Powered By Blogger

sabato 2 luglio 2022

Wolff apparentemente riuscì a sfruttare la collaborazione e la subordinazione della polizia italiana


A causa della distruzione o della dispersione di buona parte dell'archivio degli uffici di Wolff, non si hanno sufficienti documenti circa la reale presenza numerica delle forze di polizia ed SS in Italia, né, in definitiva, sulle peculiarità della loro strategia. Si posso però trarre alcune conclusioni dagli studi di Collotti <189 e di Carlo Gentile <190, riguardanti un numero abbastanza ridotto di agenti dell’SD nel nord-Italia alla fine dell’occupazione tedesca, nella primavera del ’45.
Collotti in particolar modo parla di circa 1200 o 1500 agenti dell’SD, cosa che portò a servirsi di un esteso numero di agenti italiani, spesso improvvisati, ma che attrassero comunque l’attenzione dei comandi alleati <191; nella fase finale della guerra il controspionaggio alleato si sarebbe infatti concentrato nella neutralizzazione delle attività degli agenti nazifascisti, interpretati come estrema forma di lotta della Wehrmacht, un “esercito quasi cieco (…) a causa dei duri colpi inferti dalla aviazione (alleata e che) non riesce neanche a tenere sotto controllo gli spostamenti delle truppe (anglo-americane)” <192. Il dato numerico a cui abbiamo fatto riferimento riportava la cifra di agenti presenti nelle sole regioni poste a nord della “Gotica” e che quindi presuppone una cifra sicuramente più elevata per le fasi centrali dei 600 giorni <193. A costoro si affiancavano altri 13.000 uomini della polizia dell’ordine (Ordnungspolizei), presenti in Italia sin dall’autunno del ’43 <194. La cifra, assolutamente insufficiente per gestire l’ordine pubblico nella penisola, portò Wolff a considerare come basilare la collaborazione fascista in quell’ambito <195. Riuscì a ritagliarsi uno spazio di autonomia simile a quello del legato Rahn ed ancor più esteso successivamente al 20 luglio ’44, successivamente alla sua nomina a plenipotenziario generale e quindi comandante territoriale in Italia, dopo il fallito attentato a Hitler <196. La struttura dipendente da Wolff, disponeva di un proprio stato maggiore, con il compito di curare le grandi operazioni di polizia e rastrellamento contro renitenti, ex-prigionieri di guerra e ribelli, sin dal novembre del ’43. Accanto ad essa, venne impostata una rete di comandi dell’organizzazione di SS-SD in tutta Italia, con una struttura che si andò a rafforzare nella primavera del ’44. Le SS di Himmler organizzarono in Italia una rete di comandi territoriali variamente chiamati, a seconda dell’estensione territoriale delle proprie competenze, Aussenkommando o Aussenpost (comandi avanzati e avamposti) <197.
Si andava così a delineare una terza rete di autorità territoriali, parallela alle già citate MK ed ai funzionari civili italiani e tedeschi dipendenti da Rahn <198. Su di un piano superiore, ma sottoposto formalmente a Wolff venne nominato da Kaltenbrunner, a capo della SiPo e del SD in Italia Wilhelm Harster, con il quale lo stesso Wolff entrò spesso in contrasto. La Ordnungspolizei (OrPo), formata dagli agenti che avrebbero dovuto mantenere la sicurezza e l’ordine pubblico nelle città italiane fu invece sottoposta al comando dell’SS-Gruppenführer Jürgen von Kamptz <199.
Wolff apparentemente riuscì a sfruttare la collaborazione e la subordinazione della polizia italiana, attraverso le relazioni intessute da Himmler con il ministro repubblicano dell’Interno Buffarini Guidi <200. Quest’ultimo adottò una condotta di estesa accondiscendenza rispetto alle istanze naziste, sia nei servizi di indagine e cattura dei resistenti, attraverso collegamenti diretti con le “speciali” formazioni di polizia italiane, sia in materia di persecuzione antisemita, autonomamente avviata sin dal novembre del ’43 <201. In ciò, si può in qualche modo tracciare una similitudine con la condotta di Rahn, pragmaticamente vicino alle autorità italiane, in funzione di contrasto con le altre agenzie e personalità dell’occupante. Da Harster dipendevano i “famigerati” carnefici Herbert Kappler, responsabile del SD a Roma ed ufficiale di collegamento con la polizia italiana, tra i responsabili della strage delle Fosse Ardeatine, e l’Obersturmbannfürher Walter Rauff, comandante della Sipo-Sd nell’Italia nord-occidentale, e con sede a Milano. Sotto il comando di Rauff e di fatto fautori di una linea fortemente autonoma rispetto all Obergruppenführer Wolff, vennero chiamati sin dal settembre del ’43, Alois Schmid, a capo del “comando avanzato” della polizia germanica nella provincia torinese e Theodor Sävecke, Hauptsturbannführer responsabile della Gestapo e del SD di Milano.
Alcuni autori hanno evidenziato come, accanto ad un piano di occupazione militare già predisposto dall’agosto, si possano notare delle dinamiche simili per rapidità nell’insediamento dei comandi di polizia e delle SS in Italia <202. L’invio, in particolar modo di Rauff, comandante della Sipo-SD in Piemonte, Val d’Aosta, Liguria e Lombardia, portò alla ricomposizione dello stesso “stato maggiore” delle SS impiegato in Tunisia, accanto al medesimo plenipotenziario, ovvero Rahn. Dopo la sconfitta in nord Africa, Rauff ed il suo sottoposto Sävecke vennero temporaneamente spostati in Corsica per poi essere impiegati in Italia, dove agiva già dal ’42 il gruppo di Kappler, sia in funzione di collegamento con la polizia politica italiana ed i suoi servizi, sia in servizio di spionaggio dell’alleato <203. Rauff poteva vantare una carriera di alto livello all’interno del Commissariato di Heydrich: in particolar modo in collaborazione diretta con l’ufficio di Eichmann, si deve a Rauff la terribile innovazione dei Gaswagen, precursori delle camere a gas presenti nei campi di sterminio europei <204. Rauff sarebbe stato poi impiegato in Tunisia con mansioni simili di persecuzione delle comunità di ebrei nordafricani, avallata dall’ambasciatore Rahn. La sua “esperienza” fu importata in Italia e posta, di fatto, al di fuori della rete di controllo di Wolff <205.
Accanto al comando dell’SD, arrivò nei primi di ottobre in Italia anche il responsabile degli “affari ebraici” Theodor Dannecker, tra i fautori, insieme a Kappler della Judenaktion al ghetto di Roma del 16 ottobre 1943 e rappresentate del Referat IV B4, di Adolf Eichmann <206. L’invio di Dannecker era finalizzato all’obiettivo di internare e deportare i membri delle comunità ebraiche in Italia, già obiettivo della discriminazione legale dal 1938 ed in realtà colpite, nel periodo bellico, da peculiari dispositivi persecutori, quali, ad esempio la coscrizione in battaglioni di lavoro coatto <207. Dannecker e dal gennaio il suo sostituto Friedrich Bosshammer, imposero alle autorità amministrative italiane una collaborazione diretta nell’internamento dei concittadini ebrei; fu questo un compito che il corpo prefettizio della Repubblica svolse come “ordinaria amministrazione”, e che si concretizzò nell’internamento in campi sotto la gestione amministrativa italiana, di migliaia di membri delle comunità ebraiche provinciali <208.
Torneremo a parlare dell’internamento ebraico nei paragrafi successivi.
Per quanto riguarda le prerogative sulla lotta antipartigiana, Wolff, si trovò in realtà ad esser contrastato dallo stesso feldmaresciallo Kesselring, convinto sostenitore della creazione di un comando unico - e militare - per la lotta alle bande, già generalmente guidata nelle settimane successive all’armistizio per le aree poste nel retroterra del fronte.
Inizialmente, ovvero nei primi mesi d’occupazione, la gestione della presenza di sbandati del Regio Esercito fu curata dai comandi superiori di Kesselring a sud e di Rommel a nord, nel contesto dell’operazione Achse. La repressione delle prime bande nelle regioni settentrionali, sorte anche per la volontà di singoli militanti politici, come nel Cuneese, si connotò inizialmente per una rigorosità effettiva delle azioni di rastrellamento, alle quali si aggiungeva un carattere punitivo verso le comunità giudicate conniventi con i “banditi”. Fu questo il caso della prima strage del nord Italia, quella di Boves (Cn), dove il 17 settembre, in risposta all’uccisione ed alla cattura di due militari della “Leibstandarte Adolf Hitler”, il terzo reggimento dello stesso reparto uccise 23 persone, tra cui il parroco, alcuni anziani ed una donna <209. La presenza di bande armate, pur non ancora capaci di azioni complesse a danno dell’occupante, portò alla ripetizione di condotte e pratiche già adottate dalla Wehrmacht e dalle formazioni militari o di polizia delle SS in contesti orientali.
Nella zona del fronte, la sollevazione spontanea di alcuni comuni della zona vesuviana e del Casertano portarono i comandi di Kesselring ad emanare disposizioni uguali alle “Norme operative per la lotta alle bande sul fronte orientale” <210. Le sollevazioni dell’area campana, e non solo, devono essere interpretate in questa fase come reazioni alla condotta “selvaggia” delle forze armate del Reich. Quest’ultime avevano adottato una serie di atteggiamenti che agli occhi degli stessi ufficiali tedeschi apparivano simili a quelli della “soldataglia della guerra dei trent’anni” <211. Una differenza sostanziale con altre aree del nord, nelle quali, le truppe tedesche, terminata la fase di disarmo dei soldati del Regio, adottarono una maggior “regolarità” nelle norme di ingaggio e di trattamento delle popolazioni <212. È questo un dato generale che non limita le considerazioni sulla brutalità delle forze armate tedesche nelle varie fasi dell’occupazione. È tuttavia evidente una reale differenza tra aree vicine alle linee di combattimento, dove si deve notare una radicale esagerazione della minaccia partigiana e ribellistica da parte dei comandi della Wehrmacht <213 e le aree del Territorio Occupato. Nel corso della primavera successiva, anche nel nord Italia vennero adottate le norme “orientali” per la lotta alle bande irregolari, con conseguenze tragiche relative ai cicli operativi ad esse connesse <214. Nel sud, al contrario, venne concessa da subito una certa autonomia agli ufficiali comandanti i singoli reparti, così da incentivare una condotta feroce ed irregolare, spesso portatrice di violenze “in eccesso” a danno della popolazione civile. Nelle province toccate direttamente dalla furia dei combattimenti, nelle settimane di stabilizzazione del fronte, la zona di operazione direttamente sottoposta a Kesselring fu teatro di violenze “anomiche” sciolte cioè da qualsiasi norma di limitazione della violenza verso i civili.
[NOTE]
189 E. Collotti, Documenti sull’attività del Sichereidenst nell’Italia occupata, in ‹‹Il Movimento di Liberazione Nazionale››, n° 83, 1966, pp. 40-42.
190 Gentile, I crimini di guerra, op. cit. p. 62.
191 La stessa cooperazione veniva richiesta da Goebbels, come visto tra i fautori di una soluzione punitiva per l’Italia, “perché (…) non disponiamo di una polizia sufficiente a stabilire un regime basato sulla pura forza”; in Klinkhammer, L’occupazione, op. cit. p. 52.
192 Relazione del CIC della V armata a firma di J. P. Spingarn, del 14 dicembre 1944, NARA, Rg. 226, e. 174, b. 6, f. 56.
193 Collotti, Dati sulle forze di polizia fasciste e naziste nell’Italia settentrionale nell’aprile del’45, in ‹‹Il Movimento di Liberazione Nazionale›› n° 71, 1983, pp. 51-72.
194 C. Gentile, I tedesci e la guerra ai civili in Italia, in Pezzino, Fulvetti, op. cit. p. 131.
195 Klinkhammer, L’occupazione, op. cit. p. 87.
196 Collotti, L’amministrazione tedesca, op. cit. p. 121.
197 C. Gentile, La repressione antipartigiana tedesca in Veneto e Friuli, in Ventura, Brunetta, op. cit. pp. 190, 191.
198 Osti Guerrazzi, Storia della RSI, op. cit. pp. 58, 59.
199 Gentile, I crimini, op. cit. p. 63.
200 De Felice, La guerra civile, op. cit. pp. 131 e seg.
201 Klinkhammer, L’occupazione, op. cit. pp. 90, 91.
202 Borgomaneri, Hitler a Milano, op. cit. pp. 40 e seg.
203 Relazione s.d. ma del’44 sul Referat IV di Roma, descritto come comando di collegamento diretto con il RSHA di Heydrich e di Kaltenbrunner, in NARA, Rg. 226, e. 174, b. 103. f. 793.
204 Borgomaneri, Hitler a Milano, op. cit. pp. 38-40
205 Ivi,. pp. 38-47.
206 Collotti, L’occupazione, op. cit. pp. 258 e seg.
207 Osti Guerrazzi, Caino a Roma, op. cit. pp. 25 e seg.
208 M. Stefanori, Ordinaria amministrazione. Gli ebrei e la Repubblica sociale italiana, Laterza, Roma-Bari, 2017; i campi di internamento per ebrei, disfattisti, roma e sinti, ed in generale per tutti gli elementi dannosi per lo sforzo bellico furono presenti in Italia sin dal 1940, come descritto nello studio sul corpo di Pubblica Sicurezza italiano, di A. Osti Guerrazzi, Poliziotti, i direttori dei campi di concentramento italiani, 1940-1943, Cooper, Roma, 2004.
209 Schreiber, La vendetta, op. cit. p. 56. In totale autonomia, sebbene i comandi di polizia ne fossero ben a conoscenza, la stessa “Leibstandarte” si macchiò della prima strage di ebrei alla fine del settembre del’43, presso il Lago Maggiore. Qui, probabilmente imbeccati da una delazione delle autorità locali, le Waffen SS vennero a conoscenza della presenza dell’Hotel Meina, gestito da “ebrei levantini” e con alcuni di ospiti correligionari. Derubati di tutto, le 16 vittime vennero fucilate ed i loro corpi gettati nel lago antistante l’hotel. Cfr. E. Collotti, R. Sandri, F. Sessi (a cura di), Dizionario della Resistenza, Einaudi, Torino, 2001, pp. 134-136.
210 Le Kampfanweisung für die Bandenbekämpfung im Osten, emanate nel 1942 per rispondere alla minaccia partigiana in Unione sovietica, cfr. Gentile, I crimini, op. cit. pp. 68, 69.
211 Schreiber, La vendetta, op. cit. p.
212 Gentile, I crimini di guerra, op. cit. pp. 62 e seg.
213 Ivi, pp. 69 e seg.
214 Ivi, p. 69.
Jacopo Calussi, Fascismo Repubblicano e Violenza. Le federazioni provinciali del PFR e la strategia di repressione dell’antifascismo (1943-1945), Tesi di dottorato, Università degli Studi Roma Tre, 2018

venerdì 1 luglio 2022

Ad una settimana di distanza dall'assedio al Corriere, l'ultimo corteo del Sessantotto universitario milanese


A Milano, fra l'altro, erano riprese le agitazioni all'interno degli atenei cittadini, prima alla Statale e poi alla Cattolica. Forse proprio queste ultime occupazioni di facoltà possono spiegare la breve cesura nella sequenza di cortei studenteschi ricostruita tra la fine di marzo '68 e il corteo del 17 maggio descritto sopra.
D'altra parte ormai le manifestazioni pubbliche del movimento studentesco sono entrate nel mainstream dell'informazione giornalistica quotidiana, dove si intrecciano indifferentemente le notizie provenienti dalla Francia con quelle raccolte dalle agitazioni studentesche italiane. Solo per limitarmi alle città analizzate voglio ricordare che proprio tra la fine di maggio e l'inizio di giugno tanto a Torino (1° giugno, come si è visto) che a Roma (31 maggio, come si vedrà nel prossimo capitolo) si erano tenuti degli importanti cortei di solidarietà con gli studenti e i lavoratori francesi in sciopero.
Forse queste coincidenze possono aiutarmi nella ricostruzione del clima che precede immediatamente una delle ultime e delle più note manifestazioni di piazza del movimento di Milano, ricordata nella memorialistica successiva al fianco di episodi noti come ad esempio la battaglia di Largo Gemelli del 25 marzo.
Si tratta naturalmente della notte di assedio alla redazione del Corriere della Sera, quella arcinota battaglia di via Solferino tenuta nella nottata tra il 7 e l'8 giugno 1968 tra studenti milanesi e forze dell'ordine.
Proprio il ruolo dei mezzi di informazione nella criminalizzazione delle lotte studentesche fu poi al centro di un numero unico di un ipotetico periodico <638 "Controstampa3", ciclostilato e distribuito nella seconda metà di giugno a cura del movimento studentesco milanese. Tra i nodi principali dell'opuscolo vi è proprio la trattazione del tema "Perchè in questa fase di lotta il M.S. torna a scegliere la piazza". Vengono dunque chiariti intenti e rivendicazioni degli ultimi due cortei del movimento prima della pausa estiva, quello del 7/8 giugno contro il Corriere e il successivo corteo del 15, pacifico e indetto in segno di protesta per gli arresti seguiti all'assedio notturno del quotidiano nazionale.
Lo stralcio che segue riporta il comunicato ufficiale diffuso per convocare il corteo-comizio della sera del 7 giugno.
"Governo, Polizia-Magistratura, Rettori costituiscono la Triplice Alleanza che ha tutto l'interesse che il M.S. continui a languire nelle sedi occupate.
LA PIAZZA
Il M.S. deve rompere questo equilibrio statico della reazione creando nuovi momenti di attrito e producendo nuova tensione. Restare isolati nelle Università significa fare il gioco dei nostri nemici: il M.S. quindi guadagna deliberatamente la piazza su obiettivi corretti. [...]
L'OBIETTIVO
Venerdì 7 giugno alle ore 22 avrà pertanto luogo in piazza Duomo un pubblico processo istituito contro tutti i nemici del M.S. (governo, magistratura, polizia, A.A., stampa borghese). [...] Subito dopo il processo verrà attuato nella notte il blocco della distribuzione del "Corriere della Sera". Nel Corriere il M.S. non individua solo i diffamatori della propria lotta, ma vede la Confindustria di cui è l'espressione diretta, vede il potere capitalistico di cui esso è strumento e servo. [...] Colpire il Corriere quindi non significa solo bollare la diffamazione, ma attaccare anche, e non solo emblematicamente, il governo, i centri del potere capitalistico, la manipolazione del consenso borghese [...]". <639
Naturalmente i rapporti tra Corriere e movimento studentesco si erano andati deteriorando nel corso dei mesi, quindi non è da escludersi che oltre alle motivazioni di origine simbolica ci fossero motivazioni contingenti che abbiano fatto propendere gli studenti per l'azione di contestazione diretta contro il quotidiano <640.
"Il movimento studentesco decide in una riunione ristretta di indire un processo pubblico e una manifestazione durissima contro il "Corriere della Sera" reo di aver organizzato una campagna diffamatoria contro il movimento e la contestazione. [...] Decidemmo quindi di scegliere un piano che prevedesse un metodo di attacco diverso da quello tradizionale. E questo rimase segreto fino all'ultimo. La polizia e il "Corriere" si aspettavano: raduno-corteo-occupazione. Così mentre la direzione del "Corriere" si riuniva per decidere come impedire l'occupazione e la prefettura mandava telex per chiamare rinforzi, noi decidevamo di bloccare i pulmini del giornale, si andava in scena con bastoni. tutti i compagni incaricati, per alcuni giorni, girano attorno alla zona di via Solferino, mappe alla mano per segnare le strade adiacenti al "Corriere", e per individuare le caserme, i lavori in corso da trasformare in depositi di porfido, il percorso dei camioncini diretti alla centrale o all'aeroporto di Linate". <641
La manifestazione mira a ritardare l'edizione del quotidiano rallentando l'uscita dei pulmini incaricati della diffusione, a partire dalla sede centrale di via Solferino. Dopo un comizio in piazza del Duomo gli studenti raggiungono in corteo la zona di via Solferino, dove si dividono in gruppi per assediare il quotidiano ostruendo le strade limitrofe. Gli studenti fra le altre cose utilizzano i veicoli parcheggiati per costruire delle barricate, cui viene anche appiccato il fuoco grazie a della benzina portata sul posto dai manifestanti. Insomma quella di via Solferino è una 'battaglia' pianificata e rappresenta probabilmente il culmine del percorso di radicalizzazione politica in cui si erano avviati gli studenti milanesi a partire dall'inizio di quell'anno accademico, con le prime occupazioni alla Cattolica del novembre '67. Non stupisce che quella nottata sia rimasta scolpita in modo così netto, nella cronaca quanto nelle memorie e nella memorialistica successiva.
"Studenti sonosi quindi suddivisi in gruppi et portatisi su strade che circondano sede Corriere della sera sonosi seduti per terra et habent tentato bloccare vie mettendo di traverso automezzi ivi in sosta. Forze polizia sono ripetutamente intervenute sbloccando situazioni et disperdendo dimostranti. Studenti correndo si sono continuamente ricostituiti in gruppi località viciniori cercando di attuare blocchi stradali anche con sassi divelti da cantieri edili ma tali tentativi sono stati frustrati da interventi forze polizia che sonosi continuamente spostate per impedire che gruppi stessi si ricomponessero e che venissero compiuti atti di violenza. Successivamente manifestanti divisi in gruppi si sono portati in Foro Bonaparte piazza Castello piazza Cairoli e via Dante lanciando sassi et bottiglie bibite che mandavano in frantumi alcune vetrine negozi Motta Richard Ginori Autobianchi et Fiat nonchè vetrinette agenzia pubblicità quotidiano "Il Giorno". [...] più volte at scopo impedire avvicinamento forza pubblica dimostranti habent versato per terra et incendiato benzina contenuta in bidoncini costituendo così una barriera. Nei ripetuti interventi forze di polizia sono state fatte segno at lancio altri corpi contundenti [..]. Verso ore 5 normalizzatasi situazione". <642
Naturalmente gli episodi di via Solferino alimentano, oltre agli sgomberi di cui si è scritto in precedenza, numerose reazioni da parte di tutti i mezzi di informazione locali e nazionali.
Paradossalmente, ma forse nemmeno tanto, al movimento piace molto di più l'interpretazione allarmista fornita dalla stampa moderata, laddove invece rivendicano alla stampa di sinistra l'effettiva radicalizzazione politica che il movimento ritiene di esprimere in forma più che consapevole.
"I giornali di destra? Va bene, ci vanno bene! L’indomani la stampa mette su un casino senza precedenti. I giornali moderati parlano di un corteo studentesco di protesta caricato dalla polizia, i giornali di destra ci chiamano studenti estremisti, filocinesi, guerriglieri urbani. GUERRIGLIA, SOMMOSSA, RIVOLUZIONE. Queste sono le parole giuste! I moderati invece minimizzano. [..] I moderati non danno soddisfazione. E noi ci restiamo male" <643.
Significativamente proprio l'Unità aveva provato a smorzare i toni ridimensionando l'entità dei fatti.
"E' stata questa stampa borghese a dare, nelle sue edizioni di questa mattina, una versione della manifestazione notturna nel centro della città completamente falsa, allarmistica e mirante a suscitare nei lettori panico e indignazione contro i manifestanti. Si parla infatti, addirittura, di “guerriglia notturna”, e di una “battaglia” fra “rivoluzionari” e polizia durata oltre 6 ore" <644.
Un'ampia sezione dell'opuscolo "Controstampa3" citato in precedenza, titolata "Errata corrige", è dedicata alla rassegna dei vari articoli comparsi nei giorni seguenti ai fatti di via Solferino. Tra questi i più criticati sono quelli dell'organo comunista, fra gli altri.
'Vedi "Il Giorno" o "L'Avanti" del 9 giugno che tentano di tracciare una netta linea di demarcazione tra il M.S. "buono" che chiede le riforme universitarie o anche che protesta contro il sistema, ma "senza menare le mani", e i soliti facinorosi. Così, tra le righe anche "L'Unità" del 9 giugno, che, proprio mentre attacca la stampa borghese reazionaria, allude alla possibilità per il M.S. di "seguire una strada fatta di gesti disperati o privi di sbocchi, al fondo della quale c'è, prima ancora della sconfitta, il cedimento e la resa". Nello stesso articolo si tende, inoltre, con scarsa comprensione della situazione politica reale, a vedere l'attacco al "Corriere" come una sorta di infantile imitazione del blocco effettuato dagli studenti tedeschi contro Springer. Nulla di tutto questo, in realtà. Nè emulazione meccanica, nè "atto di intolleranza" (vedi "L'Espresso" del 16 giugno), bensì un'azione responsabilmente decisa dal M.S. cittadino sulla base di una precisa analisi politica [...] portata avanti con metodi di lotta aggresiva, della cui necessità tutto il M.S. cittadino va prendendo coscienza: alla violenza quotidiana esercitata dal sistema a tutti i livelli o in ogni campo della vita sociale non si può continuare a rispondere con pacifici "sit-in".' <645
Al di là delle rappresentazioni mi sembra significativo notare come l'ultimo corteo del Sessantotto universitario milanese, ad una settimana di distanza dall'assedio al Corriere, non abbia riscosso altrettanta attenzione da parte degli organi di stampa. Eppure anche quest'ultimo corteo prima della chiusura estiva appare significativo. Perchè il movimento milanese si trova a sfilare verso le carceri cittadine, esattamente come avevano fatto gli studenti torinesi nei mesi precedenti. Naturalmente rivendicano la liberazione dei dimostranti arrestati durante la nottata del 7/8 giugno, di cui undici risultano ancora trattenuti a San Vittore (su circa 230 fermati). Stavolta la manifestazione non genera alcun episodio violento.
"Pomeriggio odierno habet avuto luogo manifestazione indetta da movimento studentesco cittadino con intervento circa mille studenti affluiti in piazza Duomo at spicciolata con cartelli striscioni et qualche bandiera rossa et anarchica. Verso ore 17,30 at termine brevi discorsi partecipanti sonosi predisposti in corteo et habent raggiunto carceri S. Vittore dove tuttora sono detenuti 11 arrestati corso ultime manifestazioni. Quivi dimostranti alcuni dei quali sonosi seduti per terra per qualche minuto davanti ingresso principale penitenziario habent percorso due volte perimetro carceri. Quindi sempre in corteo sonosi portati verso centro cittadino transitando davanti sede AssoLombarda ove habent lanciato fischi et raggiungendo poi sede università". <646
[NOTE]
638 Naturalmente si tratta di un "Numero unico in attesa di autorizzazione".
639 Da Perchè in questa fase di lotta il M.S. torna a scegliere la piazza, in Contro le mistificazioni della stampa borghese e i silenzi della stampa ufficiale di partito, «Controstampa3», n.d., numero unico in attesa di autorizzazione, ora raccolto in ACS, Ministero Interno, Gabinetto, 1967-1970, b. 352, fasc. 15.584/48, Milano Università, sottofasc. 2.
640 Ad esempio suonò particolarmente fastidioso l'eco dato sulle pagine della cronaca locale alle insinuazioni fatte da alcuni gruppi studenteschi antagonisti del movimento, che in quella settimana avevano tra l'altro messo in dubbio la genuinità e l'autonomia dei movimenti in agitazione: "Il cosiddetto "movimento studentesco" [...] non è affatto un raggruppamento formatosi spontaneamente tra gli studenti milanesi, uniti dal proposito di rinnovare le strutture invecchiate degli atenei. E' invece un organismo internazionale, che obbedisce ad una "centrale" paragonabile ad un quartier generale. Non si propone la riforma delle università. Il suo scopo è di tenerle occupate convertendole, durante la prossima estate, in altrettanti centri di inquietudine sociale, pronti a diventare utili teste di ponte quando venisse il momento di far esplodere più vaste sovversioni"; da Gravi accuse di universitari al "Movimento Studentesco", «Corriere della Sera», 2/6/1968, p. 8.
641 E' la testimonianza di Andrea Valcarenghi ora riportata in N. Balestrini, P. Moroni, L'orda d'oro. 1968-1977. La grande ondata rivoluzionaria e creativa, politica ed esistenziale, Feltrinelli, Milano 2003, p. 249.
642 Dal telegramma prefettizio del 8/6/1968 in ACS, Ministero Interno, Gabinetto, 1967-1970, b. 352, fasc. 15.584/48, Milano Università, sottofasc. 6.
643 Si tratta della stessa testimonianza di Andrea Valcarenghi riportata in N. Balestrini, P. Moroni, L'orda d'oro cit., p. 252. Cfr. l'articolo dello stesso Corriere della Sera: Doloroso bilancio degli scontri notturni, «Corriere della Sera», 9/6/1968, p. 8.
644 Da La polizia interviene a Milano per sgomberare Triennale e Cattolica, in «L’Unità», 9 giugno 1968.
645 Da Errata corrige, in Contro le mistificazioni della stampa borghese e i silenzi della stampa ufficiale di partito, «Controstampa3», n.d., numero unico in attesa di autorizzazione, ora raccolto in ACS, Ministero Interno, Gabinetto,
1967-1970, b. 352, fasc. 15.584/48, Milano Università, sottofasc. 2.
646 Dal telegramma prefettizio del 15/6/1968 in ACS, Ministero Interno, Gabinetto, 1967-1970, b. 352, fasc. 15.584/48, Milano Università, sottofasc. 2.
Fabio Papalia, Il Sessantotto italiano nella dinamica delle occupazioni e dei cortei. Un confronto tra i movimenti studenteschi di Torino, Milano e Roma, Tesi di dottorato, Università degli Studi Roma Tre, Anno accademico 2010/2011

martedì 28 giugno 2022

Nel dicembre del 1943 nei pressi dell'isola de La Maddalena, in Sardegna, vennero arrestati alcuni civili e militari i quali stavano cercando di raggiungere il continente per arruolarsi nella fila della RSI


Contemporaneamente ai primi vagiti di ripresa del fascismo in Sicilia, secondo una informativa rinvenuta nell'archivio del Servizio informazioni speciali del Ministero dell'Interno, «Nel mese di ottobre del 1943 per ordine di Mussolini, Alessandro Pavolini formò dei gruppi di elementi fascisti di provata fede per creare un movimento di rinascita del fascismo nell'Italia meridionale» <31. A dirigere tale ufficio fu chiamato Puccio Pucci, identificato come «ex ufficiale dei moschettieri di Mussolini e Capo di stato maggiore generale delle Brigate Nere» <32. L'organizzazione, tuttavia, indicata nelle carte del controspionaggio alleato con il nome di Servizio Informativo Fascista Repubblicano, non svolse attività particolari, come si vedrà, fino all'arrivo dello scrittore Aniceto del Massa, il quale affiancherà Pucci nella direzione del Servizio a partire dagli ultimi mesi del 1944 <33. L'organizzazione prese pertanto il nome di «Ufficio PdM» dalle iniziali dei cognomi dei due direttori. Non era d'altronde la prima e sola iniziativa che provasse a creare ''dall'alto'' una resistenza fascista. Secondo Alfredo Cucco, tra i membri fondatori del Movimento Sociale Italiano ed ex vice segretario del Partito Nazionale Fascista, Carlo Scorza, ultimo segretario del PNF, aveva incaricato il principe Valerio Pignatelli di Cerchiara, nella primavera del 1943, di dare vita a una organizzazione di volontari che avrebbero dovuto agire alle spalle degli invasori con azioni di guerriglia e sabotaggi <34. Le cosiddette Guardie ai Labari, questo il nome del gruppo, sarebbero state tuttavia liquidate dallo stesso Mussolini nella fase embrionale del progetto <35. Dell'effettiva esistenza dell'organizzazione in questione non ci sono prove documentali se non un memoriale scritto dallo stesso Pignatelli nel l'immediato dopoguerra, nel quale accenna alla tentata costituzione dei gruppi di resistenza con l'aiuto di Francesco Maria Barracu <36. Se l'incarico fosse stato ricevuto direttamente dai vertici del fascismo, addirittura prima del 25 luglio, certamente avrebbe nobilitato ancora di più l'azione che il Principe intraprenderà in seguito nel Sud Italia. Sembra strano tuttavia che per un compito così delicato fosse stata scelta una persona non certamente di 'provata fede' e ortodossia fascista come era Pignatelli, anche se di lunga militanza. Di certo è che lo ritroveremo nell'anno successivo a capo dei fascisti calabresi e campani.
Le reazioni spontanee di coloro i quali nel Sud Italia si riconoscevano nella neonata Repubblica e ritenevano intollerabile il tradimento di Badoglio e del Re, nel corso del 1943 furono le sole di cui si hanno effettivamente dei riscontri documentali. Ad esempio, un'iniziativa importante fu quella del gruppo capitanato dall'ex Console generale della Milizia Giovanni Martini. Nel dicembre del 1943 nei pressi dell'isola de La Maddalena, in Sardegna, vennero arrestati alcuni civili e militari i quali stavano cercando di raggiungere il continente per arruolarsi nella fila della RSI <37. Il gruppo si era costituito già il 18 settembre 1943 a Sassari con il nome di «Comitato d'azione del Partito fascista repubblicano della Sardegna» e aveva stabilito, vista «l'impossibilità materiale di comunicare con il Continente, […] di attenersi nel limite del possibile, alle istruzioni che di volta in volta verranno trasmesse dagli organi centrali attraverso la radio» <38. Il Comitato si proponeva di «agire segretamente con l'obiettivo di riorganizzare le file del fascismo facendo appello ai camerati di provata fede e di indubbia moralità», di prendere contatto con le unità militari «che vogliano salvare a tutti i costi la Patria così ignominiosamente tradita» e di prepararsi per «eventuali ordini che il Duce potrebbe impartire» <39. Per realizzare questi propositi, il gruppo aveva proceduto ad assegnare i diversi obiettivi ai camerati e ad iniziare immediatamente l'attività che per il momento doveva essere limitata alla «propaganda tra la popolazione dell'isola e i ranghi dell'esercito, all'assistenza ai camerati perseguitati ed oppressi dalla coalizione antifascista e a raccogliere tutte le informazioni utili per il trionfo della causa» <40. Il compito di Martini sarebbe stato dunque quello di rendere nota al governo del Nord l'esistenza del suo gruppo e tentare quindi di coordinare l'azione del suo movimento con le disposizioni di Mussolini. L'intervento della Marina italiana che stroncò il tentativo dell'ex Console, non segnò, tuttavia, la fine del Comitato regionale fascista che, come si vedrà, nel corso del 1944 riproverà a mettersi in contatto con la RSI e in particolare con il corregionale Francesco Barracu, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri <41.
Attività come il sabotaggio e la guerriglia, nonché la creazione di gruppi di resistenza clandestini e il loro coordinamento avrebbero dovuto essere prerogativa dei servizi segreti, avendo a disposizione, solitamente, personale adeguato per tali delicati compiti. Perché dunque non affidarsi a loro e creare o tentare di creare degli organismi ad hoc? Innanzitutto per il gran numero di personale del Servizio Informazioni Militare (SIM) che rimase fedele al Re e non aderì alla Repubblica Sociale Italiana e quindi la conseguente difficoltà di avere un sufficiente numero di agenti a disposizione <42.
[...] Ben presto l'appoggio del SIM si rivelò particolarmente utile per gli Alleati perché i servizi segreti tedeschi, l'Abwehr dell'esercito e il Sicherheistdienst delle SS, si avvalsero nel nostro Paese di agenti autoctoni da inviare nel Sud Italia come spie e sabotatori.
L'organizzazione dei due servizi del Reich in Italia fu inevitabilmente collegata con l'evoluzione della presenza militare tedesca. Fino al 1943 il SD era presente a Roma solamente tramite la sezione dedicata allo spionaggio estero (Ausland-SD) mentre l'Abwehr si occupava principalmente di controspionaggio (Terzo Abwehr o Abwehr III) oltre che del reclutamento di agenti da inviare in missioni in Grecia o nel Medio Oriente <48. Già nell'agosto del 1943, tuttavia, il generale Karl Wolff era stato designato come 'Comandante supremo della polizia e delle SS in Italia' il quale da Monaco aveva iniziato ad organizzare la futura struttura delle SS in Italia <49. A sua volta il generale Wilhelm Harster, giurista bavarese, venne designato come comandante della Sicherheitspolizei (Sipo, Polizia di sicurezza) e del SD in Italia con sede a Verona, ovvero l'organismo che coordinava l'attività della Gestapo, della Kripo (Polizia criminale) e del SD (al quale veniva aggiunta la sezione Inland) <50. Pertanto, anche le altre due polizie iniziarono ad operare nel territorio italiano e, secondo i Servizi italiani, erano dirette inizialmente da Eugen Dollmann e Herbert Kappler <51. Anche l'Abwehr, il servizio dell'esercito, non esitò ad inviare personale che potesse organizzare anche in Italia la Prima e la Seconda sezione, rispettivamente avente compiti di spionaggio e sabotaggio. L'Ausland-SD, diretto da Karl Hass, prima a Roma e poi a Verona, iniziò ad interessarsi anche all'attività di sabotaggio sia materiale che morale, la cosiddetta attività di ''quinta colonna'', andando a scontrarsi e intralciarsi con il Secondo Abwehr <52. Entrambi i servizi disponevano inoltre di proprie scuole per addestrare potenziali spie e sabotatori, anche in questo caso spesso non lavorando in sinergia ma cercando ognuno di accaparrarsi il maggior numero possibile di agenti.
Per complicare ulteriormente la situazione, oltre al già citato Ufficio PdM, organizzazione più ufficiosa che ufficiale, nell'ottobre 1943 veniva creato il nuovo servizio informativo della Repubblica Sociale, il Servizio Informazioni Difensivo (SID), il quale avrebbe dovuto rappresentare il contraltare del SIM. L'organismo era stato posto sotto la guida di Vittorio Foschini, giornalista ma anche ex agente del cosiddetto servizio 6x, un servizio informativo attivato verso la fine del 1942 su iniziativa dello stesso Foschini, approvato prima dal Ministro della Cultura Popolare Buffarini Guidi e in seguito dal Duce stesso al quale venivano indirizzate le "veline" <53. Come si può intuire dal nome, l'organizzazione contemplava esclusivamente attività di controspionaggio e non di spionaggio, la quale era demandata ai servizi informativi tedeschi <54.
Avocando a sé queste due importanti prerogative, Abwehr e SD poterono costituire delle reti di spionaggio e sabotaggio nel territorio occupato dagli Alleati. Tra la seconda metà del 1943 e i primi mesi del 1944 vennero arruolati principalmente tedeschi e sudtirolesi che conoscessero la lingua italiana, in modo tale da permettere loro di operare più facilmente alle spalle della linea del fronte. Verso la fine del 1944 tuttavia, come ci informa il contro-spionaggio italiano, la situazione era molto differente. Tra gli agenti nemici arrestati sia dal SIM che dagli Alleati nel corso di quell'anno infatti, più dell'85% erano italiani <55. Lo stesso report ci illustra che tra costoro figuravano disertori, persone ricercate per crimini comuni, ma la maggior parte erano fascisti fanatici <56. L'iniziale difficoltà per i Servizi tedeschi di arruolare personale in loco, aveva portato ad ingaggiare persone poco affidabili che avevano accettato di diventare agenti solamente per la generosa remunerazione che veniva loro garantita <57. Tuttavia, nel corso del 1944, la situazione cambiò quando i Servizi tedeschi riuscirono ad arruolare agenti provenienti da organizzazioni fasciste che potessero essere più affidabili come per esempio la Decima MAS di Junio Valerio Borghese, la Guardia nazionale repubblicana o la banda Koch <58. La Decima MAS in particolare svolse un ruolo fondamentale per quanto riguardava la messa a disposizione di uomini per l'Abwehr e il Sicherheitsdienst. Già reparto speciale della Regia Marina, nonostante appartenesse formalmente alla Marina della Repubblica Sociale Italiana, era un'unità militare indipendente e direttamente alleata ai nazisti tramite un accordo siglato dal suo Comandante, Junio Valerio Borghese con il capitano di vascello della Kriegsmarine Max Berninghaus <59. Scrive Ganapini che «Tra tutte, la Decima Mas è la formazione più nettamente connotata e che forse meglio di ogni altra esemplifica le caratteristiche proposte a modello per la struttura militare volontaria fascista repubblicana» <60. L'alone eroico e di leggenda che circonda la formazione è stato alimentato soprattutto dalla figura dello stesso Borghese. Nato da famiglia nobile romana, fu ufficiale della Regia Marina e in seguito della Decima Flottiglia Mas, della quale divenne Comandante. Fu anch'egli, così come altri che troveremo nel corso di questo lavoro, un fascista non ortodosso. «Dai miei atteggiamenti politici, dalla mia attività, dalla mia ammirazione per Mussolini, potrei essere definito fascista - scriveva lo stesso Borghese - . Dalla mia indipendenza rispetto alle costrizioni del partito, dal mio rifuggire le forme esteriori del fascismo, i suoi orpelli, la sua retorica, fui considerato un non allineato» <61.
[NOTE]
31 Archivio Centrale dello Stato, Ministero dell'Interno, Direzione Generale di Pubblica Sicurezza, Servizio informazioni speciali-Sezione II (d'ora in avanti ACS, DGPS, SIS-II), b. 38, f. HP40 Penne stilografiche esplosive, s.o., s.d., p. 1.
32 Ibidem. Di famiglia nobile fiorentina, Puccio Pucci fu dapprima segretario del CONI dal 1939 al 1943 e in seguito capo di gabinetto di Alessandro Pavolini, oltre che capo del Servizio Informativo Fascista Repubblicano o Ufficio PdM. Al contrario di quanto citato nella nota informativa, non risulta invece che abbia ricoperto l'incarico di Capo di stato maggiore delle Brigate nere, affidato in primo luogo a Giovan Battista Riggio e in seguito a Edoardo Facdouelle. Vedi D. Gagliani, Brigate nere. Mussolini e la militarizzazione del Partito fascista repubblicano, Torino, Bollati Boringhieri, 1999, p. 154.
33 TNA, WO 204/12441 Republican fascist intelligence organisation in Italy, Report Allied Force Headquarters counter espionage and counter sabotage summary for April 1945, Appendix A - The republican fascist intelligence service, 1 maggio 1945, p. 2. Aniceto Del Massa, fascista della prima ora, fu uno scrittore amico e collaboratore di Julius Evola. Nel dopoguerra diresse le pagine culturali del quotidiano del Movimento Sociale Italiano «Il Secolo d'Italia». Per i cenni biografici vedi A. Pannullo, Aniceto Del Massa, il meta-fascista esoterico che aderì alla RSI, ''Il Secolo d'Italia'', 7 dicembre 2015.
34 A. Cucco, Non volevamo perdere, Cappelli, Bologna, 1950, pp. 117-118, cit. in Conti, La RSI e l'attività del fascismo clandestino nell'Italia liberata dal settembre 1943 all'aprile 1945, p. 954. Valerio Pignatelli di Cerchiara (Chieti 1886-Sellia Marina 1965), era stato comandante degli Arditi nella Grande Guerra, aveva combattuto in Russia, Etiopia e Spagna, aveva aderito al fascismo ma era stato espulso fino a che nel 1943 Carlo Scorza lo nominò ispettore dei Fasci. Vedi G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, p. 39.
35 A. Cucco, Non volevamo perdere, pp. 117-118,
36 V. Pignatelli, Il caso «Pace» oppure il caso «Dirigenti del MSI», Catanzaro, La Tipo Meccanica, 1948, pp. 30.
37 TNA, WO 204/12600 P.F. Gen. Martini, Sardinia - Political Movements - Gen. Martini, 28 marzo 1944.
38 TNA, WO 204/12600 P.F. Gen. Martini, Sardinia - Political Movements - Gen. Martini, Appendix D Minutes of meeting, 28 marzo 1944, p. 2.
39 Ibidem.
40 Ibidem.
41 Come avverrà per molte altre sentenze che giudicheranno i ''cospiratori'' fascisti, anche in questo caso il Tribunale militare assolse gli imputati per quanto riguardava i reati più gravi («cospirazione politica mediante associazione per alto tradimento» e «associazione antinazionale») e, tranne per Martini (condannato a 14 anni di reclusione), inflisse pene che variavano dai 3 ai 10 anni. Vedi G. Conti, La RSI e l'attività del fascismo clandestino nell'Italia liberata dal settembre 1943 all'aprile 1945, p. 945; ma anche ACS, DGPS, Divisione Affari Generali (d'ora in avanti DAG), 1944-1946, b. 47, f. Partito fascista repubblicano Sassari, Sentenza del Tribunale Militare Territoriale di Guerra della Sardegna, 17 novembre 1944.
42 Per una storia dei servizi segreti italiani nel secondo conflitto mondiale (anche se il biennio 1943-1945 è poco trattato) vedi G. Conti, Una guerra segreta. Il SIM nel secondo conflitto mondiale, Il Mulino, Bologna, 2009. Maggiori informazioni sulla struttura e sull'attività del SIM nel periodo preso in considerazione si possono trovare in M. G. Pasqualini, Carte segrete dell'intelligence italiana 1919-1949, Tipografia del R.U.D., Roma, 2007, pp. 240-267.
48 AUSSME, SIM, b. 66, f. 1-1-1 1943 Organizzazione informativa tedesca in Italia, Appunti sull'organizzazione informativa tedesca in Italia e su alcune persone maggiormente in vista, 19 ottobre 1943, pp. 1-2. L'unico lavoro che ha analizzato la struttura informativa tedesca in Italia è quello di C. Gentile, I servizi segreti tedeschi in Italia 1943-1945, in P. Ferrari, A. Massignani (a cura di), Conoscere il nemico. Apparati di intelligence e modelli culturali nella storia contemporanea, Milano, Franco Angeli, 2010. Alcune informazioni sul SD in Italia si trovano in E. Collotti, Documenti sull’attività del Sicherheitsdienst nell’Italia occupata, in Il Movimento di liberazione in Italia, a. 1963, vol. 71, n. 2, pp. 38-77
49 L. Klinkhammer, L'occupazione tedesca in Italia (1943-1945), pp. 84-86.
50 Wilhelm Harster aveva ricoperto lo stesso incarico in Olanda, dove nel dopoguerra venne processato e condannato per la sua attività in quel paese, in particolare per quanto riguardava la deportazione degli ebrei. Fu anche un alto funzionario ministeriale bavarese fino agli anni Sessanta. C. Gentile, I servizi segreti tedeschi in Italia 1943-1945, p. 468.
51 TNA, WO 204/12293, History of German intelligence organization in Italy 1943-1945, Appunti sull'organizzazione informativa tedesca in Italia, s.d., p. 24. Per quanto riguarda il ruolo di Dollmann in Italia, secondo Gentile, tuttavia, egli non fu altro che un «esperto di pubbliche relazioni delle SS in Italia», dove era presente già dal 1937. Vedi C. Gentile, I servizi segreti tedeschi in Italia 1943-1945, p. 465.
52 TNA, WO 204/12293, History of German intelligence organization in Italy 1943-1945, Appunti sull'organizzazione informativa tedesca in Italia, s.d., p. 25. Si tratta del noto Karl Hass, tra i responsabili, assieme a Kappler ed Erich Priebke dell'eccidio delle Fosse Ardeatine.
53 Scarne notizie sull'operato del servizio 6x si possono trovare in G. Leto, Polizia segreta in Italia, Roma, Vito Bianco editore, 1961 p. 42, cit. in R. Canosa, I servizi segreti del Duce. I persecutori e le vittime, Milano, Mondadori, 2000, p. 415; ma anche Archivio Ufficio Storico Stato Maggiore dell'Esercito, Servizio Informazioni Militare (d'ora in avanti AUSSME, SIM), b. 186, f. 1-1-7 Organizzazione e attività del SID, sottof. Documenti riguardanti il SID, lettera di Vittorio Foschini a Benito Mussolini, 24 marzo 1943. Foschini venne però molto presto sostituito (gennaio 1944) dal colonnello dei Carabinieri Candeloro De Leo e addirittura internato dai tedeschi. Vedi E. Pala, Il Servizio Informazioni Difesa della Repubblica sociale italiana. Il caso del nucleo di controspionaggio di Brescia, in Annale dell'Archivio della Resistenza bresciana e dell'età contemporanea, n.5, 2009, p. 162.
54 AUSSME, SIM, b. 68, fasc. 1-1-7 Organizzazione e attività del SID, Servizio informazioni difesa, s.d., p.1. In realtà esisteva una sezione Alfa addetta allo spionaggio ma come si evince dallo stesso documento la sua attività al di fuori dalla Repubblica è sempre stata impedita dai tedeschi. Vedi ivi, p. 4.
55 AUSSME, SIM, b. 150, f. 1-18-85 Relazione annuale sull'attività di C.S., Relazione sull'attività svolta dai Centri e Sezioni C.S. nell'anno 1944, 17 dicembre 1944, p. 3.
56 Ibidem.
57 Ivi, p. 2, ma anche TNA WO 204/12987 German intelligence service vol.1, Enemy intelligence service in Italy, 15 aprile 1944, pp. 3-4.
58 La Guardia Nazionale Repubblicana, erede nella RSI della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, era nata come corpo di polizia militare che accorpava ex Carabinieri, uomini della Miliza, ufficiali di Polizia e membri della Polizia Africa Italiana (PAI). La banda Koch era invece uno corpo speciale di Polizia con a capo Pietro Koch incaricata di dare la caccia ai partigiani sotto la protezione di Kappler. Per approfondire vedi L. Ganapini, La repubblica delle camicie nere, pp. 30-46; M. Griner, La «Banda Koch».
59 L. Ganapini, La repubblica delle camicie nere, p. 61.
60 Ivi, p. 60.
61 Cit. in M. Bordogna (a cura di), Junio Valerio Borghese e la Xª Flottiglia MAS, Milano, Mursia, 1995, p. 39.

Nicola Tonietto, La genesi del neofascismo in Italia. Dal periodo clandestino alle manifestazioni per Trieste italiana. 1943-1953, Tesi di laurea, Università degli Studi di Trieste, anno accademico 2016-2017

lunedì 27 giugno 2022

La Democrazia Cristiana nacque tra il 1942 e il 1943 come partito clandestino


Per quanto concerne la Democrazia Cristiana, occorre soffermarsi maggiormente.
Infatti, per comprendere le ragioni che portarono il partito a diventare protagonista dello scenario politico italiano per circa quarantacinque anni, è necessario partire da un’analisi del contesto in cui nacque e da uno studio delle dinamiche che portarono alla sua formazione.
Iniziando dal contesto socio-politico all’interno del quale la Dc iniziò a intrecciare le sue radici, è necessario soffermarsi sul ruolo che la Chiesa svolse durante la seconda guerra mondiale. Durante l’occupazione tedesca, l’Italia era stata attanagliata da un clima di insicurezza e bisogno. In questo instabile contesto, la Chiesa aveva rappresentato per gli italiani un punto di riferimento, soprattutto grazie ai concreti interventi dei vescovi e dei parroci per aiutare le vittime di guerra e i perseguitati politici. Partendo da questa considerazione, si può ben capire come i cattolici, soprattutto a partire dal 1943, avessero costantemente sottolineato il ruolo da essi svolto nell’opposizione al regime e, poi, nella lotta contro il fascismo. Infatti, solo da questa rivendicazione poteva emergere una piena legittimazione democratica dei cattolici e dunque il loro diritto a partecipare, con le altre forze antifasciste, alla ricostruzione democratica del paese.
Tuttavia, dopo la caduta del fascismo e la conseguente ondata di instabilità politica, i cattolici rappresentavano un punto di riferimento non solo per gli italiani, ma anche per le grandi potenze. Infatti, la Chiesa era emersa da un orizzonte di distruzione e di disfacimento come unica forza reale ancora in piedi, come un centro efficace di aggregazione e di consenso. Più semplicemente, il Vaticano veniva inquadrato dalle potenze straniere e in particolare dagli Stati Uniti d’America, come l’unica istituzione in grado di poter definire il futuro dell’Italia.
La presenza di un grande “vuoto” istituzionale causato dal venir meno dei tradizionali riferimenti socio-politici e l’importante ruolo svolto dalla Chiesa, imposero lo sforzo di coordinare le azioni di diversi gruppi cattolici attivi sul territorio, al fine di rappresentare una guida concreta per un paese senza più un’identità. La nascita del grande partito cattolico può essere infatti inquadrata come la convergenza di gruppi profondamente diversi che convenivano su una comune esigenza: la necessità di elaborare una proposta di successione cattolica al regime. Il loro obiettivo era quella di comprendere il ruolo che i cattolici avrebbero dovuto, e potuto, svolgere nella difficile transizione dal fascismo alla costruzione di un ordine nuovo ed elaborare programmi capaci di rispondere alle sfide della nuova fase politica.
La Democrazia Cristiana nacque tra il 1942 e il 1943 come partito clandestino e fu il risultato dell’aggregazione di diverse anime politiche. Poco prima della fine del conflitto mondiale, a Roma, si succedevano riunioni di ex-popolari - fra i quali Cingolani, Gonella, Grandi, Gronchi, Scelba, Spataro - intorno alla figura di De Gasperi per discutere sul futuro assetto politico italiano e per elaborare un’azione cattolica coesa. Incontri analoghi si svolgevano a Milano per iniziativa degli esponenti del Movimento guelfo d’Azione, un’organizzazione cattolica antifascista i cui esponenti di maggior rilievo erano Piero Malvestiti e Giuseppe Malavasi. I primi incontri tra i due differenti gruppi si svolsero a Borgo Valsugana, nell’estate 1942, e poi a Milano, nell’autunno dello stesso anno, con la partecipazione del sindacato dei lavoratori italiani, la Cil. In queste riunioni si sarebbe deciso il nome «Democrazia Cristiana» e si sarebbero approvate le linee del programma e dell’azione politica del partito. In definitiva, la Dc «finiva dunque per nascere dalla convergenza di due orientamenti forti: da un lato il significato della guerra partigiana antifascista rispetto alla legittimazione del nuovo ordine istituzionale; dall’altro la capacità di una generazione politica, quella popolare, di smussare le velleità più marcatamente rivoluzionarie del movimento resistenziale» <18.
Tutti i differenti gruppi cattolici proponevano diverse soluzioni attraverso cui colmare il “vuoto” politico-istituzionale formatosi dopo la fine del fascismo. Il lungo dibattito può essere tradotto, secondo l’interpretazione di Renato Moro, in tre differenti approcci <19.
Il primo traeva ispirazione dalla posizione assunta da Pio XII a fronte della transizione istituzionale. In questa prospettiva, lo Stato, necessariamente a carattere democratico, doveva edificarsi sulla difesa dei principi della religione cristiana: la tutela della famiglia, della scuola e del ruolo del cristianesimo nella vita quotidiana. Più semplicemente, si trattava di formulare «un progetto di ricostruzione ispirato all’insegnamento cristiano ma privato dei tratti speculativi» <20. Questa prospettiva era stata sintetizzata all’interno di un documento redatto tra il settembre 1943 e il maggio 1944 dalla Direzione generale dell’Azione cattolica e dall’Istituto cattolico di attività sociali, diretto dal segretario del Movimento dei laureati cattolici, Veronese. Lo scritto era stato diffuso soltanto nel 1945 con il titolo “Per la comunità cristiana. Principii dell’ordinamento sociale a cura di studiosi amici di Camaldoli”, meglio noto come “Codice Camaldoli”. Il testo condannava sia il materialismo ateo-marxista che il capitalismo e proponeva una forma di economia «mista», lontana dal modello corporativista legato inesorabilmente all’esistenza di una dittatura a partito unico <21.
Il secondo approccio risentiva dell’esperienza e delle sensibilità di cui si facevano portatori gli esponenti del mondo cattolico che avevano militato nelle file del Ppi di Sturzo dopo la prima guerra mondiale. La loro proposta veniva costruita intorno alla convinzione che le istituzioni dovessero essere concepite come strumenti al servizio del popolo e che il ruolo dello lo Stato dovesse essere orientato a tutelare l’individuo nella sua sfera privata.
Infine, l’ultimo approccio era espressione di quelle idee maturate e difese dalla componente più progressista e antifascista del movimento cattolico italiano, la sinistra cristiana, convinta della importanza di segnare una discontinuità con il fascismo e costruire un ordine nuovo basato sulla centralità della lotta partigiana, sul riferimento ai valori cristiani e sul contributo determinante dei partiti politici.
Sebbene esistessero delle forti differenze in merito alla definizione dei presupposti ideali sui quali il nuovo sistema si sarebbe dovuto edificare, le differenti visioni convergevano su un alcuni denominatori comuni: il riconoscimento della libertà politica come premessa indispensabile per garantire la libertà civile e la tutela dei diritti inviolabili, l’affermazione della giustizia sociale e l’intervento statale atto a correggere gli squilibri del capitalismo e a limitare i rischi del collettivismo.
Il partito che nasceva nel ’42, dunque, era un partito nuovo, diverso dal Partito Popolare. Dopo averne assunto la guida, De Gasperi intendeva sottolineare fin dal principio il distacco dall’esperienza popolare partendo dalla scelta di un nuovo nome. Questa decisione non rispondeva soltanto alla visione degasperiana del nuovo corso dell’impegno politico dei cattolici, ma rispondeva alla necessità di dare, soprattutto alle generazioni più giovani, che poco o nulla avevano a che fare con la precedente storia del movimento politico cattolico, la percezione di una forte discontinuità con il passato.
In effetti, dopo la fine del ventennio fascista, la parola popolarismo appariva ormai logora: una formula legata alle polemiche che avevano accompagnato l’esperienza politica di Sturzo, segnato i rapporti tra Stato e Chiesa, indirizzato il sistema liberale verso la deriva totalitaria. Con la scelta del nome Democrazia Cristiana si voleva, al contrario, affermare la volontà, come avrebbe scritto lo stesso De Gasperi, di «non ripetere gli errori del passato», evitando «anche l’impressione di invitare i giovani ad un’assemblea ove odio e poltrone fossero già occupati in forza dei meriti passati e in base all’anzianità del servizio» <22.
Dagli incontri e dai colloqui preparatori nacquero, dunque, i primi documenti programmatici del partito: le "Idee ricostruttive della Democrazia Cristiana", redatte da De Gasperi stesso e "Il programma di Milano", in cui sarebbe stata più forte l’influenza del gruppo guelfo.
Le "Idee ricostruttive" furono elaborate nella primavera del 1943 ed ebbero una limitata diffusione attraverso contatti prettamente personali: stampate nel luglio, decine di migliaia di copie furono inviate a tutti i popolari, a tutti gli esponenti del mondo cattolico e a circa ventimila parroci. Questo singolare documento costituiva la base originaria del programma della Democrazia Cristiana. Il testo prevedeva, come premessa indispensabile a qualsiasi altro punto programmatico, la libertà politica, unita ad un regime democratico che prevedesse una forma di governo decentrata e la presenza di una Corte Suprema di garanzia avente il compito di tutelare la Costituzione. Il nuovo Stato avrebbe dovuto fondarsi su saldi valori morali. In particolare, lo spirito cristiano doveva «fermentare in tutta la vita sociale» <23 e proteggere l’integrità della famiglia, coadiuvando i genitori nella loro missione di educare cristianamente le nuove generazioni. Il testo prevedeva poi la presenza di una giustizia sociale che assicurasse alla popolazione un lavoro e l’accesso alla proprietà privata, nonché l’istituzione di una nuova comunità internazionale.
"Il programma di Milano" redatto dai guelfi aveva molti punti in comune con i principi e le linee fissati nelle "Idee ricostruttive": la costruzione di una nuova comunità internazionale, l’indipendenza della Chiesa e dello Stato, il decentramento, l’ispirazione cristiana nell’attività dello Stato. In più, proponeva riferimenti più specifici in merito all’introduzione di un sistema elettorale proporzionale e dei sindacati di categoria.
Dall’analisi di questi documenti si evince come il primato del fattore religioso venisse continuamente affermato a discapito di una chiara definizione del programma politico. Questo continuo richiamo ad un sistema di valori morali era finalizzato al raggiungimento di due obiettivi: da un lato, impediva il definirsi di scelte vincolanti e definitive, dall’altro agevolava l’identificazione tra l’identità cattolica della nazione italiana e il partito che, di quella identità, ambiva ad essere l’unico referente politico.
2.2 La transizione dal Cln al governo Parri
La leadership di De Gasperi si impose senza difficoltà al nuovo partito che risultava essere veramente una creazione del leader trentino. Proprio per questo motivo, come sottolineato dallo studioso Gianni Baget-Bozzo, «la Dc avrebbe portato così intimamente impressa nella sua storia le qualità ed i difetti di De Gasperi: l’empirismo, la capacità di strumentalizzazione, l’uso accorto degli espedienti come soluzioni permanenti nel quadro di una fedeltà senza discussione al metodo democratico sarebbero trapassati da De Gasperi nel partito, attraverso la classe dirigente da lui formata con il suo comportamento ed il suo esempio. Egli sarebbe stato per la Dc un eroe eponimo, una personalità individuale che dava forma ad una figura collettiva» <24.
Nel periodo che andava dalla liberazione di Roma a quella del Nord, De Gasperi preparò il proprio avvento e quello del suo partito al potere. All’interno del Cln egli evitò di restare isolato a destra o emarginato all’opposizione. A questo proposito, egli poté contare sulla collaborazione dei comunisti, i quali miravano ad inserire i democristiani all’interno del Cln al fine di legittimare il nuovo potere anche mediante l’autorità della Chiesa. Non a caso, dopo la liberazione di Roma, l’interlocutore principale di De Gasperi divenne proprio Togliatti, con il quale condivideva l’idea di costruire un ordinamento democratico e di valutare i rapporti tra le forze politiche in termini elettorali, sociali ed internazionali [...]
[NOTE]
18 V. Capperucci, Il partito dei cattolici, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli, 2010.
19 R. Moro, Il contributo culturale e politico dei cattolici nella fase costituente, in M. C. Giuntella, R. Moro, Dalla FUCI degli anni ’30 verso la nuova democrazia, Editrice A.V.E, Roma 1991, pp. 31-89.
20 V. Capperucci, Il partito dei cattolici, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli, 2010, pag. 32.
21 E. A. Rossi, Dal Partito Popolare alla Democrazia Cristiana, Cappelli, 1969, pp. 320-330.
22 P. Scoppola, La proposta politica di De Gasperi, Il Mulino, Bologna 1977, pag. 65.
23 E. A. Rossi, Dal Partito Popolare alla Democrazia Cristiana, Cappelli, 1969, pag. 337.
24 G. Baget-Bozzo, Il partito cristiano al potere, Vallecchi editore, Firenze 1974, pag. 68.
Veronica Murgia, La politica come missione. Alcide De Gasperi, uomo e politico, Tesi di laurea, Università LUISS "Guido Carli", Anno accademico 2014/2015

sabato 25 giugno 2022

Il capitano Marceglia si reca anche a Trieste

Pagina n° 1 della relazione del capitano Antonio Marceglia circa la missione presso Borghese cit. infra - documento CIA desecretato

Tra le forze armate della R.S.I., la Decima Mas risulta particolarmente attiva in una serie di operazioni volte ad assicurare la presenza di truppe italiane in Venezia Giulia ed in Istria al momento della fuga dei tedeschi: avrebbe tale significato la visita compiuta in queste terre dal comandante della Decima, Junio Valerio Borghese, nel dicembre del 1944, visita tra l'altro ostacolata dal Supremo Commissario, così come la presenza della Divisione Decima, impegnata a combattere in Carnia e nel Goriziano. Nel capoluogo giuliano si trova il Comando dei Mezzi d'Assalto dell'Alto Adriatico, agli ordini del triestino Aldo Lenzi, che, secondo le direttive di Borghese, è impegnato nel raccogliere informazioni riguardanti la Zona di operazioni Litorale Adriatico e la possibilità di organizzare un intervento italiano.
Questo servizio segreto della Decima Mas, che si occupa di stilare documenti sull'attività nella Venezia Giulia di tedeschi, austriaci, sloveni, croati, serbi e russi <42, si serve della collaborazione di un'organizzazione chiamata "Movimento Giuliano", diretta, secondo una fonte, da Italo Sauro <43, secondo altre invece da Nino Sauro <44. Il "Movimento Giuliano" si occupa della diffusione nella Venezia Giulia di giornali clandestini aventi carattere nazionale e fonda a Venezia un Istituto per gli Studi sulla Venezia Giulia, che ha il compito di tener sveglio l'interesse dell'opinione pubblica italiana sulla situazione della Venezia Giulia, pubblicando articoli informativi e di propaganda su questo tema sui giornali della R.S.I. <45.
Il comandante Lenzi è in contatto anche con il prefetto Coceani ed il federale Sambo, ma niente di concreto potrà essere realizzato, a causa dell'intransigente opposizione da parte dell'autorità tedesca alla presenza di reparti militari italiani nel Litorale Adriatico, opposizione che verrà mitigata quando ormai sarà troppo tardi. L'illusione di far rimanere la Divisione Decima sul territorio della Venezia Giulia è destinata ad infrangersi presto: alla fine della battaglia di Selva di Tarnova, nel gennaio 1945, il Supremo Commissario Rainer chiede ed ottiene dal generale Wolff, comandante delle forze armate tedesche in Italia, l'allontanamento della Divisione dal confine orientale. In Istria rimangono alcuni presidii della Decima Mas, che difenderanno le loro postazioni fino alla fine della guerra, mentre la Divisione Decima si attesta in Veneto, fra Thiene e Bassano, da dove Borghese spera di farla arrivare nella Venezia Giulia non appena se ne presenti l'occasione. Verso la fine del marzo del 1945 avvengono gli ultimi due, inconcludenti, incontri tra Borghese e gli emissari del ministro della Marina del governo italiano del Sud, l'ammiraglio de Courten; il capitano Marceglia si reca anche a Trieste e viene messo in contatto con Itala Sauro, solo per venire a sapere che non esiste nulla di organizzato.
[NOTE]
42 G. BONVICINI, Decima marinai! Decima comandante!, p. 227. S. NESI, Decima Flottiglia nostra, p. 133. M. BORDOGNA, Junio Valerio Borghese, cit., p. 189.
43 R. LAZZERO, La Decima Mas. La compagnia di ventura del "principe nero", Rizzoli, Milano 1984, p. 147, riporta il fatto che Italo Sauro collabora, assieme a Maria Pasquinelli, con il servizio informazioni della Decima, ma l'organizzazione "Movimento giuliano" non viene però nominata. G. BONVICINI, Decima marinai! cit., p. 227, parla invece esplicitamente di Italo Sauro quale promotore e direttore del "Movimento giuliano".
44 S. NESI, Decima Flottiglia nostra cit., p. 133. L. GRASSI, Trieste cit., p. 127, dove si parla però di un "Movimento Istriano Clandestino". M. BORDOGNA, Junio Valerio Borghese, cit., p. 143 e p. 189.
45 G. BONVICINI, Decima marinai! cit., p. 227. M. BORDOGNA, Junio Valerio Borghese, cit., p. 189. E' possibile che di iniziative del "Movimento Giuliano" parli l'organo del P.F.R. di Trieste, l'"Italia Repubblicana", nel suo ultimo numero, che porta la data del 25 aprile 1945, riferendosi all'indirizzo di cittadini della Venezia Giulia e della Dalmazia residenti a Venezia e Milano e riguardante l'inviolabilità dei confini della regione. I due testi citati riferiscono anche che una parte del materiale raccolto dal "Movimento Giuliano", in particolare sul massacro degli italiani avvenuto in Istria dopo l' 8 settembre 1943, si trovava nell'Ufficio stampa del Comando della Decima, situato proprio a Milano.

Raffaella Scocchi, Il Partito Fascista Repubblicano a Trieste, Tesi di laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno accademico 1995-1996

martedì 21 giugno 2022

Il progetto di un esercito europeo integrato: il Piano Pleven


2.3.1. L’elaborazione del Piano
La reintegrazione della Germania all’interno di un contesto di cooperazione continentale non era una questione che interessava soltanto la sfera economica; molti, infatti, iniziavano a sentire la necessità di un sistema che permettesse un reinserimento tedesco nell’ambito militare. A rendere questa necessità più impellente fu lo scoppio della guerra di Corea nel giugno del 1950, che impresse una svolta nel confronto tra le due superpotenze, americana e sovietica, spingendo Washington a credere che la guerra fredda potesse rapidamente trasformarsi in una “guerra calda”, aggravata dal fatto che nel 1949 l’Unione Sovietica era entrata in possesso dell’arma nucleare. In quest’ottica di grande tensione, poi, lo scenario che si mostrava come l’arena di scontro più papabile era senza dubbio il continente europeo, e proprio in virtù di ciò la creazione di un dispositivo di difesa (che vedesse anche la partecipazione della Germania) sembrava sempre più impellente.
Delle proposte in tal senso vennero avanzate durante l’Assemblea consultiva del Consiglio d’Europa, tenuta a Strasburgo nell’agosto 1950, la quale vide per la prima volta la partecipazione della Repubblica Federale Tedesca. In occasione di tale incontro venne auspicata la formazione di un esercito europeo da parte del socialista francese André Philip, mentre Adenauer chiedeva la possibilità per Bonn di arruolare una forza di polizia di 150.000 uomini. Anche l’Italia si mostrò a Strasburgo molto propositiva per quanto riguardava le prospettive di integrazione europea, Sforza propose infatti di rimuovere il divieto di trattare questioni militari in seno al Consiglio d’Europa <82, assecondando le volontà di De Gasperi che qualche giorno prima gli aveva inviato una lettera intrisa della volontà di rendere il Consiglio più attivo in tema di mantenimento della pace <83. L’assemblea mostrò atteggiamenti positivi nei confronti della proposta di Sforza, ma la stessa venne bocciata dal Consiglio dei Ministri, frenato dalla vigenza del principio di unanimità.
La risposta americana alla questione del riarmo tedesco fu l’elaborazione di un piano, approvato da Truman l’8 settembre e nominato one package <84, che prevedeva la creazione di un esercito integrato a cui l’Europa avrebbe dovuto partecipare con sessanta divisioni, sotto il comando statunitense, con uno Stato maggiore internazionale, in cui sarebbe stato inserito un numero non precisato di divisioni tedesche. Truman si era quindi schierato favorevolmente verso l’impegno americano in Europa, ma pretendeva a riguardo una collaborazione da parte delle potenze del continente.
Sempre nel settembre 1950, durante una riunione negli Stati Uniti dei Ministri degli Esteri di USA, Gran Bretagna e Francia, il Segretario di Stato americano Dean Achenson con il sostegno del collega inglese Bevin avanzò una proposta riguardante il riarmo della Germania Ovest e l’inserimento della stessa nel Patto Atlantico, ma la reazione di Schuman e del Ministro della Difesa francese Jules Moch fu negativa. Sulla posizione francese riguardo il rifiuto della ricomposizione dell’esercito tedesco influivano due fattori <85: l’atteggiamento negativo dell’opinione pubblica, che in caso di appoggio del riarmo tedesco avrebbe fatto perdere consensi al Governo, e la paura dei vertici di Parigi che un riarmo della Germania avrebbe reso Bonn un attore indipendente nel contesto internazionale, con la possibilità di intessere rapporti privilegiati con Washington e di perseguire autonomamente l’unificazione.
Sembrava comunque palese a molti che gli sforzi del Governo francese nel tentativo di evitare un riarmo europeo e conseguentemente tedesco sarebbero stati a lungo andare vani. Monnet, che pareva conscio di ciò, scriveva una lettera a Schuman nella quale valutava la possibilità di “integrare la Germania all’Europa con un Piano Schuman ampliato, dando una prospettiva europea delle decisioni che saranno prese” <86. Ciò porta a riflettere su come Parigi stesse cominciando a prendere coscienza dell’ineluttabilità del riarmo della RFT, e anzi iniziasse a valutare la possibilità di un’integrazione sul piano militare che in un certo senso rispecchiasse il percorso funzionalista intrapreso con la creazione della Comunità europea del carbone e dell’acciaio.
La proposta riguardante la creazione di un esercito integrato venne suggerita per la prima volta a fine settembre, in occasione del Consiglio dei ministri del Consiglio d’Europa, dall’allora Primo Ministro francese René Pleven. Lo stupore fu notevole e le discussioni riguardo la proposta, che per il momento restava soltanto un’idea, si protrassero fino al mese successivo.
Il progetto di un esercito integrato europeo, che prese il nome di Piano Pleven, venne avanzato pubblicamente dal Presidente del Consiglio francese alla fine di ottobre del 1950. Questo era rivolto in primis al governo della Repubblica Federale Tedesca, ma era aperto anche nei confronti di altri Paesi europei, con una particolare attenzione verso quelli che avevano già preso parte ai negoziati riguardanti la realizzazione del Piano Schuman. La principale caratteristica di tale progetto, che lo distingueva dal one package americano, era il carattere sovranazionale, che esulava dal tradizionale sistema di alleanze militari e necessitava di una cessione di sovranità da parte degli Stati nazionali nei confronti di una nuova entità, la quale avrebbe a sua volta favorito la creazione di una vera e propria identità europea <87. Chiaramente, in virtù degli ideali che lo animavano, il Piano Pleven fu accolto con grande entusiasmo dai movimenti federalisti presenti nei vari Paesi del continente, che in questo intravedevano la punta dell’iceberg di un’unità europea che avrebbe presto interessato il campo politico e sociale. I federalisti italiani scrivevano:
“Il piano francese equivale né più né meno che a una proposta di federazione continentale. Unificazione della politica di difesa e della politica economica […] sono difficilmente concepibili senza un’unificazione della politica estera e, alla lunga, senza una giurisdizione diretta di organi tutori del diritto sui cittadini degli Stati partecipanti” <88.
2.3.2. Le reazioni alla proposta francese
Le risposte provenienti dai Paesi interessati al Piano furono variegate. Adenauer accolse il Piano Pleven con entusiasmo, convinto di voler rendere partecipe la RFT del progetto francese di integrazione militare; egli era però consapevole di quanto avrebbe dovuto lottare per far sì che la Germania venisse considerata in modo paritario dalle altre potenze, soprattutto da Parigi. La maggiore limitazione per Bonn riguardava la mancata possibilità di godere di un esercito nazionale, ma nonostante tutto il Cancelliere sosteneva che “il Piano Pleven doveva contribuire essenzialmente […] all’integrazione europea che era ed è una delle mete principali della politica tedesca” <89. Una posizione differente era invece tenuta dall’opposizione socialista tedesca, la quale vedeva il Piano come un tentativo di subordinazione della potenza militare tedesca nei confronti di quella francese.
Da Londra, che già non aveva preso parte alla CECA, si diffusero numerose critiche nei confronti dell’esercito unico europeo. La Gran Bretagna non sembrava infatti mostrare grande entusiasmo per l’embrionale processo di integrazione europea che si stava delineando, probabilmente poiché la creazione di un asse franco-tedesco avrebbe potuto lasciare gli inglesi ai margini dei rapporti continentali. Opinioni discordanti emersero anche da oltreoceano; basti pensare che negli Stati Uniti, nonostante la presenza di personalità fortemente favorevoli all’integrazione europea come “scudo” nei confronti di una possibile minaccia sovietica, il New York Times definiva il Piano Pleven come “egoista e poco lungimirante” <90.
Quanto all’Italia, la prima reazione di Roma al Piano Pleven fu positiva. Nonostante Sforza manifestasse perplessità riguardo i tempi di attuazione, infatti, il Ministro degli Esteri affermò che “non sarà certamente il governo italiano, che fu il primo ad aderire al Piano Schuman […], a mostrarsi tiepido all’idea di un esercito europeo al servizio di un’Europa unita” <91. Sia lui che De Gasperi, però, leggevano il progetto di un esercito europeo come il preludio alla creazione di una vera e propria Federazione Europea, che si concentrasse su una comunione di interessi dal punto di vista politico. Si andava pertanto delineando quella che sarà la posizione italiana lungo tutta la durata delle trattative che si ergeranno intorno alla proposta di Pleven e che analizzeremo meglio nei successivi paragrafi.
In ogni caso, la posizione italiana era fortemente influenzata dall’atteggiamento di Truman, ancora titubante riguardo il Piano Pleven che considerava come un mero escamotage mirante a velocizzare il riarmo della Germania Ovest, tentando così di scavalcare i negoziati che stavano avendo contemporaneamente luogo all’interno dell’Alleanza Atlantica al fine di garantire l’ingresso nella stessa da parte della RFT. Nonostante le titubanze destate a causa della posizione americana, De Gasperi decise comunque di cedere alle avance francesi e di prendere parte ai negoziati sul Piano, che si sarebbero tenuti nel gennaio del 1951 a Parigi. La scelta del Governo di Roma va letta anche alla luce di un altro negoziato che stava avendo luogo contemporaneamente, quello riguardante la creazione della CECA, all’interno del quale De Gasperi sperava di ottenere una serie di concessioni <92.
Il 1950 terminava dunque con buone prospettive di accordo riguardo la creazione di una difesa comune europea, nonostante i segnali americani non fossero particolarmente incoraggianti.
[NOTE]
82 In base al suo statuto, infatti, il Consiglio d’Europa non era competente verso questioni militari e pertanto era impossibilitato a discuterne.
83 M. R. De Gasperi, P. De Gasperi (2018), pp. 389-390.
84 D. Preda, Storia di una speranza. La battaglia per la CED e la Federazione europea, Jaca, Milano, 1990, p. 19.
85 Varsori (2010), p. 90.
86 J. Monnet, Cittadino d’Europa, Rusconi, Milano, 1978, p. 269.
87 Preda (1998), pp. 28-29.
88 AA.VV., Europa Federata, 3 (1950), n. 34 (31 ottobre), p. 2.
89 K. Adenauer, Memorie 1945-1953, Mondadori, Milano, 1966, p. 438.
90 Preda (1998), p. 31.
91 Sforza (1952), p. 541.
92 Cfr. 2.1.
Elio Sposato, L'Italia nelle prime fasi dell'integrazione europea, Tesi di laurea, Università Luiss, Anno accademico 2019/2020

sabato 18 giugno 2022

Trovato senza documenti, venne eliminato sul posto, senza ulteriori accertamenti

Sesta Godano (SP) - Fonte: Wikipedia

Il primo rastrellamento in provincia di La Spezia fu operato dai reparti della X° MAS e da alcuni reparti tedeschi tra il 05 e il 07 di aprile del 1944 nella zona di Torpiana a Zignago <168. I militari spararono contro i civili, verso le case con le finestre aperte, mentre la gente cercava di fuggire; tra loro anche alcuni membri del Partito d’azione. Due sorelle, Virginia e Iride Ferretti, furono ferite dagli spari, la prima, colpita gravemente all'addome, venne trasportata all'ospedale della Spezia, dove morirà due giorni dopo, il 7 aprile. La ragazza stando alle fonti di Bartonelli, una nota figura locale, venne riconosciuta successivamente come partigiana della Colonna Giustizia e Libertà del Partito d'Azione in quanto si sarebbe esposta per avvertire alcuni partigiani del paese dell'arrivo dei rastrellatori. Ma le modalità con cui avvenne il fatto e con cui fu trasportata in ospedale, fanno pensare che si tratti di una civile <169. Una volta preso il controllo del paese, i rastrellatori non compirono altre violenze.
La X° MAS operò anche in un altro rastrellamento, in data 27 giugno del 44, nella zona di Follo alla ricerca di disertori <170.
Il 28 di giugno la Compagnia O della X° MAS comandata da Umberto Bertozzi uccise a Pian di Follo, il dirigente comunista Giuseppe Poggi, nome di battaglia “Franco” che era in zona per cercare un luogo adatto per aprire una tipografia clandestina. Trovato senza documenti, venne eliminato sul posto, senza ulteriori accertamenti, e senza un regolare processo <171. Nel corso del rastrellamento vennero fermate 8 persone; catturato ed ucciso a Piana Battolla anche Gino Vassili Amici, un militare sbandato sfollato con la famiglia nella zona.
La maggior parte dei rastrellamenti in provincia fu operata da reparti dell’esercito tedesco; nel '44 sono 12 i casi di stampo solo nazista e sei di collaborazione con alcuni reparti italiani; nel '45 sono presenti solo tre casi, 1 operato dalla Wermarcht in ritirata e due di stampo fascista.
Nel corso di una operazione di rastrellamento iniziata il 4 aprile 1944 nell'area intorno al monte Gottero, venne sorpreso nella frazione di Chiusola di Sesta Godano e catturato da militari tedeschi il comandante partigiano Piero Borrotzu, che si arrese senza combattere per evitare rappresaglie sulla popolazione civile. Borrotzu fu brutalmente interrogato e poi fucilato, per sua richiesta al petto e non alla schiena, nella piazza della chiesa di Chiusola. L'esecuzione venne comandata da un ufficiale tedesco, ma una parte delle fonti segnala che il plotone di esecuzione era composto da militari italiani.
In località Piano Sarina, Nascenti, Sesta Godano <172 dal 8 luglio 1944 al 10 luglio 1944 si ebbero una serie di circostanze che portarono ad un grande rastrellamento.
In una fase di rapido sviluppo delle formazioni partigiane locali e di frequenti attacchi ai presidi fascisti e agli automezzi militari tedeschi in movimento sulle strade tra La Spezia, il territorio genovese e la Val di Taro parmense, un'autocolonna tedesca in transito proveniente da Varese Ligure venne attaccata dai partigiani sulla “Via delle Rocche” poco a sud dell'abitato di Sesta Godano, poco prima di Coscienti, il bivio per Nasceto e Ponte S. Margherita, l’8 luglio. I militari reagirono efficacemente, ma subirono perdite forse due morti, inoltre anche un partigiano rimase ucciso e altri feriti.
Nella zona si diffuse il timore di rappresaglie e molti decisero di lasciare le proprie case e di nascondersi. In effetti già l'8 luglio due viaggiatori diretti verso Varese Ligure, Caruso e Corbelli, furono catturati dai tedeschi presso il ponte di Coscienti e fucilati in località Piano Sarina di Bergassana.
Nel pomeriggio di lunedì 10 luglio i tedeschi giungono a Ponte S. Margherita, a sud di Sesta Godano e già in territorio del Comune di Carro, e iniziano a perquisire le case dell'area circostante e a radunare le persone trovate, in prevalenza anziani, donne e bambini, in un castagneto. I fermati furono avvertiti che sarebbero stati uccisi in caso di attacco partigiano. Nel corso dell'operazione due persone, che forse si erano date alla fuga, furono uccise in località Nasceto (Bertucci e Carneglia), inoltre tra i rastrellati vennero individuate quattro persone, forse trovate in possesso di armi i fratelli Guerisoli, Leonardini e Toso, che furono fucilate a Ponte.
Un altro rastrellamento di matrice tedesca si verificò il 27 luglio 1944, in risposta ad un azione partigiana <173. Il 25 luglio 1944 una squadra partigiana della brigata M. Vanni guidata da Eugenio Lenzi “Primula Rossa” saccheggiò i magazzini della Wehrmacht di Ceparana e catturò numerosi militari tedeschi. Nei giorni seguenti la reazione tedesca si manifestò tramite il cannoneggiamento di alcuni paesi a monte di Ceparana e diversi piccoli rastrellamenti. La sera del 27 luglio i tedeschi cannoneggiano Piana Battola nel comune di Follo, Madrignano e in generale l'area del monte Cornoviglio. A Piana Battolla vennero anche incendiate dieci case e fermati diversi uomini.
All'alba del 28 luglio i tedeschi circondano e rastrellano il paese di Follo Alto, forse identificato come una base dei partigiani, riunendo la popolazione e obbligandola a scendere al piano. Il paese (in particolare l'abitato Castello) venne incendiato. Nell’operazione rimasero uccisi un bambino di sei anni colpito da un proiettile e una donna anziana bruciata all’interno della sua casa. Una sessantina di uomini adulti vennero fermati e inviati al lavoro obbligatorio.
Nel corso del grande rastrellamento tedesco e italiano iniziato il 3 agosto 1944 a Suvero <174, reparti tedeschi occupano il paese in buona parte abbandonato dalla popolazione civile che si era nascosta sulle montagne e nei boschi vicini. Nel corso di questo rastrellamento perse la vita Menoni Giovanni, di soli 20 anni in seguito riconosciuto come partigiano della Colonna Giustizia e Libertà della IV Zona Operativa; Menoni venne sorpreso su una stradina ad est del paese e ucciso. Secondo una testimonianza la vittima, lasciata la sua casa di Suvero e rifugiatosi in un bosco all'approssimarsi dei rastrellatori, si sarebbe ricordato di avere nell'abitazione oggetti compromettenti, probabilmente legati ai partigiani, e sarebbe ritornato verso il paese per farli sparire. Incontrati dei tedeschi, si sarebbe dato alla fuga, scatenando la reazione omicida.
Il 7 settembre 1944 due partigiani originari di Santo Stefano Magra rientrano nel paese per motivi personali e sebbene in abiti borghesi, furono individuati da un militare tedesco, forse a causa della mano fasciata di uno dei due. I partigiani furono fermati, ma riuscirono quasi subito a darsi alla fuga sfruttando la loro superiore conoscenza del paese. I tedeschi decisero di setacciare l’abitato e, oltre a distruggere due case in cui furono trovate delle armi, uccisero Modestino Baudone, sorpreso sul ponticello del Canale Lunense di via Barca mentre si accingeva ad attraversare il fiume Magra per visitare dei parenti ad Albiano. Sull’argine del Canale Lunense venne avvistato dai tedeschi anche il non più giovane Enrico Ferrarini, che venne ucciso e gettato nel canale. Poco distante da via Barca fu fermato dai tedeschi anche il calzolaio Luigi Giannini, che stava andando a mungere una mucca in compagnia della figlia. Dopo aver allontanato la bambina, i tedeschi uccisero anche Giannini. Infine nei pressi venne ucciso anche Tristano Ferrarini, fratello di Enrico, sorpreso nel proprio campo.
Una tra le collaborazioni dei reparti italiani e reparti tedeschi fu il grande rastrellamento del 29 e 30 novembre <175 che interessò tutta l’area collinare e montuosa da Ortonovo ad Aulla. Il primo giorno le truppe della Wermarcht e della Brigata Nera si addentrano nell’entroterra, tra la zona di Sarticola e Castelnuovo Magra e uccisero Giuseppe Lavaggi, di 19 anni, Giuseppe Antognetti, di 28 anni, Onezio Devoti, di anni 36, Giovanni Pellegrino Lertola, di 51 anni, Ivano Corsi di 16 anni, Giuseppe Ferrari, di 68 anni, e ne abbandonano i corpi in un piccolo canale.
Il 7 dicembre 1944 <176, anche la zona di Vezzano Ligure fu teatro di un’operazione di reparti italiani e tedeschi, che furono aiutati da alcuni delatori locali, in primis Don Emilio Ambrosi, parroco di Vezzano Basso. Durante questa operazione vennero fermate molte persone, tra cui i membri del CLN locale, e furono uccisi Vera Giorgi e Carlo Grossi, due civili, definiti dalle autorità fasciste collaboratori dei partigiani e sappisti per giustificarne l’uccisione. Trovò la morte anche Giuseppe Carmè, sottufficiale della Regia Marina, che fu colpito alla schiena mentre si arrampicava su un tetto per scappare ai rastrellatori.
Il 12 dicembre 1944 <177 reparti fascisti e tedeschi attuano un rastrellamento nell'area collinare del comune di Follo, investendo le frazioni di Sorbolo, Bastremoli e Carnea. Il paese di Sorbolo venne saccheggiato dai rastrellatori, inoltre alcune baracche vennero bruciate. Diverse persone furono fermate e in seguito detenute alla Spezia. Il civile Guglielmo Luti, intento a governare le bestie, venne sorpreso all'alba fuori dal paese dai rastrellatori e colpito con arma da fuoco. Ferito gravemente, muore pochi giorni dopo. Gli spari avrebbero allertato gli abitanti di Sorbolo e facilitato la loro fuga. Di tale rastrellamento fu incriminata la 33° Brigata Nera “Tullio Bertoni”.
[NOTE]
168 Giorgio Pisanò, Storia delle forze armate della Repubblica sociale italiana 1943-1945, Visto, Milano 1967, vol. 2, p. 957.
169 Istituto spezzino per la storia della Resistenza e dell'età contemporanea sezione “Le vie della Resistenza”, scheda curata da Maria Cristina Mirabello e dedicata a Virginia Ferretti di Torpiana di Zignago, che ricostruisce l'episodio. A Virginia Ferretti viene dedicata una via.
170 Antonio Bianchi, La Spezia e Lunigiana. Società e politica dal 1861 al 1945, Franco Angeli, Milano, 1999.
171 Gianluca Fulvetti, Paolo Pezzino, Zone di guerra, geografie di sangue. L’Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia 1943-1945, Il Mulino, Bologna, 2017
172 Gianluca Fulvetti, Paolo Pezzino, op.cit.
173 Virgilio Olivieri, Follo: la tragedia del 28 luglio 194, in aa,vv, La Resistenza nello Spezzino e nella Lunigiana. Scritti e testimonianze, II ed, Istituto storico della Resistenza La Spezia, La Spezia 1975, pp. 67-70.
174 Gianluca Fulvetti, Paolo Pezzino, op.cit
175 Gianluca Fulvetti, Paolo Pezzino, op.cit
176 Antonio Bianchi, La Spezia e Lunigiana. Società e politica dal 1861 al 1945, Angeli, Milano, 1999, p. 438.
177 Gianluca Fulvetti, Paolo Pezzino, op.cit.
Marco Bardi, La Repubblica Sociale Italiana alla Spezia tra pratiche repressive e punizione dei crimini, Tesi di laurea, Università degli Studi di Pisa, 2019