La caduta del regime aveva lasciato il posto a un governo autoritario che fece ricorso agli apparati di polizia di derivazione fascista per reprimere tanto i festeggiamenti per la caduta di Mussolini, quanto le poche manifestazioni dei nostalgici <398. Benché il governo avesse invitato la stampa a non occuparsi più dell’OVRA, questa continuò ad operare, tanto è vero che gli informatori erano ancora sul libro paga del Ministero dell’Interno. Fu soppresso il Tribunale Speciale e la competenza per i reati politici fu trasferita ai Tribunali militari <399. I servizi ordinari di polizia nel meridione vennero affidati ai Carabinieri, la cui fedeltà al re restava fuori discussione. Le loro origini, proprio perché risalenti al passato, erano la garanzia di un’organizzazione scevra da contaminazioni fasciste <400.
Diversa era invece la situazione al nord dove, instauratasi la Repubblica Sociale Italiana, era stata istituita la guardia nazionale repubblicana, al cui interno furono inizialmente inseriti i Carabinieri. Non ci fu la sperata «amalgama» con i membri della milizia, anzi molti carabinieri, alla prima occasione, non esitarono ad allontanarsi, individualmente o in gruppo, portando con sé armi e munizioni <401. La sorte non fu diversa per la polizia repubblicana che, nata con la guardia nazionale repubblicana il 20 novembre 1943, fece registrare nella seconda metà del 1944 un elevato numero di defezioni. Anche la Polizia dell’Africa Italiana, passata sotto la Repubblica Sociale Italiana all’indomani della soppressione del Ministero dell’Africa Italiana, non contribuì a difendere il regime, anzi i suoi militi, rimasti a Roma, si opposero ai tedeschi e ai repubblichini che volevano trasferirli al nord <402.
Una volta liberata l’Italia, furono costituite delle commissioni ad hoc per epurare le forze dell’ordine da quanti avevano collaborato con il regime. Furono allontanati quanti, avendo servito il duce, si erano resi indegni di servire il nuovo Stato, e ancora quanti avevano prestato giuramento e servito il fascismo o avevano aderito al partito fascista repubblicano <403. Tuttavia l’idea di una severa epurazione lasciò ben presto il passo a una «sanatoria generale», specie per coloro che ricoprivano gli incarichi più elevati nell’amministrazione, forse anche per non compromettere l’intero apparato amministrativo. Nel caso poi degli apparati di polizia, si ridusse per lo più a un «niente di fatto». Molti funzionari rimasero al proprio posto giustificando il loro impegno durante il regime come un adempimento agli ordini emanati dal Ministro, nell’impossibilità, proprio per la funzione rivestita, di sottrarsi alle direttive loro impartite.
Iniziò per lo Stato un lungo cammino volto ad affermare l’autorità e il rispetto delle leggi, un percorso accidentato finalizzato alla ricostruzione delle forze di polizia. In questo cammino lo Stato aveva dovuto superare le pressioni dei comunisti, che volevano inserire all’interno della polizia ex partigiani, etichettati come «guardie rosse» dagli esponenti moderati e dai conservatori <404.
In Italia meridionale si trovava la situazione più grave rispetto al controllo sulla criminalità. Fatti di sangue avevano sconvolto la Sicilia dove «banditismo, lotta per il separatismo e reazione agrario-feudale si muovevano spesso all’unisono» <405, e dove tra il 1945 e il 1946 militari, carabinieri e comuni cittadini furono oggetto di aggressioni armate e rapine che avevano messo a rischio la convivenza civile.
Anche il Settentrione, sia pure in maniera minore, non poteva dirsi al riparo dai disordini. A Torino una folla di millecinquecento persone aveva tentato di entrare nel Teatro Carignano, dove si svolgeva una festa privata, per manifestare contro il lusso ostentato. L’allora ministro dell’Interno Romita cercò di limitare il ricorso all’uso della forza nelle piazze, ritenendo che proprio il «disagio profondo e grave nel quale si dibatteva la popolazione, specialmente nelle aree depresse», era motivo di criticità nella gestione dell’ordine pubblico.
Durante il secondo governo De Gasperi, al quale parteciparono anche i socialisti e i comunisti, lo stesso De Gasperi, investito anche dell’incarico di ministro dell’Interno, presentò un programma per la gestione dell’ordine pubblico caratterizzato dalla limitazione degli scioperi, dal mantenimento della disciplina nelle fabbriche e dal rafforzamento del potere repressivo dello Stato. La situazione non cambiò durante il terzo governo De Gasperi durante il quale le manifestazioni furono represse duramente <406. Il nuovo ministro dell’Interno, Mario Scelba, sostenne l’uso della forza per reprimere le rivendicazioni dei lavoratori. Con il quarto governo De Gasperi, la sinistra venne estromessa.
Aumentarono il numero delle vittime durante le manifestazioni e sempre più si fece ricorso all’uso delle armi per contenere le proteste di braccianti e operai. All’inizio del 1948 fu emanata una legge che consentì l’arresto di quanti avessero realizzato blocchi stradali permettendo un uso «spregiudicato» del provvedimento restrittivo. Sparare sulla folla che manifestava divenne una consuetudine, favorendo arresti di massa e rastrellamenti finalizzati alla ricerca di armi. Ci fu una recrudescenza delle azioni violente compiute dai fascisti, soprattutto contro sindacalisti ed esponenti della sinistra. Non mancò chi in Parlamento criticò il governo, reo di aver autorizzato la repressione poliziesca, calpestando i diritti umani e arrivando a consentire l’uso di lacrimogeni per disperdere i partecipanti a un comizio sulla sola ragione dell’inopportunità del testo del relatore. A fronte della diminuzione dei reati era aumentato l’organico delle forze dell’ordine, evidentemente dovuto a motivi politici <407.
Con la caduta del fascismo e la ricostituzione dei partiti e dei sindacati, la piazza tornò ad animarsi. Gli anni successivi, dal 1948 al 1951, furono caratterizzati dalle «cariche indiscriminate contro cortei, arresti in massa», quando non addirittura dall’uso delle armi da parte delle forze dell’ordine per contenere le manifestazioni di braccianti, contadini e operai. Questa situazione si arrestò nel 1953, quando per la prima volta non si registrò alcun morto <408.
I parlamentari all’opposizione denunciarono questi metodi estremi nella gestione dell’ordine pubblico, come rigurgiti del periodo fascista. Ciò che colpiva era l’uso della violenza estrema per arginare manifestazioni attraverso le quali si sostenevano rivendicazioni economiche e sindacali o si esprimeva il dissenso. Molti comizi furono impediti e il foglio di via obbligatorio fu una costante per allontanare quanti venivano etichettati come «perturbatori» della quiete pubblica <409. Spesso l’uso delle armi fu giustificato, dai comunicati ministeriali, come dettato dalla necessità di difendersi dai colpi sparati dai manifestanti <410.
[NOTE]
396 R. CANOSA, op. cit., p. 99.
397 Ivi, pp. 100, 101.
398 Ivi, p. 102.
399 Ivi, p. 102-103.
400 Ivi, p. 103.
401 Ivi, p. 105. Molti carabinieri furono catturati dai nazisti che, fatta irruzione nei comandi della guardia nazionale repubblicana, li trasferirono in Germania per impiegarli «come bassa forza nel servizio antiaereo e nella sorveglianza dei campi della Luftwaffe».
402 Ivi, p. 106.
403 Ivi pp. 107, 108 (decreti luogotenenziali 27 luglio 1944 n. 159 sanzioni contro il fascismo e 9 novembre 1945 n. 702).
404 Ivi, pp. 109-113.
405 Ivi, p. 116.
406 R. CANOSA, op. cit., pp. 117-121, 123.
407 Ivi, pp. 126-128, 130-132. Da luglio 1947 a gennaio 1948, le forze di polizia arrivarono a toccare le 45.000 unità.
408 Ivi, pp. 134-136.
409 Ivi, p. 139.
410 Ivi, p. 148.
Maria Antonietta Pisano, Il percorso storico della polizia in Italia. Dal periodo fascista alla legge 121/1981, Tesi di laurea, Università degli Studi di Pisa, Anno Accademico 2021-2022







