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mercoledì 5 giugno 2024

I partigiani della banda, sfuggiti al rastrellamento, si stabilirono nelle baracche di Fossa


La formazione partigiana comunista Popoli, dal nome del comune omonimo <1295 presso cui si formò, fu attiva dall’8 settembre 1943 al 23 giugno 1944 con una forza di circa 250 partigiani <1296 e 5 patrioti <1297, stringendo rapporti con numerose bande viciniori soprattutto della contigua provincia de L’Aquila. La Commissione Regionale Abruzzese, in data 15 agosto 1946 deliberò «di riconoscere la Banda “POPOLI” quale formazione partigiana al comando del Sig. CAMARRA Natale e di riconoscere la qualifica di “Partigiano Combattente” a tutti gli elementi inclusi nel ruolino della formazione stessa» <1298. Al termine dell’iter di riconoscimento, all’interno della banda vennero concesse le seguenti qualifiche gerarchiche: 2 comandanti di brigata <1299, 1 commissario di guerra <1300, 1 comandante di battaglione <1301, 4 comandanti di distaccamento <1302, 3 comandanti di distretto <1303, 16 comandanti di squadra <1304, 31 comandanti di nucleo <1305. Tra i partigiani furono inoltre riconosciuti caduti per la lotta di Liberazione, Brenno Berluti Lorenzini, Carmine Cafarelli, Armando D’Amato, Alfredo Di Ciccio, e Saverio Zaccardi; ed invalidi per la lotta di Liberazione Pasquale De Santis e Antonio Tatangelo <1306.
Prima di iniziare con la ricostruzione dell’esperienza resistenziale della banda Popoli, va necessariamente premesso che essa fu indicata da Nicola De Feo e Adriano Salvadori tra i gruppi partigiani facenti parte integrante della banda Patrioti Marsicani. Il rapporto di dipendenza - a loro dire ininterrotto dal settembre a giugno - li portò ad includere nel computo generale come nella descrizione delle attività della banda di cui furono responsabili militari, anche quelle azioni che poi in un secondo tempo furono attribuite alla sola formazione popolese. Da qui il sovrapporsi di date, nomi ed episodi che si rinviene nei carteggi relativi alle due bande che verrà riportato in base alle fonti documentali esaminate.
Nei giorni subito successivi all’armistizio i «cittadini popolesi» - si legge nella relazione di Natale Camarra <1307 - «che hanno sempre odiato i tedeschi ed i fascisti hanno subito capito quale fosse il loro immediato compito» <1308. Alle sue direttive si costituì quindi un primo nucleo di partigiani e furono attivati un comitato, impegnato nel «rastrellamento di tutte le armi abbandonate dai fuggiaschi soldati del disfatto esercito italiano e a convogliarle in un sicuro deposito nelle colline circostanti il paese» <1309; ed un centro di raccolta <1310 viveri ed indumenti per l’assistenza <1311 degli ex prigionieri alleati - ma non solo - che poté contare sul contributo encomiabile dei cittadini del comune <1312. Nel periodo tra ottobre e dicembre, stando a quanto riferito da Pietro Nannicelli, il centro di raccolta provvide a vettovagliare giornalmente «almeno 500 uomini» <1313, tra componenti della banda, prigionieri dell’esercito alleato, e soldati italiani impossibilitati dopo l’armistizio a rientrare presso i comuni di appartenenza <1314. Al contempo fu svolta attiva propaganda tra la popolazione contro le chiamate alle armi <1315 ed al servizio del lavoro «per far sì che i nostri giovani ed i nostri operai <1316 non prestassero i loro servizi ai tedeschi per la distruzione della patria» <1317.
Nell’ottobre, quando ormai la formazione aveva raggiunto un numero ragguardevole di elementi <1318 il Camarra ritenne necessario «inquadrare con disciplina militare» la banda, e così richiese ed ottenne dalla Direzione del Partito Comunista «l’invio di un dirigente politico e militare (Giulio Spallone <1319) e di un esperto di guerriglia partigiana (Aurelio Nardelli <1320)» <1321. Entrambi i nomi figurano anche nella relazione De Feo-Salvadori e nelle memorie di Bruno Corbi <1322 quali inviati del direttivo comunista marsicano a Popoli: il primo già il 5 settembre per prendere contatto con il Natale Camarra; il secondo alla fine del mese nell’ambito della tessitura di una rete partigiana organizzata ed unitaria facente capo alla Patrioti Marsicani <1323. Nella generale riorganizzazione che seguì, la banda venne quindi ad essere risuddivisa in 4 distaccamenti al comando di Natale Camarra, Nicola Sanvitale, Giuseppe Orsini, e Amerigo Baldassarre <1324. Il servizio sanitario fu affidato al tenente medico Arsenio Fracasso <1325 che poté contare sulla collaborazione di due patrioti infermieri e sui «medicinali fatti affluire dal centro di raccolta» <1326. I partigiani trovarono quindi rifugio nelle montagne circostanti Popoli nelle località Cassiodoro, Fossa, Fonti e Santacroce <1327 in cui si acquartierarono parte nella masseria Villa <1328 e parte in casette da loro stessi costruite «con materiale della ex G.I.L., fornito dal direttore delle scuole di avviamento prof. Corti» <1329. Ogni distaccamento venne quindi ulteriormente frazionato in squadre che furono «addestrate all’uso delle armi, in operazioni di ricognizioni oltreché ad disbrigo dei servizi inerenti al proprio sostentamento: taglio e trasporto di legna, trasporto di acqua […] di pari passo veniva curata l’educazione politica» <1330.
Gli uomini delle squadre condussero nei mesi successivi diverse azioni di recupero armamenti e di sabotaggio, eseguite per misura precauzionale in aree distanti dagli abitati: interruzioni della linea telefonica, sbarramenti di strade mediante tronchi d’albero e distribuzione razionale di «chiodi a quattro punte» nei tratti in cui più intenso era il traffico dei mezzi tedeschi <1331. Le azioni partigiane, «trattandosi di una zona vicino al fronte», non passarono inosservate: i tedeschi prima affissero nella cittadina un manifesto con quale si minacciava la popolazione di feroci rappresaglie, e poi nel dicembre una volta individuata la posizione della banda - secondo il Camarra grazie all’infiltrazione di militi tedeschi nelle file degli ex prigionieri alleati <1332 - organizzarono un rastrellamento a tappeto dell’area <1333. La banda, avuta informazione delle intenzioni nemiche, approntò in tutta fretta un nuovo acquartieramento in Fossa, località sopraelevata e scoscesa e quindi naturalmente protetta <1334, costruendo baracche idonee l’alloggiamento per il periodo invernale di tutti i partigiani e cominciando il trasferimento di uomini, armi, munizioni e vettovagliamenti <1335. Non riuscirono a completarlo. Il 6 dicembre i tedeschi - raccontò il Camarra - «partendo da punti diversi (Roccacasale, Corfinio, Tocco e Popoli) circondarono tutta la zona e cominciarono a restringere il cerchio iniziando una violenta sparatoria con armi di tutti i calibri e facendo largo uso di proiettili traccianti» <1336. Pur davanti al vasto dispiegamento di forze tedesche, i partigiani ingaggiarono combattimento con il nemico ed approfittando della nebbia, il grosso della banda riuscì a rompere l’accerchiamento ed a raggiungere la località sopraelevata di Fossa <1337. Pesante il colpo inferto all’organizzazione che subì la perdita del partigiano Armando D’Amato <1338, e l’arresto di 50 elementi <1339 tra cui i capi distaccamento Giuseppe Orsini e Nicola Sanvitale, il commissario di guerra Giulio Spallone <1340 e il Pietro Nannicelli. Nell’incursione i tedeschi catturarono anche 16 ex P.O.W.s alloggiati fino a quel momento presso una capanna in località Fonti <1341, incendiarono i ripari di fortuna precedentemente allestiti dai partigiani e fecero razzia nell’intera area di viveri, bestiame, munizioni e materiale vario <1342. I partigiani catturati, fatti oggetto da parte dei tedeschi di minacce, percosse e stringenti interrogatori <1343 mantennero un ammirevole contegno «dinanzi alla prova suprema», e vennero quindi caricati sui camion e trasferiti nelle carceri de L’Aquila, Chieti, Bussi e Popoli: «un piccolo gruppo fu destinato al campo di concentramento, altri ai lavori forzati al fronte <1344, altri tenuti nelle carceri di Chieti sotto processo. In seguito quasi tutti riuscirono ad evadere» <1345 ed in buona parte a rientrare nella formazione. Quattro di loro - Concezio Gagliardi <1346 Giuseppe Orsini, ed i fratelli Lino e Ugo Hanau <1347 - riuscirono a fuggire da Chieti già il 14 dicembre sottraendosi in pieno giorno alla sorveglianza dei tedeschi e dei carabinieri di scorta <1348.
I partigiani della banda, sfuggiti al rastrellamento, si stabilirono nelle baracche di Fossa al sicuro dai tedeschi che non osarono avventurarvisi data la posizione favorevole alla difesa, ma non dai rigori di quell’inverno sorprendentemente inclemente. Il 1° gennaio una violenta tempesta di neve distrusse i loro ripari di fortuna e li costrinse a scendere dalle montagne e trovare rifugio a valle <1349. Il comprensibile scoraggiamento, il moltiplicarsi delle difficoltà - tra cui i primi bombardamenti alleati della zona - convinsero verso la fine di gennaio i partigiani e le loro famiglie a sfollare dalla cittadina, seguendo il flusso dei loro compaesani. Il Camarra quindi si vide costretto ad organizzare gruppi di partigiani presso i vicini paesi - Vittorito, Roccacasale, San Benedetto in Perillibus, Bussi, Tocco ed Ofena <1350 - dove questi alloggiavano in stato di semi clandestinità <1351 mentre Popoli, in cui un buon numero di partigiani «viveva in grotte confusi tra la popolazione civile», rimase sede del comando, e luogo di riunione ed incontro dei diversi capigruppo <1352. La parola d’ordine dell’attività partigiana di questo periodo fu: «sopravvivere procacciandosi i mezzi per il sostentamento, risparmiando gli averi della popolazione civile, ma danneggiando il nemico con ogni mezzo e sottraendo ad esso i frutti delle varie requisizioni» <1353. In tal senso furono compiuti diversi boicottaggi dei «lavori occorrenti al nemico per la sua difesa» <1354 soprattutto ai servizi di costruzione piazzole e di sgombero di macerie dalle strade di traffico e diverse azioni di sottrazione del materiale di rame proveniente dalle linee elettriche abbattute dalle tempeste di neve <1355. Per contro i partigiani si spesero a favore della popolazione intervenendo nel trasporto di feriti civili e nel salvataggio di materiale di interesse pubblico <1356.
[NOTE]
1295 Popoli, comune in provincia di Pescara, sito a 250 m.s.m. all’estremità settentrionale della Conca di Sulmona, tra il basso corso dell'Aterno a nord-ovest e il massiccio della Maiella a sud-est, sulla direttrice della SS. Tiburtina Valeria; stazione ferroviaria lungo la linea Roma-Pescara. Nel territorio comunale rientra la Gola di Tremonti altresì detta di Popoli e talvolta nominata al plurale, che fa da raccordo tra la provincia di L’Aquila e quella di Pescara. La scelta di inserire in questo studio la banda Popoli, benché sia stata attiva nel comune della provincia pescarese, trova la sua motivazione nella stretta relazione che a dire degli stessi protagonisti questa ebbe con banda Patrioti Marsicani.
1296 Cfr, ivi, schedario partigiani.
1297 Cfr, ivi, schedario patrioti.
1298 ACS, Ricompart, Abruzzo, Commissione Regionale Abruzzese per il riconoscimento della qualifica di partigiano, L’Aquila, pratica n. 045. In data 7 agosto 1947 la Commissione Regionale Abruzzese per il riconoscimento della qualifica di partigiano deliberò di riconoscere l’elenco aggiuntivo della Banda Popoli con la qualifica di partigiano e patriota secondo l’allegato ruolino. Cfr. ivi.
1299 Camarra Natale, nato a Popoli (PE) il 25 dicembre 1898, caporale, ha svolto attività partigiana nella banda come capitano e comandante di battaglione partigiano, dal 08/09/43 al 23/05/44. Cfr. ivi, schedario partigiani. Arrestato il 30 aprile 1944 con diversi altri partigiani, fece il suo rientro nella formazione il 13 giugno 1944. Cfr. ivi, Banda Popoli, ruolino. Sanvitale Nicola, nato a Popoli (PE) il 25 dicembre 1914, sottotenente, ha svolto attività partigiana nella banda come tenente e comandante di brigata partigiana, dal 01/10/43 al 23/06/44. Cfr. ivi, schedario partigiani. «[…] dopo il 30 aprile 1944 comandante di banda, ferito l’8.9/06/44», ivi, Banda Popoli, ruolino.
1300 Spallone Giulio, nato a Lecce dei Marsi (AQ), ha svolto attività partigiana nella banda come capitano e commissario di guerra, dal 01/10/43 al 23/06/44. Cfr. ivi, schedario partigiani.
1301 Orsini Giuseppe, nato a Popoli (PE) il 21 dicembre 1912, sottotenente, ha svolto attività partigiana nella banda come tenente e comandante di battaglione partigiano, dal 01/10/43 al 23/06/44. Cfr. ibidem. «[…] dopo il 30 aprile 1944 comandante di banda», ivi, Banda Popoli, ruolino.
1302 Damiani Luigi o Gino, nato a Popoli (PE) il 28 agosto 1915, sergente maggiore, ha svolto attività partigiana nella banda come sottotenente e comandante di distaccamento partigiano, dal 08/09/43 al 23/06/44; Giardini Enrico nato a Popoli (PE) il 2 febbraio 1893, ha svolto attività partigiana nella banda come sottotenente e comandante di distaccamento partigiano, dal 08/09/43 al 23/06/44; Nannicelli Piero o Pietro, nato a Popoli (PE) il 4 ottobre 1905, ha svolto attività partigiana nella banda come sottotenente e comandante di distaccamento partigiano, dal 08/09/43 al 23/06/44; Pescara Carmine, nato a Popoli (PE) il 24 settembre 1910, soldato, ha svolto attività partigiana nella banda come sottotenente e comandante di distaccamento partigiano, dal 01/10/43 al 13/06/44. Cfr. ivi, schedario partigiani.
1303 Fistola Nicola, nato a Popoli (PE) il 3 agosto 1912, alpino, ha svolto attività partigiana nella banda come sottotenente e comandante di distretto partigiano, dal 01/10/43 al 23/06/44; Giovani Quirino, nato a Popoli (PE) l’1 ottobre 1900, geniere, ha svolto attività partigiana nella banda come sottotenente e comandante di distretto partigiano, dal 08/09/43 al 23/06/44; Villa Salvatore, nato a Popoli (PE) il 4 luglio 1898, soldato, ha svolto attività partigiana nella banda come sottotenente e comandante di distretto partigiano, dal 01/10/43 al 23/06/44. Cfr. ibidem.
1304 Alberico Vincenzo, nato a Popoli (PE) il 18 ottobre 1906, geniere, ha svolto attività partigiana nella banda come sergente maggiore e comandante di squadra partigiana, dal 08/09/43 al 13/06/44; Antonucci Giustino, nato a Popoli (PE) il 9 agosto 1916, soldato di Artiglieria, ha svolto attività partigiana nella banda come sergente maggiore e comandante di squadra partigiana, dal 01/10/43 al 23/06/44; Baldassarre Amerigo, nato a Popoli (PE) l’11 novembre 1913, caporal maggiore di Fanteria, ha svolto attività partigiana nella banda come sergente maggiore e comandante di squadra partigiana, dal 01/10/43 al 23/06/44; Caffarelli Amedeo, nato a Popoli (PE) il 5 dicembre 1897, caporal maggiore, ha svolto attività partigiana nella banda come sergente maggiore e comandante di squadra partigiana, dal 01/10/43 al 13/06/44; Camarra Alfredo, nato a Popoli (PE) il 23 aprile 1916, caporale, ha svolto attività partigiana nella banda come sergente maggiore e comandante di squadra partigiana, dal 01/10/43 al 23/06/44; Camarra Antonio, nato a Popoli (PE) il 20 agosto 1907, soldato di Fanteria, ha svolto attività partigiana nella banda come sergente maggiore e comandante di squadra partigiana, dal 01/10/43 al 23/06/44; Camarra Salvatore, nato a Popoli (PE) il 7 ottobre 1901, ha svolto attività partigiana nella banda come sergente maggiore e comandante di squadra partigiana, dal 01/10/43 al 23/06/44; Cialone Bonifacio di Agostino, nato a Popoli (PE) il 1° agosto 1914, alpino, ha svolto attività partigiana nella banda come sergente maggiore e comandante di squadra partigiana, dal 01/10/43 al 23/06/44; Coppola Gabriele, nato a Popoli (PE) il 20 ottobre 1904, soldato di Fanteria, ha svolto attività partigiana nella banda come sergente maggiore e comandante di squadra partigiana, dal 01/10/43 al 23/06/44; Di Gregorio Cesidio, nato a Popoli (PE) il 1° novembre 1906, caporale, ha svolto attività partigiana nella banda come sergente maggiore e comandante di squadra partigiana, dal 01/10/43 al 23/06/44; Di Stefano Annino, nato a Terni il 26 luglio 1899, soldato di Artiglieria, ha svolto attività partigiana nella banda come sergente maggiore e comandante di squadra partigiana, dal 02/11/43 al 23/06/44; Fistola Giovanni, nato a Popoli (PE) il 10 ottobre 1901, geniere, ha svolto attività partigiana nella banda come sergente maggiore e comandante di squadra partigiana, dal 01/10/43 al 23/06/44; Fistola Pasquale, nato a Popoli (PE) il 3 giugno 1903, caporal maggiore di Fanteria, ha svolto attività partigiana nella banda come sergente maggiore e comandante di squadra partigiana dal 08/10/43 al 23/06/44; Forcucci Salvatore, nato a Popoli (PE) il 18 settembre 1905, caporale, ha svolto attività partigiana nella banda come sergente maggiore e comandante di squadra partigiana, dal 01/10/43 al 23/06/44; Santucci Antonio, nato a Avezzano (AQ) il 30 gennaio 1903, caporale di Fanteria, ha svolto attività partigiana nella banda come sergente maggiore e comandante di squadra partigiana, dal 12/10/43 al 23/06/44; Vernacotola Gregorio nato a Popoli (PE) il 25 febbraio 1903, geniere, ha svolto attività partigiana nella banda come sergente maggiore e comandante di squadra partigiana, dal 01/10/43 al 13/06/44. Cfr. ibidem.
1305 Antonucci Camillo, nato a Popoli (PE) il 1° agosto 1911, alpino, ha svolto attività partigiana nella banda come sergente e comandante di nucleo partigiano, dal 01/10/43 al 23/06/44; Antonucci Mario, nato a Popoli (PE) il 20 settembre 1914, geniere, ha svolto attività partigiana nella banda come sergente e comandante di nucleo partigiano, dal 01/10/43 al 23/06/44; Bavosi Giglio, nato a Popoli (PE) il 31 gennaio 1908, geniere, ha svolto attività partigiana nella banda come sergente e comandante di nucleo partigiano, dal 03/10/43 al 23/06/44; Camarra Luciano, nato a Popoli (PE) il 13 dicembre 1898, soldato di Fanteria, ha svolto attività partigiana nella banda come sergente e comandante di nucleo partigiano, dal 08/09/43 al 13/06/44; Camarra Palmerino, nato a Popoli (PE) il 4 aprile 1909, alpino, ha svolto attività partigiana nella banda come sergente e comandante di nucleo partigiano, dal 01/10/43 al 23/06/44; Camarra Venanzio, nato a Popoli (PE) il 18 maggio 1901, geniere, ha svolto attività partigiana nella banda come sergente e comandante di nucleo partigiano, dal 01/10/43 al 23/06/44; Cancelmo Alfredo, nato a Popoli (PE) il 28 dicembre 1906, soldato di Fanteria, ha svolto attività partigiana nella banda come sergente e comandante di nucleo partigiano, dal 03/10/43 al 23/06/44; Cialone Bonifacio, nato a Popoli (PE) il 14 ottobre 1915, soldato di Fanteria, ha svolto attività partigiana nella banda come sergente e comandante di nucleo partigiano, dal 08/10/43 al 23/06/44; Colella Gaetano, nato a Popoli (PE) il 17 dicembre 1926, ha svolto attività partigiana nella banda come sergente e comandante di nucleo partigiano, dal 08/10/43 al 23/06/44; Del Conte Pietro, nato a Popoli (PE) il 28 giugno 1907, soldato di Fanteria, ha svolto attività partigiana nella banda come sergente e comandante di nucleo partigiano, dal 01/10/43 al 23/06/44; Della Rocca Alberto, nato a Popoli (PE) il 19 gennaio 1925, soldato, ha svolto attività partigiana nella banda come sergente e comandante di nucleo partigiano, dal 08/09/43 al 13/06/44; Della Rocca Alfredo, nato a Popoli (PE) il 14 ottobre 1919, caporal maggiore degli Alpini, ha svolto attività partigiana nella banda come sergente e comandante di nucleo partigiano, dal 01/10/43 al 23/06/44; Della Rocca Armando, nato a Popoli (PE) il 23 marzo 1912, bersagliere, ha svolto attività partigiana nella banda come sergente e comandante di nucleo partigiano, dal 01/10/43 al 23/06/44; Della Rocca Savino, nato a Popoli (PE) l’8 ottobre 1914, sergente di Fanteria, ha svolto attività partigiana nella banda come sergente e comandante di nucleo partigiano, dal 01/10/43 al 23/06/44; Della Rocca Vittorio, nato a Popoli (PE) il 28 gennaio 1919, sergente del Genio, ha svolto attività partigiana nella banda come sergente e comandante di nucleo partigiano, dal 01/10/43 al 23/06/44; De Luca Giuseppe, nato a Popoli (PE) il 18 settembre 1905, geniere, ha svolto attività partigiana nella banda come sergente e comandante di nucleo partigiano, dal 01/10/43 al 23/06/44; De Luca Nicola, nato a Popoli (PE) il 14 agosto 1914, soldato di Fanteria, ha svolto attività partigiana nella banda come sergente e comandante di nucleo partigiano, dal 01/10/43 al 23/06/44; De Santis Pasquale, nato a Tocco Casauria (PE) il 9 ottobre 1927, ha svolto attività partigiana nella banda come sergente e comandante di nucleo partigiano, dal 12/10/43 al 15/02/44, giorno in cui contrasse malattia durante il servizio. Riconosciuto partigiano combattente invalido per la lotta di Liberazione; Di Felice Antonio, nato a Popoli (PE) il 2 ottobre 1907, soldato di Fanteria, ha svolto attività partigiana nella banda come sergente e comandante di nucleo partigiano, dal 01/10/43 al 33/06/44; Di Felice Guerino, nato a Popoli (PE) il 1° marzo 1910, caporale di Fanteria, ha svolto attività partigiana nella banda come sergente e comandante di nucleo partigiano, dal 02/11/43 al 23/06/44; Forcucci Vincenzo, nato a Popoli (PE) il 3 marzo 1897, soldato di Fanteria, ha svolto attività partigiana nella banda come sergente e comandante di nucleo partigiano, dal 12/10/43 al 23/06/44; Giovane Giuseppe, nato a Popoli (PE) il 23 gennaio 1907, soldato di Autocentro, ha svolto attività partigiana nella banda come sergente e comandante di nucleo partigiano, dal 01/10/43 al 23/06/44; La Capruccia Guerino, nato a Popoli (PE) il 6 dicembre 1912, geniere, ha svolto attività partigiana nella banda come sergente e comandante di nucleo partigiano, dal 01/10/43 al 23/06/44; Leone Nicola, nato a Taranto il 3 luglio 1900, soldato, ha svolto attività partigiana nella banda come sergente e comandante di nucleo partigiano, dal 01/10/43 al 23/06/44; Pallotta Armando, nato a Popoli (PE) il 3 agosto 1918, soldato di Fanteria, ha svolto attività partigiana nella banda come sergente e comandante di nucleo partigiano, dal 01/10/43 al 23/06/44; Pecci Armando, nato a Popoli (PE) il 22 maggio 1911, caporal maggiore, ha svolto attività partigiana nella banda come sergente e comandante di nucleo partigiano, dal 08/10/43 al 23/06/44; Pettinella Mario, nato a Popoli (PE) il 31 maggio 1915, artigliere, ha svolto attività partigiana nella banda come sergente e comandante di nucleo partigiano, dal 12/10/43 al 23/06/44; Ricci Guido, nato a Popoli (PE) il 18 marzo 1920, paracadutista, ha svolto attività partigiana nella banda come sergente e comandante di nucleo partigiano dal 08/10/43 al 23/06/44; Santilli Guerino, nato a Popoli (PE) il 27 luglio 1908, caporal maggiore di Fanteria, ha svolto attività partigiana nella banda come sergente e comandante di nucleo partigiano, dal 01/10/43 al 23/06/44; Villa Loreto, nato a Popoli (PE) l’8 dicembre 1904, soldato di Fanteria, ha svolto attività partigiana nella banda come sergente e comandante di nucleo partigiano, dal 12/10/43 al 23/06/44; Zaino Salvatore, nato a Popoli (PE) il 6 dicembre 1908, caporale di Artiglieria, ha svolto attività partigiana nella banda come sergente e comandante di nucleo partigiano, dal 01/10/43 al 23/06/44. Cfr. ibidem e schedario caduti e feriti.
1306 Nato a Tocco di Casuria (PE) il 1° aprile 1913, soldato, ha svolto attività partigiana nella banda dal 01/10/43 al 23/06/44. Riconosciuto partigiano combattente invalido per la lotta di Liberazione. Cfr. ibidem.
1307 Descritto dal Corbi Bruno come «un vecchio compagno che aveva passato molti anni fra carcere e confino», in Bruno Corbi, Scusateci tanto, cit., p. 39. Nel libro di Costantino Felice, il Camarra è descritto come un «coraggioso militante comunista, già confinato politico», in Costantino Felice, Dalla Maiella alle Alpi. Guerra e Resistenza in Abruzzo, cit., p. 193.
1308 ACS, Ricompart, Abruzzo, Banda Popoli, relazione della banda a firma del responsabile militare e capo banda Camarra Natale.
1309 Ibidem.
1310 Sull’attività di detto centro presieduto dal Camarra coadiuvato da Giovanni Quirino e Villa Salvatore, riferì anche il Nannicelli Pietro nella sua Relazione Attività Patriottica della Banda Popoli, allegato n. 2 della relazione De Feo-Salvadori. Cfr. ivi, Patrioti Marsicani. Giovanni Quirino, nato a Popoli (PE) il 1° ottobre 1900, geniere, ha svolto attività partigiana nella banda come comandante di distretto partigiano e sottotenente, dal 08/09/43 al 23/06/44. Cfr. ivi, schedario partigiani. Il partigiano Masella Luigi, «nominato responsabile del centro», riferì che «funzionò a meraviglia tanto da ricevere il plauso dallo stesso Natale Camarra», ivi, Banda Popoli, relazione attività di Masella Luigi Giulio. Masella Luigi Giulio, nato a San Benedetto dei Marsi (AQ) il 15 novembre 1922, soldato, ha svolto attività partigiana nella banda dal 08/09/43 al 13/06/44. Cfr. ivi, schedario partigiani. Il Masella, in attività fin dall’armistizio, fu rastrellato dai tedeschi il giorno 28 ottobre e «condotto nei pressi di Roccaraso per l’approntamento di piattaforme per la sistemazione di cannoni», ma riuscì a fuggire ed a riprendere servizio nella banda. Ivi, relazione attività di Masella Luigi Giulio del 24 maggio 1947.
1311 Oltre all’assistenza alimentare e di vestiario, i partigiani della banda fornirono alloggi agli ex P.O.W.s, e li fecero accompagnare da apposite guide fino al passaggio del fronte. Il numero di coloro che furono assistiti e protetti - secondo la memoria del Camarra - fu di diverse centinaia. Cfr. ivi, relazione della banda a firma del responsabile militare e capo banda Camarra Natale. Secondo quanto riportato nella sua relazione attività, il partigiano Paolini Giuseppe, al tempo impiegato presso il comune di Popoli sezione anagrafe, fornì carte di identità false sia ad elementi della banda che ad ex prigionieri alleati da questa assistiti. Cfr. ivi, relazione attività di Paolini Giuseppe del 13 gennaio 1947. Paolini Giuseppe, nato a Popoli (PE) il 16 giugno 1926, soldato, ha svolto attività partigiana nella banda dal 08/09/43 al 13/06/44. Cfr. ivi, schedario partigiani.
1312 Molto scarsa invece - annotò il Camarra - la partecipazione del ceto più abbiente, «ad eccezione del prof. E. CORTI Direttore Scuola Avv. che iniziò attiva opera di persuasione e offrì subito L. 1500», ivi, Banda Popoli, relazione della banda a firma del responsabile militare e capo banda Camarra Natale.
1313 Questo stesso numero ritorna anche nella relazione individuale del Salvadori Adriano presente nel carteggio della Patrioti Marsicani secondo cui nello stesso periodo la banda popolese era costituita da «500 patrioti e 200 prigioni, armata di circa 60 moschetti e un’arma automatica», ivi, Patrioti Marsicani.
1314 Cfr. ivi, relazione Attività Patriottica della Banda Popoli a firma di Nannicelli Pietro, allegato n. 2 della relazione De Feo-Salvadori. Secondo la stessa fonte, le patriote Sanvitale Maria e Villa Agata prepararono pane per tutti, mentre altre donne si occupavano del reperimento di indumenti di lana. Cfr. ibidem. Sanvitale Maria, nata a Popoli (PE) il 23 dicembre 1893, ha svolto attività patriottica nella banda; Villa Agata, nata a Popoli (PE) ha svolto attività patriottica nella banda. Cfr. ivi, schedario patrioti.
1315 Secondo quanto precisato dal partigiano Masella Luigi Giulio il bando di reclutamento emesso nel settembre per ordine delle autorità tedesche, riguardò i giovani fino alla classe 1924. Cfr. ivi, Banda Popoli, relazione attività di Masella Luigi Giulio.
1316 «Agli stessi comandi della Wehrmacht giungono relazioni che denunciano - con riferimento all’intero complesso elettrochimico della Montecatini di Bussi, Piano d’Orta e Pratola Peligna - la presenza di «elementi nemici e comunisti [i quali] - sono parole del generale Hans Leyers, incaricato per l’Italia degli armamenti e della produzione bellica - continuano a lavorare e molto attivamente per eccitare le maestranze che invece desiderano lavorare», in Costantino Felice, Dalla Maiella alle Alpi. Guerra e Resistenza in Abruzzo, cit., p. 195.
1317 ACS, Ricompart, Abruzzo, Banda Popoli, relazione della banda a firma del responsabile militare e capo banda Camarra Natale.
1318 Il Camarra parlò di «alcune centinaia», ibidem.
1319 «[…] a disposizione del Centro di Roma dal 12 febbraio 1944», ivi, banda Popoli, ruolino.
1320 Si apprende dal Costantino Felice che la permanenza del Nardelli nella banda Popoli fu relativamente breve e non priva di difficoltà: «[egli] però giudica la disposizione del gruppo «infelice e pericolosissima». Inoltre gli pare del tutto precaria la situazione complessiva: giovani inesperti di guerriglia, assenza di addestramento militare, insufficiente dotazione di armi e munizioni. Decide perciò di recarsi a Roma per riferire alla direzione del Pci e al Centro militare. A tale scopo prende accordi con il giovane universitario Italo Sebastiani, il quale avrebbe dovuto fornirlo di un lasciapassare tedesco. Sebastiani giunge a Popoli il giorno convenuto (siamo a metà novembre), ma senza il previsto documento. Il viaggio nella capitale viene tuttavia tentato ugualmente. Sennonché al bivio di Corfinio, tra la Tiburtina e la statale per Sulmona, Nardelli viene prelevato da una pattuglia tedesca che stava rastrellando uomini da adibire nello scavo di un fossato anticarro a Rivisondoli. «Dopo fortunose ed incredibili peripezie», egli comunque riesce a fuggire dal santuario Madonna dell’Altare, sulle alture di Palena, e a tornarsene nella Marsica, dove riprende il suo posto nell’organizzazione», in Costantino Felice, Dalla Maiella alle Alpi. Guerra e Resistenza in Abruzzo, cit., p. 194. «[…] arrestato dai tedeschi il 15-11-43 e non più rientrato in formazione», ACS, Ricompart, Abruzzo, Banda Popoli, ruolino.
1321 Ivi, relazione della banda a firma del responsabile militare e capo banda Camarra Natale.
1322 Commissario di guerra della Patrioti Marsicani. Cfr. ivi, Patrioti Marsicani.
1323 Cfr. ibidem. La sovrapposizione tra le due relazioni, seppur con una discrepanza temporale, consente di configurare uno scenario del tutto particolare in cui, dato come assunto che il Camarra non potesse ignorare l’effettiva provenienza dei due, si deve gioco forza ritenere che abbia preferito considerarli unicamente come inviati dal partito a cui lui stesso faceva riferimento, anziché quali trait d’union con la formazione marsicana la cui strategia spiccatamente accentratrice, se non nei fatti per lo meno nelle intenzioni, avrebbe potuto oscurare la sua determinazione ad una piena autonomia operativa.
1324 Ivi, Banda Popoli, relazione della banda a firma del responsabile militare e capo banda Camarra Natale.
1325 Nato a Popoli (PE) l’8 settembre 1911, tenente medico, ha svolto attività partigiana nella banda dal 01/10/43 al 23/06/44. Cfr. ivi, schedario partigiani.
1326 Ivi, Patrioti Marsicani, relazione Attività Patriottica della Banda Popoli a firma di Nannicelli Pietro, allegato n. 2 della relazione De Feo-Salvadori.
1327 Cfr. ivi, relazione della banda a firma del responsabile militare e capo banda Camarra Natale.
1328 Cfr. ivi, Patrioti Marsicani, relazione Attività Patriottica della Banda Popoli a firma di Nannicelli Pietro, allegato n. 2 della relazione De Feo-Salvadori.
1329 Ivi, Banda Popoli, relazione della banda a firma del responsabile militare e capo banda Camarra Natale.
1330 Ibidem. Per quanto attenne al vettovagliamento dei distaccamenti, il Camarra riferì che i «viveri raccolti in paese da un apposito comitato venivano trasportati a dorso di mulo di nottetempo, eludendo la vigilanza dei tedeschi», ibidem. A proposito del vettovagliamento, il Costantino Felice pone a confronto le due versioni, quella dello Spallone che scrive: «Per più di quattro mesi l’organizzazione [si riferisce ovviamente a quella del Pci] riuscì a vettovagliare una media di 80 persone al giorno. A questo proposito prendemmo contatto anche con il Podestà, da cui riuscimmo ad avere vari sacchi di farina. Chiedemmo rifornimenti all’organizzazione di Penne e di Loreto Aprutino, con i quali paesi avevamo già organizzato trasporti venuti poi meno con la completa rottura dei traffici in tutta la zona in conseguenza dei costanti mitragliamenti aerei. L’organizzazione è riuscita talmente bene a popolarizzare le bande che tutto il paese, che le ha serrato [sic!] intorno, ha fatto per approvvigionarci grandi sforzi (si tenga presente la maggioranza proletaria della popolazione)». E quella del Comitato direttivo del Pci abruzzese per cui: «Il Partito di Popoli, durante il periodo in cui la banda si trovava in montagna, ha contratto un debito di L. 35.000 per la propria sussistenza, che a nostro avviso sono spese che dovrebbe rimborsare il Comitato di Liberazione Nazionale di Roma» (Fg, Apci, 1944)», in Costantino Felice, Dalla Maiella alle Alpi. Guerra e Resistenza in Abruzzo, cit., pp. 194-195, n. 10.
1331 Cfr. ACS, Ricompart, Abruzzo, Banda Popoli, relazione della banda a firma del responsabile militare e capo banda Camarra Natale.
1332 Per contro il Nannicelli parlò della delazione di una «coalizione fascista», ivi, Patrioti Marsicani, relazione Attività Patriottica della Banda Popoli a firma di Nannicelli Pietro, allegato n. 2 della relazione De Feo-Salvadori.
1333 Cfr. ivi, Banda Popoli, relazione della banda a firma del responsabile militare e capo banda Camarra Natale.
1334 Cfr. ibidem.
1335 Cfr. ibidem.
1336 Ibidem.
1337 Cfr. ibidem.
1338 Nato a Popoli (PE) il 26 ottobre 1907, ha svolto attività partigiana nella banda dal 01/10/43 al 08/12/44, giorno in cui morì in seguito alle ferite riportate in combattimento contro i tedeschi. Riconosciuto partigiano combattente caduto per la lotta di Liberazione. Cfr. ivi, schedario partigiani e schedario caduti e feriti. Cfr. anche Costantino Felice, Dalla Maiella alle Alpi. Guerra e Resistenza in Abruzzo, cit., p. 196. Dell’incursione tedesca compiuta nel dicembre contro i partigiani popolesi, e della morte del D’Amato parlò anche il Salvadori Adriano della Patrioti Marsicani nella sua relazione individuale, secondo la quale al partigiano appartenente al Partito Comunista il popolo tutto tributò onori funebri da «eroe», ACS, Ricompart, Abruzzo, Patrioti Marsicani.
1339 Il numero trova conferma nella dichiarazione rilasciata dal Segretario Amministrativo dell’A.N.P.I. sezione provinciale di Pescara, Antonio Spinelli in merito al partigiano Fasciani Giovanni rastrellato «insieme ad altri 50 componeti [sic!] la Banda stessa il giorno 6 Dicembre 1943 in località Santacroce. Sottoposto ad abile e minaccioso interrogatorio da parte dell’ufficiale tedesco che comandava l’azzione [sic!] manteneva contegno fermo e non rivelava i nomi dei capi dell’organizzazione», ivi, Banda Popoli. Fasciani Giovanni, nato a Popoli (PE) il 20 settembre 1891, ha svolto attività partigiana nella banda dal 02/11/43 al 23/06/44; Spinelli Antonio, nato a Città Sant’Angelo (PE) il 18 dicembre 1909. soldato, ha svolto attività partigiana nella banda Pescara Nord come sottotenente e comandante di distretto partigiano dal 03/10/43 al 10/06/44. Cfr. ivi, schedario partigiani.
1340 Cfr. ivi, Banda Popoli, relazione della banda a firma del responsabile militare e capo banda Camarra Natale.
1341 Cfr. ivi, Patrioti Marsicani, relazione Attività Patriottica della Banda Popoli a firma di Nannicelli Pietro, allegato n. 2 della relazione De Feo-Salvadori.
1342 Cfr. ivi, Banda Popoli, relazione della banda a firma del responsabile militare e capo banda Camarra Natale.
1343 Per una quindicina di essi fu anche minacciata la fucilazione «alla presenza di alcune donne congiunte dei catturati, rastrellate anch’esse e destinate alla deportazione in Germania perché sorprese nei paraggi mentre portavano da mangiare ai congiunti». Esecuzione poi fortunatamente non eseguita. Ibidem.
1344 Tra questi il Nannicelli che riferì di quattro giorni di detenzione seguiti poi dal trasferimento a Tollo, «aggregati ad una compagnia di pionieri per lavori di fortificazione al fronte», e infine a Villa Magna da cui riuscirono a fuggire. Ivi, Patrioti Marsicani, relazione Attività Patriottica della Banda Popoli a firma di Nannicelli Pietro, allegato n. 2 della relazione De Feo-Salvadori.
1345 Ivi, Banda Popoli, relazione della banda a firma del responsabile militare e capo banda Camarra Natale.
1346 Nato a Popoli (PE) il 9 dicembre 1903, ha svolto attività partigiana nella banda dal 01/10/43 al 23/06/44. Cfr. ivi, schedario partigiani.
1347 Hanau Lino nato a Ferrara l’11 aprile 1908, ha svolto attività partigiana nella banda dal 08/09/43 al 13/06/44; Hanau Ugo nato a Ferrara l’11 aprile 1908, ha svolto attività partigiana nella banda dal 08/09/43 al 13/06/44. Cfr. ivi, schedario partigiani. I fratelli Hanau conosciuti con il nome di battaglia di “fratelli Bavaglioni” parteciparono alle azioni della banda fino alla loro cattura avvenuta il 6 dicembre 1943. Riusciti a fuggire, rientrarono nella formazione ove rimasero fino alla fine di marzo 1944 quando varcarono il fronte per raggiungere il territorio liberato. Cfr. ivi, Banda Popoli, dichiarazione di Camarra Natale dell’ottobre 1946. Nella dichiarazione del 15 settembre 1946, i fratelli Hanau, direttori del giornale indipendente bolognese “La Voce del Popolo”: «Fanno presente, che attualmente, coprono le cariche di Vice e di Presidente della Confederazione Perseguitati Politici Antifascisti “C. Hanau”, e che subirono persecuzioni ferocissime, confino, carcere, esilio, perché mai si piegarono alle imposizioni dei fascisti. Nel periodo cospirativo furono perseguiti da una triplice condanna a morte, inasprita per la loro molteplice attività partigiana su vari fronti. Il fratello GIORGIO, è stato arso vivo nei forni crematori di Auschwtz [sic!] (Polonia); il padre Prof. CARLO, (a cui s’intesta la Confederazione) morì a seguito persecuzioni fasciste; anche il fratello GINO, è deceduto nel 1929, a seguito percosse appioppategli dai sicari in camicia nera», ivi, dichiarazione di Lino e Ugo Hanau del 15 novembre 1946.
1348 Cfr. ivi, relazione della banda a firma del responsabile militare e capo banda Camarra Natale.
1349 Descrisse il Camarra che la discesa avvenne in condizioni proibitive per la presenza di una coltre nevosa di circa due metri, ed a prezzo di sforzi inauditi dovendo trascinare con sé quel che restava dell’equipaggiamento. Cfr. ibidem.
1350 Cfr. ibidem.
1351 Cfr. ibidem. «Ad onor del vero c’era da temere la sola vigilanza dei tedeschi e non delle autorità italiane. I vari podestà si sarebbero ben guardati dal denunciare ai tedeschi l’attività degli organizzati», ibidem. Testimonianza in qualche modo emblematica della vita dei partigiani in questo periodo fu resa da Maselli Luigi Giulio che sfollato con la famiglia a Roccacasale, accolse nella propria abitazione un ex prigioniero inglese nonostante «il pericolo che incombeva su me e sulla mia famiglia», ricorrendo ad ogni tipo di furto - «le biade gli otri e tutto ciò che capitava a tiro» - per provvedere al loro sostentamento. Ivi, relazione di Masella Luigi Giulio.
1352 Cfr. ivi, relazione della banda a firma del responsabile militare e capo banda Camarra Natale. Anche nella cittadina il pericolo maggiore era costituito dai tedeschi e non già dalle autorità civili: in particolare «il Podestà di Popoli Antonio Verna era addirittura un collaboratore della Banda e si era molto prodigato per i rifornimenti alimentari», ibidem. Antonio Verna, nato a Popoli (PE) il 13 novembre 1906, ha svolto attività di patriottica nella banda. Cfr. ivi, schedario patrioti.
1353 Ivi, Banda Popoli, relazione della banda a firma del responsabile militare e capo banda Camarra Natale.
1354 Ibidem.
1355 Cfr. ibidem.
1356 Cfr. ibidem. «[…] vedi recupero del materiale della scuola di avviamento», ibidem.
Fabrizio Nocera, Le bande partigiane lungo la linea Gustav. Abruzzo e Molise nelle carte del Ricompart, Tesi di Dottorato, Università degli Studi del Molise, Anno Accademico 2017-2018

martedì 28 maggio 2024

La sede dell’A.M.G.A. a Genova

Palazzo AMGA, Via SS. Giacomo e Filippo, Genova, 1960. Autore foto ignoto. Archivio Storico AMGA, fotografie edificio SS. Giacomo e Filippo. Fonte: Tomaso Lanteri Minet, Op. cit. infra

Prospetto su Via SS. Giacomo e Filippo. Mario Labò, Luigi Carlo Daneri, Progetto AMGA, Via SS. Giacomo e Filippo, Genova, 1951. Archivio Progetti Edilizi Comune di Genova, n. protocollo 298/1951. Fonte: Tomaso Lanteri Minet, Op. cit. infra

Labò nel 1949 progettò con Daneri la nuova sede degli uffici amministrativi dell’Azienda Municipale Gas e Acqua (A.M.G.A.) <1 a ridosso delle rovine belliche della chiesa e del convento di SS. Giacomo e Filippo. L’area nel dopoguerra si presentava fortemente sinistrata con gravi danni sia negli edifici lungo il fronte strada sia nel complesso conventuale con il crollo quasi totale della chiesa e di alcuni corpi di fabbrica del convento. Il Piano di Ricostruzione prevedeva per l’area oggetto di intervento, ovvero la porzione in affaccio sul fronte strada, la ricostruzione di civili abitazioni senza alcuna prescrizione né sulle volumetrie, né sull’impianto urbano, rimandando all’osservanza del regolamento edilizio <2. Appare strano come il Piano di Ricostruzione, redatto negli stessi anni del progetto della sede dell’A.M.G.A. non menzioni, come destinazione edilizia, la possibilità di costruire un edificio pubblico per uffici e non introduca, a livello planimetrico, l’ingombro del corpo di fabbrica disegnato da Labò e Daneri.
Lo sviluppo dell’edificio avviene su otto piani, con un’altezza quasi uguale a quella dei primi edifici, verso Piazza Corvetto, di Via SS. Giacomo e Filippo. Il corpo di fabbrica appare compatto e sono subito leggibili e riconoscibili la parte basamentale e il coronamento arretrato rispetto al filo facciata. Il fronte principale trova il suo affaccio su Via Serra. Qui una struttura trilitica viene posta in aggetto rispetto al fronte. Una struttura di pilastrini in calcestruzzo intonacato ripartiscono la struttura in aggetto in tre parti <3. A sua volta ognuna delle tre ripartizioni viene sottoripartita attraverso il disegno dei profili fissi dei serramenti che consentono l’apertura di tre finestre a tutt’altezza <4. La gerarchia degli elementi di calcestruzzo nella parte in aggetto del fronte appare chiara; risultano essere di sezione maggiore la cornice dell’intera struttura e degli elementi orizzontali posti a quota dei marcapiani, mentre le ripartizioni compositive hanno una dimensione minore. L’intento compositivo è quello di inquadrare le bucature della parte a sbalzo del fronte con grandi cartelle in cemento armato.
La soluzione del basamento appare interessante. Qui l’elemento murario si smaterializza lasciando spazio a un’importante parete vetrata priva di suddivisioni, posta a filo con la parte in aggetto presente lungo lo sviluppo in alzato del fronte. Setti murari in calcestruzzo formano, dunque, un parallelepipedo autonomo, privo di ogni continuità di linee compositive con il restante sviluppo della facciata. L’elemento appare anche fortemente a-tettonico poiché è stato pensato e realizzato sospeso da terra. Gli elementi strutturali, costituiti da pilasti a sezione circolare in calcestruzzo armato, trattato con un effetto bocciardato, vengono lasciati a vista, ma posti arretrati rispetto alla facciata <5.
Il prospetto laterale, ad est, si affaccia su Via S. Bartolomeo degli Armeni ed è costituito da un imponente blocco monolitico ritmato da sette bucature disposte in asse. In adiacenza, ma arretrato rispetto il filo strada, è stato progettato un corpo edilizio di altezza minore e senza rivestimento lapideo che costituisca la cerniera tra il netto volume dell’A.M.G.A. e le preesistenze architettoniche poste ad una quota differente. Il rivestimento del prospetto est contribuisce a dare all’edificio un aspetto monolitico dove, per sottrazione, sono state scolpite le finestre. Privi di bucature sono i prospetti a nord e il prospetto a ovest: il primo viene posto in adiacenza ai corpi edilizi danneggiati del convento di SS. Giacomo e Filippo; il secondo è previsto in continuità con un nuovo edificio da costruirsi <6.
L’ingresso all’edificio avviene dalle due aperture disposte in adiacenza al corpo centrale in aggetto. Un setto murario divide i due accessi: quello carrabile, per raggiungere il cortile interno, da quello per varcare la soglia di ingresso al corpo di fabbrica. I sette gradini, disposti prima dell’accesso, conferiscono all’edificio la valenza di una architettura pubblica e consentono al solaio del piano terra di disporsi a una quota più alta rispetto a quella del filo strada, potendo così ottenere un piano semi-interrato.
Il corpo scala a doppia rampa parallela, così come i due vani corsa ascensore si attestano di fronte all’ingresso, mentre gli spazi per l’accoglienza al pubblico si trovano sulla destra. E’ presente anche una scala di servizio accessibile dal solo personale interno. La disposizione in pianta del piano terra è lasciata particolarmente libera; infatti, solo una serie di pilastri strutturali determina lo spazio interno. La stessa maglia di pilastri si ritrova ai piani superiori. Anche qui lo spazio distributivo interno consente una rimodulazione degli spazi.
La disposizione e le suddivisioni interne si ripetono a tutti i livelli. L’unica differenza sta nella distribuzione degli uffici totalmente illeggibile in prospetto; infatti, dietro un fronte unitario alcune volte troviamo ampie sale riunioni, altre volte invece locali per il lavoro di una o due persone.
Il piano d’attico risulta essere arretrato rispetto al filo facciata sul fronte principale e sul prospetto a est. Un ampio terrazzo corre intorno all’edificio. Il parapetto è costituito da un muretto d’attico che si sviluppa in continuità, sia per materiale, sia per allineamento con il resto del prospetto.

Sala conferenze con cinematografo. Palazzo AMGA , Via SS. Giacomo e Filippo, Genova, 1960. Autore foto ignoto. Archivio Storico AMGA, fotografie edificio SS. Giacomo e Filippo. Fonte: Tomaso Lanteri Minet, Op. cit. infra

Nel piano seminterrato è collocata una sala per proiezioni e conferenze. Particolarmente interessante è la struttura in cemento armato composta da cinque travi inclinate collegate con un elemento ad arco. Questa scelta strutturale, oltre a determinare il carattere estetico della sala conferenze/sala proiezioni, consente di non aver pilastri in centro all’ambiente e che avrebbero interrotto la continuità con la griglia strutturale dei piani soprastanti. Il progetto trovò ampi consensi all’interno del panorama cittadino; infatti, nel marzo del 1950 venne esposto alla “Mostra del Comune” voluta dal Sindaco Adamoli per presentare i principali interventi edilizi portati avanti dal comune dopo la fine della seconda guerra mondiale <7.
Un primo parallelismo può essere compiuto con un altro progetto sviluppato dallo stesso Labò per una chiesa in Via Napoli realizzata nel 1956 <8. Qui la struttura in calcestruzzo viene resa esplicita e lasciata a vista. Essa ripartisce l’intradosso della copertura diventando l’elemento di decoro della navata, contribuendo a fornire lo stesso sentimento di tensione strutturale allo spettatore che è presente nella sede dell’A.M.G.A.. Una forte connessione può essere trovata con il progetto di D. Osterland nella chiesa di S. Martiktkirche ad Hannover, realizzata tra il 1946 e il 1953. Forti appaiono le connessioni tra il progetto di Labò e quello di Osterland, soprattutto per quanto riguarda la copertura e il giunto tra pilastro e travetti della copertura, lasciati a vista <9. Inoltre, il progetto di Labò e Daneri anticipa soluzioni compositive, dell’edificio ad uffici di Via Fassio ultimato nel 1958.
Anche in questo progetto una griglia in calcestruzzo ripartisce l’intero sviluppo della facciata ad esclusione del piano terra, dove trovano spazio le ampie aperture dei locali commerciali, e del piano primo, dove il tamponamento è affidato a una parete di vetrocemento. I rapporti compositivi tra basamento e sviluppo del fronte risultano non avere una diretta correlazione, cosa che non accadde nel progetto della sede dell’A.M.G.A. <10.
[NOTE]
1 Iter pratica edilizia: 16 febbraio 1950 approvazione progetto da parte della Commissione Edilizia con delibera n° 303; 15 maggio 1951 parere favorevole reparto Igiene e Sanità; 1 giugno 1951 parere favorevole della Soprintendenza con prescrizione di distacco dal caseggiato da ricostruirsi sulla Via; 2 aprile 1951 presentazione progetto di variante in corso d’opera con modifiche delle tramezzature interne e del corpo scala a nord per consentire il collegamento con la Scuola Galliera.
2 Il Piano di Ricostruzione prevedeva per l’area compresa tra Via SS. Giacomo e Filippo, Via Assarotti e Via S. Bartolomeo degli Armeni che la chiesa di SS. Giacomo e Filippo, in adiacenza ai corpi conventuali, non veniva ricostruita. Invece, l’impianto a corte del convento veniva riprogettato solo in parte sul sedime e con le altezze di quello esistente; infatti due ali dell’edificio religioso sorgevano su un nuovo sedime, mantenendo, tuttavia, costante la superficie della corte.
3 Il primo progetto ripartiva la struttura in aggetto, su Via SS. Giacomo e Filippo, in quattro parti. Archivio della Regione Liguria, Fondo Genio Civile, edifici pubblici, AMGA.
4 Ai profili dei serramenti vengono anteposti tondini di sezione ridotta in acciaio verniciato nella stessa tinta della parte in aggetto.
5 Pietro Domenico Patrone, Daneri, Sagep, Genova, 1982, p. 103.
6 Ibidem. L’edificio in adiacenza al fronte del palazzo dell’A.M.G.A. venne realizzato successivamente riprendendo l’allineamento, l’altezza globale del fronte su filo strada e l’altezza di interpiano del progetto di Labò e Daneri. Nel 1957 venne presentata al Ministero dei Lavori Pubblici e al Comune di Genova una proposta di variante (che negli anni successivi venne realizzata) al Piano di Ricostruzione del Comune di Genova con l’impostazione del disegno planimetrico dell’edificio residenziale da costruirsi in adiacenza all’A.M.G.A. Elaborati grafici e iter della pratica della variante al Piano di Ricostruzione sono depositati presso l’Archivio Storico Comune di Genova, Fondo Urbanistica, Scatola 39, Variante Piano Ricostruzione Via SS. Giacomo e Filippo.
7 Azzo Toni, La mostra del Comune, in “Genova. Rivista mensile del Comune”, n. 3, marzo, 1950, p. 150. Il modello del palazzo dell’A.M.G.A. era posto davanti ad una cascata d’acqua a testimonianza delle lavorazioni che l’azienda municipale stava compiendo, non solo per fornire nuovi uffici all’ente, ma anche per aumentare la disponibilità di acqua potabile in tutte le case potenziando le fonti di approvvigionamento e la rete di distribuzione. Alla mostra Labò presentava anche il suo progetto per la ricostruzione del teatro Carlo Felice.
8 In entrambi i progetto l’intento è quello che l’elemento strutturale diventi ornamento contribuendo, inoltre, a definire il carattere della costruzione.
9 Labò per le sue soluzioni appare plausibile avere assunto come riferimenti, oltre al progetto di Osterlen, il progetto di ampliamento della stazione di Termini del 1946 a firma di Mario Ridolfi, Aldo Carbelli, Mario Fiorentino, Ludovico Quaroni, Aldo Caré e Vittorio Ceradini.
10 Warner Sironi, L’architettura di Luigi Carlo Daneri. Una vicenda razionalista italiana, Libraccio Editore, Milano, 2013, pp. 51-55.

Tomaso Lanteri Minet, Mario Labò. La produzione architettonica e il ruolo di promotore culturale nella prima metà del XX secolo, Tesi di dottorato, Alma Mater Studiorum Università di Bologna, 2017

domenica 19 maggio 2024

I paesi dell’est Europa iniziarono a stringere una serie di accordi bilaterali con l’Urss


Ci sono diverse ragioni alla base della mancata presa di posizione nei confronti delle mire espansionistiche sovietiche. In parte, ad influire fu la debolezza caratteriale e fisica mostrata dal Roosevelt nelle trattative con Stalin, a Yalta <292. Bisogna inoltre avere presente la volontà di far sentire Stalin un membro effettivo ed integrato della comunità internazionale, senza discriminare o indispettire in alcun modo il leader sovietico. Espandere la propria influenza sui paesi limitrofi avrebbe fornito a Stalin le garanzie necessarie contro un attacco da occidente, e l’atteggiamento condiscendente degli Stati Uniti lo avrebbe ben predisposto verso la partecipazione al sistema di sicurezza collettivo. Inoltre, la deferenza verso la politica sovietica si giustifica anche con la necessità di preservare la pace internazionale, non provocando l’ira del capo sovietico. Un obiettivo, questo, che per essere raggiunto implicava qualche piccola concessione territoriale a Stalin. Infine, le origini della tolleranza statunitense vanno anche ricercate nella convinzione che per una grande potenza fosse fisiologico esercitare il proprio predominio sugli affari interni dei paesi limitrofi minori e che, nel caso specifico, l’Europa orientale fossse un’area di naturale interesse per l’Unione sovietica, in quanto gli Stati Uniti non potevano sobbarcarsene la responsabilità per ragioni geografiche e politiche <293. Tutte queste interpretazioni, prese nel loro insieme, contribuiscono a descrivere la natura dell’accettazione statunitense nei confronti dell’influenza sovietica in Europa orientale. Ad ogni modo, da parte degli Stati Uniti emerge spesso la constatazione che il destino dell’Europa orientale non fosse tanto importante di per sé, quanto piuttosto per la potenziale minaccia alla distribuzione del potere e alla pace che l’egemonia sovietica rappresentava nell’ambito di un’Europa libera e integrata. Le conferenze che nel dopoguerra dettarono l’ordine mondiale post-bellico furono il riflesso delle esigenze statunitensi di preservare l’influenza sovietica sui balcani, pur facendo in modo che l’autodeterminazione e l’indipendenza dei governi dell’est Europa fossero sempre garantite.
I rapporti tra Stati Uniti e Unione Sovietica iniziarono ad inclinarsi al momento dei negoziati di pace con Romania, Bulgaria e Ungheria. Concluse a Parigi nel febbraio 1947, le trattative finirono con “l’accentuare il processo di divisione già iniziato a Potsdam determinando sia da parte degli Stati Uniti che da parte dell’Urss prese di posizioni che inevitabilmente portarono al consolidamento delle rispettive zone di influenza” <294. Le notizie che iniziavano a giungere dall’Europa orientale avevano spinto alcuni settori dell’amministrazione Truman a ripensare la politica americana nei confronti dell’Urss. Da alcuni comportamenti di Stalin, cominciava ad essere chiaro che il capo sovietico non aveva alcuna intenzione di rispettare le promesse fatte a Yalta, e di limitarsi ad esercitare quell’influenza “legittima” sui paesi balcanici che gli americani auspicavano, ma che invece mirava ad una vera e propria estensione del sistema sovietico, attraverso la progressiva instaurazione di governi fantocci, ognuno sorto in seguito alle specifiche vicende interne ai paesi ma tutti ugualmente basati sull’abolizione delle libertà civili, sulla corrispondenza al modello sovietico e sull’emarginazione degli oppositori politici <295. Al termine della guerra, in quasi tutti i paesi dell’Europa orientale si erano formati governi di coalizione, detti di unione nazionale, da cui erano esclusi solo i partiti fascisti <296. A partire dal 1946, tuttavia, il partito comunista di ciascuno di questi paesi cominciò ad acquisire maggiore potere attraverso l’assunzione del controllo della polizia segreta, del Ministero degli Interni e di quello della Difesa, ma anche attraverso il controllo dei principali mezzi di comunicazione <297. In più, i paesi dell’est Europa iniziarono a stringere una serie di accordi bilaterali con l’Urss in tema di difesa militare e cooperazioine economica e culturale <298. Il passaggio al pieno comunismo, ovvero l’esclusione o l’assorbimento totale di ogni altro partito politico, fu completato nel 1948, e segnò l’inizio del controllo sovietico totale sulla regione, del ruolo direttivo dello Stato sull’economia e della rottura definitiva con l’Europa occidentale.
In Romania, nel 1947 re Michele fu costretto ad abdicare. L’anno successivo si arrivò alla fusione dei partiti socialista e comunista, e all’offensiva contro quei membri del partito comunista la cui fedeltà a Mosca era messa in dubbio. Tra questi, anche il leader Lucretiu Patrascanu fu accusato di deviazione nazionalista ed estromesso dalle sue cariche. Inoltre, nel 1948 fu proclamata la repubblica popolare rumena, fortemente ricalcata sull’esempio sovietico, e basata su una Costituzione perfettamente allineata alle esigenze di Mosca299. In Ungheria, dopo la proclamazione della Repubblica (gennaio 1946), il leader comunista Ràkosi assunse un ruolo egemone nella vita politica ungherese e avviò le epurazioni all’interno del partito comunista. Una delle vittime più celebri fu l’ex Ministro degli Interni e degli Esteri Rajk, giustiziato con le accuse di spionaggio, titoismo e tradimento <300. Nel 1948, dalla fusione tra il partito comunista e quello socialdemocratico, nacque il Partito ungherese dei lavoratori. L’anno successivo fu infine introdotta una costituzione di tipo sovietico. In Bulgaria, allo stesso modo, la proclamazione della Repubblica (1946) non impedì la presa del potere da parte dei comunisti attraverso il ricorso alle epurazioni dei soggetti accusati di tradimento, alla progressiva soppressione degli altri partiti e ad una nuova Costituzione (1947) ispirata al modello sovietico e molto lontana dal sistema parlamentare rappresentativo <301. In Polonia, invece, le elezioni politiche del 1947 portarono alla vittoria del partito comunista e di quello socialista, legati da un patto di unità d’azione, e da quel momento il paese subì un irrigidimento delle istituzioni e della politica in senso stalinista. Gomulka, fautore dell’indipendenza e contrario alla collettivizzazione affrettata delle campagne, fu rimosso dalle sue cariche e “posto sotto custodia” <302. Inoltre, anche in questo caso si arrivò alla fusione tra il partito socialista e quello comunista, che diedero vita al Partito operaio unificato polacco (Poup). Nel 1952 fu proclamata la Repubblica popolare polacca e venne varata una nuova Costituzione di tipo sovietico <303. In ultimo luogo, nel 1946 anche in Cecoslovacchia i comunisti divennero la forza di maggioranza. Una crisi di governo provocò un’ondata di manifestazioni di massa e spinse i rappresentati dei partiti non comunisti alle dimissioni. Il leader comunista, Gottwald, ne approfittò per formare un nuovo governo a maggioranza comunista e socialista. In questo stesso periodo, la Cecoslovacchia raggiunse l’apice delle epurazioni, con l’eliminazione fisica di leader comunisti come Vladimir Clemensis e Slanský, si dotò di una nuova Costituzione di stampo sovietico, e dichiarò la Repubblica democratica popolare. Negli anni successivi, in questi paesi venne avviato un processo di radicale trasformazione politica, economica e sociale, attraverso lo sviluppo dell’industria pesante, la nazionalizzazione dell’industria privata e la collettivizzazione agricola. Questa fase si sarebbe protratta fino al 1953, quando la morte di Stalin e il ricambio dei vertici avrebbero inaugurato la stagione della cosiddetta “destalinizzazione” caratterizzata dalla progressiva separazione tra partito e governo e dalla fine del monolitismo stalinista. La destalinizzazione non toccò gli aspetti di fondo del sistema, come ad esempio l’allineamento sul modello sovietico o il rigido controllo ideologico, ma nella maggior parte dei casi contribuì ad allontanare dal governo gli elementi maggiormente collusi con il vecchio sistema, ad abbandonare gli aspetti più dannosi per l’economia locale e a garantire un margine di autonomia ai leader locali <304.
La necessità di cambiare strategia nei confronti dell’Est Europa concise con l’elezione di Harry Truman e con la svolta che il nuovo Presidente impresse alla politica estera americana. Un altro fattore che determinò la politica di energica contrapposizione alla dominazione sovietica in Europa orientale fu il possesso dell’arma atomica, impiegata per la prima volta nell’agosto 1945, che alterava radicalmente l’equilibrio del potere e rendeva gli Usa meno inclini ad accordi e concessioni <305. La rapida diffusione del modello comunista in Est Europa accrebbe la necessità di intensificare gli sforzi e ridurre la dominazione sovietica nei paesi satelliti, sostituendola con governi democratici che prendessero parte alla comunità internazionale <306. Volendo in ogni caso escludere l’opzione della guerra, poco sostenibile in quel determinato momento storico, gli scopi individuati in questo senso erano molteplici, e comprendevano il tentativo di utilizzare il potere economico degli Usa, di mettere in campo operazioni psicologiche; infine di consolidare la forza attrattiva del modello statunitense sulle popolazioni dell’est <307. Inoltre, gli obiettivi degli Stati Uniti in Europa orientale dovevano consistere nel: a) respingere le forze militari sovietiche dietro i confini dell’Urss; b) isolare gli stalinisti dalle forze nazionali e dal supporto popolare; c) attaccare il dogma stalinista della subordinazione all’Urss e incoraggiare il nazionalismo; d) esercitare una maggiore pressione di carattere economico in maniera tale da alterare i rapporti tra Urss e paesi satelliti <308. Se il controllo sovietico sull’Europa orientale non poteva essere evitato, ma soltanto contenuto entro limiti accettabili imposti dal principio dell’autodeterminazione e dall’internazionalismo americano, bisognava comunque mantenere un’influenza economica sulla regione <309. Questa era infatti l’unica possibilità di esercitare quel potere sull’Europa orientale che dal punto di vista politico era inibito dalla presenza sovietica, con la prospettiva di generare delle ripercussioni anche nelle altre sfere della vita politica, militare e sociale. Inoltre, l’influenza economica in Europa orientale avrebbe garantito agli Stati Uniti l’opportunità di avere libero accesso commerciale alla regione, e di posizionarvi investimenti e beni statunitensi.
Washington era quindi intenzionata, almeno formalmente, a mantenere separate le considerazioni politiche dalle esigenze di natura economica <310. Uno degli strumenti che ritenne più efficace per penetrare commercialmente in Europa orientale fu quello dei prestiti e degli aiuti economici, la cui storia in Europa orientale fu assai travagliata e ostacolata da ragioni di carattere ideologico e di convenienza politica. In questa direzione, gli Stati Uniti parteciparono all’elaborazione e al sostegno finanziario della United Nations Relief and Rehabilitation Administration (Unrra) <311. Nonostante il contributo dell’agenzia nel soccorrere le nazioni maggiormente bisognose dell’Europa orientale, il programma fu sospeso a fine 1947 per volontà degli Stati Uniti che lo accusavano di sprechi, cattiva gestione finanziaria e corruzione, ma anche di fornire sostegno al comunismo <312. Esito ugualmente fallimentare ebbe la Commissione economica per l’Europa (Ece), concepita con il compito di coordinare i piani di ricostruzione dei vari paesi europei <313. Contemporaneamente, i paesi dell’Europa orientale riponevano grande fiducia nella possibilità di un sostegno finanziario diretto da parte degli Stati Uniti, che avrebbe permesso loro di soddisfare le esigenze della ricostruzione in maniera più efficace e veloce. In un primo momento gli Stati Uniti accolsero favorevolmente queste richieste, presto però divenne chiara l’impossibilità di separare le questioni politiche da quelle di natura economica <314. Per gli Stati Uniti era infatti necessario sostenere con tutti gli sforzi i paesi alleati e i paesi di importanza strategica per la nazione, ed astenersi dall’aiuto ai paesi che si fossero mostrati contrari ai principi sostenuti o che non fossero in grado, attraverso gli aiuti, di liberarsi dal dominio sovietico <315. Gli aiuti finanziari ai paesi dell’est Europa erano dunque subordinati alla dimostrazione concreta di amicizia nei confronti degli Stati Uniti. Per poter usufruire del sostegno economico statunitense, i Paesi dell’Europa orientale avrebbero inoltre dovuto rettificare quelle iniziative di politica interna che si scontravano con gli interessi economici degli Stati Uniti nella zona. Le politiche interne da modificare in base al modello statunitense erano principalmente quelle che ricalcavano il modello sovietico e riguardavano la nazionalizzazione delle industrie dei settori chiave, la pianificazione economica finalizzata all’aumento del livello di produzione e al miglioramento delle condizioni di vita della popolazione locale, e infine gli accordi commerciali conclusi con Mosca <316. In occasione dell’enunciazione del Piano Marshall, inoltre, Polonia e Cecoslovacchia, che avevano manifestato la propria adesione al piano, furono costrette a ritirarla di fronte al divieto di Stalin di prendervi parte. La partecipazione di questi paesi al piano Marshall sarebbe stata considerata un atto di imicizia contro l’Urss, e quindi i loro governi rinunciarono, loro malgrado, ad inviare la propria delegazione alla Conferenza intereuropea per il Piano Marshall, che si svolse a Parigi dal luglio a settembre 1947.
Il Piano Marshall suggellò la divisione definitiva tra Occidente e Oriente, e accelerò il processo di sovietizzazione dell’Europa orientale <317.
Un altro elemento chiave della politica degli Stati Uniti in Europa orientale fu rappresentato dalle pressioni esercitate dagli Stati Uniti per ottenere l’accesso senza restrizioni al Danubio, che avrebbe garantito agli Usa la possibilità di controllare i commerci tra gli Stati rivieraschi, con un grande vantaggio di natura economica e commerciale <318. Al fine di raggiungere questo obiettivo, gli Stati Uniti si opposero alla restituzione delle chiatte fluviali sequestrate alla Germania in Europa orientale. La completa distruzione del sistema di trasporto est europeo rendeva le comunicazioni fluviali e le imbarcazioni di vitale importanza per trasportare gli aiuti e per agevolare la ricostruzione dell’area. La questione fu molto dibattuta, anche in seno alle Conferenze di pace di Londra e di Parigi: gli Usa si dichiaravano pronti a restituire le imbarcazioni solo nel momento in cui sarebbe stato possibile raggiungere un accordo con Stalin sull’accesso al Danubio, ma i sovietici erano determinati a non cedere su questo punto <319. Infine, un’ultima questione che causò l’irrigidimento dei rapporti con Stalin in Europa orientale fu rappresentata dalle riserve di oro di proprietà dell’Europa orientale sequestrate ai nazisti e conservate nelle banche americane. Anche in questo caso, la loro restituzione avrebbe diminuito la dipendenza dei governi locali da crediti stranieri. Dopo un iniziale rifiuto, gli Usa procedettero alla riconsegna dei beni trattenuti, subordinatamente a ragioni di convenienza politica e con modalità che variarono di paese in paese in base alle specifiche vicende interne. Ad esempio, l’oro polacco fu restituito nel dicembre 1946, quando fu raggiunto un accordo sulle compensazioni, l’oro ungherese soltanto nell’agosto 1946 e quello jugoslavo al momento della rottura con la Russia. Infine, l’oro ceco era ancora trattenuto nelle casse americane all’epoca dell’amministrazione Nixon, quando erano ancora in discussione le procedure della restituzione. Per completare un quadro già abbondantemente dissestato, a questa situazione va aggiunta la condizione di Romania, Bulgaria e Ungheria, ex paesi dell’Asse gravati dal peso delle riparazioni di guerra e dalla presenza dell’Armata rossa <320. Nel tentativo di sostenere le riparazioni, i governi di questi paesi furono costretti a favorire l’inflazione e a sottoporre a rigidi controlli la produzione industriale.
In conclusione, gli Stati Uniti non riuscirono nel tentativo di coinvolgere l’Europa orientale in una sfera di commercio multilaterale, sia per l’incompatibilità con il modello di sviluppo locale che per opposizione del dominio sovietico. I governi della regione continuarono infatti a perseguire una politica indipendente basata sull’autarchia e sul bilateralismo degli accordi commerciali <321. In questo senso, l’assenza di un piano di aiuti per l’Est-Europa, la questione del Danubio e quella dell’oro trattenuto segnarono un’ulteriore sconfitta degli Stati Uniti nella regione. Nell’approccio con i governi dell’est Europa, gli Stati Uniti scelsero allora una politica di ostilità, che strumentalizzava l’immagine della “cortina di ferro” per ingigantire le differenze esistenti tra modello di sviluppo occidentale ed esperienze politiche in Europa orientale. Tutti gli sforzi successivi furono volti ad isolare maggiormente l’Europa orientale sulla base della contrapposizione internazionale con l’Urss.
[NOTE]
292 J. Hart, The Deadly Hiatus. While America Slept, in “National Review”, 15 September 1989, pp. 32-33.
293 L’opinione pubblica americana non avrebbe accettato un intervento diretto negli affari dei governi est-europei e gli interessi economici americani in Europa Orientale erano di entità assai modesta T. G. Paterson, Soviet-American Confrontation, Johns Hopkins University Press, 1975 , pp. 101-12.
294 Le questioni più controverse furono legate alla questione dell’assetto territoriale di questi paesi, delle riparazioni e del disarmo. G. Mammarella, Europa-Stati Uniti, cit. p. 52. E. Di Nolfo, Storia delle Relazioni internazionali, cit. p. 659.
295 Quest’ultimo obiettivo fu raggiunto per mezzo di “purghe”, cioè l’eliminazione fisica, o la deportazione in campi di lavoro, di coloro che erano sospettati di opposizione al regime sovietico. Dapprima rivolte esclusivamente agli oppositori del Pcus e a quelle classi considerate “sgradite”, come ad esempio la borghesia, successivamente colpirono anche quei comunisti la cui fedeltà a Mosca era messa in dubbio. Furono all’incirca 1.230.000 gli espulsi dal pc in Europa orientale fino alla morte del dittatore sovietico. A. Biagini, F. Guida, Mezzo secolo di socialismo reale. L’Europa centro-orientale dal secondo conflitto mondiale alla caduta dei regimi comunisti, Torino, Giappichelli, 1994, pp. 47 e ss.¸ P. Craveri, G. Quagliariello, L’antiamericanismo in Italia e in Europa nel secondo dopoguerra, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2004, p. 92.
296 In questo contesto, la Jugoslavia differiva dagli altri paesi est-europei, in quanto il suo partito comunista (Kpj) si trovava in una situazione di “monopolio politico” per il ruolo di capofila svolto nella resistenza ai nazisti e all’Italia, e per il fatto che il suo leader, Tito, agiva in maniera autonoma e indipendente da Mosca, fino alla rottura definitiva (1948). B. Fowkes, L’Europa orientale dal 1945 al 1970, Bologna, Il Mulino, 1994, pp. 40-4, A. M. Banti, Storia contemporanea: : dalla Grande Guerra a oggi, Bari, Laterza, 2009, p. 479.
297 Altre due tecniche attraverso cui i sovietici acquisirono il potere in Europa orientale furono: il maquillage, ovvero il ricorso alle masse come strumento di pressione, sostenendo agitazioni e dimostrazioni in favore del partito comunista, e la cosiddetta “tattica del salame”, e cioè l’epurazione dai partiti comunisti dei loro membri più a destra. Ibid. pp. 38 e ss.; N. Naimark, L. Gibianskii (a cura di), The Establishment of Communist Regimes in Eastern Europe, 1944-1949, Boulder, Westview Press, 1997, p. 255.
298 K. Lowe, ll continente selvaggio: l'Europa alla fine della seconda guerra mondiale, Roma-Bari, Laterza, 2015.
299 A. Biagini, F. Guida, Mezzo secolo di socialismo reale, cit. pp. 56-60.
300 T. Judt, Postwar: La nostra storia. 1945-2005, Bari, Laterza, 2005, p. 224.
301 Ibidem.
302 A. Biagini, F. Guida, Mezzo secolo di socialismo reale, cit. p. 64; T. Judt, Postwar, cit. p. 225.
303 A. Applebaum, La cortina di ferro. La disfatta dell’Europa dell’Est. 1944-1956, Milano, Mondadori, 2016.
304 M. L. Salvadori, Storia del pensiero comunista: da Lenin alla crisi dell'internazionalismo, Milano, Mondadori, 1984, pp. 515 e ss; J. M. Le Breton, Una storia infausta. L’Europa centrale e orientale dal 1917 al 1990, Bologna, Il Mulino, 1997.
305 M. Guidetti (a cura di), Storia d'Italia e d'Europa: comunità e popoli. vol. 8, t. 2, cit. p. 409.
306 Nsc 20/1, US Objectives with Respect to Russia, 18 agosto, 1948, in T. E. Etzold, J. L. Gaddis (a cura di), Containment. Documents on American Policy and Strategy, 1945-1950, New York, Columbia University Press, 1978, pp. 173-203.
307 Frus, 1952-1954, vol. VIII, Memorandum Prepared in the Department of State, Concept and Ideas for Psychological Warfare in Europe Developed by the Chiefs of Mission Meeting at Luxembourg on September 18–19, 1953, Washington, 1 ottobre, 1953, pp. 82-86, disponibile al link: https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1952-54v08/pg_82.
308 Nsc 58, United States Policy Toward the Soviet Satellite States in Eastern Europe, 14 settembre, 1949, top secret, in in T. E. Etzold, J. L. Gaddis (a cura di), Containment. Documents on American Policy and Strategy, cit. pp. 211-223.
309 Nsc 20/1, US Objectives with Respect to Russia, August 18, 1948, in Ibid., pp. 173-203.
310 Frus, 1945, vol. V, The Secretary of State to the Ambassador in Poland (Lane), Washington, 24 novembre, 1945, p. 419, disponibile al link: https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1945v05/pg_419.
311 M. Andreis, Gli Stati Uniti e i paesi sottosviluppati: forme e problemi dell’assistenza economica da Truman a Kennedy, Torino, Einaudi, 1962, p. 10; B. Cartosio, Gli Stati Uniti contemporanei. Dalla guerra civile ad oggi, Firenze, Giunti, 2010, p. 110.
312 K. Lowe, Il continente selvaggio, cit. p. 50.
313 A. Polsi, Storia dell’Onu, Bari, Laterza, 2015.
314 J e G. Kolko, I limiti della potenza americana, cit. p. 237.
315 “Notwithstanding the listing given above, no aid of any sort to Hungary or to Czechoslovakia and Poland is advocated. The reason for this is the United States cannot give aid to all countries requiring aid on the basis of their need in sufficient amounts toh ave any real effect on the ability of allo f these countries to retain, or regain, freedom from predominant Soviet influence. From the military point of view, it is firmly believed that assistance should be concentrated on those countries of primary strategic importance to the United States in case of ideological warfare, excepting in those rare instances which presenta n opportunità for the United State sto gain worldwide approbation by an act strikingly humanitarian: for example, the recent provision of food for the famine areas of Roumania. Therefore, from the viewpoint of the National security of the United States, assistanceshould be extended to the following countries listed in order arrived at by considerino their importance to United States security and the urgency of their need in combination: 1) Great Britain; 2) France; 3) Germany; 4) Italy, 5) Greece; 6) Turkey; 7) Austria; 8) Japan; 9) Belgium; 10) Netherlands; 11) Latin America; 12) Spain; 13) Korea; 14) China, 15) The Philippines; 16) Canada”. Jcs 1769/1, United States Assistance to Other Countries from the Standpoint of National Security, April 29, 1947, in T. H. Etzold, J. L. Gaddis (a cura di), Containment, cit. pp. 71-83.
316 J., G. Kolko, I limiti della potenza americana, cit. p. 237; B. Fowkes, L’Europa orientale dal 1945 al 1970, cit. p. 56; M. Guidetti (a cura di), Storia d’Italia e d’Europa: comunità e popoli, vol. 8, L’Europa nell’orizzonte del mondo, t. 2, Il secondo dopoguerra e le trasformazioni della vita sociale, Milano, Jaca Books, 1984, pp. 353 e ss; D. M. Nuti, Managing Transition Economies, in S. White, J. Batt, P. G. Lewis (a cura di), , New York, Palgrave Macmillan, 2007, pp. 245-263; M. Kaser, J. G. Zielinski, La pianificazione nell’Europa orientale. La gestione statale dell’industria, Milano, Feltrinelli, 1970.
317 B. Fowkes, L’europa orientale dal 1945 al 1970, cit. p. 67; T. Judt, Postwar, cit. p. 120.
318 Frus, 1945-1952, vol. V, The Policy of the United States Regarding International Regulation of the Danube River, CC–93, 18 febbraio, 1946, p. 237 e ss., disponibile al link: https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1946v05/pg_237.
319 Frus, 1945, vol. I, Department of State Memorandum, Policy With Respect to the Administration of the Danube, secret, Washington, 10 luglio, p. 329, disponibile al link: https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1945Berlinv01/pg_329; Frus, 1945, vol. I, Memorandum Regarding Policy With Respect to the Administration of the Danube River, Washington, 10 luglio, pp. 330 e ss., disponibile al link: https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1945Berlinv01/pg_330.
320 E. Ehrlich, G. Révész, Tendenze economiche nell’Est europeo, in P. Anderson (a cura di), Storia d’Europa, vol. I, L’Europa oggi, Torino, Einaudi, 1993, pp. 223-309.
321 J. e G. Kolko, I limiti della potenza americana.cit. p. 270.
Letizia Marini, Resistenza antisovietica e guerra al comunismo in Italia. Il ruolo degli Stati Uniti. 1949-1974, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Macerata, 2020

lunedì 13 maggio 2024

Ufficiali americani che, in mezzo alle sparatorie, osservano il Battistero di Firenze

Firenze: il Battistero. Fonte: Wikipedia

Contrariamente alla static map della regione, le geografie della Resistenza si reggono su una dynamic map la cui funzione principale è permettere lo spostamento dei personaggi da un punto geografico all’altro. Tra le ragioni principali per cui il contratto toponimico alla base delle geografie della Resistenza viene rispettato, dunque, c’è il suo utilizzo in relazione alla funzionalità narratologica che gli spetta: le qualità visuali dello spazio come i marcatori stradali, i numeri delle case e i nomi degli edifici e delle strade, prima di corrispondere a una precisa intenzione ideologica della narrazione, si propongono come uno strumento narrativo indispensabile per la messinscena dell’itinerario dei personaggi e, dunque, per la logica interna della narrazione.
Il quarto episodio di Paisà è interamente incentrato sul moto a luogo. I protagonisti rosselliniani camminano per la città, condividendo una stessa speranza: rintracciare le persone amate in mezzo al caos bellico. Il loro percorso consiste in un continuo spostamento da un posto di Firenze all’altro che rende la città leggibile, per dirla con Lynch, ovvero uno spazio che, benché raso al suolo, mantiene una possibilità di orientamento per chi lo percorre. L’itinerario dei due personaggi viene sospeso solo in due sequenze: la prima riguarda l’incontro dei due viaggiatori con gli ufficiali americani che, in mezzo alle sparatorie, osservano il Battistero di Firenze e che, incuriositi dal nome del campanile laggiù, prestano poca attenzione alle domande dell’uomo riguardo alle loro strategie per la liberazione della città. Il loro sguardo panoramico sulla città corrisponde piuttosto a quello di due turisti, completamente disinteressati alla realtà storica o a quella personale dei personaggi, come confermato dal binocolo, elemento attraverso cui viene filtrato lo spazio bellico. Nella seconda sospensione dell’itinerario dei due viaggiatori, ci si imbatte in una simile percezione di Firenze da parte di un vecchio generale che osserva la guerra da un punto sollevato, dal balcone della sua casa dove i due viaggiatori finiscono nel tentativo di ottenere ulteriori indicazioni spaziali necessarie per il proseguimento del loro percorso.
Assieme al binocolo, appare un altro oggetto dalla forte carica semantica: la mappa consultata dal generale che, seguendo la guerra a distanza, annota i luoghi da dove arrivano le pallottole. Tutti e due gli esempi si addicono nuovamente all’opposizione tra luogo e spazio, ossia tra la mappa e l’itinerario come definiti da De Certeau. Da un lato, Firenze viene vissuta come lieu, come uno spazio astratto, filtrato dal «totalizing and static overview of the solar Eye» (De Certeau, 1984, p. 93) degli alleati e del generale, dall’altro invece, come espace da chi la percorre e da chi, proprio in questa pratica del camminare, trasgredisce e riscrive il territorio bellico. In questo secondo caso, l’itinerario si profila come una pratica spaziale che non viene più confinata alla descrizione totalizzante del luogo, ma al movimento che si propone contemporaneamente come un atto trasgressivo dello spazio esperito nella sua forma più elementare, da Wandersmanner, e come un elemento diegetico che permette lo svolgimento dell’intreccio. La differenziazione tra i due diversi modi di rapportarsi con la Firenze resistenziale corrisponde a un’opposizione che Ryan ha presentato in termini di mappa statica e mappa mobile: il punto di vista degli stranieri e del generale incarna la prospettiva di un occhio sopraelevato, una proiezione verticale che circoscrive lo spazio dell’ambientazione dividendolo in segmenti e concordandolo con «un algoritmo sistematico» (Ryan, 2003, p. 218). Al contrario, l’itinerario dei due personaggi permette una visione dello spazio snodata man mano che il racconto procede, svelando lo spazio gradualmente e da un punto di vista dinamico, dalla prospettiva interna del soggetto in movimento. Il tour si contrappone alla mappa, proprio perché rappresenta l’esperienza di un viaggiatore. Si tratta di una pratica spaziale con cui i personaggi colti nello spostamento tentano di “leggere” lo spazio in base a «immagini eidetiche» (Tuan, 1975, p. 208), ovvero a marcatori spaziali individuati sul posto.
Ana Stefanovska, Lo spazio narrativo del neorealismo italiano, Tesi di Dottorato, Università degli Studi di Padova, 2019

lunedì 6 maggio 2024

L’apprendimento basato sui giochi prevede la partecipazione attiva dello studente a differenti livelli


Le Game-Based sono metodologie che utilizzano il gioco come elemento facilitante l’apprendimento (Plass, Homer & Klinzer, 1015; 2015; Kapp, 2012). Mentre il soggetto gioca apprende le conoscenze che il gioco stesso vuole veicolare.
Permettono ai soggetti in apprendimento di controllare e assumersi la responsabilità di ciò che si apprende; possono essere utilizzati in maniera personalizzata perché flessibili in termini di tempistiche e modalità di utilizzo (Giampaolo, 2019). L’uso dei giochi per l'apprendimento dei concetti risulta essere utile per diversi elementi: crea un contesto sicuro e non giudicante in cui gli errori sono tollerati; stimola a superare gli ostacoli (McGonigal, 2011); consente ai giocatori di misurare autonomamente il proprio livello e lo stato di avanzamento rispetto a quanto e cosa si è appreso e avere percezione dei traguardi e questo motiva chi gioca ad andare avanti e lavorare sui propri obiettivi.
L’apprendimento basato sui giochi prevede la partecipazione attiva dello studente a differenti livelli, offrendo occasioni di coinvolgimento in attività impegnative che richiedono alti livelli di riflessione ed elaborazione (San Chee, 2013), fino al raggiungimento di un obiettivo (che coincide con la vincita della partita). L'interazione tra meccaniche, azioni del giocatore e risultato è guidata da un approccio simile a quello dell’indagine scientifica: formulazione di ipotesi, raccolta di evidenze sperimentali e proposta di una soluzione; al termine del processo, si integra quanto osservato e si formulano nuove ipotesi, ripetendo poi il ciclo. Il gioco fornisce feedback (che corrispondono alle evidenze) tramite, ad esempio, i punti o il superamento dei livelli. Ogni progresso o regresso viene comunicato chiaramente ai giocatori che grazie a questo feedback, apprendono (Mattiassi, Ghirarduzzi & Bacaro, 2022).
In altri termini quando si parla di Game-Based Learning ci si riferisce a un ambiente in cui gioco e giocare sviluppano l’acquisizione di abilità e conoscenze “and where game activities involve problem solving spaces and challenges that provide players/learners with a sense of achievement” (Qian & Clark, 2016, p. 51). Si tratta cioè di un modello di apprendimento centrato sulle strategie ludiche utilizzate per obiettivi specifici prefissati. Il gioco diviene uno strumento educativo (da ludico a ludiforme) nelle mani di chi lo progetta: i giocatori giocano invece per il piacere di farlo.
Le metodologie che rientrano in questo approccio possono essere suddivise in tre categorie:
1. l’utilizzo di giochi commerciali in attività di apprendimento in cui nella fase di “debriefing” si analizza il gioco svolto al fine di generalizzare le nuove conoscenze;
2. la progettazione o la realizzazione di giochi su commissione per affrontare argomenti specifici;
3. la progettazione e lo sviluppo di un gioco da parte degli studenti, al fine di imparare attraverso la progettazione. (Shabalina, Malliakaris, Tomos & Mozelius, 2018).
I principi (Perrotta, Featherstone, Aston & Houghton, 2013) che sorreggono il Game-Based Learning sono:
1. motivazione intrinseca: giocare è un’attività volontaria e autocondotta. Il gioco è una forma di apprendimento dal momento in cui si decide iberamente di stare dentro a un sistema di regole, ostacoli da superare, soluzioni da ricercare;
2. l’apprendimento è veicolato dal divertimento: i giochi generano piacere nei giocatori che percepiscono così la fatica in modo differente;
3. l’autenticità: il contesto di apprendimento è un contesto reale, situato, condiviso e talvolta co-costruito dai giocatori stessi;
4. autostima e autonomia: il giocatore impegnato nell’attività ludica migliora la fiducia in se stesso e diviene autonomo, padrone del processo grazie alla possibilità di poter procedere per tentativi ed errori senza frustrazioni;
5. imparare facendo: l’apprendimento tramite il gioco avviene facendo ed esperendo.
Gli autori a tali principi legano alcuni meccanismi che contribuiscono alla realizzazione dei principi e che possono fornire supporto alla progettazione ludica.
Tali meccanismi sono:
- la tipologia di regole;
- la necessità di fissare obiettivi chiari;
- la necessità di far utilizzare ai giocatori la propria fantasia e la creatività;
- i livelli di difficoltà nel gioco;
- l’interattività e i feedback;
- elementi sociali che consentono di costruire legami e relazioni.
La gamification consiste nell’utilizzo di elementi tipici del gaming in contesti esterni al gioco stesso (Deterding, Dixon, Khaled & Nacke, 2011). Tale metodologia origina dal mondo informatico e in particolar modo dai videogames, di cui ripropongono i principi di progettazione e di meccaniche di gioco come ad esempio:
- proprietà, ovvero possedere punteggi, badge, premi;
- realizzazione, ossia superare delle prove di difficoltà crescente da affrontare soli o in gruppo;
- status, ovvero il livello posseduto da ciascun giocatore visibile a tutti gli altri membri;
- comunità collaborative e sfide, ovvero ostacoli, anche a tempo, da risolvere da soli o in collaborazione. (Vassileva, 2012).
La gamification non solo propone attività attrattive e coinvolgenti, ma rende i momenti di apprendimento come parti di un gioco rispettando le dinamiche e le meccaniche, ovvero i bisogni del giocatore e le esigenze tecniche per il buon funzionamento del gioco (Werbach & Hunter, 2012). Proprio per questo può essere adottata per la progettazione di percorsi formativi inclusivi e personalizzati, che promuovono una partecipazione del discente attiva, autonoma o strutturata in modo cooperativo (Vezzolli & Tovazzi, 2018). Un altro punto di vista è quello che vede la gamification come il miglioramento di un servizio già esistente: "Gamification refers to a process of enhancing a service with affordances for gameful experiences in order to support user’s overall value creation (Houtari & Hamari, 2014, p.20)". Sono vari infatti i contesti in cui è possibile applicare la gamification come metodo: un sito, una community, un servizio, un contenuto, permettendo così il coinvolgimento e la partecipazione degli utenti e aumentando la motivazione. I Serious Games sono giochi che supportano l’apprendimento (Stone, 2008; Cozza et al, 2021), sia in contesti formali che informali. Nascono come giochi di simulazione erogati su piattaforme informatiche in cui il giocatore interagisce in e con scenari virtuali in cui fa scelte per il perseguimento di determinati obiettivi (Mori, 2012), ma si propongono oggi anche in diverse forme, analogiche oltre che digitali. Sono costituiti da una componente educativa che prevede la conduzione di un’esperienza diretta tramite cui si apprende, e da fattori motivazionali di sfida, immaginazione e curiosità che stimolano la partecipazione del giocatore (Gunter, Kenny, & Vick, 2006). Il coinvolgimento può essere facilitato da elementi costitutivi del gioco come la storia, la grafica, la facilità di utilizzo, ma anche feedback, obiettivi e curiosità, regole che offrono un modo divertente di imparare.
Prensky (2001) fornisce una lista di caratteristiche tipiche di questa tipologia di giochi:
- forma di divertimento - offre piacere e svago;
- forma di gioco - dà un coinvolgimento intenso e appassionato;
- regole - determinano la struttura del gioco;
- obiettivi - forniscono motivazione;
- interattività - conduce al “learning by doing”;
- adattabilità - garantisce il flow;
- risultati e feedback - servono come base per l'apprendimento;
- condizioni di successo - forniscono una gratificazione dell'ego;
- conflitti, competizione, sfide e opposizioni - danno più adrenalina;
- problem solving - stimola la creatività del giocatore;
- interazione - dà forma a gruppi sociali;
- narrazione (storia) e la sua rappresentazione - entrambi servono come fonte di esperienza emotiva prima, durante e dopo il gameplay. (Baldassarre, Sacco & Di Vagno, 2023, pp.13-14)
I giochi educativi che vengono progettati per i contesti di apprendimento dovrebbero rispettare tali caratteristiche, considerando ovviamente obiettivi, target, strumenti a disposizione. La seppur recente letteratura in merito evidenzia che l’utilizzo dei Serious Games supporta lo sviluppo di capacità di ragionamento analitico, apprendimento autodiretto, abilità di cooperazione e problem solving ma anche allenamento delle capacità percettive, attentive e mnemoniche. I Serious Games possono essere utilizzati in diversi ambienti: formazione aziendale, scuola, università, disabilità e in favore di target variegati, dall’infanzia all'età adulta.
Caterina Garofano, Professionisti dell’educazione e industria creativa. La Design-Based Research come metodo per la progettazione e lo sviluppo di artefatti educativi, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Siena, 2024