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sabato 26 novembre 2022

Tra le tante stragi compiute, una assume un valore emblematico


L'"azione antibanditi", come viene definita dalle autorità di Salò, provoca da marzo a novembre 1944, 42.679 perdite (morti, feriti e catturati in combattimento, arrestati e fermati per sospetto di favoreggiamento e per renitenza e diserzione). Le regioni dove più intensa è l'attività repressiva sono: Piemonte (840 operazioni e circa 11.400 perdite inflitte), Lombardia (840 operazioni e 5.500 perdite inflitte), Venezia Euganea (400 operazioni e 8.000 perdite inflitte), Emilia (300 operazioni e 6.500 perdite inflitte), Liguria (300 operazioni e 6.500 perdite inflitte), Venezia Giulia (214 operazioni e 3.500 perdite inflitte). Considerando gli indici di efficacia delle singole azioni di rastrellamento regionali si ottiene la seguente classificazione: Emilia 28, Venezia Euganea 21, Venezia Giulia 16, Liguria 15, Piemonte 14, Lombardia 6. Nel periodo della “reazione a fondo" (luglio-settembre 1944) si raggiungono la più alta intensità e i valori massimi <779.
Lo scontro tra le forze nazifasciste e quelle partigiane assume, in modo evidente e su vasta scala, non solo il carattere della “guerra civile" quanto, piuttosto, quello della “guerra ai civili". Le attività di rastrellamento e di rappresaglia condotte dai nazisti e dai fascisti colpiscono in modo indiscriminato e criminale soprattutto le popolazioni. Non si tratta, però, di una reazione istintiva dettata dalle sconfitte militari subite e dall'avanzata  anglo-americana.
Le innumerevoli stragi compiute sono state già teorizzate dall'alleato tedesco e attuate soprattutto sul fronte orientale. In alcuni casi, insieme ai militari italiani. Dopo l'8 settembre sono state commesse anche in Italia. Dal sud al nord. Ma è soprattutto in questo periodo, in un arco di tempo relativamente breve e in un territorio relativamente ristretto, che viene esercitata una violenza disumana che segnerà drammaticamente l'esistenza di intere comunità e produrrà una spaccatura nella storia italiana che condizionerà le future vicende della guerra e del difficile dopoguerra. Lo scenario in cui si svolge l'azione è territorio italiano e italiani sono le vittime così come, in molti casi, gli stessi carnefici. E' uno scenario di sangue. Di anime straziate e di carni bruciate. Di supplizio, di tormento, di terrore. Di un qualcosa che arriva prima di esalare l'ultimo respiro. Prima di consumare con dignità l'ultimo scampolo di vita rimasto o subito dopo essersi appena affacciati sul mondo. E' qualcosa che, chi sta dall'altra parte, non riesce a immaginare <780. Può solo idealizzare. In queste terre, però, anche a cercarla, non c'è traccia della “bella morte".
[...] Le stragi compiute tra settembre 1943 e maggio 1945 sono più di 400 e provocano la morte di circa 15.000 persone <786. Sono in tanti a morire e spesso senza alcuna relazione diretta con l'attività dei partigiani. I civili sono ritenuti loro complici, anche se si tratta di vecchi e bambini. La rappresaglia nazifascista non ha limiti, neppure di tipo morale. Si manifesta sotto forme diverse, anche apparentemente contrastanti. Da una parte c'è una esibizione della violenza con fucilazioni in piazza sotto gli occhi di tutti e con l'esposizione dei corpi impiccati; dall'altra, invece, c'è un occultamento di corpi che rappresenta, in quel momento, l'eliminazione e dell'altro e dovrà servire, in seguito, a negare quanto è accaduto.
Basta citare alcuni episodi, anche solo fino al mesi di settembre 1944: "19 settembre 1943, Boves (Cuneo). 21 civili uccisi e il paese dato alle fiamme <787; 4 ottobre, Fornelli (Isernia). Tutta la frazione Castello è rasa al suolo e vengono impiccati nella pubblica piazza 6 civili, tra cui il podestà; 7 ottobre, Bellona (Caserta). 54 ostaggi prelevati dalle loro abitazioni (tra cui alcuni ragazzi e 5 religiosi) sono condotti in una vicina cava di tufo e abbattuti a raffica di mitraglia; 13 ottobre, Caiazzo (Caserta), 22 civili vengono assassinati perché sospettati di essere partigiani. In realtà, sono degli sfollati, di cui 6 donne e 9 bambini con meno di 13 anni; 20-30 ottobre, Roccaraso (L'Aquila), vengono fucilati 128 civili, tra cui 50 donne e 31 bambini minori di quattordici anni; 31 dicembre 1943, Boves (Cuneo), nuova rappresaglia. Muoiono altri 36 civili e oltre 400 immobili sono dati alle fiamme; 21 gennaio 1944, Sant'Agata (Chieti). 35 civili, tra cui donne e bambini, rinchiusi in una casa poi colpita e incendiata a colpi di granate; 11 marzo, Acquasanta (Ascoli Piceno), 10 civili uccisi (tra cui due bambine arse vive nell'incendio della loro casa); 4 giugno, provincia di Arezzo: 173 civili mitragliati e fucilati (88 a Castelnuovo dei Sabbioni; 85 a Meleto); 10 giugno, Badicroce (Arezzo), 13 civili (di cui due giovani donne violentate e una donna anziana) uccisi per rappresaglia per la morte di un soldato tedesco; 11 giugno, Onna (L'Aquila). Per il ferimento di un soldato tedesco 16 civili vengono rinchiusi in una casa, mitragliati e sepolti sotto l'edificio fatto esplodere con le mine; 23 giugno, Bettola (Reggio Emilia). Per ritorsione contro un attentato partigiano 36 civili (tra cui quattro bambini) vengono uccisi, in parte a colpi di mitragliatrice e poi bruciati, altri a bastonate e a colpi di pistola; 29 giugno, Bucine
(Arezzo). 65 uomini, chiusi in una cantina, vengono fatti uscire uno alla volta e freddati con un colpo di pistola, poi cosparsi con benzina e bruciati; 30 giugno, nella zona di Civitella della Chiana (Arezzo) vengono uccise 203 persone; 14 luglio, San Paolo (Arezzo). 50 civili (tra cui una donna incinta e un'altra con un bambino in fasce) fucilati dai tedeschi; 12 agosto, Sant'Anna di Stazzema (Lucca), muoiono 560 persone di cui 61 bambini con meno di 10 anni e 241 donne; 23 agosto, Fucecchio (Pisa). 202 civili uccisi a raffiche di mitragliatrice o con bome a mano; 24 agosto, Valle del Lucido (Alpi Apuane). 54 automezzi scaricano soldati che iniziano a incendiare tutte le case che incontrano sulla loro strada e a rastrellare gli abitanti. Muoiono 174 civili di cui 26 bambini (uno di appena due giorni); 16 settembre, Massa Carrara. Le SS prelevano i detenuti del carcere di Malaspina. Saranno 146 i cadaveri riesumati; 28 settembre, Marzabotto (Bologna). I dati ufficiali parlano di 1830 vittime civili, di cui 1562 identificate" <788.
Tra le tante stragi compiute, una assume un valore emblematico, non solo per estensione e crudeltà, ma anche per le vicende che hanno caratterizzato il lungo dopoguerra, fatto di rimozioni e ricordi, occultamenti e disvelamenti.
All'alba del 12 agosto 1944, alcuni reparti di SS circondano il paese di Sant'Anna di Stazzema [frazione del Comune di Stazzema in provincia di Lucca]. Gli abitanti, alcune centinaia, aumentati di numero negli ultimi tempi a causa degli sfollamenti, pensano a uno dei tanti rastrellamenti effettuati nella zona. Alcuni riescono a fuggire, altri vengono presi con la forza dalle loro case e radunati in piazza. In poco tempo, lo stupore si confonde con il terrore. I tedeschi aprono il fuoco, con i fucili mitragliatori, con le
pistole, con le bombe a mano, con i lanciafiamme <789. Adesso sono i corpi che si confondono con i mobili accatastati, con il bestiame, con le case incendiate. Il fuoco divora ogni cosa, come un mostro insaziabile, come l'orco delle fiabe. In questa storia ci sono anche i bambini, ma questa non è una fiaba. Sette di loro vengono spinti nel forno preparato per il pane. Bruciano anche loro <790. Alle undici la strage è compiuta. Le vittime sono alcune centinaia <791. I soldati tedeschi possono ora scendere a valle, accompagnati dai canti di guerra e dalla musica degli organetti, pronti a proseguire la lotta contro i “banditi".
A Sant'Anna, invece, c'è un silenzio spettrale, ogni tanto interrotto dai lamenti dei feriti e dei sopravvissuti. Ciò che si presenta agli occhi dei testimoni rimarrà nella memoria e nel tempo: "Corpi dilaniati, quasi completamente distrutti all'interno delle case. L'odore… una sensazione, forse quella più sgradevole, che io avvertii, che ancora ho conservato, è proprio l'odore… il classico odore della carne bruciata, dei corpi distrutti dal fuoco. Poi si trovarono anche i corpi dilaniati, sparsi un po' per tutto il territorio, già ricoperti, ormai, da sciami di mosche, di insetti. Appena noi si cercava di alzare, di vedere, a chi appartenessero questi corpi, questo sciame si allontanava: una scena orrenda. Si trovò anche qualcuno vivo. Circa una trentina di persone erano vive ancora. Alcuni di loro erano feriti, altri addirittura incolumi. Avevano una caratteristica in comune: non parlavano. Erano muti. Impietriti dal dolore, dallo shock, forse, che avevano subito" <792.
Due giorni dopo, don Giuseppe Vangelisti, il parroco di una frazione vicina, si reca a Sant'Anna per seppellire le vittime: “Dopo pochi passi io ed i miei uomini cominciammo a sentire odore di putrefazione di corpi umani e trovammo otto cadaveri sparpagliati. Un uomo giovane abbracciava i corpi dell'amata moglie e della figlia. Aiutai il giovane padre in lacrime a raccogliere i corpi, oltre alla moglie e alla figlia, i tedeschi avevano ucciso suo padre, sua madre e le sue due sorelle. Era rimasto solo al mondo. […] Entrai in chiesa, dalla parte in cui si trovava l'acqua benedetta, panche, sedie ed altri oggetti di valore erano bruciati o distrutti. L'organo e i quadri dei Santi erano stati usati come bersagli. Il tabernacolo e l'immagine di Sant'Anna erano ancora in buone condizioni. C'erano voluti molti anni di offerte ai poveri lavoratori per costruire questa chiesa e i tedeschi l'avevano distrutta in pochi minuti […] Non credo che nella storia dell'umanità sia stata compiuta un'azione atroce come quella che i tedeschi fecero in così poco tempo" <793.
La responsabilità della strage è in primo luogo dei tedeschi ma c'è anche una responsabilità dei fascisti. Non solo politica e storica, ma anche personale, individuale. Diversi testimoni, infatti, ricordano di aver sentito parlare in italiano e, in alcuni casi, in dialetto versiliese da "quelli mascherati" che avevano "una retina che gli copriva il viso". La partecipazione dei fascisti, con compiti e ruoli diversi (guide in un territorio a volte impervio e sconosciuto, delatori, esecutori), alle azioni repressive condotte dai tedeschi <794, rientra nel contesto delle scelte politiche e militari. Non si tratta, però, solo, delle scelte di militi delle Brigate Nere o della Decima Mas ma anche delle scelte di civili che uccidono altri civili, a volte appartenenti alla stessa comunità <795.
Le responsabilità della strage sono state oggetto di indagine <796, ma anche di polemiche <797, fin dall'inizio. Eppure, ci sono voluti sessant'anni, e la scoperta dell'"armadio della vergogna" <798, per arrivare a una verità giudiziaria <799 che, sulla base di una accurata ricostruzione, costituisce, a distanza di tempo, e in nome del principio di imprescrittibilità del reato di strage, un particolare valore storico e morale.
[NOTE]
779 ACS, Segreteria part. del Duce, Carteggio ris., b. 70, fasc. 642/R, “Ministero della Difesa nazionale", sottof. 17, “Varie", riportato in Renzo De Felice, Mussolini l'alleato, II. La guerra civile (1943-1945), cit.
780 "Morire non è niente: non esiste. Nessuno riesce ad immaginare la propria morte. E' uccidere il punto! Varcare quel confine!... Quello si è un atto concreto della tua volontà. Perché lì vivi, in quella di un altro, la tua. E' lì che dimostri di possedere qualcosa che senti valere più della vita: della tua e di quella degli altri", Carlo Mazzantini, A cercar la bella morte. Romanzo, cit., p. 136.
786 La seconda guerra mondiale ci ha abituati ai grandi numeri, soprattutto ai numeri della morte: più di 50 milioni di morti; più di 6 milioni di ebrei sterminati. Forse è impossibile una raffigurazione, al di là dei dati statistici, delle tabelle, dei grafici. Forse è cambiato il concetto stesso di morte, la stessa elaborazione del lutto. O forse non bisogna dimenticare, al di là di ogni discorso retorico, che ai numeri corrispondono le persone. I film, a volte, ci ricordano quanto non riusciamo più a ricordare o a rappresentare. Ci ricordano, insieme ai testi originali, che "chiunque salva una vita salva il mondo intero", Schindler's List, cit.
787 "[…] A un ordine del maggiore Peiper don Giuseppe Bernardi e Antonio Vassallo vengono fatti salire su una camionetta. "Fategli ammirare lo spettacolo a questi signori" dice Peiper. Il sadismo non è casuale, nella lezione nazista del terrore. La camionetta percorre lentamente il paese in fiamme, perché il signor prevosto possa vedere che ne è dei suoi parrocchiani […] Alla fine del giro, il parroco e l'industriale vengono cosparsi di benzina, colpiti da raffiche, dati alle fiamme mentre agonizzano", Giorgio Bocca, Storia dell'Italia partigiana, cit., p.56.
788 Gianni Oliva, L'ombra nera. Le stragi nazifasciste che non ricordiamo più, Mondadori, Milano 2008, Cronologia, pp. 194-207.
789 "Gli ordini dei comandi che assimilano quasi automaticamente i civili ai ribelli, la garanzia di impunità di fronte ad ogni eccesso, la sopravvalutazione della minaccia partigiana, la tensione di una guerra che volge verso la sconfitta descrivono il quadro psicologico all'interno del quale si consuma una tragedia che non ha nessuna giustificazione sul piano operativo militare. […] Fanatismo nazista, paura, ansia di vendetta, impreparazione militare costituiscono una miscela esplosiva che si abbatte sugli abitanti di Sant'Anna", Ivi, pp. 133 e 134.
790 Per le testimonianze di alcuni bambini sopravvissuti vedi: Oliviero Toscani, Sant'Anna di Stazzema 12 agosto 1944. I bambini ricordano, Feltrinelli, Milano 2003.
791 E' impossibile determinare con esattezza il numero delle vittime, molte delle quali sono state bruciate o non sono state individuate. Diverse, inoltre, sono le fonti (sopravvissuti, testimoni, inchieste militari, ricostruzioni storiche) e diverse sono le stime. Si va da 363 a 650 persone uccise. Il numero ufficiale è 560. I morti identificati sono 434, tra cui 130 bambini.
792 Testimonianza riportata in Oliviero Toscani, Sant'Anna di Stazzema 12 agosto 1944. I bambini ricordano, cit.
793 Per questa testimonianza vedi: Comune di Stazzema, L'eccidio di S. Anna nella testimonianza di mons. Giuseppe Vangelisti, s.l., Tip. Massarosa 1986.
794 Questo avviene, ad esempio, già prima della terribile estate del 1944: il 18 marzo 1944 a Palagno, in provincia di Modena (129 vittime); il 3 aprile a Cumiana in provincia di Torino (51 civili uccisi); il 13 aprile a Stia in provincia di Arezzo (108 civili uccisi) e a Calvi in provincia di Terni dove un delatore italiano, spacciatosi per un ufficiale inglese, fa fucilare dai tedeschi 14 civili; il 19 aprile a Pomino in provincia di Firenze (11 civili uccisi da SS italiane); il 10 maggio a Forno in provincia di Torino (villaggi incendiati e bombardati; 23 civili fucilati). Vedi Gianni Oliva, L'ombra nera, cit., pp.197-200.
795 "Italiani comunque hanno partecipato a esecuzioni del genere in altre parti d'Italia. La mente recalcitra. Italiani che non si limitarono alla infamia opera di spie, di carcerieri, di aguzzini nelle celle di tortura e nei campi di concentramento, ma che vollero anche macchiarsi del delitto più atroce: la strage degli innocenti. "Vollero" è l'espressione giusta, perché non potevano esservi comandati, e comunque avrebbero potuto facilmente sottrarvisi. "Vollero", alcuni per vera deformità morale, ma i più per criminale vanità, per servile bisogno d'imitazione. Volevano non sentirsi minori dei loro Padroni; dimostrare d'essere capaci di ciò in cui loro eccellevano; dimostrarlo a se stessi e a quanti non lo credevano. Volevano partecipare anch'essi al "gioco" senza preoccuparsi se nella posta vi erano vite umane e la loro stessa anima. Ma non si trattava di vite e di anime per loro, come per i tedeschi, incapaci di commozione e gelati dall'indifferenza. Ma per gli italiani che parteciparono all'eccidio di Sant' Anna come si può parlare d'indifferenza? Non erano gente venuta da fuori; la regione non era per essi un luogo qualunque di passaggio, privo di memorie e di affetti. L'indifferenza lamentata per gli altri non possiamo ammetterla nei loro riguardi, se non a patto di riconoscervi un cinismo ancor più terribile", Manlio Cancogni, La Nazione del Popolo, 29 giugno 1945, riportato in Alfredo Graziani, L'eccidio di S. Anna, Scuola Tipografica Beato Giordano, Pisa 1945. Vedi anche, per questa e per altre notizie, il portale di Sant'Anna di Stazzema www.santannadistazzema.org (Per questa citazione vedi la sezione La Memoria - L'eccidio - Il ruolo dei collaborazionisti).
796 Le prime indagini sono condotte, nel settembre del 1944, da una Commissione d'inchiesta americana. Nel dicembre 1946 le autorità militari americane inviano il governo italiano la documentazione relativa alla strage di Sant'Anna di Stazzema. La Procura generale militare di Roma decide di aprire due fascicoli (il n. 1976 e il n. 2163). Questi fascicoli, però, insieme a tanti altri, scompaiono e per molti anni non si saprà più niente.
797 I Partigiani saranno accusati, per questo e per altri episodi, di aver provocato, con le loro azioni, la reazione tedesca. D'altra parte, era già accaduto in occasione dell'attentato di Via Rasella e dell'eccidio delle Fosse Ardeatine. Su questi aspetti vedi, tra gli altri, Giovanni Contini, La memoria divisa, Rizzoli, Milano 1997; Paolo Pezzino, Anatomia di un massacro. Controversia sopra una strage tedesca, Il Mulino, Bologna 2007. Vedi anche, per conoscere il punto di vista di uno dei protagonisti (fascista) di quegli anni e delle future vicende italiane, Giorgio Pisanò, Sangue chiama sangue. Storie della guerra civile, Lo Scarabeo Editrice, Bologna 2005 (1ª edizione: Sangue chiama sangue. Le terrificanti verità che nessuno ha avuto il coraggio di dire sulla guerra civile in Italia, Pidola, Milano 1962); Id., Storia della guerra civile in Italia 1943-1945, edizioni Val Padana, Milano 1974. 3 voll. (ed edizioni successive). Vedi, infine, per una ricostruzione che ha suscitato diverse polemiche: Paolo Paoletti, Sant'Anna di Stazzema 1944. La strage impunita, Mursia, Milano 1998. Più in generale, sulla memoria divisa degli italiani, vedi: John Foot, Fratture d'Italia. Da Caporetto al G8 di Genova la memoria divisa del Paese, Rizzoli, Milano 2009.
798 Nel giugno 1994 avviene il rinvenimento, a Roma, presso l'Archivio di Palazzo Cesi, sede degli Uffici della Magistratura militare, di un armadio contenente un numero di fascicoli, indicato inizialmente in 695, per i quali il Procuratore generale Militare, Enrico Santacroce, aveva disposto, il 14 gennaio 1960, una "archiviazione provvisoria”. Si tratta di materiale di estremo interesse poiché riguarda i crimini di guerra nazifascisti compiuti in territorio italiano nel periodo 1943-1945. Il 7 maggio 1996, la magistratura militare dispone un'inchiesta che si conclude con la Relazione del 23 marzo 1999 (Un'ulteriore indagine si concluderà nel 2005). Il 18 gennaio 2001, la Commissione Giustizia della Camera dei Deputati, delibera una indagine conoscitiva "sulle archiviazioni di 695 fascicoli, contenenti denunzie di crimini nazi-fascisti commessi nel corso della seconda guerra mondiale, e riguardanti circa 15.000 vittime". Infine, il Parlamento, recependo l'auspicio formulato dalla Commissione Giustizia della Camera nel documento conclusivo del 6 marzo 2001, con la Legge 15 maggio 2003 n. 107 istituisce la Commissione parlamentare di inchiesta sulle cause dell'occultamento di fascicoli relativi a crimini nazifascisti (Gazzetta Ufficiale n.113 del 17 maggio 2003). Nella seduta dell'8 febbraio 2006, la Commissione approva la Relazione finale (Relatore on. Enzo Raisi) trasmessa, insieme a una Relazione di minoranza (Relatore on. Carlo Carli) alle Presidenze delle Camere. Oltre alle Relazioni citate, sull'"armadio della vergogna" vedi: Mimmo Franzinelli, Le stragi nascoste, cit.; Franco Giustolisi, L'Armadio della vergogna, Nutrimenti, Roma 2004; Maurizio Cosentino, La vergogna dell'armadio. Ricerche, verità e metafore sui crimini di guerra e sulla magistratura militare 1945-2006, Casa Editrice Nuova Cultura, Roma 2009. Più in generale, Daniele Bianchessi, Il paese della vergogna, Chiarelettere, Milano 2007; Aldo Giannuli, L'armadio della Repubblica, a cura di Vincenzo Vasile, Nuova Iniziativa Editoriale, Roma 2005. "[…] un viaggio all'interno dello Stato. Tema che interessa - che può interessare, che deve interessare - una cerchia molto più ampia di quella degli addetti ai lavori. In quelle carte si parla dei misteri d'Italia, delle trame, dell'eversione e delle stragi. Ma anche degli errori, delle dimenticanze, delle sciatterie e dei depistaggi che hanno trasformato queste vicende in misteri, a volte impenetrabili. Si tratta, perciò, di una specie di involontaria autobiografia della Repubblica. Ma molte di queste carte sono sparite. Altre stanno scomparendo, perché abbandonate, disperse, occultate". (Dalla IV di copertina).
799 Tribunale Militare della Spezia, Sentenza n. 45 del 22 giugno 2005.
Antonio Gioia, Guerra, Fascismo, Resistenza. Avvenimenti e dibattito storiografico nei manuali di storia, Tesi di Dottorato, Università degli Studi di Salerno, Anno Accademico 2010-2011

giovedì 24 novembre 2022

Buzzati ed un famoso caso di cronaca nera del secondo dopoguerra


[...] quanto è stato scritto dal giornalista-scrittore Dino Buzzati, dai cronisti del quotidiano “La Sicilia” e dal giornalista-scrittore Antonio Prestinenza, sul caso Rina Fort, chiamata anche "belva friulana", che alla fine del 1946 uccise la moglie ed i figli del suo amante catanese. Dall’analisi degli articoli di Buzzati e di quelli presenti sul quotidiano “La Sicilia” è emerso il contributo originale che la letteratura può offrire alla cronaca nera. Infatti, proprio la scrittura di Buzzati e quella di Prestinenza ci permettono di andare oltre l’accaduto scavando dentro l’animo umano e facendoci riflettere. Ciò marca la differenza dal giornalismo di cronaca nera tradizionale che si limita a narrare i fatti accaduti. La curiosità verso questo preciso caso di studio mi ha portato a fare anche una visita a Milano nei luoghi della tragedia ed a intervistare una anziana signora molto gentile e disponibile che fu testimone dei fatti.
[...] Nell’incipit dell’articolo, pubblicato il 3 dicembre 1946 su “Il Nuovo Corriere della Sera” ed intitolato “Un’ombra gira tra di noi”, Buzzati scrive: «Una specie di demonio si aggira dunque per la città, invisibile, e sta forse preparandosi a nuovo sangue» <12. Si evince che l’autore vuole mostrarci la paura di ogni individuo di poter trovare di fronte a sé un serial killer che potrebbe commettere nuovamente il  reato.  Interessante  notare  come  questo  incipit ci immerge direttamente in una situazione di tensione che provoca ansia e terrore e colpisce il lettore che si trova davanti ad una donna che uccide la sua «rivale e i suoi tre figlioletti» <13.
L’autore descrive poi una situazione di spensieratezza raccontando cosa accadeva nelle case degli italiani nella vita quotidiana: al momento del rientro a casa, della cena, ed infine, del mettersi a letto e spegnere le luci.
Leggendo queste poche righe è come se ci si trovasse in una narrazione di eventi abitudinari, della quotidianità. Ad un tratto nella narrazione si legge dell’improvviso risveglio della città: “D’improvviso però la città si svegliò”. Particolare rilievo assume questo svegliarsi; infatti a mio modesto parere, andando oltre il possibile significato dell’alzarsi dal letto, questa locuzione può benissimo riferirsi al rendersi conto di quanto fosse accaduto la sera prima.
Nell’articolo non viene narrato pedissequamente quanto accaduto ma vengono sottolineate le paure della gente: prima fra tutte la paura che quanto successo la sera prima possa avvenire a qualcun altro; infatti l’autore scrive: «[...] un  sottile impalpabile panico si è irradiato dal sinistro numero 40 di via San Gregorio. Noi siamo ben chiusi in casa con le porte sprangate, eppure lo sentiamo vagare intorno, nelle ore alte della notte, e strisciare lungo le trombe della  scala. [...]» <14; ma a sottolineare la paura e la volontà di “scovare” quest’ombra è la chiusura dell’articolo dove leggiamo: «[...] Egli gira invisibile, covando il male, e non sarà mai stanco. Bisogna scovarlo. Occorre togliergli l’aria, incalzarlo oltre i confini estremi della città [...]» <15.
In questo passo è possibile proprio vedere la volontà di trovare quest’ombra, che altro non è se non una metafora per identificare il killer, e catturarlo così che non possa più compiere altri delitti.
[NOTE]
12 Lorenzo Viganò (a cura di), La «nera» di Dino Buzzati.., cit., p. 45.
13 Ibidem.
14 Lorenzo Viganò (a cura di), La «nera» di Dino Buzzati..., cit., p. 47.
15 Ibidem.
Rosa Maria Carmela Spanò, La Cronaca nera raccontata da un giornalista-scrittore: il caso della "Belva friulana" (1946), Tesi di Laurea, Università degli Studi di Catania, Anno Accademico 2017/2018

In questo paragrafo metterò a confronto l’articolo 'Un’ombra gira tra di noi', pubblicato su «Il Nuovo Corriere della Sera» il 3 dicembre 1947, e il racconto 'Il lupo', pubblicato sempre sul «Corriere» il 18 dicembre 1947 e inserito da Claudio Marabini nella raccolta postuma "Bestiario".
L’intervallo di tempo è molto breve e, seguendo la logica di questo capitolo, il racconto dovrebbe esser stato scritto da Buzzati poco dopo la stesura dell’articolo affidatogli.
Se anche il racconto precedesse l’articolo, i legami presenti tra i due testi risulterebbero comunque altrettanto validi.
Buzzati in entrambi gli scritti cerca di dare forma a quella sensazione di disagio, che caratterizza anche la raccolta "Paura alla Scala", percepibile nella situazione dell’immediato dopoguerra in Italia. L’incipit del racconto "Il lupo" parte proprio da queste considerazioni:
"Per una ragione o per l’altra nella città non si vive mai tranquilli. Finite le paure della guerra, scomparsi chissà dove i briganti, cessate le pestilenze, si sperava di poter stare per qualche tempo in pace". <1
Lo spaesamento dopo gli orrori della guerra non è stato ancora riassorbito e il risveglio della criminalità cittadina appare surreale dopo le atrocità vissute nel corso di tutto il conflitto.
"Perché agli spettacoli più fantasiosi di morte violenta la gente aveva fatto negli ultimi anni un allenamento senza pari, e la vendetta - che ad onta dei millenari miti e della triste favola dell’onore è pur sempre uno dei sentimenti più abietti - aveva negli ultimi anni celebrato dovunque sagre di incomparabile potenza, e un morto ammazzato, o due, o cento in un colpo solo non riuscivano più a far vacillare l’irrobustita sensibilità dei nostri cuori. <2
Ma l’eccidio di via San Gregorio, compiuto da Rina Fort, ha dell’incredibile: è inspiegabile come una donna accecata dalla gelosia abbia potuto uccidere brutalmente a sangue freddo una donna e tre bambini piccoli. L’opinione pubblica rimase sconvolta di fronte a un delitto così efferato e infatti Buzzati nel suo articolo prosegue così:
"Ma questa volta il massacro conteneva una oscura inverosimiglianza che la cattiveria, la gelosia, l’avidità, la bassezza d’animo non bastavano, neppure assommate, a spiegare". (A, 46)
Per Buzzati l’unica spiegazione è che un’entità malvagia abbia agito e usato una donna corrotta per compiere la sua missione.
Tutta la produzione buzzatiana è ricca di figure diaboliche, molte più di quelle angeliche, che spingono gli esseri umani verso il peccato e la dannazione. In effetti, Buzzati confessò a Panafieu, in una delle interviste contenute in Un autoritratto, di essere rimasto terribilmente affascinato dall’idea cristiana dell’Inferno. <3
Buzzati, di fronte a gesti tanto estremi da non poterli credere veri, si serve della personificazione del male per dare spiegazione di così tanta crudeltà.
"Qualcun altro, diverso da noi, era necessariamente intervenuto l’altra sera, un personaggio delle tenebre vogliamo dire, proprio come in certe storie antiche, il medesimo forse che da troppo tempo va infestando le nostre contrade". (A, 46)
Si tratterebbe di un’entità che vive nell’oscurità della notte, o nel profondo fitto della boscaglia, come il misterioso lupo che si aggira per le strade di Milano:
"Poi le enigmatiche impronte divennero sempre più frequenti. E non sempre nelle stesse zone. Le segnalazioni venivano dai più disparati quartieri, tutte singolarmente concordi. In alcuni casi furono trovate in corrispondenza con le orme, larghe chiazze di sangue". (R, 72)
C’è inoltre da considerare che l’oscurità da cui proviene il male, in entrambi i casi, permea il testo anche dal punto di vista temporale, poiché l’ambientazione è notturna.
Il delitto, infatti, è avvenuto nel cuore della notte:
"L’altra sera noi eravamo a tavola per il pranzo quando poche case più in là una donna ancora giovane massacrava con una spranga di ferro la rivale e i suoi tre figlioletti". (A, 45)
Mentre nel racconto, il lupo, che è cacciatore notturno, lascia delle impronte che verranno scoperte solo la mattina dopo: «All’alba i guardiani, i portieri, gli addetti alla nettezza urbana si chineranno sulla fanghiglia, incuriositi: la belva è passata di là». <4
Allo stesso modo anche i cadaveri delle povere vittime sono stati ritrovati alle nove del mattino seguente.
L’atmosfera in entrambi i testi è cupa, ma per quel che riguarda il colore nero, questo compare solo in due casi, in azioni durative: nell’articolo il colore del sangue, che abbandona i corpi, da inizialmente brillante, nel corso della notte, diventa nero; nel racconto, invece, sono le strade, per chi si attarda alla sera, a diventare sempre più «deserte e nere».
La concezione del male, come entità misteriosa e furtiva che si aggira per la città di Milano, è uno dei temi che questi testi hanno quindi in comune.
"Una specie di demonio si aggira dunque per la città, invisibile, e sta forse preparandosi a nuovo sangue". (A, 45)
Si tratta di qualcosa di impalpabile che «nelle ore alte della notte» inizia a «strisciare lungo le trombe delle scale», <5 così come «striscia fin qui lentamente la vecchia amica nebbia». <6
La popolazione di Milano non parla d’altro: «Sì, un sottile impalpabile panico si è irradiato dal sinistro numero 40 di via San Gregorio», <7 mentre a causa del lupo «sono là, a centinaia, dietro le porte, le orecchie incollate alla fessura tra i due battenti, curvi, il fiato sospeso, se mai si oda di fuori un fruscio animalesco». <8
È curioso notare come mescolando i testi, essi conservino comunque la loro coerenza, come se si trattasse di un’unica narrazione.
Il secondo elemento che ritengo fondamentale è che, in entrambi i testi, il punto di vista privilegiato è quello di chi osserva dalla strada le abitazioni. Lo sguardo è sempre esterno e arriva sempre dal basso, non si tratta mai di una visione panoramica della città, ma una descrizione dettata dalla totale immersione nelle vie del centro.
"Negli appartamenti vicini continuavano, fra tintinnio di posate e stanchi dialoghi, i pranzi familiari come nulla fosse successo, e poi le luci ad una ad una si spensero, solo rimase accesa nel cortile quell’unica finestra al primo piano, e i ritardatari, passando, pensarono che lassù forse un bambino era malato, o una mamma era rimasta alzata tardi a lavorare, o altra scena, dietro quei vetri, di notturna intimità domestica". (A, 45)
"Camminiamo, e i passi risuonano con echi enormi, e le case intorno fanno finta di dormire, invece sono gremite di creature sveglie che aspettano, come tante sentinelle". (R, 72)
Anche qualora vengano descritti gli interni delle case, Buzzati insiste sempre sulla porta o le finestre, punto di contatto con l’esterno, da dove può appunto giungere il pericolo. Buzzati si mescola alla gente per strada rilevando gli umori della folla, ma allo stesso tempo vuole amalgamarsi anche con l’atmosfera notturna delle vie di Milano, in cui si riversa il crimine. Quest’ultima prospettiva è la stessa degli articoli raccolti in "Le notti bianche del 777", in cui Buzzati avrà modo di sperimentare a pieno esattamente questo tipo di punto di vista.
Prima di concludere mi sembra molto interessante inserire nel confronto un altro racconto buzzatiano, pubblicato il 19 gennaio 1956 su «Il Nuovo Corriere della Sera» e intitolato significativamente L’assassino. Il racconto, inserito da Lorenzo Viganò nel volume "Fantasmi" di "Cronache fantastiche", riporta i pensieri angosciati di un padre di famiglia che vive in una città dove si aggira uno spietatissimo killer. Nonostante nell’epilogo l’assassino venga catturato e ucciso, la morale del racconto esplicita la reale provenienza della paura:
“Non dai labirinti malfamati della Solfiera viene infatti la paura a te, non dall’angolo della strada, non dall’ombra lugubre dell’autorimessa abbandonata, non dalle 2 e dieci della notte, non dal richiamo all’estremità del pantanoso vicolo (simile al verso del piviere) non da ciò che tu puoi vedere e udire. […] Ciò, o colui che ti spaventa, […] non porta nome umano e nemmeno di bestia, né uomo né bestia è. Esso, o egli, sta dentro di te, nelle profondità della tua anima e nessuno potrà mai stanarlo, o abbatterlo a colpi di mitra, o ficcarlo in carcere, neppure quelli di Scotland Yard che sono così bravi”. <9
L’angoscia vissuta dalle possibili vittime unisce in pochi brani le ambientazioni di entrambi i testi qui presi in considerazione:
"Finché io sto in casa, lui non viene. Non perché mi tema. Semplicemente non gli basto. A casa ci sono mia moglie, i miei bambini, i cani. Lui pregusta nel pensiero la scena quando io aprirò la porta e dal cuore dell’appartamento mi verrà incontro il silenzio, quel grande silenzio!" <10
L’atmosfera paradossale dell’atroce ritrovamento della propria famiglia trucidata, come è avvenuto nella realtà dopo l’eccidio Fort, si combina all’asserragliamento in casa delle persone presenti in "Il lupo". L’insistenza sull’uscio da parte del protagonista di L’assassino è patologica: metà del racconto praticamente si svolge nel vestibolo della casa: «“Ma come mai” mi chiedo “mia moglie si trovava in anticamera? Anche lei sa? Anche lei ha paura, dunque? E sta in vedetta?”». <11
Inoltre, nel cuore della notte un richiamo tiene sveglia e in allerta la città:
"Di tanto in tanto passa ululando per le strade a velocità pazza l’autoambulanza (troppo tardi!) a raccogliere l’ultima sua vittima, e tutti tremano non essendosi capito ancora perché uccida". <12
Così in "Il lupo":
"Poi c’è l’ululo. […] Un urlo viene di là delle imposte sbarrate, lungo, modulato; si direbbe che giunga da lontanissimo, come certi fischi di treno nelle umide albe d’estate. È lamentoso e insieme cattivo, non lanciato per capriccio, sembrerebbe, ma con una oscura determinazione, quasi volesse avvertire qualcuno". (R, 73)
Per concludere, l’ultimo elemento, che per quanto minimo, lega "Il lupo" a "Un’ombra gira tra noi", è a mio avviso il più significativo. Nell’epilogo dell’articolo di cronaca nera leggiamo:
"Egli gira invisibile, covando il male, e non sarà mai stanco. Bisogna scovarlo. Occorre toglierli l’aria, incalzarlo oltre i confini estremi della città, respingerlo fino alle lontane foreste del buio da dove è riuscito a sfuggire". (A, 47)
Come non credere che il soggetto di quest’ultimo brano non possa essere il lupo del racconto? Il riferimento a «foreste del buio» rimanda all’habitat naturale del misterioso animale e i termini utilizzati nel testo rinviano al campo semantico della caccia. Rina Fort e il misterioso lupo, dagli «occhi verdi e fosforescenti, coda smisurata, voce sepolcrale», sono dirette personificazioni ed emanazioni del male. Anzi, la stessa Rina Fort verrà paragonata a una famelica fiera, come testimonia il titolo dell’articolo "La belva in gabbia", <13 scritto da Buzzati in occasione del processo tenutosi a conclusione delle indagini nel 1950.
[NOTE]
1 DINO BUZZATI, Bestiario, cit., p. 71. Le prossime citazioni tratte da questo racconto verranno segnalate con la sigla R seguita dal numero di pagina.
2 DINO BUZZATI, La «nera» di Dino Buzzati. Crimini e misteri, cit., p. 46. Le prossime citazioni tratte da questo articolo verranno segnalate con la sigla A seguita dal numero di pagina.
3 YVES PANAFIEU, Dino Buzzati: un autoritratto. Dialoghi con Yves Panafieu, cit., p. 88.
4 DINO BUZZATI, Bestiario, cit., p. 73
5 Ivi, p. 47.
6 Ivi, p. 75.
7 DINO BUZZATI, La «nera» di Dino Buzzati. Crimini e misteri, cit., p. 47
8 DINO BUZZATI, Bestiario, cit., p. 74.
9 DINO BUZZATI, Le cronache fantastiche di Dino Buzzati. Fantasmi, cit., p. 317.
10 DINO BUZZATI, Le cronache fantastiche di Dino Buzzati. Fantasmi, cit., p. 311.
11 Ivi, p. 312.
12 Ibid.
13 DINO BUZZATI, La «nera» di Dino Buzzati. Crimini e misteri, cit., pp. 60-3.
Federica D’Angelo, Dino Buzzati scrittore-giornalista. Le declinazioni di uno stile fantastico, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Padova, Anno Accademico 2014/2015

giovedì 17 novembre 2022

A fine maggio il comando generale garibaldino chiama da Torino a Milano Giovanni Pesce perché ricostruisca la III brigata Gap


"Chi furono i gappisti?
Potremmo dire che furono “commandos”. Ma questo termine non è esatto. Essi furono qualcosa di più e di diverso di semplici “commandos”. Furono gruppi di patrioti che non diedero mai “tregua” al nemico: lo colpirono sempre, in ogni
circostanza, di giorno e di notte, nelle strade delle città e nel cuore dei suoi fortilizi. Con la loro azione i gappisti sconvolsero più e più volte l’organizzazione nemica, giustiziando gli ufficiali nazisti e repubblichini e le spie, attaccando convogli stradali, distruggendo interi parchi di locomotori, incendiando gli aerei sui campi di aviazione. Ancora non sappiamo chi erano i gappisti. Sono coloro che dopo l’8 settembre ruppero con l’attendismo e scesero nelle strade a dare battaglia, iniziarono una lotta dura, spietata, senza tregua contro i nazisti che ci avevano portato la guerra in casa e contro i fascisti che avevano ceduto la patria all’invasore, per conservare qualche briciola di potere". <32
È con queste parole piene di enfasi che Giovanni Pesce, il gappista che più ha contribuito a lasciarci una testimonianza dell’attività svolta da questi “commandos” metropolitani, tenta lui stesso di dare una definizione dei Gap. Un aiuto a comprenderne meglio la natura ci viene dato da quanto riportato dal 'Dizionario della Resistenza' <33 che spiega come essi fossero nuclei partigiani creati per la guerriglia urbana, anche nelle sue forme estreme, quali l’uccisione di esponenti della Rsi o di ufficiali tedeschi.
Un’importante questione storica, non ancora risolta, riguarda la data della loro creazione. Secchia <34 scrive che «nei Gap del Pci venivano arruolati esclusivamente comunisti» e che l’istituzione dei Gap avvenne, su iniziativa del Comando generale delle brigate Garibaldi, verso la fine del 1943. <35 Secondo lo storico Ernesto Ragionieri il Pci ne aveva invece disposto la creazione già con una circolare del maggio 1943. <36 Questo problema di datazione è indice della scarsità - o meglio della quasi totale inesistenza - di documenti e comunicati ufficiali che caratterizzino le attività di queste formazioni. Elemento questo che non deve destare stupore in quanto la natura stessa - cospirativa - dei Gap, imponeva il massimo riserbo sulle azioni, sui componenti e sugli spostamenti; nessun particolare doveva trapelare.
La struttura dei Gap è consequenziale agli scopi: rigidamente separato da tutte le altre organizzazioni della Resistenza, ogni nucleo è collegato al gradino superiore di comando esclusivamente attraverso il sistema dei “recapiti”. Non può contare su più di quattro componenti, compresi comandante e vicecomandante; tre Gap costituiscono un distaccamento guidato da comandante e commissario (responsabile soprattutto del controllo sulla vita privata e sul morale dei membri) entrambi tenuti a partecipare alle azioni più rilevanti.
Nelle grandi città italiane, tra l’autunno del ’43 e la successiva primavera, i Gap non superarono mai la cinquantina di appartenenti per zona, con riduzione anche a poche unità per lunghi periodi dopo operazioni repressive particolarmente efferate.
Molto discussa è stata la tipologia della loro azione sia durante il biennio ’43-’44, ma anche dopo, sia pure senza dissociazioni pubbliche da parte degli organi rappresentanti il fronte antifascista di quel periodo. La rappresentanza della Dc si opporrà per ragioni di principio (non a Genova); quella liberale per considerazioni politiche. La scelta operativa dei comunisti è presto condivisa anche da Gl, mentre l’approvazione socialista - spesso con riserve - a Roma si concretizzerà nell’organizzazione di un nucleo d’azione.
Alla primavera del ’44 quasi tutti i combattenti che hanno costituito i Gap sono caduti, uno dopo l’altro. Ad esempio per quanto riguarda Torino possiamo ricordare: Dario Cagno, Ateo Garemi, Giuseppe Bravin, Dante Di Nanni. Nonostante la gravità delle perdite subite, dovute a tradimenti o a confessioni estorte sotto tortura, nelle piccole e grandi città del Centro-nord i Gap mantengono ed estendono la loro iniziativa.
Il loro sviluppo - con le Sap dall’estate ’44 - avviene in interazione con la crescita della mobilitazione sociale, mentre l’autunno-inverno 1944-’45 segna il periodo della massima difficoltà per l’azione gappista. Un esempio può essere dato dalla città di Milano. Qui dall’autunno ’43 i Gap sono protagonisti della Resistenza nascente. Forse per l’eccesso di sicurezza derivante dall’esito del ciclo di operazioni intenso e cruento dei primi mesi, un anello dell’organizzazione si rompe. La polizia segreta della Rsi penetra fino al vertice. Il comandante Egisto Rubini, garibaldino di Spagna e organizzatore dei Ftp francesi, arrestato e sottoposto a interrogatorio, riesce a impiccarsi in cella; Vittorio Bardini, commissario politico del comando, e Cesare Bruno Roda, capo di stato maggiore, anch’essi combattenti della Repubblica spagnola, sono catturati e deportati a Mauthausen. Altri gappisti vengono arrestati o uccisi.
A fine maggio il comando generale garibaldino chiama da Torino a Milano Giovanni Pesce perché ricostruisca la III brigata Gap. Egli riesce a riorganizzare il gruppo e tra fine giugno e settembre la guerriglia urbana riprende con ritmo incalzante (distruzione di locomotori e attrezzature fisse alla stazione e deposito di Milano-Greco e di due aerei al campo militare di Cinisello, imboscate ad automezzi sulle arterie che collegano Milano a Torino e Varese, attacchi ai militari tedeschi o di Salò).
[NOTE]
32 G. Pesce, Senza tregua, Milano, Feltrinelli 1967, pp. 7-8.
33 Voce GAP, in Dizionario della Resistenza, cit., pp. 209-212.
34 Pietro Secchia (Occhieppo Superiore, 19 dicembre 1903 - Roma, 7 luglio 1973) è stato un politico e antifascista italiano, importante dirigente del Partito Comunista. Liberato dai partigiani nel 1943, partecipò alla Resistenza in qualità di commissario generale delle Brigate Garibaldi, comuniste. Come Longo e altri partigiani comunisti, sosteneva una politica rivoluzionaria che preparasse la prospettiva di un’insurrezione armata, ma aderì nell’immediato dopoguerra alla cosiddetta 'svolta di Salerno' di Palmiro Togliatti, che spingeva il PCI alla collaborazione con gli altri partiti di massa e con le istituzioni. Togliatti nominò Secchia vicesegretario del PCI, carica che mantenne dal 1948 al 1955. Nel 1946 fu deputato all’Assemblea Costituente mentre nel 1948 fu eletto senatore nelle file dei Fronte Democratico Popolare; rimase senatore fino alla morte.
35 Voce GAP, in Enciclopedia dell’antifascismo e della Resistenza, Milano-Roma, Edizioni La Pietra 1971, vol. II, pp. 475-79. Essa era diretta dallo stesso Secchia.
36 Cfr. E. Ragionieri, La terza Internazionale e il Partito comunista italiano. Saggi e discussioni, Torino, Einaudi 1997, pp. 328-329.

Valentine Braconcini, La memorialistica della Resistenza attraverso gli scritti di Giovanni Pesce, Tesi di laurea, Università degli Studi di Torino, Anno Accademico 2007-2008

mercoledì 9 novembre 2022

In Valtellina milizie fasciste toscane e deportazioni di donne in Germania

Tirano (SO). Fonte: Mapio.net

Ma infine, quale fu l’atteggiamento della società valtellinese di fronte al fascismo repubblicano? In generale, il carattere della popolazione valtellinese fu ben riassunto in uno studio preparatorio per il Ridotto alpino, scritto dal tenente colonnello Carlo Cinti per la commissione istituita da Mussolini nel settembre 1944. In esso la popolazione viene descritta “di modeste pretese, quieta, lavoratrice ma egoista. Non si è mai abbandonata a contese politiche. […] Il concetto del governo è inteso come fattore economico, Poiché il governo nulla ha fatto per le popolazioni di montagna, non si ha in esso un’eccessiva fiducia” <259.
Abbiamo visto che i disastri militari e le illusioni del 25 luglio e dell’8 settembre avevano già messo in evidenza ciò a cui la popolazione valtellinese tendeva. Essa era la fine della guerra, la pace, il poter tornare ai propri affari, ai campi, alle famiglie e ad essi dedicarsi senza troppo preoccuparsi delle vicende della grande storia.
La RSI era un ostacolo a tutto questo. La popolazione si rendeva conto che le sorti dell’Asse erano segnate e la fine della guerra non poteva venire che dagli alleati, sicché la RSI non faceva che prolungare la tragedia della guerra senza offrire sbocchi. “Nella massa - si legge in un notiziario della GNR - predomina il desiderio di vedere in qualche modo finita la guerra e le previsioni che si fanno sul suo esito, salvo qualche eccezione, sono decisamente sfavorevoli. E’ opinione diffusa che solo avvenimenti militari di particolare rilievo possano cambiare l’attuale orientamento delle popolazioni” <260. Inoltre l’incapacità dell’amministrazione fascista di garantire gli approvvigionamenti alimentari, soprattutto a causa della mancanza di mezzi di trasporto dai tedeschi requisiti e utilizzati per compiti di logistica bellica, faceva sì che la popolazione ancor più si distanziasse dalle autorità costituite: “incide sullo spirito della popolazione la scarsezza dei generi razionati, specialmente dei grassi” <261.
Il pessimo funzionamento del tesseramento diede vita a sfoghi di piazza: “A questo proposito - ricorda Luisa Moraschinelli - ho visto un giorno la rivolta di tutte le donne di un quartiere di Villa di Tirano. Accompagnate dal suono di campane a martello scesero in piazza davanti al Comune per protestare contro un’impiegata che secondo loro non gestiva con giustizia quelle tessere annonarie” <262.
Eppure, nonostante il fatto che il fascismo repubblicano significasse il prolungamento della guerra e mostrasse le sue inadempienze amministrative, ancora nel febbraio del 1944 la popolazione valtellinese teneva la disciplina: “In complesso la situazione si è mantenuta abbastanza calma e notevoli sono i sintomi di una distensione degli animi grazie specialmente all’azione quotidiana svolta dal Fascio Repubblicano coadiuvato da tutti gli organi di polizia intesi a reprimere e a prevenire ogni azione diretta al turbamento dell’ordine pubblico” <263.
A produrre la definitiva rottura tra la società valtellinese e il fascismo furono alcuni eventi che si verificarono nel corso del 1944. Innanzitutto, la precettazione per il lavoro in Germania: “In Sondrio e paesi limitrofi esiste viva preoccupazione in seguito alla notizia che l’ufficio provinciale di collegamento per incarico del servizio del lavoro germanico […] sta procedendo alla precettazione obbligatoria del personale femminile dai 18 ai 14 anni. Nelle famiglie alle quali sono giunte cartoline precetto per ragazze o donne già sposate, il fatto ha provocato un senso di panico, che ha avuto sfavorevoli ripercussioni sugli abitanti del vicinato” <264. Il timore della precettazione produsse uno sciopero il 31 marzo 1944: “Il 31 marzo u.s. nella mattinata, in Morbegno (Sondrio) 150 operaie dello stabilimento serico Bernasconi si astenevano dal lavoro in segno di protesta per la precettazione di mano d’opera femminile da inviare in Germania” <265. Il secondo evento fu lo scadere del bando Graziani, che fissava al 25 maggio 1944 il limite ultimo per i renitenti e gli sbandati per aderire all’esercito di Salò. Fu in occasione del 25 maggio che molti giovani valtellinesi, non potendo o non volendo scappare in Svizzera, presero la via dei monti e si unirono alle costituende bande di partigiani. In tal modo le bande, che fino ad allora erano composte quasi esclusivamente di forestieri, si rimpinguarono dei figli della popolazione locale, la quale venne così a parteggiare per i ribelli e divorziò dalla repubblichina. Il terzo elemento che determinò la rottura tra la società valtellinese e il fascismo fu l’arrivo in Valtellina dei profughi fascisti dell’Italia centrale.
A partire dal settembre del 1944 il duplice fatto dell’avanzata delle truppe alleate e della prefigurazione di un ridotto alpino in cui il fascismo avrebbe dovuto chiudersi per la difesa finale, pose il problema del trasferimento in Valtellina di una notevole quantità di profughi dall’Italia centrale e dalla Toscana in particolare. Tuttavia il trasferimento dei profughi fu attuato all’ultimo minuto senza dare alle autorità valtellinesi il tempo di organizzare i ricoveri per alcune migliaia di soldati con mogli e figli al seguito. Il 4 novembre il capo della provincia Parenti scrisse al ministro dell’Interno: “Con l’afflusso di varie migliaia di sfollati e di profughi la situazione edilizia di questa provincia è diventata completamente satura” <266. Ma i problemi logistici erano nulla in confronto al comportamento di questi giovanotti. L’indisciplina regnava nelle loro file ed essi si lasciavano andare ad atti di violenza bestiale e gratuita: “La Brigata nera di Bormio [costituita appunto da toscani, nda] si abbandona ad ogni sorta di soprusi e vessazioni verso la popolazione, spaventata dalle continue gesta criminose dei componenti la detta Brigata, che considerano la zona delle valli di Bormio come terra di conquista scorazzando ovunque arbitrariamente, perquisendo e minacciando pacifici cittadini senza alcun motivo. Tra i componenti la detta Brigata regnano forti dissidi, in quanto che essi non sanno e non hanno ancora stabilito chi debba essere il loro comandante che fra l’altro vorrebbero eleggere loro stessi” <267.
Il 24 dicembre 1944 il comandante della Divisione alpina Valtellina, Camillo, così scriveva al Comando SS di Edolo: “1) Ognuno può vedere, in Sondrio e negli altri centri della Valtellina, ragazzetti di 10-19 anni armati di bombe a mano, pugnale e moschetto, girare a zonzo per le strade, entrare nei negozi, pretendere di essere serviti per primi, minacciare e ingiuriare in ogni momento per un nonnulla […] educati all’idea incivile di poter fare quello che vogliono ed imporsi dovunque colla prepotenza pel solo fatto - come essi ripetono sempre nel loro gergo toscano - che ‘io so’ della brigata nera’. 2) I militi delle varie milizie neofasciste si comportano non da soldati ma da bravi, com’era ai tempi dell’infausta dominazione spagnola. Questo difetto è proprio delle milizie di tutta Italia, ma la situazione locale è aggravata dalla presenza di troppi toscani, gente che fu sempre tristemente nota per la sua mentalità faziosa, rissosa e ladra” e continuava con un elenco delle malefatte dei militi toscani da Bormio alla bassa valle <268.
Oltre alla guerra e alla penuria alimentare, furono dunque questi tre fattori (il lavoro in Germania, il bando Graziani e le milizie toscane) a decretare il divorzio fra la società valtellinese e il fascismo di Salò. Il concetto utilitaristico del governo, che l’aveva fatta passare per i vent’anni del regime e i due di RSI senza aderire al fascismo, ma senza neppure mostrarsi attivamente contraria ad esso, la spinse ora ad una aperta ostilità. E ciò accadde almeno un paio di mesi prima che i militi di Salò riversassero appieno il loro odio contro la popolazione, nel grande rastrellamento di fine novembre e sempre più nelle ultime settimane della RSI. Ma come le ragioni del rapporto della società valtellinese col fascismo vanno cercate in motivazioni di opportunità aliene da qualificazione politica, allo stesso modo occorre ora spiegare il rapporto che la società valtellinese ebbe con il movimento partigiano.


Notiziario della Guardia Nazionale Repubblicana del giorno 6 maggio 1944, p. 6, concernente la provincia di Sondrio. Fonte: Fondazione Luigi Micheletti

[NOTE]
259 Cit. in Vincenzo Podda, Morire col sole in faccia. Ridotto alpino repubblicano. Le Termopili del fascismo, Milano, Ritter, 2005, pag. 323.
260 Notiziario del 6/5/1944, in AAVV Riservato a Mussolini, Milano, Feltrinelli, 1974, pag 363.
261 Notiziario del 27/4/1944, in AAVV Riservato a Mussolini, op. cit., pag 363.
262 Luisa Moraschinelli, op. cit., pag. 41; cfr Giulio Spini (cur.), Documenti sulla Resistenza in Valtellina, in AAVV, Valtellina e Valchiavenna tra Fascismo e Resistenza, Issrec, 1990, pagg 265-277 e in particolare la Relazione del commissario Prefettizio dott. Ing. Dino Borsani in merito alla gestione straordinaria dell’Amministrazione Comunale di Morbegno, datata 6/7/1944.
263 Relazione sulla situazione politica - gennaio 1944, AS di Sondrio, Fondo Prefettura, Serie 7, B1008, Fasc. “Relazione mensile durante il governo repubblichino gennaio 1944 - aprile 1945.
264 Notiziario del 18/3/1944, in AAVV Riservato a Mussolini, op. cit., pag 361.
265 Notiziario del 01/4/1944, in AAVV Riservato a Mussolini, op. cit., pag 361.
266 Relazione sulla situazione politica - ottobre 1944, AS di Sondrio, Fondo Prefettura, Serie 7, B1008, Fasc. “Relazione mensile durante il governo repubblichino gennaio 1944 - aprile 1945; v. anche A. Garobbio, A colloquio con il Duce, a c. di M. Vigano, Milano, Mursia, 1998, pag. 136.
267 Notiziario GNR del 01/08/1944, in Giampaolo Pansa, L’esercito di Salò, Milano INSMLI, 1969, pagg. 178-179.
268 Lettera del comandante Giuseppe Motta al Comando SS germanico, 24 /12/1944, in Marco Fini, Franco Giannantoni, op. cit., vol. II pagg 149-154.

 


Gian Paolo Ghirardini, Società e Resistenza in Valtellina, Tesi di laurea, Università degli Studi di Bologna, Anno accademico 2007/2008

domenica 6 novembre 2022

Circa il convegno della Destra all'Hotel Parco dei Principi di Roma nel 1965


Il 3, 4 e 5 maggio 1965 l’Istituto di studi militari Alberto Pollio organizzò a Roma all’Hotel Parco dei Principi un convegno dal titolo 'La guerra rivoluzionaria' <449. Come venne detto nella relazione inaugurale del presidente Gianfranco Finaldi, non si trattava di un convegno politico, ma di un convegno “di studio”, finalizzato a “definire l’argomento, ad impostarlo, a delinearne i contorni, sul terreno storico, sul terreno dottrinario, sul terreno tecnico”. I relatori furono ventidue “studiosi, esponenti del mondo economico e imprenditoriale, intellettuali, giornalisti e osservatori militari”: Enrico de Boccard (Lineamenti ed interpretazione storica della guerra rivoluzionaria), Eggardo Beltrametti (La guerra rivoluzionaria: filosofia, linguaggio e procedimenti. Accenni ad una prasseologia per la risposta); Vittorio de Biasi (Necessità di un’azione concreta contro la penetrazione comunista); Pino Rauti (La tattica della penetrazione comunista in Italia); Renato Mieli (L'insidia psicologica della guerra rivoluzionaria in Italia); Marino Bon Valsassina (L'aggressione comunista all'economia italiana); Carlo de Risio (Lenin, primo dottrinario della guerra rivoluzionaria), Giorgio Pisanò (Guerra rivoluzionaria in Italia 1943-1945), Giano Accame (La controrivoluzione degli ufficiali greci), Gino Ragno (I giovani patrioti europei), Alfredo Cattabiani (Un’esperienza controrivoluzionaria dei cattolici francesi), Guido Giannettini (La varietà delle tecniche nella condotta della guerra rivoluzionaria), Giorgio Torchia (Dalla guerra d'Indocina alla guerra del Vietnam); Giuseppe Dall’Ongaro (Tre esperienze: la lezione di Berlino, Congo, Vietnam), Vanni Angeli (L'azione comunista nel campo dell'informazione), Fausto Gianfranceschi (L’arma della cultura nella guerra rivoluzionaria), Ivan Matteo Lombardo (Guerra comunista permanente contro l'occidente), Vittorio De Biasi (La guerra politica, strumento dell'espansionismo sovietico. Il poliformismo dell'infiltrazione), Dorello Ferrari (Aspetti della guerra rivoluzionaria in Europa), Osvaldo Ronconi (L'aggressione comunista vista da un combattente), Pio Filippani Ronconi (Ipotesi per una controrivoluzione), Adriano Mai Braschi (Spoliticizzare la guerra). Per evitare di redigere una relazione degli Atti, si è ritenuto opportuno trarre dagli stessi alcuni stralci di interventi ritenuti particolarmente rilevanti per l’argomento analizzato in questa sede.
Il pamphlet di Clemente Graziani e soprattutto il convegno a Parco dei Principi costituirono un salto di qualità nella trattazione di molti aspetti della guerra rivoluzionaria (con un accenno alla guerra controrivoluzionaria), rischiarando in Italia, attraverso una rielaborazione incentrata principalmente su aspetti militari, una nebulosa semantica che durava da inizio Novecento. L’ingresso dei socialisti al governo fu la scintilla che portò gli intellettuali (soprattutto di destra, ma anche socialdemocratici come Ivan Matteo Lombardo) ad interrogarsi su un tema scottante quale era la guerra rivoluzionaria. Ora che il “santuario” politico europeo, dove si trovava il Partito comunista più forte dell’Occidente, veniva “assaltato” silenziosamente dal Cremlino, una “definizione” del problema era funzionale alla definizione di una pronta risposta controrivoluzionaria. Nel suo intervento De Boccard così si esprimeva in merito alla questione:
'Ma ne risulta, ugualmente, che qualsiasi violazione compiuta dai comunisti nel quadro della loro guerra rivoluzionaria nei riguardi del “santuario” come, per esempio, il riuscire, da parte loro, sfruttando opportunità d’eventi e debolezza di governi, di inserirsi in una “nuova maggioranza” o peggio ancora a penetrare, non fosse che con un sottosegretario alla PP.TT., in un gabinetto ministeriale, costituirebbe un atto di aggressione talmente grave contro “lo spazio politico” vitale dello Stato, da rendere necessaria l’attuazione nei loro confronti di un piano di difesa totale' <450.
Eggardo Beltrametti, che, come si è visto in parte nel secondo capitolo di questo elaborato, fu tra l’altro uno scrittore prolifico in più riviste di destra degli anni ‘50 e ‘60, esperto qual era di politica estera, nella sua relazione descriveva dettagliatamente la figura del contemporaneo soldato politico della guerra rivoluzionaria:
'(…) il soldato di oggi, ed intendo quello della guerra non ortodossa, deve essere un soldato di elite, un individuo preparato anche culturalmente, dai riflessi sia pronti per sottrarsi al nemico che gli tiene il fucile puntato sulla schiena, sia per comprendere all’istante dove si cela l’insidia morale. Il soldato della guerra non ortodossa se vuole raggiungere la coscienza del pericolo, deve essere convinto della propria giusta causa e deve essere ideologicamente preparato per comprendere il valore politico del suo dovere. Perciò egli deve essere informato degli scopi strategici e tattici che vogliono raggiungere onde avere sempre coscienza delle sue azioni e delle iniziative. Egli deve essere e sentirsi un protagonista cosciente e non uno strumento cieco di guerra. Ed in ciò sta l’essenziale della differenza che passa tra il soldato della libertà e l’agente della guerra rivoluzionaria' <451.
Pino Rauti, all’epoca membro del Centro Studi Ordine Nuovo, si concentrava sull’analisi della “penetrazione comunista in Italia”. Secondo lo studioso la “tecnica per la conquista del potere” <452 in Italia, all’epoca paese industrializzato, ubbidiva a leggi completamente diverse rispetto alle guerre di guerriglia, come quella condotta anni prima da Mao Tse Tung. Per Rauti ora il nemico, fattosi invisibile ma onnipresente, si stava infiltrando “nei gangli dello Stato” senza ricorrere alla violenza, ma conducendo, con “la fredda, la scientifica, la razionale continuità” <453 dovuta, una capillare azione politica:
'Oggi per il PCI (…) è più importante, è infinitamente più importante disporre del posto di capo servizio alla radio e alla televisione, là dove si manipolano i programmi, che disporre di cinquecento attivisti in piazza, perché i cinquecento attivisti in piazza ne possono mobilitare altri cinquemila avversi, contrari e decisi a menare le mani. Inoltre cinquecento attivisti comunisti non si fanno vivi che in determinate occasioni, mentre lo sconosciuto signore che, nel chiuso di una stanza, sceglie un’opera teatrale invece di un’altra, mette in onda una certa commedia invece di un’altra, procede all’indottrinamento, al condizionamento psicologico, all’avvelenamento invisibile delle coscienze e delle volontà di centinaia di migliaia, di milioni di persone. Ecco la tecnica comunista per la conquista dello Stato. La quale tecnica, quindi, si contraddistingue per il tentativo di sfruttare per linee interne l’apparato dello Stato e, soprattutto, i suoi mezzi informativi, in attesa di poter conquistare ed utilizzare anche i mezzi repressivi dello Stato' <454.
Il successivo intervento del neofascista Guido Giannettini <455 rappresentava una sintesi del pamphlet sul quale aveva lavorato dal 1964 e che, pubblicato all’inizio del 1965, costituiva una pietra miliare del pensiero strategico italiano relativamente alla guerra rivoluzionaria. Converrà ora richiamare alcuni tratti salienti del pamphlet che verranno da lui discussi al convegno.
Nell’introduzione del libretto, diviso in tre parti, metteva a fuoco la novità e le “forme inconsuete”456 del nuovo tipo di guerra avviata da Mosca e Pechino, “le centrali della sovversione” <457. Si trattava sostanzialmente di una guerra non dichiarata rispondente a criteri propri basata su una “mobilitazione generale dei propri quadri e dei propri gregari” e volta a distruggere la società del nemico dall’interno attraverso cinque metodi principali, ovvero “la propaganda”, “l’azione psicologica”, “la minaccia”, “l’attentato” e “il ricatto” <458.
Nella prima parte del pamphlet passava poi ad analizzare i “concetti fondamentali”. Contrariamente a quanto aveva fatto Graziani nel 1963, che aveva usato come espressioni sinonimiche “guerra rivoluzionaria” e “guerra sovversiva”, Giannettini differenziava e definiva separatamente “guerra psicologica”, “guerriglia”, “guerra sovversiva” e “guerra rivoluzionaria”. Si potrebbe immaginare l’ultimo tipo di guerra come una sorta di matrioska che “può dunque comprendere in sé stessa tutti gli altri tipi di guerra”: essa infatti si avvaleva di “tecniche psicologiche e sovversive, spesso della guerriglia, qualche volta della guerra convenzionale” <459. Inoltre, la guerra rivoluzionaria oltre a differenziarsi dai suddetti tipi di conflitto nei metodi, lo faceva anche nei fini, “non solo nella tattica, ma anche nella strategia”. Infatti se la guerra psicologica, quella sovversiva e la guerriglia miravano a imporre un nuovo stato di cose, la guerra rivoluzionaria attuale aveva come fine la rivoluzione, stabilendo “una sorta di moto perpetuo in costante divenire” <460, e la “conquista delle popolazioni” <461, funzionale ad alimentare il tremendo circolo vizioso del processo rivoluzionario. Per combattere questa guerra l’Occidente doveva al più presto infervorarsi di una “ideologia attiva” che giustificasse una “lotta dura, difficile, talvolta anche assurda” <462, e, evitando una “difesa passiva”, procedere ad una controffensiva nella forma di “una guerra rivoluzionaria totale” <463.
La seconda parte del libello passa in analisi le quattro “fasi classiche” della guerra rivoluzionaria: 1) preparazione, 2) propaganda, 3) infiltrazione, 4) azione. Denso di spunti di analisi è quanto viene scritto riguardo alla seconda fase. Giannettini, dopo aver suddiviso tre tipologie classiche di propaganda, ovvero “parlata” (comizi, conferenze, discorsi, lezioni, interviste), “visiva” (scritte sui muri, pubblicazioni periodiche, opere pittoriche, manifesti, volantini) e “audiovisiva” (televisione e cinema) <464, ne introduce una “non convenzionale”, presa in analisi anche da Graziani: il terrorismo, sia quello “indiscriminato” sia quello “selettivo” <465, da attuarsi tenendo sempre a mente il detto di Pascal secondo il quale “per convertire un incredulo, bisogna cominciare col metterlo in ginocchio” <466. In seguito l’autore accenna anche a “colpi bassi” che favoriscano indirettamente l’efficacia di tali tipologie. Un esempio di “colpo basso” avvenne, secondo Giannettini, con i fatti di Genova del 1960:
'Un esempio solo, italiano, è sufficiente: dopo l’insurrezione dei portuali genovesi del luglio 1960, che rovesciava il governo Tambroni iniziando l’apertura a sinistra, il governo sovietico affidava ai cantieri di Genova la commessa per la costruzione di alcune petroliere di grosso tonnellaggio (sei, se ben ricordiamo). In questo modo, i lavoratori del locale porto vedevano crescere le loro possibilità di lavoro e quindi di guadagno: era il premio concesso agli uomini-arma consci o inconsci della guerra rivoluzionaria. Il premio concesso apertamente da una Potenza straniera a operai italiani che avevano rovesciato un governo italiano. Beneficiati non erano poi soltanto i portuali, ma tutta la popolazione, che traeva vantaggio dall’aumento di lavoro nei propri cantieri, e perfino le grosse industrie navali, cioè gli “odiati capitalisti”, favoriti in questo modo dalla “patria di tutti i lavoratori”.' <467.
Nella terza parte del pamphlet Giannettini proponeva dei “lineamenti di contro guerra rivoluzionaria”: ovvero delle indicazioni per l’Occidente, che doveva intraprendere con le “stesse tecniche” utilizzate dai comunisti una guerra “non meno rivoluzionaria” <468. A condurre lo scontro doveva essere una “direzione centralizzata mista, composta da elementi civili e militari” <469, che inizialmente doveva preparare il terreno con una capillare “lotta propagandistica”. Giannettini indicava poi diversi principi ai quali doveva rispondere l’azione propagandistica: individuare il nemico e “denunciarlo all’opinione pubblica, farlo odiare e disprezzare come un essere che va schiacciato”; saturare continuamente di informazioni l’opinione pubblica, in modo da rendere “difficile il formarsi di voci e dicerie favorevoli alla propaganda avversaria”; deformare quanto più possibile “fatti, situazioni, slogans e simboli dell’avversario” tramutandoli in qualcosa di assurdo, odioso e stupido, seguendo il detto “il ridicolo uccide” <470. Per svolgere al meglio tali compiti, un’operazione imprescindibile era quella di “controinfiltrazione”, da condursi principalmente con due metodi: l’allontanamento dalla stampa e da ogni altro organo di informazione di ogni influenza comunista e l’eliminazione di tutti gli organi “legali o illegali” di cui il nemico si serviva “con scopi sovversivi” <471. Giannettini esponeva poi dei lineamenti di guerra rivoluzionaria di carattere prettamente militare inerenti alla controguerriglia. Gli attori di tale controguerriglia erano l’esercito e la polizia, ma anche “gruppi paramilitari tratti dalle popolazioni stesse” <472 che si dovevano occupare di scompaginare l’organizzazione di guerriglia avversaria attraverso “attentati, colpi di mano, agguati” e l’eliminazione dei maggiori leader guerriglieri <473. Alludendo ad uno dei principi generali della guerra rivoluzionaria delineati da Mao, secondo il quale alla fase difensiva doveva subito seguire una fase offensiva, Giannettini proponeva di contrattaccare duramente secondo una o più direttive strategiche qualora l’avversario tenti di colpire il cuore dell’Occidente: portando la guerra rivoluzionaria “in casa sua”; portandola “nei suoi Stati satelliti”; colpendolo “con atti di ostilità, fredda o calda”; colpendo un suo satellite “allo stesso modo” <474. In sostanza il pamphlet di Giannettini si configurava come una sorta di prontuario di tecniche di guerra controrivoluzionaria che, in caso di attacco, dovevano attuarsi prontamente e sistematicamente ai fini non di una battaglia difensiva, che allontanasse il pericolo temporaneamente, ma di una guerra basata sull’offensiva strategica.
Tornando ora al convegno al Parco dei Principi, Giannettini, alla conclusione della sua relazione basata su un’esposizione sintetica dei contenuti presenti nel suo pamphlet, esortava a “reagire in misura adeguata” e velocemente, dal momento che, secondo lui e gli altri relatori, i comunisti italiani, manovrati dal Cremlino, avevano già avviato una “silenziosa” guerra rivoluzionaria. Per il relatore era rimasto veramente poco tempo per rendere operativi i fondamenti di una guerra controrivoluzionaria. <475
[NOTE]
449 Il documento degli Atti del convegno 'La guerra rivoluzionaria' è stato consultato in rete. Tale documento non è provvisto di numeri di pagina e, perciò, essi non potranno essere riportati nelle note. 'La guerra rivoluzionaria: atti del primo Convegno di studio' promosso ed organizzato dall'Istituto Alberto Pollio di studi storici e militari svoltosi a Roma nei giorni 3, 4 e 5 maggio presso l'Hotel Parco dei Principi, Roma, G. Volpe, 1965
450 Enrico Boccard, Lineamenti ed interpretazione storica della guerra rivoluzionaria, in La guerra rivoluzionaria. Atti…, op.cit.
451 Eggardo Beltrametti, Filosofia, linguaggio e procedimenti. Accenni ad una prasseologia per la risposta, in La guerra rivoluzionaria. Atti…, op.cit.
452 Pino Rauti, La tattica della penetrazione comunista in Italia, in La guerra rivoluzionaria. Atti…, op.cit.
453 Ivi.
454 Ivi.
455 Guido Giannettini, La varietà delle tecniche nella condotta della guerra rivoluzionaria, in Atti…, op.cit..
456 Guido Giannettini, Tecniche della guerra rivoluzionaria, Roma, I gialli politici, 1965, p.II.
457 Ivi, p.I.
458 Ivi, p.II.
459 Ivi, p.6.
460 Ivi, p.8.
461 Ivi, p.11.
462 Ivi, p.13.
463 Ivi, p.15.
464 Ivi, pp.30-31.
465 Ivi, p.53.
466 Ivi, p.36.
467 Ivi, p.49.
468 Ivi, p.65.
469 Ivi, p.66.
470 Ivi, pp.67-68.
471 Ivi, p.71.
472 Ivi, p.71.
473 Ivi, p.72.
474 Ivi, p.74.
475 Guido Giannettini, La varietà delle tecniche…, in Atti…, op.cit.
Pier Paolo Alfei, La guerra rivoluzionaria nella Destra italiana (1950-1969), Tesi di Laurea, Università di Macerata, Anno Accademico 2015/2016

mercoledì 2 novembre 2022

I radar cominciarono ad essere utilizzati sulle navi italiane, ma era ormai troppo tardi

Memoria autografa di Luigi Sacco sugli esperimenti di avvistamento di bersagli mobili. Fonte: Paolo Bonavoglia, op. cit. infra

Nel 1935 Luigi Sacco, promosso Maggior Generale, lasciò l'officina per diventare capo del Reparto Trasmissioni nella Direzione Superiore Servizio Studi ed Esperienze del Genio.
In quegli anni si occupava prevalentemente di ricerca nel campo delle onde ultracorte, ma senza dimenticare la crittografia: è del 1936 la prima edizione del «Manuale di Crittografia», basato sulle Nozioni di Crittografia; del 1925 e destinato a divenire un classico della letteratura crittologica.
[...] Si trattava insomma di ricerche che andavano nella direzione del radar ma erano ancora ben lontane dalla realizzazione di un apparato utile ed efficiente. Purtroppo la morte di Marconi nel 1937 pose bruscamente fine alle sue ricerche.
Sacco cercò di mandare avanti ugualmente l'impresa, affidando ad un giovane e brillante ricercatore l'ing. Ugo Tiberio il compito di studiare e sperimentare questa nuova tecnica; già nel 1936 aveva ottenuto la nomina di Ugo Tiberio a ufficiale di complemento ed a professore di Fisica e Radiotecnica all'Accademia di Livorno dove poteva disporre di un gruppo di lavoro per sperimentare il radiotelemetro; negli anni successivi Tiberio ne sperimentò senza successo molte varianti, finché nel 1939 arrivò a realizzare alcuni prototipi funzionanti; ma i vertici della Marina Militare non credettero in questo progetto (sembra che un alto ufficiale della Marina avesse detto: «da che mondo è mondo le battaglie navali si combattono di giorno, dunque a cosa può servire questo apparato?») e così Tiberio non arrivò all'ultimo passo, e cioè a un radar (questo l'acronimo inglese con il quale questo apparato divenne poi noto) pienamente operativo. I vertici della Marina comprenderanno a pieno l'importanza del radar solo dopo la disfatta di Capo Matapan (28 marzo 1941), dovuta in buona parte proprio all'uso del radar da parte della flotta inglese che individuò le navi italiane in tarda serata, le attaccò e ne affondò diverse nella notte.
Quell'ultimo passo era stato infatti realizzato da inglesi e americani che non avevano lesinato sulla ricerca e che già all'inizio della guerra disponevano di seppur rudimentali apparati radar. Solo dopo capo Matapan, il prof. Tiberio ottenne il pieno appoggio della Marina e finalmente nel 1942 i suoi radar (GUFO e FOLAGA) cominciarono ad essere utilizzati sulle navi italiane, ma era ormai troppo tardi.
Luigi Sacco che nel 1939 aveva raggiunto il grado di Tenente Generale, il massimo allora raggiungibile nell'Arma del Genio e dirigeva il centro radio "Marconi" di Torre Chiaruccia a S. Marinella, solo nell'agosto 1942 diventò consulente del comitato RARI (nuova sigla per il radar italiano) e poi dal gennaio 1943 presidente del Comitato Radiofari e Rari nemici. Una nomina tardiva, e c'è chi pensa che se Sacco fosse stato chiamato a dirigere ufficialmente il progetto radiotelemetro sin del 1936 non ci sarebbero stati i suddetti fatali ritardi.
Con la guerra riprese anche le sue ricerche in campo crittografico. Era ormai l'epoca delle macchine crittografiche, più famosa di tutte l'Enigma, e Luigi Sacco ne progettò una basata su un sistema di catene piuttosto che di ingranaggi. Ottenuto il brevetto nel 1941 ne fece realizzare un esemplare dalle officine Nistri, ma l'esemplare andò perduto per non meglio chiariti eventi bellici e la cosa non ebbe seguito anche per il precipitare della situazione militare italiana.
Insomma quella della seconda guerra mondiale fu anche per Luigi Sacco un'esperienza poco felice, che infelicemente si concluse il 1 agosto 1943 quando a sessant'anni venne collocato a riposo per raggiunti limiti di età. Il 4 maggio 1943 gli era peraltro stato conferito dalla Reale Accademia d'Italia un Premio Accademico di 10000 lire per le ricerche da lui compiute nel campo della radiopropagazione delle onde metriche.
Paolo Bonavoglia, 1935-1946 tra radar e macchine cifranti, Archivio Sacco

Luigi Sacco e Vittorio Gamba nacquero rispettivamente ad Alba (CN) e a Vercelli, a circa 75 chilometri di distanza, il primo nel 1883 e il secondo nel 1880. Sacco entrò in Accademia all’età di 18 anni e si dimostrò particolarmente versato nelle discipline scientifiche tanto da confermarsi 'capoclasse' del suo corso per tre anni consecutivi, ottenendo per questo una medaglia dal Ministero della Guerra. Nominato Sottotenente del Genio nel 1904, venne invitato, dopo tre anni, dall'allora Maggiore Morris a presentare domanda per passare nei Radiotelegrafisti, specialità in cui operò lungo l'intero arco della sua carriera militare.
Gamba entrò invece in Accademia all'età di 22 anni, avendo trascorso all’estero, dopo le scuole superiori, un periodo dedicato a perfezionarsi nelle lingue, con una passione che continuò a coltivare per tutta la vita, fino a conoscerne - si dice - almeno 25, più i relativi dialetti. Dopo l'Accademia, divenne Ufficiale degli Alpini e tale rimase per tutta la durata del suo servizio nell’Esercito.
La Guerra di Libia vide impegnati ambedue i Tenenti in zona di guerra, Sacco come realizzatore e gestore della rete radiotelegrafica della Tripolitania e Gamba come traduttore e interprete da e nella lingua araba.
Durante la Prima Guerra Mondiale l'allora Capitano Luigi Sacco costruì dal nulla, con un immane sforzo personale iniziato negli ultimi mesi del 1915, il primo Reparto crittografico dell’Esercito che, inserito l’anno successivo nell'ambito del Servizio Informazioni, raggiunse quasi miracolosamente livelli qualitativi comparabili a quelli degli analoghi servizi nemici e alleati entrati in guerra con migliore preparazione e più ampie risorse.
[...] Dopo il congedo del 1943, Sacco continuò a prestare la propria opera per le Forze Armate come consulente dell’ISCAG (Istituto Superiore di Cultura dell’Arma del Genio) e per il Ministero PT, partecipando anche alle Assemblee plenarie degli Enti regolatori internazionali nel settore delle radiocomunicazioni, in rappresentanza dell’Italia. Gamba non smise di occuparsi di letterature straniere e soprattutto di greco antico, ma si dedicò anche allo studio di una macchina elettronica capace di trasformare il parlato in testo scritto. <121
Nel secondo dopoguerra l’abilità di Gamba come criptologo venne esaltata da alcuni media italiani, ma la sua fama rimase limitata nell’ambito del nostro Paese. A proposito della notorietà internazionale di Gamba, si riportano alcune frasi estratte da una lettera di Sacco alla figlia Maria del 1° giugno 1962, a commento dell’intervista da lui concessa a David Kahn alcuni giorni prima: «È venuto qui a casa a farmi visita un giornalista americano (David Kahn) che sta scrivendo un libro di aneddoti crittografici sulle ultime guerre e, per documentarsi si è preso il gusto di intervistare tutti i crittologhi conosciuti in America e in Europa. […] Gli ho chiesto se avesse l’intenzione di intervistare anche il Generale Gamba: mi disse di non averlo mai sentito nominare!» <122
Kahn, subito dopo il colloquio con Sacco, incontrò infatti il Generale Amé e le notizie riportate nel suo libro sulla Sezione crittografica e su Gamba furono tratte da quest’ultima intervista e dal libro di Amé. <123
Nella stessa lettera, Sacco pone però in risalto le conoscenze linguistiche di Gamba, affermando che egli «era ed è bravissimo nelle lingue occidentali e nel Russo (con relative derivazioni slave) ma specie nel greco antico (recita a memoria in greco antico tutta l’Iliade e l’Odissea)». <124
Luigi Sacco e Vittorio Gamba, negli ultimi anni della loro vita, vissero a Roma a non grande distanza, il primo a Lungotevere Flaminio e il secondo a Viale Glorioso in Trastevere. In quel periodo, ambedue i Generali si occuparono, come dilettanti, di Astronomia. <125 Il Generale Gamba si spense nel gennaio del 1965 a seguito di un incidente stradale provocato da un’auto che l’aveva investito, mentre Luigi Sacco morì nel dicembre del 1970.
[NOTE]
121 Le notizie sulla vita di Gamba sono tratte in parte dal già citato Comunicato ANSA.
122 Luigi SACCO, Lettera manoscritta del 1° giugno 1962 (gentile concessione di Paolo Bonavoglia, custode dell’Archivio Sacco). Il motivo della lettera furono alcuni commenti della figlia del Generale su una trasmissione TV in cui sembrava che si esaltasse la figura di Gamba, ma che in realtà riguardava il citato libro del Generale Amé. La lettera contiene alcune altre informazioni interessanti come quelle riguardanti gli stretti legami tra Kahn e il Servizio cifra americano «con il quale ha collaborato nello studio dei cifrari delle spie russe».
123 KAHN, p. 1069, nota 469
124 SACCO, Lettera manoscritta, cit.
125 Numerose sono le pubblicazioni di Sacco, anche dopo il 1943, di cui l’ultima del 1962 è un piccolo manuale dal titolo 'Caccia ai pianeti con un piccolo cannocchiale' (http://luigi.sacco.crittologia.eu/mappa.html).
Cosmo Colavito, Violatori di cifrari. I crittografi del Regio Esercito (1915-1943) in (a cura di) Gérald Arboit, Nuova Antologia Militare, Società Italiana di Storia Militare, Fascicolo Speciale 2021, Intelligence militare, guerra clandestina e Operazioni Speciali

giovedì 27 ottobre 2022

In clandestinità si discuteva anche del destino del Corriere della Sera


Tra il 1942 e la prima metà del ’43, con l’aggravamento della crisi militare, politica ed economica culminata nel crollo del Regime, insieme alla notevole ripresa dell’azione dei partiti antifascisti, vi fu un notevole incremento delle discussioni sull’ordinamento da dare all’Italia dopo la caduta del fascismo <737. La prospettiva della fine della dittatura, infatti, lasciava intravvedere la possibilità di una rinascita politica e culturale incrementando la circolazione delle idee sui provvedimenti e le iniziative ritenute più urgenti per il prossimo ripristino democratico.
Intrecciandosi strettamente non solo con le tematiche della libertà di espressione, ma anche con la visione sul futuro assetto economico da dare al Paese, le discussioni sulla stampa, a Milano, furono molto vive e sentite. L’oggetto principale dei confronti fu inevitabilmente il Corriere della Sera, considerato più che il maggiore giornale d’Italia, come un punto di riferimento per definizione di una città da sempre “monogiornalistica” <738. Per quanto la tradizione ne esaltasse il prestigio, la storia recente lo rendeva l’esempio tangibile del collaborazionismo con i nazisti, nonché un caso emblematico del coagulo di potere politico-finanziario, che aveva sostenuto il Regime fin dalla sua affermazione: il Corriere insomma, data la sua storia, e a maggior ragione rispetto a quella, era preso a simbolo dell’adesione al fascismo di molti intellettuali e dell’asservimento dei grandi imprenditori coinvolti nel sistema di potere del governo mussoliniano. Pertanto la sua proprietà e la sua direzione furono oggetto di grande animosità, non priva di risentimento, in un momento in cui la voglia di riscatto Nazionale si univa ad un senso di rivalsa verso quanti apparivano responsabili per la dittatura e soprattutto per la guerra.
Nella stampa clandestina si erano avuti molti dibattiti riguardo la proprietà delle grandi aziende tipografiche considerate gli snodi principali per la ricostruzione dell’assetto della futura stampa libera. Uno dei più illustri personaggi che presero parte alla discussione - con un significativo articolo poco ricordato dalla storiografia <739 - fu Luigi Einaudi. Il futuro Presidente della Repubblica, analizzando la recente storia italiana, prendeva atto delle debolezze della stampa, evidenziatesi gravemente nel ’14 e nel ’22, e le imputava alle indebite ingerenze dei proprietari sulle testate. Il problema si era posto - a suo parere - da quando i giornali italiani erano entrati in possesso di privati, titolari anche di altre imprese industriali, i quali, avendo appunto grandi interessi economici (cotonieri, zuccherieri, idroelettrici ecc) da difendere, avevano imposto la loro linea sulle scelte editoriali affinché le testate che detenevano sostenessero posizioni utili ai propri fini particolaristici, non coincidenti con l’interesse generale, e talvolta con questo apertamente contrastanti. Nasceva da questa circostanza il pericolo che l’opinione del giornale fosse distolta dall’unica voce che doveva rispecchiare, ovvero quella del direttore e dei suoi collaboratori, che erano gli unici legittimati a difendere un’idea, una corrente di opinione, un interesse qualsiasi, perché lo facevano apertamente ed in modo dichiarato. <740 Per raggiungere la separazione auspicabile tra direzione e proprietà, Luigi Einaudi si richiamava alla tradizione del giornalismo d’opinione del primo Novecento e proponeva di reintrodurre le formule societarie allora in uso, quando la figura dominante era quella del direttore, che era anche gerente a tempo fisso e socio della società in accomandita proprietaria del giornale, nella quale il capitalista puro rimaneva in ombra, ridotto a svolgere il ruolo di controllo sulle finanze, il solo di sua competenza: “Bisogna ridar il giornale a chi unicamente ha il diritto di amministrarlo e di redigerlo - scriveva - al direttore, che sia un uomo e ne sia nuovamente l’assoluto padrone. E bisogna togliere ai gruppi proprietari che non siano esclusivamente giornalistici ogni possibilità di influenzare l’indirizzo politico ed economico del giornale. Qui è il Delenda Carthago del giornalismo italiano di oggi. […] Il problema sta tutto nella scelta del direttore e nelle garanzie della sua assoluta indipendenza. […] Parrebbe urgente che i proprietari privati attuali di grandi giornali italiani si persuadessero della necessità e dell’assoluta convenienza di ricostituire l’antica direzione delle cose […per cui] la nomina di un direttore contrattualmente indipendente non basta. Il direttore deve essere anche il gerente fornito di tutti i poteri che dal codice sono riconosciuti all’unico socio accomandatario di una società in accomandita semplice. Chi amministra e paga, comanda. Il gruppo proprietario conserverebbe l’amministrazione del giornale [e per ulteriore garanzia] dovrebbe sottoporre saltuariamente il nome del gerente al gradimento di un numero limitato di persone autorevoli […] queste persone non avrebbero alcun diritto di nomina, ma dovrebbero a maggioranza dare il proprio gradimento sul direttore-gerente scelto dai proprietari” <741.
Su posizioni diametralmente opposte si trovava Gaetano Baldacci, un medico messinese, collaboratore a Milano di diverse riviste ed aderente al Partito d’azione, che sotto lo pseudonimo di Sicanus aveva pubblicato sulle colonne di “Lo Stato Moderno”, rivista diretta da Mario Paggi, una dura requisitoria contro le proprietà dei mezzi di informazione. Baldacci sosteneva che il quotidiano era un’impresa troppo complessa per non essere a rischio di ricadere nelle mani apparentemente indifferenti, ma in realtà interessate ad influire sulla politica, dei capitalisti, perciò riteneva fosse necessario l’esproprio dei grandi complessi editoriali e, per evitare ogni futuro controllo sulla stampa, auspicava che gli impianti si statalizzassero e le pubblicazioni fossero sottoposte ad una rigida legislazione, che ammettesse la sola pubblicazione dei giornali di opinione, ovvero dei giornali di partito, il cui intento politico era sempre esplicito: “Editori e tipografi - scriveva - dopo aver allattato abbondantemente al capace mammellone della Cultura Popolare, in questo momento stanno dandosi d’attorno a Roma per procacciarsi “l’onere” di editare gli organi magni della democrazia popolare. Nessuno crediamo ci cascherà: ad ogni modo il conto non si chiudono a Roma, ma a Milano, a Torino, a Genova. Se non vi fossero sufficienti motivi morali per defenestrare una volta per sempre tutta questa brava gente, ve ne sono tanti altri di una così viva e pregnante attualità da non ammettere equivoci. I partiti di sinistra lottano contro l’appropriazione capitalistica delle posizioni-chiave che controllano la vita del Paese: è il primo passo della rivoluzione che questa volta non dovrà sfuggirci di mano. Di queste posizioni-chiave, tra le più ambite ci sono le aziende giornalistiche. I rimedi che ci si offrono contro [l’usurpazione della stampa da parte dei clan tecnico–finanziari] solo la statizzazione ed una legislazione drastica. […] Si dovrà restituire il giornale al carattere di schietta politicità che dovrebbe essergli propria. Ne deriva, come primo provvedimento da prendere, sia quello che eviti ad uno solo dei quotidiani italiani di sfuggire al controllo dei partiti che controllano ormai tutta l’intera opinione pubblica italiana. […] non c’è scelta: bisognerà espropriare i grandi complessi tipografici per ridistribuirli ai partiti congiunti del C.l.n.” <742
Come si accennava, emergono evidenti in questo intervento il forte sdegno per gli accadimenti del recente passato e la volontà di risolvere il nodo dell’informazione in chiave statalista, all’interno di una diversa economia, ristrutturata dalle fondamenta. Si volevano spazzare via le vecchie testate per rinnovare completamente il giornalismo italiano agendo sotto la spinta rivoluzionaria nata dal dramma del presente. Per scongiurare una simile impostazione, nel numero successivo della rivista, intervenne Mario Borsa, con un articolo in cui, pur difendendo i giornali di informazione, non si sottraeva dal proporre soluzioni alternative per un controllo più democratico delle testate. Egli riteneva che non si potessero pubblicare solo giornali di partito, perché concedere la pubblicazione ai soli organi politici riconosciuti avrebbe voluto dire escludere ogni altro orientamento dalla possibilità di esprimersi, vale a dire agire secondo un principio esclusivista ed illiberale: “Perché soltanto i socialisti, i democristiani, i liberali ecc?” - si chiedeva - ammettendo solo i giornali di opinione si sarebbe ricaduti in una concezione totalitaria.
Sgombrato quindi il campo da tale possibilità, Borsa introduceva i motivi a favore dei giornali di informazione: “il grande numero di cittadini che possono simpatizzare con le idee di queste o quel partito, ma non sono iscritti ad alcuno, volendo pensare con la propria testa, dove avrebbero dovuto rivolgersi?”. I casi di grandi testate europee mostravano che in un regime di libertà era possibile l’esistenza di giornali indipendenti, di fogli di riferimento per la gran massa dei lettori non orientati. Quindi, una volta postulata l’ineliminabilità dei giornali di informazione perché “libertà è o non è: non bisogna[va] averne paura”, passava ad analizzare i problemi che secondo lui ponevano i fogli sì fatti, che si riducevano a tre: la direzione, la proprietà e la testata: "Mantenerlo dunque in vita come organo di informazione; ma qui sorgono tre questioni della direzione e della redazione, della proprietà e della testata. La prima questione ci sembra di facile soluzione. Direzione e redazione dovrebbero essere immediatamente epurate, prima ancora che entrino in vigore in Alta Italia i decreti governativi già emanati sulla materia. L’epurazione naturalmente dovrebbe essere radicale, attuata cioè non solo in conformità della procedura e dei criteri indicati già dal C.l.n. Alta Italia per tutte le aziende in generale, ma con particolare riguardo al carattere che riveste, sotto l’aspetto politico e morale, una grande azienda editoriale. Il giornale dovrebbe essere affidato a uomini di sicura e provata fede antifascista, non imposti s’intende da alcun partito, ma capaci di combattere lealmente con essi la grande battaglia che ci attende all’indomani della liberazione. […] Per la questione della proprietà si possono proporre varie soluzioni in tema di regolamento particolare di regime sulla stampa: forme cooperative, investimenti finanziari da parte di enti morali, obbligatorietà di frazionamento del capitale e controllo del trasferimento delle azioni ecc.; ma sembra a noi che la vera soluzione del problema dell’affrancamento della stampa dalle influenze capitalistiche debba automaticamente scaturire, più che da speciali regolamenti, dalla vasta riforma politica e sociale che, nel regime democratico di domani, renderà impossibile al capitalismo ogni ingerenza corruttrice nella vita politica ed economica del Paese e quindi di far servire un grande organo di stampa ad interessi particolari. Resta la questione della testata che a noi sembra questione di lana caprina". <743
Ponendosi nella posizione interlocutoria di chi, pur avendo una concezione profondamente liberale della stampa <744 riconosceva le esigenze di un drastico mutamento ed aveva fiducia che questo potesse realizzarsi concretamente, Borsa, nel suo usuale atteggiamento razionale, molto distante dalla polemica irruente di Baldacci - da cui lo dividevano peraltro anche molti anni di differenza - affermava di approvare tanto l’opportunità di operare una vasta epurazione, quanto la necessità di affrancare la stampa dalle influenze capitalistiche, per cui proponeva soluzioni normative utili ad un futuro inquadramento legislativo delle proprietà dei mezzi di informazione; dichiarava però di non poter accettare le proposta di affidare la pubblicazione dei quotidiani ai soli partiti, perché riteneva fondamentalmente illiberale un simile principio. I giornali di informazione avevano ragione di esistere proprio perché rivolti alla generalità di lettori che non riconoscendosi in un partito volevano trovare chiarificazioni nei fogli non schierati. Aggiungeva anzi, che non solo i giornali di informazione dovevano a suo avviso essere mantenuti, ma potevano essere, in un momento di difficile cambiamento qual’era quello vissuto dall’Italia, uno strumento utile al servizio della causa del rinnovamento. Il Corriere della Sera andava dunque tenuto in vita di modo che tutti gli Italiani disorientati potessero rivolgersi ad un grande giornale indipendente per trovare una guida sicura, che per i primi tempi poteva essere utile all’antifascismo: "[un giornale sì fatto] potrebbe essere un impareggiabile strumento di bene per la causa di quella vera libertà che sta ugualmente a cuore a tutti quanti. […] Questione reale e di capitale importanza potrà essere per l’antifascismo il trovarsi lì pronto, al momento della Liberazione (quando cioè sarà inevitabile il disorientamento sociale, civile e morale) un giornale già piantato e così saldamente piantato, il quale ritrovata la sua popolarità e sfruttando la popolarità della sua testata potrà farne giungere subito la parola in mezzo a quel pubblico straordinariamente largo e curiosamente eterogeneo qual è sempre stato il pubblico del Corriere" <745.
La polemica tra Borsa e Baldacci si chiudeva sostanzialmente su posizioni inalterate riflettenti le visioni di un giornalista la cui professione di fede era chiaramente liberal-democratica e quella di un giovane ispirato da istanze massimaliste e rivoluzionarie. <746
[NOTE]
737 Giorgio Candeloro, Storia dell’Italia moderna, vol. X La seconda guerra mondiale, il crollo del fascismo e la Resistenza, Milano, Feltrinelli 1986, p.133.
738 Proprio la vita di Borsa da modo di vedere come l’Italia e Milano fossero passate nell’arco di un cinquantennio ad avere come principale giornale di informazione il Secolo a fine ottocento, Il Corriere ad inizio Novecento ed ancora il Corriere sotto il fascismo, quando sebbene ispirato dall’alto, rimaneva il miglior prodotto editoriale su piazza, dato che l’unica alternativa era “Il Popolo d’Italia”.
739 Il dibattito è stato affrontato soprattutto in Angelo Del Boca, Giornali in crisi: indagine sulla stampa quotidiana in Italia e nel mondo, Torino, Aeda, 1968, pp.45 sgg e Paolo Murialdi, La stampa italiana del dopoguerra, cit., pp.55
sgg.
740 Corsivo dell’autore.
741 Il Saggio, pubblicato anonimo a Roma nella Collana clandestina del Movimento liberale italiano (28 settembre 1943) è apparso edito col titolo Giornali e giornalisti, Firenze, Sansoni, 1974. In particolar si veda il paragrafo III Il problema della stampa quotidiana, pp.15-29.
742 Sicanus, (Gaetano Baldacci), Stampa e democrazia, in «Lo Stato Moderno» a.1 n.2, agosto 1944, pp.12-16. Per gli indici della rivista: Elena Savino, Lo Stato Moderno 1944-1949, Milano, Franco Angeli, 2005. Su Gaetano Baldacci si veda Luciano Simonelli, Dieci giornalisti ed un editore, Milano, Simonelli, 1997, pp.13-41. Il libro che contiene brevi biografie di giornalisti protagonisti del Novecento, oltre alla figura di Baldacci presenta le vicende biografiche di Luigi Barzini, Mario Missiroli, Filippo Sacchi ed altri. Baldacci era assistente del Professor Cesa Bianchi all’Istituto della clinica medica della Regia Università di Milano, ma aveva un netta vocazione per il giornalismo ereditata dal padre, corrispondente del Giornale d’Italia. Dalla prima esperienza per un grande quotidiano avuta la notte del 25 aprile 1945 con Borsa, sarebbe passato tra varie testate fino ad arrivare alla fondare nel 1956 “Il Giorno”, foglio ricordato per la fattura originale ed innovativa. Paolo Murialdi, Storia del giornalismo italiano, cit., pp.192 sgg. 743 Un gruppo di giornalisti antifascisti, (Mario Borsa), Il problema della stampa. Una difesa dei giornali d’informazione, in «Lo Stato Moderno» II, 3-4, 1-16 febbraio 1945, pp.31/37.
744 È interessante notare come nel ’47 Borsa si richiami in una articolo proprio alle soluzioni avanzate da Einaudi scrivendo: “Tre anni fa, nella grande rivista americana del Foreig Affairs Luigi Einaudi scriveva: «Il direttore dovrebbe essere il solo responsabile della politica economomica e finanziaria di un giornale, una volta nominato egli non dovrebbe essere licenziato, né subire restrizioni di sorta, senza il benestare di un apposito comitato […] composto da uomini eminenti, da tutti rispettati, col compito e col diritto di dare o meno la sua approvazione alla nomina dei direttori, come pure al trapasso di azioni, assicurando così l’indipendenza del giornale». Non dovrebbe esser difficile adottare in Italia qualcosa di simile per i grandi organi. È un’idea, perché non provare?”. Mario Borsa, Del nostro giornalismo, in «Lo Stato Moderno» a.5, n.10-11, 20 maggio-15 giugno 1948, pp.242-244.
745 Un gruppo di giornalisti antifascisti, (Borsa Mario), Il problema della stampa. Una difesa dei giornali d’informazione, cit.
746 Ci saranno altri scambi tra i due nella rivista che tuttavia, non cambieranno sostanzialmente i termini entro cui si erano rispettivamente attestati. Baldacci rispose chiarendo che non intendeva sostenere che non dovessero più esistere giornali che non fossero di partito ed ammettendo di essersi lasciato andare alla formulazione di rimedi estremi: “lo ammetto. Ma al fondo di questa intransigenza di questa ricerca spietata che può sfociare e sfocia talvolta in conclusioni… autolesionistiche, c’è una forte passione morale […] si riteneva opportuno nel quadro di una eventuale riforma istituzionale contemplante il riconoscimento giuridico dei partiti che, almeno nella prima fase del riassetto ai partiti fosse affidata in modo esclusivo la possibilità di pubblicare giornali quotidiani”. Sicanus (Gaetano Baldacci), La stampa e la responsabilità dei partiti, in «Lo Stato Moderno» a.1 n.2 agosto 1944. La polemica termina qui. Borsa sarà chiamato a scrivere di nuovo sul “Lo Stato Moderno” per commentare la situazione della stampa nel ‘48 occasione i cui lamenterà il decadimento sensazionalistico della stampa per la perpetua ricerca dell’effetto a scapito della dignità e della serietà dei giornalisti. In pratica si opporrà nuovamente alla “moda gialla messa in circolazione da americani ed inglesi” rinnovando le stesse critiche mosse alla stampa gialla londinese ai tempi della sua permanenza in Inghilterra, vale a dire l’eccesso di commercialismo e la mancanza di responsabilità professionale di alcuni giornali. Mario Borsa, Del nostro giornalismo, cit.
Alessandra De Nicola, Mario Borsa: biografia di un giornalista, Tesi di dottorato, Università degli studi della Tuscia - Viterbo, 2012