Fin dalle prime pagine, emerge il problema della carestia, che andrà col tempo ad aggravarsi maggiormente. I paesini Carnici si erano organizzati per razionare i viveri e a proposito, nel diario di Norina, in data 8 marzo 1944, si legge: "All'arrivo di questi, il primo che passa e vede scaricare la merce, dà l'allarme e a questo annuncio ogni donna addetta al trasporto dei suddetti pianta in asso quello che faceva, arraffa in fretta il "gei", vi mette dentro i sacchetti bianchi e puliti, uno per ogni genere (se si portano i sacchetti non mettono carta e quindi niente tara) e va a gran velocità al negozio. In questo modo tutto il paese è lì alla stessa ora e le code non finiscono mai" (Canciani, 2000); questo significava che per un giorno si sarebbe saltato la classica pasta e fagioli salvavita. Da troppo tempo la guerra andava avanti, il menù non variava e il cibo scarseggiava, e, soprattutto per la gente comune era difficile capire quello che stava succedendo effettivamente nell'assetto internazionale e prevedere come sarebbero andate le cose; nell'incertezza Norina rimuginava, malinconica, sui tempi passati: "A volte mi perdo a sognare i bei tempi dei crostoli, delle frittelle e delle altre cose squisite" (Canciani, 2000). In attesa del proseguire degli eventi e nella speranza della fine della guerra ci si occupava del lavoro del campo, curando ogni patata e fagiolo "come un nostro fratello in questi anni di ristrettezza", in modo da massimizzare la produzione e garantirsi i viveri per sopravvivere il più a lungo possibile. (Canciani, 2000)
L'11 marzo 1944, Norina scriveva: "Oggi mi sono alzata alle cinque e mezza per andare alla latteria dove, alle 6, distribuiscono il latticello (non più di un litro a famiglia) fino a esaurimento, così chi arriva per ultimo corre il rischio di tornarsene a casa con il pentolino vuoto e allora addio colazione". (Canciani, 2000). Il latticello era molto peggiore del latte. In questa contesa, le mamme sono sempre ai primi posti, in fila prima ancora delle cinque per garantire ai loro figli una calda colazione. La carne veniva distribuita a periodi fino a esaurimento ai primi che arrivassero, ma succedeva raramente e per mesi veniva sospeso il servizio. Nonostante il sistema delle distribuzioni e il razionamento del cibo, non sempre regolari, c'era sempre qualcuno che non riusciva ad averne accesso; "devo ammettere che le mucche sono più indipendenti di noi" si legge nel diario di Norina, provata dalla guerra e dalle limitazioni che essa portava con sé. Con sua madre gestiva un albergo, una volta punto di incontro per la comunità, ora invece anche il vino scarseggiava, e il fornitore, il 13 aprile, si presentò con ben due damigiane di vino. Già da mesi arrivava sporadicamente e con poche quantità. Rimaneva comunque un'occasione per una bicchierata comune a cui gran parte della popolazione accorreva con entusiasmo. "E' un po' buffa questa osteria che entra in funzione per due o tre giorni, fin che dura la merce e poi ritorna a casa privata fino a quando non ne arriva altra" (Canciani, 2000).
La prima volta che sentì parlare di un omicidio nella sua vallata era il 4 aprile del 1944, quando ancora nella zona non si conosceva il movimento partigiano o molto poco si sapeva di esso: "non si sa chi, si presume questi partigiani di cui si parla continuamente, ma hanno ammazzato un giovane di Pesariis che si chiamava Sin" (Canciani, 2000). Per coloro che non hanno preso parte direttamente alla lotta partigiana, le conoscenze e la loro percezione su di essa appare piuttosto confusa e nebulosa, e sicuramente questi fatti non portavano l'opinione pubblica comune dalla loro parte. Il 12 aprile 1944, all'"agaç", luogo di incontro per le donne e di circolazione delle informazioni, arrivarono notizie poco buone: "nelle vallate sopra Lauco, era arrivato uno slavo che si faceva chiamare Mirco con l'intenzione di formare delle bande partigiane; alcuni giovani della zona scendevano nei paesi vicini a farsi consegnare viveri, armi e quant'altro ritenevano opportuno. La popolazione viveva nel terrore di vederseli presentare davanti, con i loro fazzoletti al collo: alcuni li chiamavano Garibaldini, altri titini" (Canciani, 2000). La convivenza tra i partigiani e la quotidianità dei piccoli paesi di montagna è sempre stata difficoltosa e mutevole, con diverse caratteristiche a seconda dei diversi contesti. Da quel momento, si scoprì che i partigiani operavano anche in Val Pesarina e sicuramente il loro biglietto da visita non era rassicurante. "Più passano i giorni, più cresce il magone che ci portiamo dentro" (Canciani, 2000). Queste testimonianze e la percezione iniziale della resistenza partigiana da parte di chi si è ritrovata a conviverci per quelli che son stati gli eventi e non per iniziativa personale risulta, naturalmente, piuttosto diversa da quella delle partigiane. "Abbiamo paura degli alleati, dei tedeschi e dei partigiani" (Canciani, 2000).
Ciò non esclude queste donne da un ruolo fondamentale in una forma di resistenza e sostegno che mira a mantenere viva la famiglia e la comunità, gli usi e i costumi, i luoghi e gli spazi sicuri e la sopravvivenza dello spirito della Carnia. "Da quanto mi ricordo, ho sempre sentito dire che con i soldi si può comprare tutto, ma in questo periodo, almeno da noi, non si può, ad esclusione dei prodotti razionati e del pane, comprare niente. Nei centri dicono che esiste il mercato nero e pagando la merce anche dieci volte più del loro valore si può comprare quasi tutto" (Canciani, 2000). In un'acuta analisi della causa, Norina sostiene che il motivo di questa assenza in montagna sia la scarsità dei prodotti in generale e la gestione del mercato nero era impossibile poiché questa attività si sarebbe scoperta in pochissimo tempo con pena l'isolamento dalla comunità e la gogna pubblica. "Così noi cerchiamo di aiutarci scambiandoci le merci che abbiamo" (Canciani, 2000).
Per una ragazza di Prato, non era chiaro cosa fosse successo dopo l'8 settembre e cosa stesse ancora succedendo. Ciò di cui era consapevole la popolazione era la fame e la difficoltà di far fronte dignitosamente ad ogni giornata; con lo scambio di materiali, l'elemosina, nuovi lavori per essere autosufficienti, il razionamento di cibo e merci di qualsiasi tipo, rattoppi di indumenti e calzature ormai ridotte all'osso, la fabbricazione di sapone con gli animali non commestibili si tentava di affrontare la vita mentre ogni tanto arrivava qualche vaga notizia sui partigiani, metà vera, metà romanticizzata dalla fantasia popolare, nella sola speranza di una immediata conclusione della guerra. Il 22 aprile: "sono stati affissi sulle piazze di tutti i paesi dei manifesti che impongono a tutti i giovani delle classi 1914-1924 compreso, di presentarsi ai comandi tedeschi. Mancando a quest'ordine sarebbero state prese pesanti decisioni, ma non venivano specificate quali. Naturalmente nessuno si è presentato e quindi inizieranno anche i rastrellamenti" (Canciani, 2000). Per scappare, i giovani locali si erano organizzati con dei turni di guardia e in caso di allarme scappano nei rifugi che si sono preparati in montagna. "I reduci della guerra del 1915-18 erano ben felici di raccontare le vicende trascorse in trincea o nelle varie azioni di guerra, mentre i reduci di questa guerra, anche se interpellati, si chiudono nel silenzio o cambiano discorso" (Canciani, 2000).
Per quanto riguarda i repubblichini, rimasti con la repubblica di Salò o collaboratori dei tedeschi, Norina non è in grado di "giudicare se la loro scelta sia buona, ma penso lo abbiano fatto anche per non pesare sulle loro famiglie già colme di problemi." Conclude "Ho sempre l'impressione di vivere in un periodo molto disordinato, dove nessuna sa bene cosa fare e quali decisioni prendere per seguire la strada migliore" (Canciani, 2000).
Quando, infine, i partigiani iniziarono a farsi vedere in paese e ad essere una presenza fissa, la giovane di Prato riconobbe gente del posto e facce conosciute di lavoratori, che prima della guerra venivano all'osteria dopo lavoro, e le immagini brutali che si era creata, in parte, svanirono. Passa, in parte, la paura dei partigiani, che non appaiono più così minacciosi, ma si alimenta quella nei confronti dei tedeschi soprattutto dopo alcune dimostrazioni violente. La presenza dei partigiani, comunque, incuteva ancora diversi timori e dubbi fra la gente comune, che delle loro iniziative e di quello che stava succedendo non avevano un'idea ben chiara. E si sa, l'ignoto fa paura, e la lotta partigiana diventa un argomento critico, una nuova ombra che incombe portando con sé una certa inquietudine. I partigiani, anche coi migliori intenti, erano sempre persone armate a differenza della popolazione comune e questa dicotomia non poteva essere ignorata. Il medico di Prato, molto stimato nella vallata lascia il suo lavoro per unirsi alle fila dei partigiani, e molti giovani, seguendo il suo esempio si uniscono a loro volta. Nonostante il fatto che i tedeschi continuino a diffondere manifesti scoraggiando il supporto ai partigiani, questi man mano vengono fatti sparire e ignorati. La presenza stabile dei partigiani porta con sé anche il rischio imminente di rastrellamenti tedeschi, di cui le conseguenze e le ripercussioni sono ben impresse nella mente e temute dalla popolazione civile. "Una cosa che mi fa molta rabbia è che pagano sempre coloro che con la guerra e le guerriglie non hanno nulla a che fare. La popolazione è solo una vittima tra i due contendenti e rimane schiacciata fra le due forze, senza poter reagire" (Canciani, 2000). Oltre ai viveri, mancava qualsiasi tipo di merce: "è già da parecchio che le medicine scarseggiano sia in quantità che in qualità, almeno così dice il farmacista di Comeglians" (Canciani, 2000). Anche andare all'ospedale era difficile e molto rischioso nel caso si venisse scoperti. Quando c'era bisogno di medicinali, "bisognava aspettare la corriera della mattina seguente, per consegnare all'autista la ricetta e i soldi e poi ritirare domani sera le medicine" (Canciani, 2000). Le notizie che arrivavano al lavatoio, dopo lunghi viaggi di bocca in bocca, contribuivano ad alimentare l'immagine confusa che si aveva dei partigiani: "Oggi, al lavatoio, correva voce che si sta creando un nuovo tipo di partigiano, sempre in accordo con i garibaldini nelle guerriglie con i tedeschi, ma di un altro stile politico. Questi hanno un fazzoletto verde e si chiamano osovani" (Canciani, 2000). Si percepiva, però, con discreta certezza, che le fila della resistenza si stavano allargando, includendo persone da fuori regione, poiché non parlavano friulano. È evidente che a loro volta i partigiani non si siano curati di dare delle spiegazioni o chiarimenti alla popolazione, perché la loro sicurezza e il loro successo si basava sulla segretezza. Il 13 giugno, i partigiani iniziano ad aver bisogno anche del sostegno della popolazione locale e dopo che "avevano accesi dei fuochi vicino alla malga Losa, per segnalare il posto dove gli alleati dovevano eseguire il lancio di armi, munizioni, viveri e finanziamenti" non potendo loro stessi trasportare "tutto quel ben di Dio, avevano impiegato tutte le donne disponibili e queste, con le gerle, avevano provveduto al trasporto del materiale a valle e consegnato alle unità partigiane" (Canciani, 2000). Ricevettero per ricompensa una modesta cifra di denaro assieme alle tele e le cordicelle dei paracaduti. Tutto il resto del materiale venne recuperato e nascosto dai partigiani. La carestia si aggravava e si aggiungeva la minaccia tedesca di un'imminente sospensione dei viveri, mentre già i partigiani ne sequestravano gran parte. "Mi chiedo spesso dove sia andata a finire l'altra parte di persona che non sia lo stomaco e gli annessi, essendo questi bisogni così prepotenti, penso abbiano soffocato gli altri; infatti, mi sento solo una bestia affamata" (Canciani, 2000). Anche il vestiario, soprattutto per chi ha molti figli, diventa una sfida davvero ardua: si ricavano pantaloni e gonne da tende, rigidissimi ma almeno difficili da usurare, camicie e intimo da lenzuola e federe che sono già molto spesso al limite dell'usura. Si vive tra miseria e l'ossessione e il terrore di un imminente rastrellamento.
Cecilia Casanova, Testimonianze del'attività politica e dell'esperienza femminile nella Resistenza Friulana. Dalle origini alla Repubblica partigiana della Carnia, Tesi di laurea, Università degli Studi di Padova, Anno Accademico 2024-2025







