In genere nei casi in cui, come quello di Barbieri, veniva presa in considerazione l’ipotesi del combattimento delle donne, anche se solo a scopo difensivo, come già era stato disposto per esempio per le donne che si addestravano per la vita coloniale, le ausiliarie venivano descritte con caratteri distanti da quelli delle donne armate e delle “donne fatali”, a cui esse erano contrapposte. Scriveva per esempio Maria Pavignano: "Non si voleva assolutamente che noi fossimo imbevute di romantiche idee di combattimento e di gloria […] La guerra è fatta di resistenza tenace, di umile dedizione, di utile e di costante fatica. […] dovunque mandate, noi avremmo dovuto essere liete, serie, utili, semplici. Niente rossetti; niente donne fatali; niente amori conturbanti e dissipatori; ma sorelle buone del soldato, ma utili donne della terra d’Italia, che se deve essere riscattata dal sangue degli uomini, deve essere vivificata dalle virtù delle donne. [….] Ho visto le mie compagne dappertutto. Sulle strade, che aspettavano i mezzi di fortuna per partire. Sui treni. Negli ospedali militari, chine su chi moriva, sorelle e madri. Nei comandi militari, utili ed attivi complementi all’attività maschile. Alle mense militari, dove portano la lieta grazia della loro femminilità; nelle cucine dove la mano femminile è indubbiamente preziosa, nelle sartorie militari, nella lavanderia, dappertutto" <139.
Il modello dell’ausiliaria veniva definito quindi per contrapposizione alle “altre”, e le caratteristiche delle volontarie venivano valorizzate in contrasto ai disvalori di quelle che erano definite “irregolari”. Veniva quindi sottolineato il carattere élitario del Saf e delle sue arruolate, che si distinguevano, come viene riportato in un articolo sulle colonne di «Donne in grigioverde» del 18 dicembre 1944, dalle “rincitrullite donne eleganti” e dalle “beghine”, “impressionate dalla sospetta promiscuità della […] vita militare”, così come dagli “uomini flosci” e dai “benpensanti”, a cui l’autrice si rivolgeva, dicendo: "Ai personaggi in oggetto si risponde una volta per sempre quanto segue: noi non desideriamo essere considerate donne per la effimera qualità del sesso, non siamo della categoria cui basta una gonna e un rossetto per esser donna. Bisogna capire quando si dice “ausiliaria” l’attributo di donna diventa un pleonasma inferiore. Perché noi in grigioverde non siamo aride copiature di certo femminile evoluzionismo forestiero, ma siamo soltanto le ardenti innamorate della Patria: e la Patria è la casa, è la famiglia, sono i figli che verranno. […] Perciò se ancora tra noi ci sono delle scorie, inevitabili per l’inversa proporzione per la qualità e la quantità (si pensi che centinaia di elementi sono stati assorbiti tra le ex addette dei Comandi militari) non si cerchi di sciorinarle al vento come stracci della polvere, come distintivi del Corpo. Si consideri che elementi fino a ieri profani delle nostre finalità non possono assurgere all’improvviso alla dignità d’animo, all’austerità di costumi, richieste alle Ausiliarie" <140.
Rispetto alla scelta tra la quantità o la qualità delle volontarie, si apre infatti un acceso dibattito, scaturito a partire da un articolo su «La Stampa» del 27 febbraio 1945, in cui si esortava a rendere più flessibile l’accesso al Saf, per avere un più alto numero di arruolamenti e poter liberare maggiori forze maschili utili per le armi. "[…] Quante sono oggi in Italia le ausiliarie? Sono certo diverse migliaia, ma poche in relazione al gran numero che sarebbe necessario. Vi sono mille attività che le Ausiliarie possono svolgere utilmente, dai servizi di cucina e di pulizia a quelli di piantone e nei magazzini; dal posti di ristoro, in linea e nelle retrovie, a tutta la gamma del lavori di ufficio e alle funzioni di interprete. Fate un breve calcolo e vedrete che vi è posto per molte e molte migliaia di donne nelle Forze Armate. Il che significa avere altrettanti uomini disponibili per il combattimento, cosa essenziale per un esercito non numeroso com’è il nostro. […] Questa suprema necessità fa sì che il problema è non solo di qualità, ma anche di quantità, e questo fine da raggiungere dev’essere tenuto presente, non solo da chi dirige il Servizio Ausiliario, ma anche dalle autorità politiche e militari, per le quali è doveroso seguire il movimento e interessarsene molto da vicino, poiché esso investe direttamente la guerra e quindi la nostra esistenza nazionale. […] Perciò è assolutamente necessario che anche il Corpo Ausiliario Femminile aumenti i suoi effettivi. L’elemento volonteroso non manca, poiché le domande sono sempre moltissime. […] E' giusto che si selezioni, ma il criterio di selettività, che finora ha variato assai da una provincia all'altra, dovrebbe basarsi sul fatto che le Ausiliarie devono essere sì delle persone serie e oneste, ma devono anche essere delle donne che sappiano vivere, pur sapendo stare al loro posto, cameratescamente, accanto ai soldati. Non si tratta di avere un Corpo di monache; per questo ci sono i conventi. […] Per voler raggiungere la perfezione, che poi è irraggiungibile, si rischia di eccedere nella rigidezza e di cadere in formalismi inutili e dannosi che allontanano dal Corpo anche elementi entusiasti e pieni di fede. La maldicenza non cesserebbe neppure se le Ausiliarie fossero tutte sante degne del Paradiso. Quindi, se è doveroso non accogliere fra le file di queste bravissime figliole degli elementi indegni, bisogna andare molto cauti, d'altra parte, nell'allontanarne senza gravi motivi di moralità e onestà. Non bisogna dimenticare che per ogni Ausiliaria che se ne va un soldato deve lasciare la linea del combattimento per sostituirla nel servizio da essa disimpegnato. Il problema è complesso e delicato, ma siamo certi che chi lo dirige con tanta fede e spirito di sacrificio lo porterà a felice soluzione. Così avremo la soddisfazione di vedere moltiplicate le falangi dell'esercito femminile. Il che significherà aumentare grandemente la potenza di quello maschile che combatte per liberare la Patria dall'invasore" <141.
La comandante del Saf Decima, Cesaria Pancheri, in risposta a queste critiche, rivendicando il carattere élitario del corpo, invece sosteneva: "Noi non vogliamo essere lo specchietto per le allodole, sfilando a centinaia di migliaia per la città, vogliamo essere effettivamente un esempio di fede e di abnegazione. Noi sostituiamo un soldato in un posto di lavoro o gli siamo vicine nei posti di conforto delle retrovie, ma gli siamo vicine non soltanto materialmente per la divisa che portiamo, ma con lo spirito e l’idea. Noi siamo poche migliaia e inesorabilmente allontaneremo da noi chi non riteniamo degne di essere con noi" <142.
Secondo gli organi dirigenti del Saf le ausiliarie dovevano essere rigidamente selezionate e corrispondere al modello della donna modesta, casta e moralmente irreprensibile. Tali caratteristiche scongiuravano infatti ogni dubbio di promiscuità a cui la vita militare comune poteva far pensare e ricomponevano all’interno dei limiti dei ruoli femminili tradizionali l’immagine conturbante della donna-soldato.
Un’ausiliaria stessa, in una lettera censurata, riprendendo i temi diffusi dalla propaganda fascista, si preoccupava di distinguere le donne “leggere” dalle ausiliarie, che invece avevano abbandonato la famiglia e gli agi per servire la Patria e manifestavano con i soldati un rapporto da “sorelle”: "[…] Noi ausiliarie non siamo fatte come tu ci chiami; siamo solamente brave donne che cerchiamo di servire la nostra Patria tanto quanto le nostre possibilità ce lo permettono. Siamo le donne che non hanno tradito ma che hanno giurato fedeltà alla Patria … sono una delle prime ausiliarie. Non ho ancora 17 anni ma credo di servire la Patria come tutte le mie compagne. Sono figlia di uno squadrista del 1919 morto da 4 anni, forse anche per questo che è così ben radicata in me la Dottrina fascista ed è per questo che amo la mia Patria e Mussolini. Ho abbandonato tutto per partire, la mamma, i giochi, gli studi, la vita comoda. Ma sono contenta, solo così posso rendermi utile, tanto più che la mia partenza è stata benedetta dalla mia mamma che adoro tanto e mi comprende tanto. Ora lavoro al Distretto militare. Qui non tutti i ragazzi la pensano come noi, i primi tempi abbiamo dovuto sostenere alcune lotte, perché non sono sorretti dalla nostra fede. Ma ora ci hanno conosciuto bene e ci rispettano e ci vogliono bene come si può voler bene a una sorella. Vorrei fare di più, ma credo che la cosa migliore che possiamo fare noi è ubbidire, perciò ci hanno destinate qui e qui dobbiamo rimanere […]" <143
Anche la comandante del Saf torinese, Anna Maria Bardia, sottolineava la volontà di normalizzare le posizioni irregolari, sia di quelle che tenevano comportamenti immorali, sia delle donne che, in armi, partecipavano ad azioni militari. Da un lato infatti dichiarava che al momento dell’assunzione del comando del corpo aveva trovato 650 donne e ragazze in servizio presso i vari comandi, addette soprattutto a lavori di pulizia e di cucina, senza che avessero assunto la figura giuridica delle ausiliarie. La maggior parte di loro, secondo la fiduciaria, mancava dei requisiti morali previsti dal decreto del Saf, e molte non intendevano assoggettarsi alla severa disciplina del regolamento del corpo. Per questo la comandante riduceva il numero delle ausiliarie a 110 unità, riservando loro mansioni impiegatizie e assistenziali, ed escludendo molte delle precedenti arruolate “per mancanza di requisiti morali: mancanza di serietà e di contegno quando si trovava[no] in mezzo ai militari” <144. Dall’altro invece osservava “che elementi femminili in servizio presso alcuni enti militari indossa[va]no indumenti di foggia maschile e, armati di mitra e moschetto, o comunque visibilmente di altra arma, segu[ivano] i reparti in azioni propriamente guerresche” e perciò disponeva che le ausiliarie venissero “impiegate nei servizi loro incombenti, stabiliti dal regolamento istitutivo del Saf”, vietando “ogni forma di esibizionismo” <145.
[NOTE]
138 L. Barbieri, Il Servizio ausiliario femminile. Coscienza delle nostre donne, «Donne d’Italia», n. 1, 8 settembre 1944, cit. in Associazione Saf, Servizio ausiliario femminile nelle forze armate della Repubblica sociale italiana, Novantico, Pinerolo, 1997, p. 33.
139 M. Pavigliano, Ausiliarie in marcia, «Sveglia!», 3 dicembre 1944, cit. in L. Ganapini, La repubblica delle camicie nere, cit., p. 233.
40 B. Panni, Una freccia a testa, «Donne in grigioverde», 18 dicembre 1944, cit. anche in M. Fraddosio, Donne nell'esercito di Salò, cit., p. 70.
141 G.Z. Ornato, Un esempio: le ausiliarie, «La Stampa», 27 febbraio 1945.
142 C. Pancheri, Qualità o quantità?, «Donne in grigioverde», 18 marzo 1945, cit. in M. Fraddosio, Donne nell'esercito di Salò, cit., pp. 69-70.
143 Acs, Rsi, Spd, Cr, b. 9, fasc. 3, Ministero delle Forze armate, Sid, Esame della corrispondenza censurata, notiziario Z n. 23, 15 aprile 1945.
144 Dichiarazione di Anna Maria Bardia, in Archivio di stato di Torino (d’ora in poi Asto), Corte d’assise speciale di Torino (d’ora in poi Cas Torino), 1945, busta 234, fasc. 21, f. 9.
145 Circolare di Anna Maria Bardia del Comitato provinciale Saf del 12 dicembre 1944, cit. in L. Ganapini, La repubblica delle camicie nere, cit., p. 237.
Francesca Gori, Ausiliarie, spie, amanti. Donne tra guerra totale, guerra civile e giustizia di transizione in Italia. 1943-1953, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Pisa, Anno Accademico 2012-2013







