Voi avete chiesto come consulente. Egli arriverà fresco fresco con idee precise e chiare di ciò che hanno in mente i comandi supremi. B) sarà accompagnato da un ufficiale alleato di collegamento c) avrete contatti radiotelefonici soddisfacenti col sud" <715.
Non è un caso se Cadorna, appena giunto, avrebbe incontrato a Darfo, nel bresciano, alla vigilia di ferragosto, il generale Masini: "Incontrai alcuni capi delle "Fiamme Verdi", anzitutto il generale Masini, ufficiale di bella fama alpina, che ne era stato il fondatore. Aveva sede normalmente a Milano, ma esercitava autorità sulle formazioni della val Camonica e delle valli bresciane. Di carattere vivace, si era urtato coi vari CLN locali e aveva assunto un atteggiamento indipendente che mantenne anche in seguito. […] Le "Fiamme Verdi" si qualificavano autonome, cioè non dipendenti da partiti politici; nella zona da esse occupata era preponderante l'influenza dei democristiani. Tentativi fatti dai comunisti per infiltrarsi e provocare scissioni e defenestrazioni erano oggetto di aspre proteste e di vivaci reazioni. Le "Fiamme Verdi" avevano nuclei in Valcamonica e tenevano aperta una via di comunicazione con la Svizzera ove si appoggiavano alle rappresentanze degli Alleati" <716.
Due giorni dopo, poiché non era risultato attuabile il progetto di stabilire una base in Val Camonica e di convocare da lì gli esponenti del Clnai - si era sparsa infatti in zona la voce dell'atterraggio di Cadorna e l'accampamento era in allarme - egli aveva deciso di trasferirsi a Milano, "cuore del ribellismo e del rischio" <717, passando per Bergamo e per Monza. Arrivato nel capoluogo lombardo, aveva preso contatti con Mario Argenton, divenuto il 9 giugno, a seguito dell'arresto di Giulio Alonzi, rappresentante del partito liberale e delle formazioni autonome nel Cmai. Cadorna era stato in passato legato a lui "da cordiali rapporti di servizio" <718 e lo aveva scelto come suo Capo di Stato Maggiore. Argenton, insieme a Basile, aveva fino a quel momento continuato a mantenere attiva "una sua rete particolare (vi sono compresi alcuni ufficiali dell'ex centro I° di Milano) con una trentina di elementi" <719, in grado di trasmettere direttamente le informazioni al Comando Generale (egli si muoveva nella "zona tra Genova, Alessandria, Milano e Piacenza"). Cadorna avrebbe poi incontrato Parri, da cui sarebbe stato messo al corrente della situazione, e, il 22 agosto, il dott. Pizzoni, rappresentante del "governo democratico", dal quale gli sarebbero dovute giungere le direttive politiche relative all'azione militare. Egli avrebbe così guidato, con il nome di "generale Valenti", attribuitogli dal Presidente del Clnai <720, il Cvl, non senza imbattersi - come Parri prima di lui - in "una lunga vertenza" per la definizione delle sue attribuzioni. 
Il 28 settembre 1944 il tenente Edgardo Sogno, agente "Franchi", impiegato dagli inglesi e dal Sim come collegamento con il Clnai, scriveva in un bollettino ad Alesandro [Casati]: "Nr. 308 - 308 del 28 Stop da Franchi ad Alessandro Stop partito liberale ritiene che generale Cadorna non dico non dico non può esercitare suo mandato nella attuale forma nel comando militare collegiale Stop situazione di compromesso deciso a maggioranza et discussioni si protraggono da oltre un mese compromettendo effettivo funzionamento comando unico Stop est indispendabile che governo italiano trasmetta ordine at Clnai di considerare generale Cadorna quale unico comandante militare et ordini at generale di assumere comando militare del quale risponderà esclusivamente at Clani Stop detta assunzione implica trasformazione dello attuale comando militare in organo di collaborazione alle dipendenze del comadante stesso fine alt Franchi" <721.
Senza necessità d'intesa, i due partiti comunista e azionista risolsero il problema accantonando la questione: "fino a quando le forze monarchiche combattevano al nostro fianco, avevano ogni diritto", aveva ricordato Parri, "e ogni dovere avevamo noi di rispettarli finché tenevano il loro posto. [...] Dovevamo lasciare anche a essi il beneficio della prova" <722.
[NOTE]
708 Insmli, lettera manoscritta di Maurizio a "Tito", 11/VI, fondo Damiani, b. 1, f. 6.
709 ibidem.
710 A. Pizzoni, Alla guida del Clnai, cit., p. 64.
711 Insmli, Evasione dal carcere tedesco San Vittore di Milano dello scrittore e giornalista Indro Montanelli, fondo Osteria, b. 1, f. 20, p. 7.
712 ivi, p. 2. Continua ancora Luca Osteria: "A grandi linee il rapporto consegnato ai tedeschi dal comandante della Gnr Mosca provava un collegamento tra il generale Zambon e l'addetto militare italiano a Berna, generale Bianchi".
713 A. Pizzoni, Alla guida del Clnai, cit., p. 65.
714 ivi, p. 64.
715 XXXVI Risposta di J. Mc Caffery ad A, Pizzoni, in P. Secchia, F. Frassati, La Resistenza e gli Alleati, cit., p. 95.
716 R. Cadorna, La riscossa, Milano, Rizzoli 1948, cit., p. 127.
717 P. Caccia Dominioni, Alpino alla macchia, cit., p. 177.
718 R. Cadorna, La riscossa, cit., p. 128.
719 P. Paoletti, Volontari armati italiani (V.A.I.) in Liguria (1943-1945), cit., p. 17.
720 R. Cadorna, La riscossa, cit., p. 128.
721 Aussme, fondo H2, Missione ‘Son', b. 25.
722 F. Parri, La Resistenza, in in Storia dell'antifascismo italiano, Lezioni, vol. I, cit., p. 206.
Francesca Baldini, "La va a pochi!" Resistenza e resistenti in Lombardia 1943-1944. La vita di Leopoldo Gasparotto e Antonio Manzi, Tesi di dottorato, La Sapienza - Università di Roma, Anno Accademico 2022-2023