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lunedì 30 marzo 2026

La Francia ed i conti non fatti con la guerra d'Algeria


Quelle che seguono sono considerazioni poco critiche sulla storia dei pieds-noirs francesi. Per suscitare qualche riflessione dialettica in proposito forse è sufficiente rammentare che non fu proprio esiguo il numero di francesi che appoggiò dall'inizio l'anelito degli algerini alla propria indipendenza. Per non parlare delle torture praticate su larga scala e dei tanti massacri di civili compiuti sempre dai militari francesi.
Adriano Maini

In Francia per numerosi anni la guerra d’Algeria non era esistita. Numerosi furono infatti i controlli che lo stato attuò all’interno dei media, al cinema e alla televisione francese, la guerra d’Algeria fu un soggetto a lungo evitato: nei film commerciali dell’epoca il conflitto algerino tutt’al più si stagliava sullo sfondo ma non esistevano film francesi che avrebbero potuti essere paragonati alla serie “Rambo”. Benjamin Stora sottolinea che per anni la Francia aveva censurato le pellicole ambientate durante gli événements d’Algérie e le sole immagini relative a quei fatti sarebbero comparse attorno agli anni ‘90 con il documentario inglese di Peter Baty “La guerre d’Algérie”, diffuso nel 1990, e con i primi documentari francesi, "Anées algériennes!", diffusi dal 1991 <35. Anche il film “La battaglia di Algeri”, di Gillo Pontecorvo, non venne mostrato in Francia, dopo la sua uscita al Festival di Venezia nel 1966, sebbene la pellicola avesse vinto il Leone d’oro. Si sarebbe dovuto attendere il 1970 poiché la pellicola potesse entrare nelle sale cinematografiche francesi <36. Ciò che favorì ulteriormente il silenzio relativo alle vicende algerine furono le continue amnistie promulgate immediatamente dopo la fine del conflitto. La riabilitazione di tutti gli esponenti dell’OAS, rinchiusi nelle prigioni francesi, evidenziò la mancanza di volontà dello stato di aprire numerosi processi su dei fatti in cui era strettamente coinvolto. La prima amnistia, del 17 dicembre 1964, venne immediatamente seguita il 21 dicembre da una grazia presidenziale nei confronti di 173 combattenti dell’OAS. Il testo di legge del 17 giugno 1966 dichiarò inoltre che sarebbero state perdonate tutte: «le infrazioni contro la sicurezza dello stato o commesse in relazione agli événements d’Algérie <37.» Infine la grazia del 7 giugno 1968 rilasciò tutti i membri dell’OAS ancora trattenuti nelle prigioni di stato, ridando la libertà anche a coloro che avevano organizzato il putsch e che furono velocemente reintegrati all’interno dell’esercito francese. Il presidente Mitterand aveva dichiarato: «è della nazione il perdonare <38» e nel novembre 1982 i putschisti sarebbero stati totalmente riabilitati e reintegrati nell’esercito. Riconoscere che vi era stata la guerra significava affermare che la Francia per otto lunghi anni aveva combattuto sé stessa abbandonandosi a una guerra civile; anche se in realtà a scontrarsi furono due precise identità: il nazionalismo algerino e il colonialismo francese. Il mancato utilizzo della parola guerra da parte dello stato francese lasciava ugualmente intendere la volontà di mantenere una non-memoria di quel periodo e permettere alla popolazione francese di rimanere all’oscuro di ciò che era realmente accaduto oltre il mediterraneo. All’indomani della firma degli accordi di Evian emerse la volontà di cancellare tutto quello che era accaduto. La collettività voleva dimenticare ciò che si era verificato; ciò, tuttavia, non bloccò l’emergere e il rafforzarsi di memorie “particolari”, come la memoria dei pieds-noirs, dei veterani e degli harkis, che continuarono a chiedere il riconoscimento ufficiale di quelle vicende, che avvenne solo 1996 quando, ricevendo all’Eliseo i membri del Front uni des anciens combattants d’Afrique du Nord, Jacques Chirac riconobbe la necessità di sostituire con la parola «guerra» l’espressione «operazioni di mantenimento dell’ordine», iniziativa che tuttavia trovò l’opposizione ufficiale. Il governo di Lionel Jospin andò oltre, aprendo alcune sezioni degli archivi relativi alla guerra ai ricercatori. Stando alla legge del 3 gennaio 1979 il tempo di prescrizione per la consultazione degli archivi era di 30 anni, intervallo che poteva tuttavia subire prolungamenti a seconda di tutta una serie di eccezioni, come dimostrano i faldoni militari, che risultano tutt’ora secretati perché «mettono in causa la sicurezza dello stato e la vita privata degli individui <39». Jospin permise lo studio di quest’avvenimento sul quale l’oblio era calato da ormai troppi anni, per cercare di riabilitare il ruolo dei soldati: «un quarto di secolo è passato senza che il sacrificio fatto dai nostri soldati in questo conflitto non sia stato pienamente riconosciuto <40» e ancora «noi decidiamo di ridare ai veterani l’onore e la dignità che la storia aveva preso loro <41». Finalmente il 10 giugno 1999 l’Assemblea Nazionale dibatté una proposizione di legge con cui sostituire l’espressione «operazioni di mantenimento dell’ordine» con la frase «guerra d’Algeria.»
A lungo la guerra d’Algeria era stata rinchiusa nelle memorie personali e dopo quasi 40 anni era giunto il momento di liberarsi di questo spettro e assegnarle un nome. Era ormai necessario dare dignità a quelle comunità che fino a quel momento avevano vissuto nell’ombra, ma che avevano compiuto grandi opere in quelle terre. Nel marzo 2003 i deputati Jean Léonetti e Philippe Douste-Blazy depositarono così una proposta di legge, firmata da altri 108 parlamentari, con un solo articolo atto a cercare «il riconoscimento dell’opera positiva dell’insieme dei nostri cittadini che hanno vissuto in Algeria durante il periodo della presenza francese <42». L’anno successivo venne proposto un nuovo disegno di legge dal ministro della difesa che prevedeva un memoriale relativo al riconoscimento della nazione nell’opera di colonizzazione avvenuta tramite la popolazione europea in loco e proponeva un eventuale indennizzo. In sede di dibattito il partito socialista propose anche la creazione di una commissione d’inchiesta sulla responsabilità dei massacri delle numerose vittime civili, dei rimpatriati e degli harkis, avvenuti dopo la data officiale del cessate il fuoco durante la guerra. Il parlamento, tuttavia, non riconobbe, come avrebbero voluto il partito socialista e il FN, la responsabilità dello stato in questi avvenimenti. Infine, la nuova legge proposta dal deputato Christian Kert e approvata nel febbraio 2005 prevedeva che i programmi scolastici e i programmi di ricerca universitaria dessero alla storia della presenza francese in Africa del Nord il posto che le spettava <43. L’articolo 4 della legge dichiarava infatti: «i programmi di ricerca universitaria accordano alla storia della presenza francese outre-mer, precisamente in Africa del Nord, il posto che le merita. I programmi scolastici riconoscono in particolare il ruolo positivo della presenza francese in Africa del Nord e accordano alla storia e ai sacrifici dei combattenti dell’esercito francesi provenienti da questi territori il posto di rilievo che meritano. La cooperazione che permetterà il collegamento delle fonti orali e scritte disponibili in Francia è incoraggiata <44.» Il testo intendeva riconoscere e affermare il debito morale che dello stato francese nei confronti dei pieds-noirs, cercando di proteggerli contro «gli insulti, la diffamazione e contro quelli che vorranno negare la loro tragedia <45.» La legge del 23 febbraio 2005 affermava infatti che: «La nazione riconosce le sofferenze provate e i sacrifici vissuti dai rimpatriati, dai membri dei suppletivi militari, i dispersi e le vittime civili e militari legate al processo d’indipendenza di questi vecchi dipartimenti e territori e rende loro, e alle loro famiglie, un solenne omaggio <46.» Il decreto, come sostiene Clara Palmiste, per quanto fosse “sconveniente”, dimostrava la volontà, da un lato, di rilanciare il dibattito su episodi taciuti dalla storia coloniale e il desiderio dello stato di ammettere i crimini coloniali, dall’altro lato, soprattutto a livello politico, evidenziava la necessità della Francia di voltare pagina e di proseguire lungo il cammino internazionale <47.
Era giunto il momento per i pieds-noirs di dare voce alle proprie memorie e di dimostrare che la storiografia ufficiale non raccontava la verità dei fatti dato che alcuni manuali, a proposito della loro presenza in Algeria narravano: «L’originalità dell’industria algerina: l’Algeria ha recuperato le sue ricchezze posseduto fino a quel momento da società straniere, soprattutto francesi. Le ha sostituite per società nazionali. Ciascuna delle quali dirige un settore d’attività <48.» Con queste premesse la comunità di rimpatriati si sentì incoraggiata a rendere pubblica la propria storia, la propria memoria, per permettere all’intera metropoli di rapportarsi con questa comunità in maniera diversa. Essi non erano i fascisti che avevano sfruttato i musulmani, ma civilizzatori cui era stato negato, fino a quel momento, ogni riconoscimento. Questa memoria, a tratti così diversa dalla storiografia ufficiale non ebbe alcuna difficoltà a propagarsi all’interno della comunità, a radicarsi così in profondità che a tutt’ora è il referente dei pieds-noirs <49. La storiografia dei rapatriés aveva evidenti punti in comune con quella ufficiale, soprattutto per quanto riguardava il periodo coloniale: gli avvenimenti narrati dalla storiografia ufficiale avevano in sé la veridicità e l’esattezza e ai pieds-noirs non restava che sottolineare come fossero stati i loro antenati ad aver permesso a quegli avvenimenti di realizzarsi. L’epopea coloniale assumeva così quegli aspetti positivi che erano stati finora preclusi loro dalla storiografia metropolitana <50. Mentre il racconto metropolitano parlava di sfruttatori, coloni e usurpatori, i termini usati dai pieds-noirs per raccontare le vicende dei loro avi in Algeria furono invece avventuriero e pioniere. L’analisi storiografica pieds-noirs si concentrò a «ristabilire la verità storica» del periodo precedente agli anni del drame algérien, tratteggiando uno scenario idilliaco in cui non erano presenti contrasti tra la popolazione europea e araba. Per quanto riguarda invece le vicende relative alla guerra d’Algeria l’una e l’altra memoria si costruirono in maniera tale da poter “scaricare” ogni responsabilità, ponendo gli elementi sotto una luce completamente diversa. Un punto degli avvenimenti della guerra d’Algeria creava inoltre una profonda frattura tra la storiografia ufficiale e quella dei pieds-noirs: gli anni di governo del generale de Gaulle. Egli, secondo i rapatriés per non oscurare la propria immagine, avrebbe imposto alla storiografia ufficiale di modificare il racconto degli avvenimenti, divenendo «un potere che, dopo aver sottomesso i media, non indietreggia davanti a alcun processo, nemmeno alle richieste storiche, per accreditare le proprie tesi <51», selezionando le informazioni, per non avere alcun oppositore, come avevano fatto le dittature: «bisogna sapere che la “nuova storia” si riferisce essenzialmente ai documenti audio-visuali di cui la potenza d’evocazione e di memorizzazione, naturalmente sui giovani, può essere utilizzata come un’arma pedagogica. Facili manipolazioni, la scelta delle immagini e dei commentari che si adattano, permettono di far passare non importa quale messaggio. Così, secondo un metodo ereditato da Goebbels, perfezionato poi, forgiano dei pezzi e creano le prove che faranno la storia di domani. E nel paese dei Diritti dell’uomo , come dalle altre parti, si fabbricano false memorie <52.» Salvatore della nazione per i metropolitani, traditore di ogni speranza per i pieds-noirs, la figura del generale genera tutt’ora visioni completamente discordanti nelle due storiografie, ma d’altronde Pirandello ce lo dice, la verità umana non è una cosa semplice, non vi è una verità assoluta e la verità di ognuno merita rispetto.
[NOTE]
35 B. Stora, La gangrène et l’oubli, p. 38-45.
36 Ibidem, p. 249-250.
37 Cit. in B. Stora, Le transfert d’une mémoire, p. 83.
38 Ibidem, p. 84.
39 Ibidem, p. 129.
40 Ibidem, p. 133.
41 Ibidem, p. 133.
42 Cit. in J.J. Jordi, Pieds-Noirs, p. 146.
43 Ibidem, p. 146-147.
44 Cit. in J.J. Jordi, Pieds-Noirs, p. 148.
45 Cit. in C. Palmiste, Le colonie e la legge sul “buon francese”, in “Passato e Presente”, p. 91.
46 J.-Y. Faberon, Mémoire de la présence française outre-mer et reconnaissance nationale dans la loi du 23 février 2005, “L’Algérianiste”, n. 112, dicembre 2005, p. 6.
47 C. Palmiste, Le colonie e la legge sul “buon francese”, in “Passato e Presente”, p. 95-98.
48 L’Algérie vue par le manuels scolaires, “L’Algérianiste”, n. 20, 15 dicembre 1982, p. V.
49 Buono, Pieds-noirs, de père en fils, p. 71.
50 Ibidem, p. 71.
51 G. Bosc, Les faussaires de l’histoire, “L’Algérianiste”, n. 51, settembre 1990, p. 5.
52 Ibidem, p. 5.
Ilaria Sinico, Figli di una ex-patria: l'epopea dei pieds-noirs nella Francia contemporanea, Tesi di laurea, Università degli Studi di Padova, Anno accademico 2011-2012

mercoledì 18 marzo 2026

Al nord tra i partigiani era arrivato il generale Cadorna


Nel frattempo, sul fronte militare del Settentrione l'affiatamento all'interno del Comitato, l'impegno unitario e un lavoro sempre più efficace e coordinato rimanevano necessità da risolvere con urgenza, soprattutto sotto la pressione dei continui arresti. "Abbiamo raggiunto un faticoso e faticato modus vivendi coi comunisti nel Comando militare" <708, scriveva nel giugno [1944] Parri ad Alberto Damiani in Svizzera, "con che si apre un altro periodo ed esperimento di convivenza delicato e probabilmente fastidioso" <709. A tale problema furono destinate varie sedute da parte del Clnai, sempre foriere di animate discussioni. L'organismo, tuttavia, andava sperimentando, con il nativo Corpo dei volontari della libertà, nato dalle ceneri del vecchio "Comando militare", una nuova formula, che prevedeva l'istituzione di un capo, un "ufficiale superiore effettivo", di comprovata fede e di sicura competenza, alla cui nomina avevano contribuito non poco le proposte presentate dal partito liberale alla riunione del 4 giugno. In tale occasione la delegazione del Pli aveva chiesto al Comitato militare di avvalersi dell'opera di elementi tecnici di provata capacità, quali ufficiali e militari di indiscussa fede politica antifascista e di nota perizia tecnica, perché essi fossero accolti all'interno dell'organizzazione in sostituzione dei rappresentanti dei partiti. Il Pli auspicava, altresì, che si addivenisse alla costituzione di un Comando militare unico, con il compito di dirigere l'azione delle unità operanti in Alta Italia.
Il 19 giugno il Comitato di liberazione Alta Italia approvava così, con testo definitivo, l'aggregazione al Cmai di un elemento tecnico, con le funzioni di consigliere militare. Per l'iniziale "riluttanza dei partiti, specie quello comunista e d'azione a essere subordinati a una superiore autorità e per la mancanza, allora, a Milano, di un uomo sulla cui idoneità si fosse tutti d'accordo" <710, si ricorse provvisoriamente al generale Giuseppe Bellocchio, uomo dal carattere mite, comandante clandestino della piazza militare della città in sostituzione del generale Dino Bortolo Zambon <711, arrestato nel maggio 1944, insieme al generale Giuseppe Robolotti e al colonnello Gino Marini, con l'imputazione di "spionaggio e costituzione di banda armata" <712. Bellocchio era stato preferito al generale Luigi Masini, il famoso comandante delle Fiamme Verdi, uomo dal "carattere forte e duro da smuovere quando deciso a seguire una certa linea di condotta" <713. Bellocchio, più "arrendevole" <714 di Masini, avrebbe guidato il Cvl solo in attesa dell'arrivo al Nord del generale Raffaele Cadorna, benvoluto un po' da tutti, in quanto consigliere tecnico-militare del partigianato per conto del governo Bonomi e degli Alleati. Quest'ultimo, salito l'11 agosto su di un quadrimotore Halifax, sarebbe stato paracadutato dagli inglesi della Raf - insieme al capitano Churchill, veterano della Special Forces, non imparentato con il grande statista -, in Val Cavallina, nella bergamasca, per prendere il comando del neonato Cvl. Una formazione partigiana avrebbe inviato via radio il segnale concordato e acceso in loco i fuochi per riceverli. Il maggiore inglese De Hahn, impiegato negli uffici centrali della Soe a Monopoli, ottimo conoscitore della lingua italiana perché ex prigioniero di guerra, gli aveva consegnato un foglio con le direttive generali: egli si sarebbe stabilito in val Camonica, zona occupata dalle formazioni Fiamme Verdi, e da lì avrebbe preso contatti con il Clnai. In una lettera, arrivata il 16 agosto alla Segreteria del Comitato, Mc Caffery rassicurava così Pizzoni circa la questione militare: "Per quanto riguarda il lato militare credo che prima di ricevere questa mia comunicazione tutti i problemi ivi connessi saranno in gran parte risolti perché a) sarà arrivato quel generale che Voi avete chiesto come consulente. Egli arriverà fresco fresco con idee precise e chiare di ciò che hanno in mente i comandi supremi. B) sarà accompagnato da un ufficiale alleato di collegamento c) avrete contatti radiotelefonici soddisfacenti col sud" <715.
Non è un caso se Cadorna, appena giunto, avrebbe incontrato a Darfo, nel bresciano, alla vigilia di ferragosto, il generale Masini: "Incontrai alcuni capi delle "Fiamme Verdi", anzitutto il generale Masini, ufficiale di bella fama alpina, che ne era stato il fondatore. Aveva sede normalmente a Milano, ma esercitava autorità sulle formazioni della val Camonica e delle valli bresciane. Di carattere vivace, si era urtato coi vari CLN locali e aveva assunto un atteggiamento indipendente che mantenne anche in seguito. […] Le "Fiamme Verdi" si qualificavano autonome, cioè non dipendenti da partiti politici; nella zona da esse occupata era preponderante l'influenza dei democristiani. Tentativi fatti dai comunisti per infiltrarsi e provocare scissioni e defenestrazioni erano oggetto di aspre proteste e di vivaci reazioni. Le "Fiamme Verdi" avevano nuclei in Valcamonica e tenevano aperta una via di comunicazione con la Svizzera ove si appoggiavano alle rappresentanze degli Alleati" <716.
Due giorni dopo, poiché non era risultato attuabile il progetto di stabilire una base in Val Camonica e di convocare da lì gli esponenti del Clnai - si era sparsa infatti in zona la voce dell'atterraggio di Cadorna e l'accampamento era in allarme - egli aveva deciso di trasferirsi a Milano, "cuore del ribellismo e del rischio" <717, passando per Bergamo e per Monza. Arrivato nel capoluogo lombardo, aveva preso contatti con Mario Argenton, divenuto il 9 giugno, a seguito dell'arresto di Giulio Alonzi, rappresentante del partito liberale e delle formazioni autonome nel Cmai. Cadorna era stato in passato legato a lui "da cordiali rapporti di servizio" <718 e lo aveva scelto come suo Capo di Stato Maggiore. Argenton, insieme a Basile, aveva fino a quel momento continuato a mantenere attiva "una sua rete particolare (vi sono compresi alcuni ufficiali dell'ex centro I° di Milano) con una trentina di elementi" <719, in grado di trasmettere direttamente le informazioni al Comando Generale (egli si muoveva nella "zona tra Genova, Alessandria, Milano e Piacenza"). Cadorna avrebbe poi incontrato Parri, da cui sarebbe stato messo al corrente della situazione, e, il 22 agosto, il dott. Pizzoni, rappresentante del "governo democratico", dal quale gli sarebbero dovute giungere le direttive politiche relative all'azione militare. Egli avrebbe così guidato, con il nome di "generale Valenti", attribuitogli dal Presidente del Clnai <720, il Cvl, non senza imbattersi - come Parri prima di lui - in "una lunga vertenza" per la definizione delle sue attribuzioni. 
Il 28 settembre 1944 il tenente Edgardo Sogno, agente "Franchi", impiegato dagli inglesi e dal Sim come collegamento con il Clnai, scriveva in un bollettino ad Alesandro [Casati]: "Nr. 308 - 308 del 28 Stop da Franchi ad Alessandro Stop partito liberale ritiene che generale Cadorna non dico non dico non può esercitare suo mandato nella attuale forma nel comando militare collegiale Stop situazione di compromesso deciso a maggioranza et discussioni si protraggono da oltre un mese compromettendo effettivo funzionamento comando unico Stop est indispendabile che governo italiano trasmetta ordine at Clnai di considerare generale Cadorna quale unico comandante militare et ordini at generale di assumere comando militare del quale risponderà esclusivamente at Clani Stop detta assunzione implica trasformazione dello attuale comando militare in organo di collaborazione alle dipendenze del comadante stesso fine alt Franchi" <721.
Senza necessità d'intesa, i due partiti comunista e azionista risolsero il problema accantonando la questione: "fino a quando le forze monarchiche combattevano al nostro fianco, avevano ogni diritto", aveva ricordato Parri, "e ogni dovere avevamo noi di rispettarli finché tenevano il loro posto. [...] Dovevamo lasciare anche a essi il beneficio della prova" <722.
[NOTE]
708 Insmli, lettera manoscritta di Maurizio a "Tito", 11/VI, fondo Damiani, b. 1, f. 6.
709 ibidem.
710 A. Pizzoni, Alla guida del Clnai, cit., p. 64.
711 Insmli, Evasione dal carcere tedesco San Vittore di Milano dello scrittore e giornalista Indro Montanelli, fondo Osteria, b. 1, f. 20, p. 7.
712 ivi, p. 2. Continua ancora Luca Osteria: "A grandi linee il rapporto consegnato ai tedeschi dal comandante della Gnr Mosca provava un collegamento tra il generale Zambon e l'addetto militare italiano a Berna, generale Bianchi".
713 A. Pizzoni, Alla guida del Clnai, cit., p. 65.
714 ivi, p. 64.
715 XXXVI Risposta di J. Mc Caffery ad A, Pizzoni, in P. Secchia, F. Frassati, La Resistenza e gli Alleati, cit., p. 95.
716 R. Cadorna, La riscossa, Milano, Rizzoli 1948, cit., p. 127.
717 P. Caccia Dominioni, Alpino alla macchia, cit., p. 177.
718 R. Cadorna, La riscossa, cit., p. 128.
719 P. Paoletti, Volontari armati italiani (V.A.I.) in Liguria (1943-1945), cit., p. 17.
720 R. Cadorna, La riscossa, cit., p. 128.
721 Aussme, fondo H2, Missione ‘Son', b. 25.
722 F. Parri, La Resistenza, in in Storia dell'antifascismo italiano, Lezioni, vol. I, cit., p. 206.
Francesca Baldini, "La va a pochi!" Resistenza e resistenti in Lombardia 1943-1944. La vita di Leopoldo Gasparotto e Antonio Manzi, Tesi di dottorato, La Sapienza - Università di Roma, Anno Accademico 2022-2023

mercoledì 11 marzo 2026

I partiti italiani intorno al 1958


1.2.2: I partiti laici (Pli, Pri, Psdi).
La lenta disgregazione del centrismo non lasciò impreparati i piccoli partiti laici che si collocavano a destra o alla sinistra della Dc, che nella fase di transizione elaborarono e cercarono di perseguire piattaforme ideali e programmatiche assai diverse, creando così un laboratorio per formulare eventuali sbocchi alla crisi.
Il Partito Liberale nel 1955 elesse come segretario Giovanni Malagodi. Milanese, di estrazione culturale anglosassone anche grazie ai numerosi anni passati in Gran Bretagna per lavoro, fu l’uomo che espresse un secco rifiuto verso la strategia fanfaniana di apertura a sinistra e rafforzò le basi culturali del partito intorno al recupero della tradizione liberale classica, senza far scivolare il suo conservatorismo intransigente in aperture più o meno velate verso settori del Movimento sociale o del Partito Nazionale Monarchico, favorevoli, questi ultimi, ad un’elaborazione politica che portasse al parto di una "grande destra". Egli tenne invece la barra ferma sull’inevitabilità del centrismo coniugandolo, invano, al futuro <17 e in ciò trovò l’appoggio, politico oltre che finanziario - lauti furono i finanziamenti -, dei grandi e piccoli gruppi imprenditoriali delusi dalla Democrazia Cristiana, dalle sue politiche interventiste e dal ventilato allargamento della maggioranza e proprio grazie a questo è spiegabile il leggero ma significativo avanzamento alle elezioni politiche del 1958, frutto dello scontro tra la Confindustria a presidenza De Micheli e il governo.
In casa repubblicana, invece il partito risultò spaccato fino alla vigilia del varo della nuova coalizione allargata ai socialisti. La corrente di Randolfo Pacciardi, pur minoritaria, sosteneva che l’opzione centrista andasse preservata da sbilanciamenti a sinistra, proponendo per la prima volta un movimento che facesse suo l’obiettivo di riformare il sistema istituzionale in senso presidenzialista e maggioritario, al fine di assicurarne la stabilità politica <18. Fronteggiava Pacciardi Ugo La Malfa, convinto sostenitore delle teorie economiche keynesiane e fautore della creazione di una democrazia sociale che guardava all’esperienza democratica negli Stati Uniti e vedeva nel centrosinistra un mezzo per l’ammodernamento del Paese sulla base della programmazione economica <19. In realtà, nonostante i problemi oftalmici, La Malfa guardava lontano: a lunghissimo termine, dopo aver convogliato le forze socialiste all’interno della democrazia italiana, occorreva conquistare al gioco democratico anche il Partito Comunista (ma è un convincimento che si farà chiaro nelle sue prospettive politiche solo molti anni più tardi).
Quanto al Psdi, è utile ricordare che se il 1956 fu ricco di avvenimenti che suscitarono fibrillazioni all’interno di molti partiti di sinistra, esso non fece eccezione. Prima ancora dei fatti d’Ungheria, che segnarono il distacco definitivo tra il Partito Socialista e il Partito Comunista, ma subito dopo la relazione di Kruscev al XX congresso del Pcus sul periodo staliniano e le sue degenerazioni, nell’estate Nenni e Saragat s’incontrarono a Pralognan per discutere di unificazione socialista, un’eventualità che diventerà realtà molti anni dopo e che tuttavia rappresentò il fulcro dell’operazione dell’apertura a sinistra, in particolar modo per il Psdi, ancora segnato dalla scissione di Palazzo Barberini del 1947. In quell’occasione Saragat accelerò sul progetto, fornendo alcune aperture (ad esempio, l’accettazione della neutralità in politica estera) e contemporaneamente ponendo alcune condizioni irrinunciabili (che la neutralità stessa si collocasse nell’ambito del blocco occidentale, sul modello svedese) e a Nenni - come annotò nei suoi diari - toccò "fare il pompiere" <20. Pur essendo l’unificazione socialista e il varo del centrosinistra l’orizzonte del Psdi, stimolato in questo dal gioco di sponda di Fanfani a favore di Saragat perché quest’ultimo attraesse il Psi verso la sua orbita, di tale eventualità non se ne sarebbe parlato per molto tempo sia a causa sia dell’eccessivo appiattimento del Partito Socialdemocratico verso la Dc , sia per colpa della diffidenza reciproca tra i due capi socialisti, sia per via del convincimento di Nenni di poter sottrarre consensi dal Pci in solitaria, eventualità che non si sarebbe verificata.
1.2.3: Le opposizioni al sistema (Pci e Msi).
In via delle Botteghe Oscure il panorama politico degli anni Cinquanta fu segnato dalla figura predominante di Palmiro Togliatti. Se l’inizio del decennio si aprì con una contrapposizione frontale tra le forze operaie della Cgil e gli industriali italiani, a causa della discriminazione in fabbrica operata da questi ultimi (uno per tutti: Vittorio Valletta, presidente FIAT) relativamente alla rappresentanza sindacale sui luoghi di lavoro, i cambiamenti in corso nel quadro politico si verificarono anche nel Partito Comunista e anche in questo caso durante l’anno 1956, denso di avvenimenti su questo fronte. Nel marzo Kruscev pronunciò una dura reprimenda nei confronti del sistema staliniano e qualche settimana dopo, intervistato da Nuovi Argomenti, Togliatti si allineò al leader sovietico, specificando però che gli squilibri manifestatisi nel corpo del comunismo sovietico nell’epoca di Stalin erano mali le cui radici erano antiche. Tuttavia, destalinizzazione o no, il centralismo democratico rimase un caposaldo all’interno del Pci, che in virtù di questo principio aveva allontanato gli elementi più ideologicamente vicini al leninismo dai ruoli di responsabilità: Pietro Secchia, dirigente di punta dell’ala rivoluzionaria del Pci e potente responsabile dell’organizzazione del partito - sotto la cui guida il tesseramento e l’ampliamento territoriale aveva raggiunto livelli ragguardevoli -, coinvolto nell’affare Seniga (il tesoriere del partito scappato con la cassa e con alcuni documenti) sarebbe stato prima affiancato nel suo incarico da Giorgio Amendola e successivamente sostituito senza che proteste si levassero da parte del gruppo dirigente. Quello che invece fu percepito come un duro colpo alla tenuta del Pci fu, pochi mesi più tardi, l’intervento russo in Ungheria contro Imre Nagy, vissuto dagli alleati socialisti come l’affermazione di imperialismo in chiave comunista e da una certa parte di intellettuali, come la fine della propria esperienza all’interno del Pci o quantomeno come l’inizio di un atteggiamento critico nei confronti del partito (basti pensare alla fuoriuscita di un economista come Antonio Giolitti, che virerà verso l’ingresso nel Partito Socialista, e del gruppo firmatario dell’appello "Lettera dei 101") <21. Tuttavia, le consultazioni politiche tenutesi nel 1958 non registrarono alcun particolare crollo e riaffermarono la solidità della linea della "via italiana al socialismo", una strategia che riuscì a ritagliare per il Pci non più e non solo il ruolo di forza antisistema, ma quello di punto di riferimento per lotte sociali e sindacali e di difensore della Costituzione, considerata una carta frutto di equilibri avanzati e la cui applicazione era messa in discussione proprio dal partito cattolico, che tanto aveva lavorato per la sua stesura <22. Perciò il leader comunista, pur non lesinando riserve nei confronti di Fanfani, non ebbe considerazioni negative riguardo alle correnti democristiane di sinistra, ostaggio, a suo dire, dei gruppi monopolistici e clericali, e proprio per batterli offrì il suo appoggio, condannando comunque tutte quelle forze che puntavano a isolare il Pci <23. Quanto all’operazione dell’apertura a sinistra, la linea di Togliatti fu ambigua, oscillando tra aperture, perché proprio in virtù della "via italiana al socialismo" era auspicabile qualsiasi riforma che mettesse in discussione l’equilibrio dei gruppi di potere, e il timore della possibilità che tali riforme potessero svuotare il bacino della protesta antisistemica, appannaggio del partito del Migliore.
A destra, ugualmente escluso dall’arco costituzionale, il Msi, nato nel 1946, raccolse attorno a sé molti nostalgici del fascismo, che fu un fenomeno composito nella storia nazionale, diviso tra tentazioni e orientamenti diversi. Tale differenza non poté che investire anche il contenitore politico creato nel dopoguerra, la cui identità non si risolse mai tra il conservatorismo in doppiopetto e il fascismo rivoluzionario dei reduci di Salò. Se nel 1953, dopo i primi iniziali insuccessi, il Movimento Sociale ottenne un consistente voto di travaso al Sud Italia da settori che cinque anni prima avevano appoggiato la Democrazia Cristiana portando in Parlamento una pattuglia di 29 rappresentanti, con il congresso di Viareggio del 1954 si aprì una fase politica importante per il partito: diventò segretario Arturo Michelini <24. L’ascesa di tale personaggio è significativa, in quanto egli faceva parte di quel gruppo di dirigenti e militanti che non proveniva dall’esperienza della Repubblica Sociale Italiana, al contrario della sinistra del partito raccolta intorno ad Almirante e della destra con a capo Pino Romualdi. A differenza della minoranza interna, inoltre, era fautore di una linea morbida, meno intransigente col sistema repubblicano, tanto è vero che più volte nell’avvicendarsi convulso dei governi, spesso monocolore democristiani, succedutisi durante la fase finale dell’agonia del centrismo, il Msi fece convergere i voti dei suoi deputati e senatori, il cui aiuto fu sempre rifiutato applicando quella conventio ad excludendum che colpì anche il Pci. A partire dal congresso di Milano del 1956 e fino al 1958 si staccarono via via dal partito quei gruppi che non condividevano l’operato del segretario e le cui coordinate ideologiche divergevano verso tutt’altra direzione (utile ricordare la fondazione da parte di Pino Rauti del Centro Studi Ordine Nuovo) <25. Tale separazione fu percepita e non poco alle elezioni politiche del 1958, quando il Msi si attestò al 4.4%. Alla fine degli anni ’50 il neofascismo italiano, insomma, non riuscì a sciogliere il nodo sul futuro dell’area a cui appartenere: più l’area liberale e conservatrice alla destra della Dc cresceva, diventando combattiva contro l’apertura a sinistra e godendo per cui di appoggi importanti, più quelle forze di reduci dell’antico status quo (tra cui anche il Partito Nazionale Monarchico) venivano ricacciate nell’alveo di un nostalgismo da cui goffamente provarono a sganciarsi, senza memorabili risultati.
1.2.4: L’ago della bilancia (Psi).
L’eredità che il frontismo lasciò al Partito Socialista all’indomani della divisione del Fronte Popolare dovuta ai fatti del 1956 fu la consapevolezza di dover riconquistare maggiore indipendenza tra i due blocchi all’interno del quadro politico italiano <26. Impresa non semplice se si pensa che, in un modo o nell’altro, gran parte dei quadri dirigenti del partito furono piuttosto restii ad abbandonare una politica di tutela della classe operaia da intraprendersi al fianco del Partito Comunista, complice anche la nutrita corrente animata da Rodolfo Morandi. Interprete principale di questa esigenza fu il segretario, Pietro Nenni. Come Iniziativa democratica all’interno della Dc, pure la maggioranza autonomista del Psi conteneva al suo interno varie e disparate anime che non resero facile l’arrivo ad un compromesso. Del resto, i tempi per un accordo con la Dc si allungarono per via delle contrarietà non passeggere che il partito cattolico dovette affrontare al suo interno come pure da parte dei suoi sponsor principali. Al congresso di Venezia del 1957 la maggioranza autonomista si espresse a favore di una linea definita "dell’alternativa democratica". Si ribadì in sostanza l’alterità rispetto ai comunisti, rimanendo all’interno della solidarietà di classe (e ciò permise di mantenere intatta l’unità della Cgil, al cui interno era presente, seppur minoritaria, una certa parte di lavoratori e dirigenti sindacali socialisti), ma si sfidava la Dc ad elaborare le premesse programmatiche e politiche del compromesso <27. Le elezioni parlamentari del 1958 videro poi l’avanzamento del Psi a quota 14.2% e, nonostante ciò, il governo Fanfani che ne conseguì, pur considerandosi di centro-sinistra, non ottenne ugualmente l’appoggio dei gruppi parlamentari socialisti. L’esecutivo durò poco più di un anno, per lasciare poi spazio ad un monocolore guidato da Antonio Segni, frutto della fine della corrente di Iniziativa democratica, con i socialisti ancora una volta alla finestra. Anche questo governo sarebbe durato poco tempo, inghiottito dalla crisi che sconvolgeva la Dc, che si sarebbe risolta con l’esecutivo presidenziale guidato da Fernando Tambroni e con gli esiti che a cui esso avrebbe portato.
[NOTE]
17 G. Orsina, L’alternativa liberale. Malagodi e l’opposizione al centrosinistra, Marsilio, Venezia, 2010, p.107 e ss.
18 P. Soddu, Ugo La Malfa. Il riformista moderno, Carocci, Roma, 2008, p.225 e ss.
19 P. Soddu, Ivi., pp.187-188.
20 G. Tamburrano, Pietro Nenni, Laterza, Bari, 1986, pp.283-284.
21 F. Malgeri, La stagione del centrismo. Politica e società nell’Italia del secondo dopoguerra (1945-1960), Rubettino, Soveria Mannelli, 2002, pp.235-236.
22 M. Marzillo, L’opposizione bloccata, il Pci e il centrosinistra (1960-1968), Rubettino, Soveria Mannelli, 2012, pp.23-24.
23 M. Marzillo, op.cit., p.27 e ss
24 A. Baldoni, La destra in Italia (1948-1969), Pantheon, Roma, 2000, pp.466-467-468
25 A. Baldoni, op.cit., pp.520 e ss.
26 G. Tamburrano, Pietro Nenni, Laterza, Bari, 1986, pp.287-288-289-290.
27 G. Tamburrano, op.cit., pp.290 e ss.
Francesco Corbisiero, La stagione del centrosinistra in Italia. (1956-1969), Tesi di laurea, Università Luiss “Guido Carli”, Anno Accademico 2013-2014

venerdì 27 febbraio 2026

Fu quello di Visconti un magico apprendistato

 


Prendere in esame la produzione critica di Guido Aristarco durante “gli anni neri” con l’obiettivo di ricostruirne la linea di svolgimento, identificando le tappe di svolta che hanno segnato una progressiva presa di coscienza tutt’ad un tempo civile, politica e culturale, ripercorrere insomma uno dei «lunghi viaggi attraverso il fascismo» che costituirono il sofferto percorso di scoperta di sé di tanta parte di quella che sarebbe diventata la nostra migliore, più nobile intelligenza, significa perseguire un compito pieno di insidie, esposto a costanti pericoli di sviamento, di uscite fuori strada, di imbocco di sentieri che non conducono da nessuna parte. Soprattutto se si pretende di orientarsi seguendo esclusivamente la stella polare della folgorante chiarificazione umana conseguita in seguito all’esperienza della guerra e della Resistenza, se ci si serve di bussole tarate su un Nord troppo univocamente teleologico (la conquista del senso necessario di un nuovo impegno, di una nuova cultura, di un nuovo cinema, senza che di tutto ciò siano specificati gli esatti termini e le forme) sì da spalancare l’illusione, per usare le parole di Claudio Carabba, di un «cammino di solito considerato tutto in ascesa, una sorta di lungo viaggio attraverso la notte fino alla conquista del sole e delle altre stelle» <1. Al contrario si trattò, per Aristarco come per tanti altri, non di una radiosa corsa verso i rosei orizzonti della rinascita e del riscatto ma di un itinerario tortuoso, faticoso, complicato da lente curve, soste paralizzanti, improvvise accelerazioni e inaspettati ritorni sui propri passi, contraddizioni, stenti, bivi ingannatori. Un tragitto le cui tracce possono essere rinvenute e decifrate non da un olimpico sguardo satellitare, ma da una microscopia attenta a rinvenire i segni di un passaggio in due o tre rami spezzati, in un leggero infossarsi dell’erba, nella corteccia sbrecciata di un albero… Fuor di metafora, si tratta di individuare i cenni premonitori e le emergenze preparatorie di un dissenso che, nel suo significato pieno e consapevole, si manifestò non precedentemente alla prima metà del 1943, in particolare con la recensione e poi la polemica su Ossessione, leggendo tra le righe di una produzione critico-recensoria su cui gravavano molteplici condizionamenti di diversa natura, estrinseci ed endogeni, che non permettono la ricostruzione dell’evoluzione di un pensiero e di una personalità se non tramite spie a volte lievissime, determinate soltanto da un inspessirsi quasi impercettibile della figura che tuttavia la stacca dallo sfondo e le fa acquisire un rilievo: uno spostamento di accenti su questo o quel tema, una particolare coloritura di tono, delle crepe, delle incrinature lessicali che screpolano il grigio e compatto frasario fascista, aprendo nella struttura, nell’apparato linguistico predisposto dal regime, spazi attraverso cui trasparivano allusioni, messaggi segreti, riconoscimenti. Carlo Lizzani, rievocando appunto il carattere esopico di gran parte della produzione critica “frondista” di allora, scrive: «Nessuna censura poteva dirci niente, eppure quando tra noi si leggevano, anche sui giornali dei GUF, un certo tipo di parole, non so perché, si sentiva che squillava un campanellino differente»2. E particolarmente significativa appare la narrazione del suo “arruolamento” presso il gruppo di «Cinema»: «[…] era, in fondo, anche affascinante leggersi e scoprirsi delle parentele attraverso parole che a tentoni, proprio nel buio, noi riuscivamo a individuare e che ci facevano da radar per sentirsi gli uni con gli altri. Io fui reclutato, si può dire così, dal gruppo di Cinema attraverso alcune stroncature che facevo anch’io nella terza pagina di Roma Fascista […] Grazie a certe parole che usavo anche io - non può essere avvenuto altro che in questo modo, attraverso una lettura, una radiografia linguistica - fui avvicinato dal gruppo di Cinema […] e attraverso discorsi cauti e allusivi fui invitato a collaborare. E questo fu un prodigio: sentirci attraverso la parola e lo scritto, riconoscersi» <3.
[...] non crediamo arbitrario accostare a quella di Aristarco questa rievocazione di Massimo Mida Puccini:
«Era l’età, come per tutti i ragazzi, dei primi tentativi di composizioni poetiche, dei componimenti in prosa <19: la nostra scuola di stampo storico-umanistico, il nostro sofisticato liceo classico, gli anni delle avide letture in pressing […] si tenga conto che l’opera di condizionamento iniziava dalla scuola con la sottile distorsione operata sulla verità storica; il fascismo, secondo gli insegnamenti che ci venivano impartiti, non aveva sopraffatto i movimenti e le dottrine precedenti, ma li aveva “superati”. Nessuno di noi giovani, allora, aveva sentito pronunciare i nomi di Gramsci, di Salvemini o di Gobetti, o degli altri capi storici dell’opposizione, fuoriusciti o in galera o confinati nelle isole […] eravamo venuti crescendo in un clima di idealismo senza sbocchi: educazione scolastica umanistica, il nostro liceo classico nozionistico, enciclopedico, tutto rivolto ai valori, magari distorti, del passato, di una storia interpretata a senso unico. Un modo facile per i nostri insegnanti di evitare compromissioni con il presente (e da questo vuoto nacque comunque un primo rigetto di quanto avveniva nel paese, la prima sensazione di nausea verso quel fascismo fatto di parate, di salti nel fuoco dei gerarchi, di aquile sui berretti, di bandiere al vento e di atteggiamenti marziali); e, accanto, e in conseguenza di questo, sopravvalutazione - inconscia o meno - dell’individuo teso verso l’arte, dell’artista al di sopra delle parti e del mediocre presente, magari isolato nella sua classica e famosa torre d’avorio» <20;
Per un altro verso invece, probabilmente amplificata dalla supervalutazione che la dimensione artistica assumeva nell’esistenza mutilata di chi si formava in quel tempo, traspare dalla rievocazione aristachiana l’esaltata scoperta del cinema come di una salvifica via d’uscita dal conformistico grigiore culturale dominante, un amore quasi morboso, la cui intensità cresceva quanto più la fame di sapere restava priva di sbocchi, e che accumunava tanta parte della giovinezza più intellettualmente inquieta.
[...] Ed è difficile anche trasmettere il senso di una comunità generazionale fatta di interessi, affetti e, col tempo, di battaglie condivise che si va man mano costruendo intorno a questa passione, il calore di una fratellanza che cementa congenialità e sodalizi quasi con la mistica forza di una fede. Se ne trova un’eco forse nel tono emozionato e grato con cui Aristarco rammenta il suo primo incontro col gruppo di «Cinema» (il primo contatto, epistolare, viene ricondotto ad una lettera di De Santis a lui indirizzata, datata 19 maggio 1942 <22): «Non ho mai dimenticato la mia prima calata nella Capitale, il mio approdo di qualche ora a piazza della Pilotta al numero 3, sede della rivista, e l’incontro con gli amici, compagni maggiori: Gianni Puccini, Francesco Pasinetti, Domenico Purificato; quel giorno così magico, numinoso ai miei occhi, c’eri anche tu, Massimo; fosti tu ad indicarmi la via per raggiungere Stazione Termini (chi avrebbe immaginato allora che, nell’immediato dopoguerra, avrei ospitato a Milano te e altri del gruppo, che in via Andreani sarebbe nata la sceneggiatura de Il sole sorge ancora e che poi avrei dato avvio a Cinema nuova serie?) I ricordi di Mida svegliano in me altri ricordi: l’incontro con Visconti e Giuseppe de Santis a Ferrara, mentre si gira Ossessione; l’ansia con la quale, all’edicola della stazione di Mantova, attendevo l’uscita di «Bianco e nero»; la nascita del sodalizio con Francesco Pasinetti, aperto e generoso all’ascolto degli esordienti, autentico e sicuro “nostromo” di un agognato “capo di buona speranza” cui ero approdato, la sua squisita ospitalità nella casa veneziana a San Polo…» <23.
Ora, Aristarco riconosce due tournants fondamentali nella storia dell’evoluzione collettiva di quella generazione e della propria in due celeberrimi scritti di Luchino Visconti, Cadaveri e Il cinema antropomorfico, pubblicati su «Cinema» rispettivamente nel giugno del 1941 e nell’ottobre del 1943:
«Scritti corsari per i tempi che correvano, provocatori per chi avesse saputo leggerli ed interpretarli […] Fu quello di Visconti un “magico apprendistato” non soltanto per chi intendeva esordire nella pratica del cinema ma anche per chi si limitava a scriverne» <24.
Non è certo un caso che un esponente altrettanto importante tra i giovani leoni della critica cinematografica del tempo, Massimo Mida Puccini, prenda proprio quei due articoli come punti di riferimento ideali per fissare i due tempi ideali dell’evoluzione del dibattito cinematografico più progredito e dello stesso gruppo di «Cinema»: c’è il momento puramente “negativo” del rifiuto, del rigetto del prodotto-tipo del cinema ufficiale oramai decrepito, del cinema grossolanamente manifatturiero dei telefoni bianchi, delle segretarie, dei bon viveurs in abito bianco, di tutto un corpaccione pellicolare esangue, futilmente cariatideo, di cui si auspica il rinnovamento, secondo i classici moduli della polemica generazionale, tramite massice trasfusioni di sangue giovane:
«Andando per certe Società cinematografiche capita che s’intoppi troppo sovente in cadaveri che si ostinano a credersi vivi […] vivono già morti, ignari del progredire del tempo, del riflesso di cose tutte estinte, di quel loro mondo trascolorato, dove si circolava impuniti sui pavimenti di carta e gesso, dove i fondalini vacillavano al respirare d’un uscio improvvisamente aperto, dove in perpetuo fiorivano rosai in carta velina, dove stile ed epoche si fondavano e confondevano magnanimi, dove, per intederci, Cleopatre liberty in toupè vampireggiavano (mettendoli alla frusta) ombrosi pezzi di marcantoni in busto di balene […] Che i giovani d’oggi, che sono tanti e che vengono su nutrendosi, per ora, solo di santa speranza, tuttavia impazienti per tane cose che hanno da dire, si debbano trovare, come bastoni tra le ruote, codesti troppo numerosi cadaveri, ostili e diffidenti, è cosa ben triste […] come non deplorare che ancora oggi a troppi di costoro sia consentito di tenere in mano i cordoni della borsa e di fare la pioggia e il bel tempo? Verrà mai quel giorno sospirato, in cui alle giovani forze del nostro cinema sarà concesso di dire chiaro e tondo: “I cadaveri al cimitero”?» <25.
C’è quello “positivo” del passaggio dalla rottura alla proposta di un cinema nuovo che soddisfi «l’impegno di raccontare storie di uomini vivi: di uomini vivi nelle cose, non le cose per sé stesse […] un cinema antropomorfico» perché «il peso dell’essere umano, la sua presenza, è la sola “cosa” che veramente colmi il fotogramma; e che dalle passioni che lo agitano questo acquista verità e rilievo; mentre anche la sua momentanea assenza dal rettangolo luminoso ricondurrà ogni cosa ad un aspetto di non animata natura. Il più umile gesto dell’uomo, il suo passo, le sue esitazioni e i suoi impulsi da soli danno poesia e vibrazioni alle cose che li circondano e nelle quali s’inquadrano. Ogni diversa soluzione del problema sembrerà sempre un attentato alla realtà così come essa si svolge davanti ai nostri occhi: fatta dagli uomini e da essi modificata continuamente» <26.
Sempre Mida Puccini, ed è osservazione da tenere bene a mente, sente vibrare in questi due stadi di sviluppo l’influsso degli insegnamenti, rispettivamente, di Chiarini e di Barbaro (i quali furono, in modi molto diversi, i numi tutelari di questa generazione all’opposizione), precisando a ragione come la loro influenza e le linee di tendenza derivatene debbano essere comprese «naturalmente con tutte le ovvie diramazioni e differenziazioni del caso, che possono appunto riassumersi nell’essere soprattutto contro un certo modo di fare il cinema e nel pronunciarsi anche a favore di un particolare modo di farlo» <27. Si tratta di un secondo indicatore prezioso ai fini di un’esatta collocazione storica e della chiarificazione del significato di un’esperienza critica come quella aristarchiana.
Scrive Gian Piero Brunetta che il passaggio dal fascismo all’antifascismo di una generazione che toccava appena la maggiore età allo scoppio della seconda guerra mondiale non può essere pienamente inteso se non lo si considera anche come un processo di crescita naturale, un passaggio dalla minore alla maggiore età. Non per tutti la cosa avvenne nello stesso modo e contemporaneamente. Nella sua filogenesi questo tragitto è stato studiato fino alla saturazione. Quello che ci proponiamo, prendendo come oggetto di studio in questa tesi la linea di svolgimento della produzione critica aristarchiana, è dunque, seguendo l’auspicio di Brunetta, un’analisi ontogenetica di questo processo evolutivo; in tale prospettiva possiamo avanzare immediatamente, servendoci dei dati e dei punti di riferimento ideali reperiti nell’analisi fin qui condotta, una prima ipotesi di periodizzazione alla luce del quale organizzeremo la trattazione del materiale esaminato e la cui tenuta, coerenza e produttività verranno verificate nel proseguimento del nostro lavoro [...]
[NOTE]
1 C. Carabba, Il cinema del ventennio nero, Vallecchi, Firenze, 1974, p. 93.
2 C. Lizzani, De Santis e il gruppo «Cinema», in Il neorealismo nel fascismo, Ed. della tipografia Compositori, Quaderni della Cineteca n.5, Bologna, 1984, p.95.
3 Ivi, pp. 96-97.
19 Anche Aristarco si provò nella creazione letteraria, senza troppo successo a dire il vero: su «La voce di Mantova» del 15 aprile 1939 pubblica una breve novella, l’ingenua e patetica rievocazione di un primo amore giovanile finito in una triste disillusione, con la moralistica conclusione di rito. Segnaliamo come pura curiosità lo scritto, che non ha altro interesse se non forse quello di suscitare un’associazione con quanto Renzo Renzi scriverà ad Antonioni anni dopo, irritandolo non poco, circa il recondito significato politico di alcuni suoi film apolitici: «siccome alcuni di essi cominciavano con un amore andato a pezzi, constatando la qual cosa il protagonista iniziava un grande vagabondaggio nel nulla: perché non pensare che il primo amore è il fascismo e il resto un gioco che non torna più?» in R. Renzi, Al «Kinoglaz» in camicia nera, op. cit., p. 21. Antonioni rispose telegraficamente: «Del fascismo io ricordo soltanto mio padre picchiato dai fascisti».
20 M. Mida Puccini, L. Quaglietti, Dai telefoni bianchi al neorealismo, op. cit., p. 281.
22 «Roma, 19 maggio 1942. “Spero di conoscerti presto”, mi scriveva a Ferrara, dove allora risiedevo, Giuseppe de Santis. “Come avrai appreso dal “Padano”, in giugno inizieremo un film di ambiente ferrarese”», G. Aristarco, Il neorealismo italiano, op. cit., p. 189.
23 G. Aristarco, Prefazione a M. Mida Puccini, Compagni di viaggio, op. cit., p.II.
24 Ivi, p. III.
25 L. Visconti, I cadaveri al cimitero, in «Cinema», n.119, 10 giugno 1941.
26 L. Visconti, Il cinema antropomorfico, in «Cinema», n.173-174, 25 settembre-10 ottobre 1943.
27 M. Mida Puccini, L. Quaglietti, Dai telefoni bianchi al neorealismo, op. cit., p. 113.

Dario Portale, Ontogenesi di un linguaggio critico. La formazione cinematografica di Guido Aristarco tra dissoluzione del fascismo e rivoluzione neorealista, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Catania, 2011

giovedì 12 febbraio 2026

Le ausiliarie repubblichine dovevano essere rigidamente selezionate e corrispondere al modello della donna modesta, casta e moralmente irreprensibile


Tuttavia Barbieri ricordava che le donne fasciste repubblicane avrebbero potuto anche imbracciare le armi, ma solo in funzione difensiva, senza abbandonare le loro femminee virtù: "[…] se il destino lo vorrà, queste donne, che nulla han perso della loro femminilità perché han continuato a fare le donne in ogni momento della loro giornata, se il destino lo vorrà, esse sapranno però anche imbracciare il fucile. Lo imbracceranno per difendere il corpo del proprio uomo caduto, per difendere la loro casa minacciata, per difendere il bambino ignaro. Le donne di Firenze insegnano. Ed i catoni da caffè ricordino che questi non sono atti di sanguinarie, di femmine che hanno perduto ogni virtù di gentilezza di sesso, ma gesti di eroine che vedono la loro casa crollare, il loro focolare distrutto, i loro bambini uccisi. È l’istinto più forte di conservazione che spinge queste donne a difendere, con una forza sorta all’improvviso dal più profondo della loro femminilità, quelle che esse hanno creato soffrendo" <137. E dopo aver rammemorato l’azione delle donne di Sparta e di Roma, e delle donne guerriere del Risorgimento ricordava come la Patria fosse una comunità di sangue: "Al di sopra della famiglia, ne esiste un’altra più grande; una famiglia che si chiama Italia ed alla quale tutto bisogna dare, perché non sia smembrata, perché viva ancora, forte e rispettata. […]" <138
In genere nei casi in cui, come quello di Barbieri, veniva presa in considerazione l’ipotesi del combattimento delle donne, anche se solo a scopo difensivo, come già era stato disposto per esempio per le donne che si addestravano per la vita coloniale, le ausiliarie venivano descritte con caratteri distanti da quelli delle donne armate e delle “donne fatali”, a cui esse erano contrapposte. Scriveva per esempio Maria Pavignano: "Non si voleva assolutamente che noi fossimo imbevute di romantiche idee di combattimento e di gloria […] La guerra è fatta di resistenza tenace, di umile dedizione, di utile e di costante fatica. […] dovunque mandate, noi avremmo dovuto essere liete, serie, utili, semplici. Niente rossetti; niente donne fatali; niente amori conturbanti e dissipatori; ma sorelle buone del soldato, ma utili donne della terra d’Italia, che se deve essere riscattata dal sangue degli uomini, deve essere vivificata dalle virtù delle donne. [….] Ho visto le mie compagne dappertutto. Sulle strade, che aspettavano i mezzi di fortuna per partire. Sui treni. Negli ospedali militari, chine su chi moriva, sorelle e madri. Nei comandi militari, utili ed attivi complementi all’attività maschile. Alle mense militari, dove portano la lieta grazia della loro femminilità; nelle cucine dove la mano femminile è indubbiamente preziosa, nelle sartorie militari, nella lavanderia, dappertutto" <139.
Il modello dell’ausiliaria veniva definito quindi per contrapposizione alle “altre”, e le caratteristiche delle volontarie venivano valorizzate in contrasto ai disvalori di quelle che erano definite “irregolari”. Veniva quindi sottolineato il carattere élitario del Saf e delle sue arruolate, che si distinguevano, come viene riportato in un articolo sulle colonne di «Donne in grigioverde» del 18 dicembre 1944, dalle “rincitrullite donne eleganti” e dalle “beghine”, “impressionate dalla sospetta promiscuità della […] vita militare”, così come dagli “uomini flosci” e dai “benpensanti”, a cui l’autrice si rivolgeva, dicendo: "Ai personaggi in oggetto si risponde una volta per sempre quanto segue: noi non desideriamo essere considerate donne per la effimera qualità del sesso, non siamo della categoria cui basta una gonna e un rossetto per esser donna. Bisogna capire quando si dice “ausiliaria” l’attributo di donna diventa un pleonasma inferiore. Perché noi in grigioverde non siamo aride copiature di certo femminile evoluzionismo forestiero, ma siamo soltanto le ardenti innamorate della Patria: e la Patria è la casa, è la famiglia, sono i figli che verranno. […] Perciò se ancora tra noi ci sono delle scorie, inevitabili per l’inversa proporzione per la qualità e la quantità (si pensi che centinaia di elementi sono stati assorbiti tra le ex addette dei Comandi militari) non si cerchi di sciorinarle al vento come stracci della polvere, come distintivi del Corpo. Si consideri che elementi fino a ieri profani delle nostre finalità non possono assurgere all’improvviso alla dignità d’animo, all’austerità di costumi, richieste alle Ausiliarie" <140.
Rispetto alla scelta tra la quantità o la qualità delle volontarie, si apre infatti un acceso dibattito, scaturito a partire da un articolo su «La Stampa» del 27 febbraio 1945, in cui si esortava a rendere più flessibile l’accesso al Saf, per avere un più alto numero di arruolamenti e poter liberare maggiori forze maschili utili per le armi. "[…] Quante sono oggi in Italia le ausiliarie? Sono certo diverse migliaia, ma poche in relazione al gran numero che sarebbe necessario. Vi sono mille attività che le Ausiliarie possono svolgere utilmente, dai servizi di cucina e di pulizia a quelli di piantone e nei magazzini; dal posti di ristoro, in linea e nelle retrovie, a tutta la gamma del lavori di ufficio e alle funzioni di interprete. Fate un breve calcolo e vedrete che vi è posto per molte e molte migliaia di donne nelle Forze Armate. Il che significa avere altrettanti uomini disponibili per il combattimento, cosa essenziale per un esercito non numeroso com’è il nostro. […] Questa suprema necessità fa sì che il problema è non solo di qualità, ma anche di quantità, e questo fine da raggiungere dev’essere tenuto presente, non solo da chi dirige il Servizio Ausiliario, ma anche dalle autorità politiche e militari, per le quali è doveroso seguire il movimento e interessarsene molto da vicino, poiché esso investe direttamente la guerra e quindi la nostra esistenza nazionale. […] Perciò è assolutamente necessario che anche il Corpo Ausiliario Femminile aumenti i suoi effettivi. L’elemento volonteroso non manca, poiché le domande sono sempre moltissime. […] E' giusto che si selezioni, ma il criterio di selettività, che finora ha variato assai da una provincia all'altra, dovrebbe basarsi sul fatto che le Ausiliarie devono essere sì delle persone serie e oneste, ma devono anche essere delle donne che sappiano vivere, pur sapendo stare al loro posto, cameratescamente, accanto ai soldati. Non si tratta di avere un Corpo di monache; per questo ci sono i conventi. […] Per voler raggiungere la perfezione, che poi è irraggiungibile, si rischia di eccedere nella rigidezza e di cadere in formalismi inutili e dannosi che allontanano dal Corpo anche elementi entusiasti e pieni di fede. La maldicenza non cesserebbe neppure se le Ausiliarie fossero tutte sante degne del Paradiso. Quindi, se è doveroso non accogliere fra le file di queste bravissime figliole degli elementi indegni, bisogna andare molto cauti, d'altra parte, nell'allontanarne senza gravi motivi di moralità e onestà. Non bisogna dimenticare che per ogni Ausiliaria che se ne va un soldato deve lasciare la linea del combattimento per sostituirla nel servizio da essa disimpegnato. Il problema è complesso e delicato, ma siamo certi che chi lo dirige con tanta fede e spirito di sacrificio lo porterà a felice soluzione. Così avremo la soddisfazione di vedere moltiplicate le falangi dell'esercito femminile. Il che significherà aumentare grandemente la potenza di quello maschile che combatte per liberare la Patria dall'invasore" <141.
La comandante del Saf Decima, Cesaria Pancheri, in risposta a queste critiche, rivendicando il carattere élitario del corpo, invece sosteneva: "Noi non vogliamo essere lo specchietto per le allodole, sfilando a centinaia di migliaia per la città, vogliamo essere effettivamente un esempio di fede e di abnegazione. Noi sostituiamo un soldato in un posto di lavoro o gli siamo vicine nei posti di conforto delle retrovie, ma gli siamo vicine non soltanto materialmente per la divisa che portiamo, ma con lo spirito e l’idea. Noi siamo poche migliaia e inesorabilmente allontaneremo da noi chi non riteniamo degne di essere con noi" <142.
Secondo gli organi dirigenti del Saf le ausiliarie dovevano essere rigidamente selezionate e corrispondere al modello della donna modesta, casta e moralmente irreprensibile. Tali caratteristiche scongiuravano infatti ogni dubbio di promiscuità a cui la vita militare comune poteva far pensare e ricomponevano all’interno dei limiti dei ruoli femminili tradizionali l’immagine conturbante della donna-soldato.
Un’ausiliaria stessa, in una lettera censurata, riprendendo i temi diffusi dalla propaganda fascista, si preoccupava di distinguere le donne “leggere” dalle ausiliarie, che invece avevano abbandonato la famiglia e gli agi per servire la Patria e manifestavano con i soldati un rapporto da “sorelle”: "[…] Noi ausiliarie non siamo fatte come tu ci chiami; siamo solamente brave donne che cerchiamo di servire la nostra Patria tanto quanto le nostre possibilità ce lo permettono. Siamo le donne che non hanno tradito ma che hanno giurato fedeltà alla Patria … sono una delle prime ausiliarie. Non ho ancora 17 anni ma credo di servire la Patria come tutte le mie compagne. Sono figlia di uno squadrista del 1919 morto da 4 anni, forse anche per questo che è così ben radicata in me la Dottrina fascista ed è per questo che amo la mia Patria e Mussolini. Ho abbandonato tutto per partire, la mamma, i giochi, gli studi, la vita comoda. Ma sono contenta, solo così posso rendermi utile, tanto più che la mia partenza è stata benedetta dalla mia mamma che adoro tanto e mi comprende tanto. Ora lavoro al Distretto militare. Qui non tutti i ragazzi la pensano come noi, i primi tempi abbiamo dovuto sostenere alcune lotte, perché non sono sorretti dalla nostra fede. Ma ora ci hanno conosciuto bene e ci rispettano e ci vogliono bene come si può voler bene a una sorella. Vorrei fare di più, ma credo che la cosa migliore che possiamo fare noi è ubbidire, perciò ci hanno destinate qui e qui dobbiamo rimanere […]" <143
Anche la comandante del Saf torinese, Anna Maria Bardia, sottolineava la volontà di normalizzare le posizioni irregolari, sia di quelle che tenevano comportamenti immorali, sia delle donne che, in armi, partecipavano ad azioni militari. Da un lato infatti dichiarava che al momento dell’assunzione del comando del corpo aveva trovato 650 donne e ragazze in servizio presso i vari comandi, addette soprattutto a lavori di pulizia e di cucina, senza che avessero assunto la figura giuridica delle ausiliarie. La maggior parte di loro, secondo la fiduciaria, mancava dei requisiti morali previsti dal decreto del Saf, e molte non intendevano assoggettarsi alla severa disciplina del regolamento del corpo. Per questo la comandante riduceva il numero delle ausiliarie a 110 unità, riservando loro mansioni impiegatizie e assistenziali, ed escludendo molte delle precedenti arruolate “per mancanza di requisiti morali: mancanza di serietà e di contegno quando si trovava[no] in mezzo ai militari” <144. Dall’altro invece osservava “che elementi femminili in servizio presso alcuni enti militari indossa[va]no indumenti di foggia maschile e, armati di mitra e moschetto, o comunque visibilmente di altra arma, segu[ivano] i reparti in azioni propriamente guerresche” e perciò disponeva che le ausiliarie venissero “impiegate nei servizi loro incombenti, stabiliti dal regolamento istitutivo del Saf”, vietando “ogni forma di esibizionismo” <145.
[NOTE]
138 L. Barbieri, Il Servizio ausiliario femminile. Coscienza delle nostre donne, «Donne d’Italia», n. 1, 8 settembre 1944, cit. in Associazione Saf, Servizio ausiliario femminile nelle forze armate della Repubblica sociale italiana, Novantico, Pinerolo, 1997, p. 33.
139 M. Pavigliano, Ausiliarie in marcia, «Sveglia!», 3 dicembre 1944, cit. in L. Ganapini, La repubblica delle camicie nere, cit., p. 233.
40 B. Panni, Una freccia a testa, «Donne in grigioverde», 18 dicembre 1944, cit. anche in M. Fraddosio, Donne nell'esercito di Salò, cit., p. 70.
141 G.Z. Ornato, Un esempio: le ausiliarie, «La Stampa», 27 febbraio 1945.
142 C. Pancheri, Qualità o quantità?, «Donne in grigioverde», 18 marzo 1945, cit. in M. Fraddosio, Donne nell'esercito di Salò, cit., pp. 69-70.
143 Acs, Rsi, Spd, Cr, b. 9, fasc. 3, Ministero delle Forze armate, Sid, Esame della corrispondenza censurata, notiziario Z n. 23, 15 aprile 1945.
144 Dichiarazione di Anna Maria Bardia, in Archivio di stato di Torino (d’ora in poi Asto), Corte d’assise speciale di Torino (d’ora in poi Cas Torino), 1945, busta 234, fasc. 21, f. 9.
145 Circolare di Anna Maria Bardia del Comitato provinciale Saf del 12 dicembre 1944, cit. in L. Ganapini, La repubblica delle camicie nere, cit., p. 237.
Francesca Gori, Ausiliarie, spie, amanti. Donne tra guerra totale, guerra civile e giustizia di transizione in Italia. 1943-1953, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Pisa, Anno Accademico 2012-2013

giovedì 5 febbraio 2026

Sparare sulla folla che manifestava divenne una consuetudine


Dal settembre del 1943 le forze di polizia si trovarono in condizioni diverse a seconda che fossero dislocate al nord, dove molti territori erano ancora sotto il dominio nazi-fascista, o al sud dove, invece, i gerarchi fascisti si erano eclissati rapidamente lasciando i prefetti «tutti al loro posto, pronti a servire il nuovo Governo» <396. Dopo il 25 luglio furono emanate severe disposizioni per assicurare il mantenimento e, spesso, il ripristino, dell’ordine pubblico. Fu ordinato ai militari, quando impegnati nei servizi di ordine pubblico, di tenere un atteggiamento risoluto e fu consentito loro di sparare ad altezza uomo, facendo anche uso di armi pesanti come se combattessero contro soldati nemici. Fu prevista la fucilazione per quanti venissero colti nell’atto di istigare ai disordini, o avessero disobbedito alle forze militari o di polizia, o ancora fossero stati colpevoli di insultare le autorità pubbliche, militari o meno che fossero. Analoga sorte fu riservata a quei militari sorpresi a solidarizzare con i dimostranti <397.
La caduta del regime aveva lasciato il posto a un governo autoritario che fece ricorso agli apparati di polizia di derivazione fascista per reprimere tanto i festeggiamenti per la caduta di Mussolini, quanto le poche manifestazioni dei nostalgici <398. Benché il governo avesse invitato la stampa a non occuparsi più dell’OVRA, questa continuò ad operare, tanto è vero che gli informatori erano ancora sul libro paga del Ministero dell’Interno. Fu soppresso il Tribunale Speciale e la competenza per i reati politici fu trasferita ai Tribunali militari <399. I servizi ordinari di polizia nel meridione vennero affidati ai Carabinieri, la cui fedeltà al re restava fuori discussione. Le loro origini, proprio perché risalenti al passato, erano la garanzia di un’organizzazione scevra da contaminazioni fasciste <400.
Diversa era invece la situazione al nord dove, instauratasi la Repubblica Sociale Italiana, era stata istituita la guardia nazionale repubblicana, al cui interno furono inizialmente inseriti i Carabinieri. Non ci fu la sperata «amalgama» con i membri della milizia, anzi molti carabinieri, alla prima occasione, non esitarono ad allontanarsi, individualmente o in gruppo, portando con sé armi e munizioni <401. La sorte non fu diversa per la polizia repubblicana che, nata con la guardia nazionale repubblicana il 20 novembre 1943, fece registrare nella seconda metà del 1944 un elevato numero di defezioni. Anche la Polizia dell’Africa Italiana, passata sotto la Repubblica Sociale Italiana all’indomani della soppressione del Ministero dell’Africa Italiana, non contribuì a difendere il regime, anzi i suoi militi, rimasti a Roma, si opposero ai tedeschi e ai repubblichini che volevano trasferirli al nord <402.
Una volta liberata l’Italia, furono costituite delle commissioni ad hoc per epurare le forze dell’ordine da quanti avevano collaborato con il regime. Furono allontanati quanti, avendo servito il duce, si erano resi indegni di servire il nuovo Stato, e ancora quanti avevano prestato giuramento e servito il fascismo o avevano aderito al partito fascista repubblicano <403. Tuttavia l’idea di una severa epurazione lasciò ben presto il passo a una «sanatoria generale», specie per coloro che ricoprivano gli incarichi più elevati nell’amministrazione, forse anche per non compromettere l’intero apparato amministrativo. Nel caso poi degli apparati di polizia, si ridusse per lo più a un «niente di fatto». Molti funzionari rimasero al proprio posto giustificando il loro impegno durante il regime come un adempimento agli ordini emanati dal Ministro, nell’impossibilità, proprio per la funzione rivestita, di sottrarsi alle direttive loro impartite.
Iniziò per lo Stato un lungo cammino volto ad affermare l’autorità e il rispetto delle leggi, un percorso accidentato finalizzato alla ricostruzione delle forze di polizia. In questo cammino lo Stato aveva dovuto superare le pressioni dei comunisti, che volevano inserire all’interno della polizia ex partigiani, etichettati come «guardie rosse» dagli esponenti moderati e dai conservatori <404.
In Italia meridionale si trovava la situazione più grave rispetto al controllo sulla criminalità. Fatti di sangue avevano sconvolto la Sicilia dove «banditismo, lotta per il separatismo e reazione agrario-feudale si muovevano spesso all’unisono» <405, e dove tra il 1945 e il 1946 militari, carabinieri e comuni cittadini furono oggetto di aggressioni armate e rapine che avevano messo a rischio la convivenza civile.
Anche il Settentrione, sia pure in maniera minore, non poteva dirsi al riparo dai disordini. A Torino una folla di millecinquecento persone aveva tentato di entrare nel Teatro Carignano, dove si svolgeva una festa privata, per manifestare contro il lusso ostentato. L’allora ministro dell’Interno Romita cercò di limitare il ricorso all’uso della forza nelle piazze, ritenendo che proprio il «disagio profondo e grave nel quale si dibatteva la popolazione, specialmente nelle aree depresse», era motivo di criticità nella gestione dell’ordine pubblico.
Durante il secondo governo De Gasperi, al quale parteciparono anche i socialisti e i comunisti, lo stesso De Gasperi, investito anche dell’incarico di ministro dell’Interno, presentò un programma per la gestione dell’ordine pubblico caratterizzato dalla limitazione degli scioperi, dal mantenimento della disciplina nelle fabbriche e dal rafforzamento del potere repressivo dello Stato. La situazione non cambiò durante il terzo governo De Gasperi durante il quale le manifestazioni furono represse duramente <406. Il nuovo ministro dell’Interno, Mario Scelba, sostenne l’uso della forza per reprimere le rivendicazioni dei lavoratori. Con il quarto governo De Gasperi, la sinistra venne estromessa.
Aumentarono il numero delle vittime durante le manifestazioni e sempre più si fece ricorso all’uso delle armi per contenere le proteste di braccianti e operai. All’inizio del 1948 fu emanata una legge che consentì l’arresto di quanti avessero realizzato blocchi stradali permettendo un uso «spregiudicato» del provvedimento restrittivo. Sparare sulla folla che manifestava divenne una consuetudine, favorendo arresti di massa e rastrellamenti finalizzati alla ricerca di armi. Ci fu una recrudescenza delle azioni violente compiute dai fascisti, soprattutto contro sindacalisti ed esponenti della sinistra. Non mancò chi in Parlamento criticò il governo, reo di aver autorizzato la repressione poliziesca, calpestando i diritti umani e arrivando a consentire l’uso di lacrimogeni per disperdere i partecipanti a un comizio sulla sola ragione dell’inopportunità del testo del relatore. A fronte della diminuzione dei reati era aumentato l’organico delle forze dell’ordine, evidentemente dovuto a motivi politici <407.
Con la caduta del fascismo e la ricostituzione dei partiti e dei sindacati, la piazza tornò ad animarsi. Gli anni successivi, dal 1948 al 1951, furono caratterizzati dalle «cariche indiscriminate contro cortei, arresti in massa», quando non addirittura dall’uso delle armi da parte delle forze dell’ordine per contenere le manifestazioni di braccianti, contadini e operai. Questa situazione si arrestò nel 1953, quando per la prima volta non si registrò alcun morto <408.
I parlamentari all’opposizione denunciarono questi metodi estremi nella gestione dell’ordine pubblico, come rigurgiti del periodo fascista. Ciò che colpiva era l’uso della violenza estrema per arginare manifestazioni attraverso le quali si sostenevano rivendicazioni economiche e sindacali o si esprimeva il dissenso. Molti comizi furono impediti e il foglio di via obbligatorio fu una costante per allontanare quanti venivano etichettati come «perturbatori» della quiete pubblica <409. Spesso l’uso delle armi fu giustificato, dai comunicati ministeriali, come dettato dalla necessità di difendersi dai colpi sparati dai manifestanti <410.
[NOTE]
396 R. CANOSA, op. cit., p. 99.
397 Ivi, pp. 100, 101.
398 Ivi, p. 102.
399 Ivi, p. 102-103.
400 Ivi, p. 103.
401 Ivi, p. 105. Molti carabinieri furono catturati dai nazisti che, fatta irruzione nei comandi della guardia nazionale repubblicana, li trasferirono in Germania per impiegarli «come bassa forza nel servizio antiaereo e nella sorveglianza dei campi della Luftwaffe».
402 Ivi, p. 106.
403 Ivi pp. 107, 108 (decreti luogotenenziali 27 luglio 1944 n. 159 sanzioni contro il fascismo e 9 novembre 1945 n. 702).
404 Ivi, pp. 109-113.
405 Ivi, p. 116.
406 R. CANOSA, op. cit., pp. 117-121, 123.
407 Ivi, pp. 126-128, 130-132. Da luglio 1947 a gennaio 1948, le forze di polizia arrivarono a toccare le 45.000 unità.
408 Ivi, pp. 134-136.
409 Ivi, p. 139.
410 Ivi, p. 148.
Maria Antonietta Pisano, Il percorso storico della polizia in Italia. Dal periodo fascista alla legge 121/1981, Tesi di laurea, Università degli Studi di Pisa, Anno Accademico 2021-2022
 

martedì 27 gennaio 2026

Gli stenti dei civili in Val Pesarina nel 1944

Prato Carnico in Val Pesarina (Friuli). Foto: And Pus. Fonte: Wikipedia

La guerra stravolse le vite di tutti, anche di coloro che non scelsero di prendere parte alla lotta armata partigiana fin da subito, non potendo conoscere il movimento e i suoi ideali. Le donne delle realtà più rurali sono state abili ad adattarsi al contesto di guerra e a ripensare e salvaguardare una quotidianità con un processo piuttosto spontaneo di adattamento e sopravvivenza. Risulta molto utile e ricco di spunti, per comprendere a fondo la percezione degli eventi e dei nuovi fragili equilibri nati per far fronte ai cambiamenti e all'incertezza della guerra, il diario personale di Norina Canciani, una ragazza della Val Pesarina, che tra la primavera del 1944 e quella del 1945 ha deciso di confidare pensieri, paure, esperienze ad un piccolo diario che è arrivato finito a noi e ha visto la sua pubblicazione nel 2000.
Fin dalle prime pagine, emerge il problema della carestia, che andrà col tempo ad aggravarsi maggiormente. I paesini Carnici si erano organizzati per razionare i viveri e a proposito, nel diario di Norina, in data 8 marzo 1944, si legge: "All'arrivo di questi, il primo che passa e vede scaricare la merce, dà l'allarme e a questo annuncio ogni donna addetta al trasporto dei suddetti pianta in asso quello che faceva, arraffa in fretta il "gei", vi mette dentro i sacchetti bianchi e puliti, uno per ogni genere (se si portano i sacchetti non mettono carta e quindi niente tara) e va a gran velocità al negozio. In questo modo tutto il paese è lì alla stessa ora e le code non finiscono mai" (Canciani, 2000); questo significava che per un giorno si sarebbe saltato la classica pasta e fagioli salvavita. Da troppo tempo la guerra andava avanti, il menù non variava e il cibo scarseggiava, e, soprattutto per la gente comune era difficile capire quello che stava succedendo effettivamente nell'assetto internazionale e prevedere come sarebbero andate le cose; nell'incertezza Norina rimuginava, malinconica, sui tempi passati: "A volte mi perdo a sognare i bei tempi dei crostoli, delle frittelle e delle altre cose squisite" (Canciani, 2000). In attesa del proseguire degli eventi e nella speranza della fine della guerra ci si occupava del lavoro del campo, curando ogni patata e fagiolo "come un nostro fratello in questi anni di ristrettezza", in modo da massimizzare la produzione e garantirsi i viveri per sopravvivere il più a lungo possibile. (Canciani, 2000)
L'11 marzo 1944, Norina scriveva: "Oggi mi sono alzata alle cinque e mezza per andare alla latteria dove, alle 6, distribuiscono il latticello (non più di un litro a famiglia) fino a esaurimento, così chi arriva per ultimo corre il rischio di tornarsene a casa con il pentolino vuoto e allora addio colazione". (Canciani, 2000). Il latticello era molto peggiore del latte. In questa contesa, le mamme sono sempre ai primi posti, in fila prima ancora delle cinque per garantire ai loro figli una calda colazione. La carne veniva distribuita a periodi fino a esaurimento ai primi che arrivassero, ma succedeva raramente e per mesi veniva sospeso il servizio. Nonostante il sistema delle distribuzioni e il razionamento del cibo, non sempre regolari, c'era sempre qualcuno che non riusciva ad averne accesso; "devo ammettere che le mucche sono più indipendenti di noi" si legge nel diario di Norina, provata dalla guerra e dalle limitazioni che essa portava con sé. Con sua madre gestiva un albergo, una volta punto di incontro per la comunità, ora invece anche il vino scarseggiava, e il fornitore, il 13 aprile, si presentò con ben due damigiane di vino. Già da mesi arrivava sporadicamente e con poche quantità. Rimaneva comunque un'occasione per una bicchierata comune a cui gran parte della popolazione accorreva con entusiasmo. "E' un po' buffa questa osteria che entra in funzione per due o tre giorni, fin che dura la merce e poi ritorna a casa privata fino a quando non ne arriva altra" (Canciani, 2000).
La prima volta che sentì parlare di un omicidio nella sua vallata era il 4 aprile del 1944, quando ancora nella zona non si conosceva il movimento partigiano o molto poco si sapeva di esso: "non si sa chi, si presume questi partigiani di cui si parla continuamente, ma hanno ammazzato un giovane di Pesariis che si chiamava Sin" (Canciani, 2000). Per coloro che non hanno preso parte direttamente alla lotta partigiana, le conoscenze e la loro percezione su di essa appare piuttosto confusa e nebulosa, e sicuramente questi fatti non portavano l'opinione pubblica comune dalla loro parte. Il 12 aprile 1944, all'"agaç", luogo di incontro per le donne e di circolazione delle informazioni, arrivarono notizie poco buone: "nelle vallate sopra Lauco, era arrivato uno slavo che si faceva chiamare Mirco con l'intenzione di formare delle bande partigiane; alcuni giovani della zona scendevano nei paesi vicini a farsi consegnare viveri, armi e quant'altro ritenevano opportuno. La popolazione viveva nel terrore di vederseli presentare davanti, con i loro fazzoletti al collo: alcuni li chiamavano Garibaldini, altri titini" (Canciani, 2000). La convivenza tra i partigiani e la quotidianità dei piccoli paesi di montagna è sempre stata difficoltosa e mutevole, con diverse caratteristiche a seconda dei diversi contesti. Da quel momento, si scoprì che i partigiani operavano anche in Val Pesarina e sicuramente il loro biglietto da visita non era rassicurante. "Più passano i giorni, più cresce il magone che ci portiamo dentro" (Canciani, 2000). Queste testimonianze e la percezione iniziale della resistenza partigiana da parte di chi si è ritrovata a conviverci per quelli che son stati gli eventi e non per iniziativa personale risulta, naturalmente, piuttosto diversa da quella delle partigiane. "Abbiamo paura degli alleati, dei tedeschi e dei partigiani" (Canciani, 2000).
Ciò non esclude queste donne da un ruolo fondamentale in una forma di resistenza e sostegno che mira a mantenere viva la famiglia e la comunità, gli usi e i costumi, i luoghi e gli spazi sicuri e la sopravvivenza dello spirito della Carnia. "Da quanto mi ricordo, ho sempre sentito dire che con i soldi si può comprare tutto, ma in questo periodo, almeno da noi, non si può, ad esclusione dei prodotti razionati e del pane, comprare niente. Nei centri dicono che esiste il mercato nero e pagando la merce anche dieci volte più del loro valore si può comprare quasi tutto" (Canciani, 2000). In un'acuta analisi della causa, Norina sostiene che il motivo di questa assenza in montagna sia la scarsità dei prodotti in generale e la gestione del mercato nero era impossibile poiché questa attività si sarebbe scoperta in pochissimo tempo con pena l'isolamento dalla comunità e la gogna pubblica. "Così noi cerchiamo di aiutarci scambiandoci le merci che abbiamo" (Canciani, 2000). 
Per una ragazza di Prato, non era chiaro cosa fosse successo dopo l'8 settembre e cosa stesse ancora succedendo. Ciò di cui era consapevole la popolazione era la fame e la difficoltà di far fronte dignitosamente ad ogni giornata; con lo scambio di materiali, l'elemosina, nuovi lavori per essere autosufficienti, il razionamento di cibo e merci di qualsiasi tipo, rattoppi di indumenti e calzature ormai ridotte all'osso, la fabbricazione di sapone con gli animali non commestibili si tentava di affrontare la vita mentre ogni tanto arrivava qualche vaga notizia sui partigiani, metà vera, metà romanticizzata dalla fantasia popolare, nella sola speranza di una immediata conclusione della guerra. Il 22 aprile: "sono stati affissi sulle piazze di tutti i paesi dei manifesti che impongono a tutti i giovani delle classi 1914-1924 compreso, di presentarsi ai comandi tedeschi. Mancando a quest'ordine sarebbero state prese pesanti decisioni, ma non venivano specificate quali. Naturalmente nessuno si è presentato e quindi inizieranno anche i rastrellamenti" (Canciani, 2000). Per scappare, i giovani locali si erano organizzati con dei turni di guardia e in caso di allarme scappano nei rifugi che si sono preparati in montagna. "I reduci della guerra del 1915-18 erano ben felici di raccontare le vicende trascorse in trincea o nelle varie azioni di guerra, mentre i reduci di questa guerra, anche se interpellati, si chiudono nel silenzio o cambiano discorso" (Canciani, 2000).
Per quanto riguarda i repubblichini, rimasti con la repubblica di Salò o collaboratori dei tedeschi, Norina non è in grado di "giudicare se la loro scelta sia buona, ma penso lo abbiano fatto anche per non pesare sulle loro famiglie già colme di problemi." Conclude "Ho sempre l'impressione di vivere in un periodo molto disordinato, dove nessuna sa bene cosa fare e quali decisioni prendere per seguire la strada migliore" (Canciani, 2000).
Quando, infine, i partigiani iniziarono a farsi vedere in paese e ad essere una presenza fissa, la giovane di Prato riconobbe gente del posto e facce conosciute di lavoratori, che prima della guerra venivano all'osteria dopo lavoro, e le immagini brutali che si era creata, in parte, svanirono. Passa, in parte, la paura dei partigiani, che non appaiono più così minacciosi, ma si alimenta quella nei confronti dei tedeschi soprattutto dopo alcune dimostrazioni violente. La presenza dei partigiani, comunque, incuteva ancora diversi timori e dubbi fra la gente comune, che delle loro iniziative e di quello che stava succedendo non avevano un'idea ben chiara. E si sa, l'ignoto fa paura, e la lotta partigiana diventa un argomento critico, una nuova ombra che incombe portando con sé una certa inquietudine. I partigiani, anche coi migliori intenti, erano sempre persone armate a differenza della popolazione comune e questa dicotomia non poteva essere ignorata. Il medico di Prato, molto stimato nella vallata lascia il suo lavoro per unirsi alle fila dei partigiani, e molti giovani, seguendo il suo esempio si uniscono a loro volta. Nonostante il fatto che i tedeschi continuino a diffondere manifesti scoraggiando il supporto ai partigiani, questi man mano vengono fatti sparire e ignorati. La presenza stabile dei partigiani porta con sé anche il rischio imminente di rastrellamenti tedeschi, di cui le conseguenze e le ripercussioni sono ben impresse nella mente e temute dalla popolazione civile. "Una cosa che mi fa molta rabbia è che pagano sempre coloro che con la guerra e le guerriglie non hanno nulla a che fare. La popolazione è solo una vittima tra i due contendenti e rimane schiacciata fra le due forze, senza poter reagire" (Canciani, 2000). Oltre ai viveri, mancava qualsiasi tipo di merce: "è già da parecchio che le medicine scarseggiano sia in quantità che in qualità, almeno così dice il farmacista di Comeglians" (Canciani, 2000). Anche andare all'ospedale era difficile e molto rischioso nel caso si venisse scoperti. Quando c'era bisogno di medicinali, "bisognava aspettare la corriera della mattina seguente, per consegnare all'autista la ricetta e i soldi e poi ritirare domani sera le medicine" (Canciani, 2000). Le notizie che arrivavano al lavatoio, dopo lunghi viaggi di bocca in bocca, contribuivano ad alimentare l'immagine confusa che si aveva dei partigiani: "Oggi, al lavatoio, correva voce che si sta creando un nuovo tipo di partigiano, sempre in accordo con i garibaldini nelle guerriglie con i tedeschi, ma di un altro stile politico. Questi hanno un fazzoletto verde e si chiamano osovani" (Canciani, 2000). Si percepiva, però, con discreta certezza, che le fila della resistenza si stavano allargando, includendo persone da fuori regione, poiché non parlavano friulano. È evidente che a loro volta i partigiani non si siano curati di dare delle spiegazioni o chiarimenti alla popolazione, perché la loro sicurezza e il loro successo si basava sulla segretezza. Il 13 giugno, i partigiani iniziano ad aver bisogno anche del sostegno della popolazione locale e dopo che "avevano accesi dei fuochi vicino alla malga Losa, per segnalare il posto dove gli alleati dovevano eseguire il lancio di armi, munizioni, viveri e finanziamenti" non potendo loro stessi trasportare "tutto quel ben di Dio, avevano impiegato tutte le donne disponibili e queste, con le gerle, avevano provveduto al trasporto del materiale a valle e consegnato alle unità partigiane" (Canciani, 2000). Ricevettero per ricompensa una modesta cifra di denaro assieme alle tele e le cordicelle dei paracaduti. Tutto il resto del materiale venne recuperato e nascosto dai partigiani. La carestia si aggravava e si aggiungeva la minaccia tedesca di un'imminente sospensione dei viveri, mentre già i partigiani ne sequestravano gran parte. "Mi chiedo spesso dove sia andata a finire l'altra parte di persona che non sia lo stomaco e gli annessi, essendo questi bisogni così prepotenti, penso abbiano soffocato gli altri; infatti, mi sento solo una bestia affamata" (Canciani, 2000). Anche il vestiario, soprattutto per chi ha molti figli, diventa una sfida davvero ardua: si ricavano pantaloni e gonne da tende, rigidissimi ma almeno difficili da usurare, camicie e intimo da lenzuola e federe che sono già molto spesso al limite dell'usura. Si vive tra miseria e l'ossessione e il terrore di un imminente rastrellamento.
Cecilia Casanova, Testimonianze del'attività politica e dell'esperienza femminile nella Resistenza Friulana. Dalle origini alla Repubblica partigiana della Carnia, Tesi di laurea, Università degli Studi di Padova, Anno Accademico 2024-2025