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mercoledì 11 marzo 2026

I partiti italiani intorno al 1958


1.2.2: I partiti laici (Pli, Pri, Psdi).
La lenta disgregazione del centrismo non lasciò impreparati i piccoli partiti laici che si collocavano a destra o alla sinistra della Dc, che nella fase di transizione elaborarono e cercarono di perseguire piattaforme ideali e programmatiche assai diverse, creando così un laboratorio per formulare eventuali sbocchi alla crisi.
Il Partito Liberale nel 1955 elesse come segretario Giovanni Malagodi. Milanese, di estrazione culturale anglosassone anche grazie ai numerosi anni passati in Gran Bretagna per lavoro, fu l’uomo che espresse un secco rifiuto verso la strategia fanfaniana di apertura a sinistra e rafforzò le basi culturali del partito intorno al recupero della tradizione liberale classica, senza far scivolare il suo conservatorismo intransigente in aperture più o meno velate verso settori del Movimento sociale o del Partito Nazionale Monarchico, favorevoli, questi ultimi, ad un’elaborazione politica che portasse al parto di una "grande destra". Egli tenne invece la barra ferma sull’inevitabilità del centrismo coniugandolo, invano, al futuro <17 e in ciò trovò l’appoggio, politico oltre che finanziario - lauti furono i finanziamenti -, dei grandi e piccoli gruppi imprenditoriali delusi dalla Democrazia Cristiana, dalle sue politiche interventiste e dal ventilato allargamento della maggioranza e proprio grazie a questo è spiegabile il leggero ma significativo avanzamento alle elezioni politiche del 1958, frutto dello scontro tra la Confindustria a presidenza De Micheli e il governo.
In casa repubblicana, invece il partito risultò spaccato fino alla vigilia del varo della nuova coalizione allargata ai socialisti. La corrente di Randolfo Pacciardi, pur minoritaria, sosteneva che l’opzione centrista andasse preservata da sbilanciamenti a sinistra, proponendo per la prima volta un movimento che facesse suo l’obiettivo di riformare il sistema istituzionale in senso presidenzialista e maggioritario, al fine di assicurarne la stabilità politica <18. Fronteggiava Pacciardi Ugo La Malfa, convinto sostenitore delle teorie economiche keynesiane e fautore della creazione di una democrazia sociale che guardava all’esperienza democratica negli Stati Uniti e vedeva nel centrosinistra un mezzo per l’ammodernamento del Paese sulla base della programmazione economica <19. In realtà, nonostante i problemi oftalmici, La Malfa guardava lontano: a lunghissimo termine, dopo aver convogliato le forze socialiste all’interno della democrazia italiana, occorreva conquistare al gioco democratico anche il Partito Comunista (ma è un convincimento che si farà chiaro nelle sue prospettive politiche solo molti anni più tardi).
Quanto al Psdi, è utile ricordare che se il 1956 fu ricco di avvenimenti che suscitarono fibrillazioni all’interno di molti partiti di sinistra, esso non fece eccezione. Prima ancora dei fatti d’Ungheria, che segnarono il distacco definitivo tra il Partito Socialista e il Partito Comunista, ma subito dopo la relazione di Kruscev al XX congresso del Pcus sul periodo staliniano e le sue degenerazioni, nell’estate Nenni e Saragat s’incontrarono a Pralognan per discutere di unificazione socialista, un’eventualità che diventerà realtà molti anni dopo e che tuttavia rappresentò il fulcro dell’operazione dell’apertura a sinistra, in particolar modo per il Psdi, ancora segnato dalla scissione di Palazzo Barberini del 1947. In quell’occasione Saragat accelerò sul progetto, fornendo alcune aperture (ad esempio, l’accettazione della neutralità in politica estera) e contemporaneamente ponendo alcune condizioni irrinunciabili (che la neutralità stessa si collocasse nell’ambito del blocco occidentale, sul modello svedese) e a Nenni - come annotò nei suoi diari - toccò "fare il pompiere" <20. Pur essendo l’unificazione socialista e il varo del centrosinistra l’orizzonte del Psdi, stimolato in questo dal gioco di sponda di Fanfani a favore di Saragat perché quest’ultimo attraesse il Psi verso la sua orbita, di tale eventualità non se ne sarebbe parlato per molto tempo sia a causa sia dell’eccessivo appiattimento del Partito Socialdemocratico verso la Dc , sia per colpa della diffidenza reciproca tra i due capi socialisti, sia per via del convincimento di Nenni di poter sottrarre consensi dal Pci in solitaria, eventualità che non si sarebbe verificata.
1.2.3: Le opposizioni al sistema (Pci e Msi).
In via delle Botteghe Oscure il panorama politico degli anni Cinquanta fu segnato dalla figura predominante di Palmiro Togliatti. Se l’inizio del decennio si aprì con una contrapposizione frontale tra le forze operaie della Cgil e gli industriali italiani, a causa della discriminazione in fabbrica operata da questi ultimi (uno per tutti: Vittorio Valletta, presidente FIAT) relativamente alla rappresentanza sindacale sui luoghi di lavoro, i cambiamenti in corso nel quadro politico si verificarono anche nel Partito Comunista e anche in questo caso durante l’anno 1956, denso di avvenimenti su questo fronte. Nel marzo Kruscev pronunciò una dura reprimenda nei confronti del sistema staliniano e qualche settimana dopo, intervistato da Nuovi Argomenti, Togliatti si allineò al leader sovietico, specificando però che gli squilibri manifestatisi nel corpo del comunismo sovietico nell’epoca di Stalin erano mali le cui radici erano antiche. Tuttavia, destalinizzazione o no, il centralismo democratico rimase un caposaldo all’interno del Pci, che in virtù di questo principio aveva allontanato gli elementi più ideologicamente vicini al leninismo dai ruoli di responsabilità: Pietro Secchia, dirigente di punta dell’ala rivoluzionaria del Pci e potente responsabile dell’organizzazione del partito - sotto la cui guida il tesseramento e l’ampliamento territoriale aveva raggiunto livelli ragguardevoli -, coinvolto nell’affare Seniga (il tesoriere del partito scappato con la cassa e con alcuni documenti) sarebbe stato prima affiancato nel suo incarico da Giorgio Amendola e successivamente sostituito senza che proteste si levassero da parte del gruppo dirigente. Quello che invece fu percepito come un duro colpo alla tenuta del Pci fu, pochi mesi più tardi, l’intervento russo in Ungheria contro Imre Nagy, vissuto dagli alleati socialisti come l’affermazione di imperialismo in chiave comunista e da una certa parte di intellettuali, come la fine della propria esperienza all’interno del Pci o quantomeno come l’inizio di un atteggiamento critico nei confronti del partito (basti pensare alla fuoriuscita di un economista come Antonio Giolitti, che virerà verso l’ingresso nel Partito Socialista, e del gruppo firmatario dell’appello "Lettera dei 101") <21. Tuttavia, le consultazioni politiche tenutesi nel 1958 non registrarono alcun particolare crollo e riaffermarono la solidità della linea della "via italiana al socialismo", una strategia che riuscì a ritagliare per il Pci non più e non solo il ruolo di forza antisistema, ma quello di punto di riferimento per lotte sociali e sindacali e di difensore della Costituzione, considerata una carta frutto di equilibri avanzati e la cui applicazione era messa in discussione proprio dal partito cattolico, che tanto aveva lavorato per la sua stesura <22. Perciò il leader comunista, pur non lesinando riserve nei confronti di Fanfani, non ebbe considerazioni negative riguardo alle correnti democristiane di sinistra, ostaggio, a suo dire, dei gruppi monopolistici e clericali, e proprio per batterli offrì il suo appoggio, condannando comunque tutte quelle forze che puntavano a isolare il Pci <23. Quanto all’operazione dell’apertura a sinistra, la linea di Togliatti fu ambigua, oscillando tra aperture, perché proprio in virtù della "via italiana al socialismo" era auspicabile qualsiasi riforma che mettesse in discussione l’equilibrio dei gruppi di potere, e il timore della possibilità che tali riforme potessero svuotare il bacino della protesta antisistemica, appannaggio del partito del Migliore.
A destra, ugualmente escluso dall’arco costituzionale, il Msi, nato nel 1946, raccolse attorno a sé molti nostalgici del fascismo, che fu un fenomeno composito nella storia nazionale, diviso tra tentazioni e orientamenti diversi. Tale differenza non poté che investire anche il contenitore politico creato nel dopoguerra, la cui identità non si risolse mai tra il conservatorismo in doppiopetto e il fascismo rivoluzionario dei reduci di Salò. Se nel 1953, dopo i primi iniziali insuccessi, il Movimento Sociale ottenne un consistente voto di travaso al Sud Italia da settori che cinque anni prima avevano appoggiato la Democrazia Cristiana portando in Parlamento una pattuglia di 29 rappresentanti, con il congresso di Viareggio del 1954 si aprì una fase politica importante per il partito: diventò segretario Arturo Michelini <24. L’ascesa di tale personaggio è significativa, in quanto egli faceva parte di quel gruppo di dirigenti e militanti che non proveniva dall’esperienza della Repubblica Sociale Italiana, al contrario della sinistra del partito raccolta intorno ad Almirante e della destra con a capo Pino Romualdi. A differenza della minoranza interna, inoltre, era fautore di una linea morbida, meno intransigente col sistema repubblicano, tanto è vero che più volte nell’avvicendarsi convulso dei governi, spesso monocolore democristiani, succedutisi durante la fase finale dell’agonia del centrismo, il Msi fece convergere i voti dei suoi deputati e senatori, il cui aiuto fu sempre rifiutato applicando quella conventio ad excludendum che colpì anche il Pci. A partire dal congresso di Milano del 1956 e fino al 1958 si staccarono via via dal partito quei gruppi che non condividevano l’operato del segretario e le cui coordinate ideologiche divergevano verso tutt’altra direzione (utile ricordare la fondazione da parte di Pino Rauti del Centro Studi Ordine Nuovo) <25. Tale separazione fu percepita e non poco alle elezioni politiche del 1958, quando il Msi si attestò al 4.4%. Alla fine degli anni ’50 il neofascismo italiano, insomma, non riuscì a sciogliere il nodo sul futuro dell’area a cui appartenere: più l’area liberale e conservatrice alla destra della Dc cresceva, diventando combattiva contro l’apertura a sinistra e godendo per cui di appoggi importanti, più quelle forze di reduci dell’antico status quo (tra cui anche il Partito Nazionale Monarchico) venivano ricacciate nell’alveo di un nostalgismo da cui goffamente provarono a sganciarsi, senza memorabili risultati.
1.2.4: L’ago della bilancia (Psi).
L’eredità che il frontismo lasciò al Partito Socialista all’indomani della divisione del Fronte Popolare dovuta ai fatti del 1956 fu la consapevolezza di dover riconquistare maggiore indipendenza tra i due blocchi all’interno del quadro politico italiano <26. Impresa non semplice se si pensa che, in un modo o nell’altro, gran parte dei quadri dirigenti del partito furono piuttosto restii ad abbandonare una politica di tutela della classe operaia da intraprendersi al fianco del Partito Comunista, complice anche la nutrita corrente animata da Rodolfo Morandi. Interprete principale di questa esigenza fu il segretario, Pietro Nenni. Come Iniziativa democratica all’interno della Dc, pure la maggioranza autonomista del Psi conteneva al suo interno varie e disparate anime che non resero facile l’arrivo ad un compromesso. Del resto, i tempi per un accordo con la Dc si allungarono per via delle contrarietà non passeggere che il partito cattolico dovette affrontare al suo interno come pure da parte dei suoi sponsor principali. Al congresso di Venezia del 1957 la maggioranza autonomista si espresse a favore di una linea definita "dell’alternativa democratica". Si ribadì in sostanza l’alterità rispetto ai comunisti, rimanendo all’interno della solidarietà di classe (e ciò permise di mantenere intatta l’unità della Cgil, al cui interno era presente, seppur minoritaria, una certa parte di lavoratori e dirigenti sindacali socialisti), ma si sfidava la Dc ad elaborare le premesse programmatiche e politiche del compromesso <27. Le elezioni parlamentari del 1958 videro poi l’avanzamento del Psi a quota 14.2% e, nonostante ciò, il governo Fanfani che ne conseguì, pur considerandosi di centro-sinistra, non ottenne ugualmente l’appoggio dei gruppi parlamentari socialisti. L’esecutivo durò poco più di un anno, per lasciare poi spazio ad un monocolore guidato da Antonio Segni, frutto della fine della corrente di Iniziativa democratica, con i socialisti ancora una volta alla finestra. Anche questo governo sarebbe durato poco tempo, inghiottito dalla crisi che sconvolgeva la Dc, che si sarebbe risolta con l’esecutivo presidenziale guidato da Fernando Tambroni e con gli esiti che a cui esso avrebbe portato.
[NOTE]
17 G. Orsina, L’alternativa liberale. Malagodi e l’opposizione al centrosinistra, Marsilio, Venezia, 2010, p.107 e ss.
18 P. Soddu, Ugo La Malfa. Il riformista moderno, Carocci, Roma, 2008, p.225 e ss.
19 P. Soddu, Ivi., pp.187-188.
20 G. Tamburrano, Pietro Nenni, Laterza, Bari, 1986, pp.283-284.
21 F. Malgeri, La stagione del centrismo. Politica e società nell’Italia del secondo dopoguerra (1945-1960), Rubettino, Soveria Mannelli, 2002, pp.235-236.
22 M. Marzillo, L’opposizione bloccata, il Pci e il centrosinistra (1960-1968), Rubettino, Soveria Mannelli, 2012, pp.23-24.
23 M. Marzillo, op.cit., p.27 e ss
24 A. Baldoni, La destra in Italia (1948-1969), Pantheon, Roma, 2000, pp.466-467-468
25 A. Baldoni, op.cit., pp.520 e ss.
26 G. Tamburrano, Pietro Nenni, Laterza, Bari, 1986, pp.287-288-289-290.
27 G. Tamburrano, op.cit., pp.290 e ss.
Francesco Corbisiero, La stagione del centrosinistra in Italia. (1956-1969), Tesi di laurea, Università Luiss “Guido Carli”, Anno Accademico 2013-2014

venerdì 24 ottobre 2025

Il 9 luglio 1958 il governo Fanfani II (Dc, Psdi) ottiene la fiducia delle camere


Le elezioni tenutesi il 25 e 26 maggio 1958 determinano la seguente distribuzione dei seggi tra i principali partiti: per la Dc, 122 seggi al Senato e 273 alla Camera; per il Pci, 57 seggi al Senato e 140 alla Camera; per il Psi, 36 seggi al Senato e 84 alla Camera; per il Msi (presentatosi per il Senato con il Pnm, per la Camera da solo), 10 seggi al Senato e 24 alla Camera. Rispetto alle precedenti consultazioni, quindi, la Dc è in lieve aumento (dal 40,1 al 42,35% dei voti), il Pci rimane pressappoco allo stesso punto (dal 22,60 % al 22,68%), il Psi aumenta (dal 12,7% al 14,23%) <86.
Dimessosi Zoli, si tratta di individuare il tipo di coalizione governativa idonea ad ottenere la fiducia delle camere <87. Terminate le consultazioni, su cui si tornerà a breve per rendere conto di un’innovazione della prassi, Gronchi conferisce l’incarico a Fanfani. Le dichiarazioni rese dal Presidente della Repubblica dopo il conferimento dell’incarico denotano, come già avvenuto in occasione delle dimissioni di Zoli, una concezione anomala della funzione delle consultazioni: Gronchi, dopo aver sottolineato che il leader del partito che ha ottenuto la maggioranza dei voti in sede elettorale sembra essere il soggetto più idoneo a ottenere il consenso dell’Assemblea, precisa che “il Capo dello Stato ha, più che il diritto, il dovere di preoccuparsi che si creino le condizioni a che tale consenso si raggiunga nelle due Camere attorno al costituendo Ministero, sia in attuazione del programma, sia per lo stesso retto funzionamento dell’istituzione parlamentare”. Tale dichiarazione non è rimasta estranea a critiche, sia per la mancata menzione (successivamente fatta, sotto forma di precisazione) del ruolo delle consultazioni, e quindi dei partiti, nella scelta dell’incaricato, sia per l’importanza conferita dal Presidente della Repubblica all’individuazione di un incaricato - e di un Ministero - che sia in grado di attuare un programma politico in Parlamento. Questa considerazione, aggiunta alla dichiarazione di Fanfani, che subordina l’accettazione dell’incarico “all’attuazione di un programma di larga apertura sociale” da realizzarsi con le “collaborazioni necessarie”, delineerebbe un interessamento fin troppo marcato del Presidente della Repubblica al programma governativo <88. 
Il 9 luglio il governo Fanfani II (Dc, Psdi) ottiene la fiducia delle camere. In occasione del procedimento di formazione del governo Fanfani II si realizzano due innovazioni: una nella prassi delle consultazioni presidenziali, l’altra nella procedura formale di conferimento dell’incarico.
Per quanto riguarda la prassi delle consultazioni, Gronchi sente anche il presidente del CNEL, Meuccio Ruini. In un appunto Gronchi spiega che le consultazioni sono lo strumento volto a conoscere a tutto tondo i problemi politici ed economici del Paese, al fine di individuare quale sia “delle possibili maggioranze dello schieramento parlamentare” la più indicata per la soluzione dei problemi. Per questo motivo, usualmente vengono convocati i rappresentanti dei gruppi parlamentari, gli ex Presidenti della Repubblica e, purché rivestano la qualifica di parlamentari, gli ex presidenti delle camere e gli ex presidenti del Consiglio, ossia tutti soggetti appartenenti al circuito parlamentare, in quanto si presuppone che la carica di parlamentare conferisca alle suddette personalità i due requisiti necessari alla partecipazione alle consultazioni: l’esperienza e la conoscenza dei problemi da risolvere. Sulla base di queste considerazioni, Gronchi ritiene di poter rinvenire i due requisiti menzionati anche nella persona di Meuccio Ruini, in virtù della composizione e delle funzioni attribuite al CNEL dall’art. 99 Cost., nonché della precedente esperienza acquisita da Ruini quale presidente del Senato <89.
Per quanto concerne il conferimento dell’incarico, fino a questo momento la procedura seguita era la seguente: a) presentazione delle dimissioni del governo in forma orale al Capo dello Stato, il quale, sempre in forma orale, si riserva di accettarle o meno; b) consultazioni del Presidente della Repubblica e conferimento dell’incarico, in forma orale, a una personalità che si riserva di accettare o meno; c) accettazione dell’incarico (la non accettazione comporta il ritorno al punto b o la non accettazione delle dimissioni di cui al punto a); d) accettazione delle dimissioni del governo uscente; e) nomina del Presidente del Consiglio e dei ministri. Come è noto, l’unico passaggio esplicitamente previsto in Costituzione, dall’art. 92, comma 2, è quello di cui al punto e). Per questo motivo, il procedimento è idoneo a mutare in relazione a prassi modificabili. Fino a questo momento, il procedimento esposto, svoltosi per intero in forma orale, si concludeva con l’emanazione di tre decreti: 1) un decreto, retrodatato, con il quale il Capo dello Stato accetta le dimissioni del governo; 2) un secondo decreto, retrodatato alla medesima data, contenente il conferimento dell’incarico; 3) un terzo decreto, datato al giorno effettivo di emanazione, recante la nomina del nuovo Presidente del Consiglio. Gronchi, in occasione della formazione del governo Fanfani II, opera invece una modifica di questa prassi: viene eliminato il decreto di conferimento dell’incarico (punto 2) e vengono emanati soltanto i decreti di accettazione delle dimissioni del governo uscente e di nomina del Presidente del Consiglio, peraltro non più retrodatati bensì recanti la data di effettiva emanazione. Tale modifica nella prassi del procedimento di formazione del governo, che, bisogna sottolineare, è solo di carattere formale, ha il pregio, come specificato da Gronchi, di rendere i decreti emanati “più rigorosamente aderenti alla reale cronologia dei fatti”. In tal modo, si evita, da un lato, la distorsione per cui l’incaricato che aveva accettato con riserva appariva essere, in virtù della retrodatazione, un incaricato già “giuridicamente perfetto”; dall’altro lato, l’eventualità che, nel caso di rinuncia dell’incarico (come si è verificato nel caso di Piccioni), si realizzasse un gap temporale tra il decreto di accettazione delle dimissioni e il decreto di conferimento dell’incarico <90. 
Il cambiamento non è tuttavia passato in sordina tra i costituzionalisti, che ne hanno evidenziato la portata giuridica: infatti, rimuovendo il decreto, si elimina l’unico documento che conferisca un valore giuridico al conferimento dell’incarico. L’intera procedura, dunque, si svolge sotto l’unica responsabilità (quanto meno, sotto un profilo formale) del Presidente della Repubblica. E’ stato sottolineato che il decreto, ancorché retrodatato, rendeva “impegnativo erga omnes” <91 l’atto di conferimento orale dell’incarico, vincolando il Presidente della Repubblica fin dal momento della sua adozione. Parte della dottrina, in particolare, rinveniva proprio nel conferimento dell’incarico il momento del “passaggio di consegne”, e delle relative responsabilità nella gestione del procedimento di formazione del governo, dal capo dello Stato al soggetto incaricato <92. L’eliminazione del decreto avrebbe, conseguentemente, privato il soggetto incaricato dell’autonomia che gli compete nella direzione delle proprie consultazioni e nella formazione della compagine ministeriale <93.
[NOTE]
86 Si ricorda che la legge truffa non opera in queste consultazioni: infatti è stata abrogata con legge 615/1954. Anche in questo caso il Senato viene sciolto anticipatamente. Per la distribuzione dei seggi cfr. ASPR, Ufficio per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, busta 12. Cfr. anche G. Mammarella - P. Cacace, op. cit., p. 97.
87 Sulla prassi delle dimissioni dovute dopo le consultazioni elettorali, cfr. L. Elia, Carattere delle dimissioni del Governo Zoli, in L. Elia - M. Bon Valsassina, a cura di, Crisi governative dal giugno 1958 al maggio 1960, in Giurisprudenza costituzionale, anno V, n. 1/1960, Milano, Giuffrè, p. 369, nota 1. Per quanto riguarda gli umori dei partiti dopo la tornata elettorale, il Consiglio nazionale della Dc vorrebbe costituire un governo con Psdi e Pri; il Psi vorrebbe fare un governo di coalizione con la Dc e l’appoggio del Pri, mentre dichiara la propria intenzione a collocarsi all’opposizione rispetto a una compagine bipartita Dc-Psdi e ribadisce il proprio distacco dal Pci; il Pri dichiara di essere pronto ad astenersi nel caso di presentazione alle camere di un governo bipartito Dc-Psdi; il Pci vorrebbe unire le forze in uno schieramento composto da Psi, Psdi e Pri; il Pli vorrebbe formare un governo con Psdi e Pri; il Pnm assume un atteggiamento possibilista nei confronti di ogni governo, nella misura in cui il programma sia gradito al partito; infine, il Msi si dichiara avverso a qualsivoglia apertura a sinistra (cfr. ASPR, Ufficio per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, busta 12).
88 Per le dichiarazioni, e il relativo commento, cfr. A.A., Gronchi affida l’incarico a Fanfani e illustra i principi a cui si è ispirato, in Corriere della Sera del 26 giugno 1958, in ASPR, Ufficio per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, busta 12. Sul mancato gradimento del governo Fanfani da parte del Presidente della Repubblica, cfr. P. Guzzanti, op. cit., p. 99.
89 Il problema della consultazione del presidente del CNEL sorge soltanto adesso, in quanto l’organo viene istituito nel 1957. L’appunto di Gronchi è consultabile in ASPR, Ufficio per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, busta 12.
90 La spiegazione delle dichiarazioni di Gronchi è fornita dall’Ansa, in ASPR, Ufficio per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, busta 12. Sulla nuova prassi di conferimento dell’incarico, cfr. L. Elia, La nuova prassi in ordine alle modalità dell’incarico di formare il Governo, in L. Elia - M. Bon Valsassina, op. cit., pp. 370-371. Si ricorda che, nella stessa occasione, Gronchi mette in rilievo la necessità che in Parlamento si discuta della natura e dei limiti della collaborazione del Capo dello Stato nel procedimento di formazione del governo, con particolare riferimento alla fase delle consultazioni (cfr. Segretariato Generale della Presidenza della Repubblica, Servizio archivio storico, documentazione e biblioteca, Discorsi e messaggi del Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi, Quaderni di documentazione, n. 11, Roma, 2009, p. 218).
91 A. Baldassarre - C. Mezzanotte, op. cit., p. 94.
92 Cfr. L. Elia, Appunti sulla formazione del governo, in Giurisprudenza costituzionale, Giuffrè, Milano, 1957, pp. 1193 ss. L’autore parla di “doppia situazione di vincolo” creata dal conferimento dell’incarico. Per il Presidente della Repubblica l’incarico si traduce infatti in una pre-costituzione del dovere, in caso di esito positivo delle indagini svolte dall’incaricato, di formulare i decreti di nomina. L’incaricato, d’altro canto, si obbliga a concludere la missione affidatagli. In questa fase, continua Elia, l’incarico deve considerarsi libero e autonomo nella scelta dei componenti del ministero, dovendosi escludere un’interferenza ad opera del Capo dello Stato, nonché qualsivoglia veto o imposizione da parte dei gruppi parlamentari. Interventi di questo genere determinerebbero “una menomazione della figura giuridica dell’incaricato, che è il solo abilitato, costituzionalmente, alla designazione dei membri del ministero” (L. Elia, ivi, p. 1195).
93 Di questo avviso appaiono A. Baldassarre - C. Mezzanotte, op. cit., p. 95, che ravvisano nella modifica della prassi in questione il tentativo di “sbarazzarsi di un accidente formale che deponeva più nel senso della completa autonomia del presidente del Consiglio incaricato che in quello del diritto-dovere, rivendicato da Gronchi, di collaborare alla formazione del governo”. Altri, d’altro canto, hanno messo in luce che questa modifica avrebbe avuto il pregio di semplificare e rendere maggiormente trasparente la procedura (cfr. Franco Bozzini, Logica innovazione, in Corriere della Sera del 24 giugno 1958, in ASPR, Ufficio per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, busta 12).
Elena Pattaro, I "governi del Presidente", Tesi di dottorato, Alma Mater Studiorum - Università di Bologna, 2015 

giovedì 18 luglio 2024

A febbraio, a Robilante, si svolge un convegno per la difesa dei danni della silice

Robilante (CN). Foto: Giuliav92. Fonte: Wikipedia

PCI e PSI alle soglie del centrosinistra
A) Il PCI cuneese dopo la sconfitta
La grave sconfitta nel '58 riapre nel PCI cuneese un grosso dibattito sulla gestione degli ultimi anni e sulle immediate prospettive. Sono sotto accusa la scelta per cui si sono privilegiate le lotte contadine e la debolezza mostrata sul caso Giolitti, il cui ingresso nel PSI è commentato dalla Voce con insolito livore (1). Riassume i motivi di critica Gino Sparla, da sempre avversario della politica di Rinascita. "Sul risultato del voto hanno influito la scelta di Giolitti, ma soprattutto una politica errata nei grossi centri, l'incapacità di conquistare gli elettori all'ideologia e alle posizioni del PCI. Per recuperare il terreno perduto è necessario respingere l'analisi della struttura economica di Cuneo, secondo cui il tessuto sarebbe caratterizzato da scarsi nuclei operai e dal prevalere del ceto medio e rurale. Cardine dell'azione del partito debbono tornare ad essere i lavoratori di fabbrica, sommati ai pensionati e ai disoccupati. Anche la politica di alleanza verso i ceti urbani e rurali non è praticabile se si è deboli nelle fabbriche. Le forze operaie sono concentrate in 23 comuni nei quali il PCI raccoglie il 60% della propria forza. Verso questi centri deve, quindi, essere rivolto il grosso dell'attività politica ed organizzativa" (2).
La successiva nomina a segretario di Giovanni Nestorio, vercellese, da alcuni anni funzionario a Cuneo, significherà una profonda modificazione del modo di essere del partito, dei suoi rapporti con le altre forze politiche e con la gente, un serrare le fila su cui, ancora oggi, a distanza di oltre 30 anni, divergono le valutazioni degli stessi dirigenti comunisti.
B) Autonomisti e carristi nel PSI cuneese
La fase di maggior crescita e maggior successo del PSI si accompagna, però, alle prime consistenti divergenze interne. Se la grande maggioranza si schiera su posizioni autonomistiche (Nenni), la sinistra auspica una politica unitaria con il PCI, accusando la nuova dirigenza di essere scivolata a destra e di avere ridotto l'alternativa socialista ad uno slogan. Più sfumate, quasi uno sforzo di mediazione, le posizioni di chi si richiama a Lelio Basso.
Al congresso provinciale del dicembre 1958, la corrente autonomista ottiene una grande affermazione. I più votati nel direttivo sono Cipellini, Giolitti, La Dolcetta, Boselli, Brizio, Achino. Eletti anche Cogo, Belliardi, Vineis, Nardo, da poco confluiti nel partito. Per la sinistra, che elegge Balsamo, Giacosa e Zonta, la vittoria della corrente nenniana apre la strada alla rottura con il PCI, alla frattura nella CGIL, alla collaborazione con la DC. Per i bassiani Tarrico e Sciolla è, invece, necessario frenare la spinta correntizia e la lotta interna.
Se la Sentinella delle Alpi plaude alla svolta e polemizza contro i filocomunisti, molte sono, invece, le preoccupazioni in casa comunista (3). Nella primavera del '59, Mario Pellegrino lascia la direzione di Lotte Nuove che viene assunta da Roberto Balocco. La maggioranza autonomista è in contraddizione con un quindicinale diretto da un leader della sinistra. A giugno confluisce il MUIS, ennesima frazione staccatasi dal PSDI. Tra i suoi componenti l'ex deputato Chiaramello, uno dei maggiori esponenti socialdemocratici della provincia. Nasce e si estende la componente socialista nella CGIL. Nelle maggiori città vengono lanciati i festival dell'Avanti, assidua la presenza di Giolitti sulla stampa e nelle iniziative locali.
C) Il governo Tambroni e l'antifascismo. Nasce il centro sinistra
Il 16 e 17 gennaio 1960 si svolge a Cuneo il 6° congresso provinciale comunista. Gaetano Amodeo ricorda, in apertura, la figura di Giovanni Germanetto, morto a Mosca pochi mesi prima, comunista sin dalla fondazione, antifascista, segretario della federazione della Camera del lavoro. Al suo ricordo vengono associati quelli di Ermes Bazzanini, partigiano, vicesegretario della federazione al tempo di Germanetto, e di Sibilla Aleramo: "anima ardente e appassionata e di scrittrice che, specialmente nelle sue opere degli ultimi 15 anni, mostrò come si possa coltivare un'arte al tempo stesso libera espressione di umanità e di impegno sociale". (4)
La relazione di Giuseppe Biancani passa in rassegna i fatti internazionali ed interni. "L'inizio della conquista del cosmo, da parte della scienza socialista dell'URSS, è un segno dell'inarrestabile processo di sviluppo del mondo socialista e delle prospettive di pace, di distensione, di competizione pacifica di sviluppo, in senso socialista, del resto del mondo, le cui ripercussioni si avvertono anche nel nostro paese. A questo deve corrispondere, anche da noi, un mutamento dello schieramento politico su scala nazionale e provinciale che rompa con le forze del monopolio economico e con quelle (la DC) del monopolio politico. Le due maggiori direttrici su cui il partito deve impegnarsi sono la questione contadina e quella operaia, in una fase in cui non sono ancora chiuse le lotte contadine e in cui la provincia va industrializzandosi. Per favorire l'industrializzazione occorrono iniziative quali l'acquedotto delle Langhe, l'utilizzazione delle acque del Tanaro, il ripristino delle vie di comunicazione, la riattivazione della Cuneo-Nizza, la creazione di moderne autostrade. Strumento per questa politica deve essere un partito più forte: obiettivi immediati sono i 7.000 iscritti e la ricostruzione della FGCI". Molti gli interventi, tutti proiettati verso il futuro e nessuno centrato sulla gravissima crisi che il partito ha alle spalle. Intervengono Panero, segretario della CGIL, Borgna sul mondo contadino, Antonietta Squarotti sulla partecipazione delle donne, Cipellini per il PSI. Per Giacomo Capellaro, la commissione federale di controllo ha dimostrato debolezza di fronte all'offensiva revisionista: "Oggi che le posizioni revisioniste sono state battute, uno dei compiti principali ... dovrà essere la lotta contro le manifestazioni di settarismo che ancora permangono in diversi strati del partito". (5) Molti i richiami alla tematica dell'antifascismo, molti i segni dell'affiorare di nuovi quadri (gli interventi di Anna Graglia e di Primo Ferro) e di ripresa delle lotte operaie (la Ferrero di Alba). Le difficoltà incontrate paiono potersi superare o per gli effetti della situazione mondiale o con grande sforzo attivistico ed organizzativo. Per Mario Izzi: "Si tratta, per i militanti, di essere consapevoli, fino in fondo, di una realtà evidentissima, ripetuta tutti i giorni dalla stampa e al centro dell'opinione pubblica mondiale che consiste nell'affermazione che il capitalismo ha cessato di essere, nel suo complesso, forza dominante. Non solo, ma a conclusione del piano settennale sovietico cesserà anche di essere la forza economica dominante nel mondo". (6). Per Mario Romano, il rinnovamento del partito è stato inteso come rinnovamento di quadri e allargamento delle sue file. Necessaria è l'unità concreta. Il congresso si chiude con l'impegno di favorire larghe alleanze, di cercare una alternativa democratica al monopolio della DC, per la conquista di nuove maggioranze alle, ormai prossime amministrative. (7) Il 24 marzo, ad Alba, vengono processati 54 contadini della Valle Bormida, in seguito alle lotte e alle manifestazioni del '57 contro i danni provocati dalla Montecatini di Cengio. Tra i processati, Giuseppe Biancani, segretario della federazione comunista di Cuneo, Giovanni Crosio dell'INCA provinciale, Guido Veronesi, segretario nazionale dell'Alleanza contadini, Walter Audisio, parlamentare di Alessandria. È un vero e proprio processo politico contro la parte più avanzata del movimento contadino che si è espressa in una battaglia che tornerà di drammatica attualità alla fine degli anni '80 e coinvolgerà una valle intera, facendo dei suoi abitanti un reale soggetto politico.
Riferendosi al democristiano Adolfo Sarti, scrive La Voce: "Ha un bell'imbrattare i muri con l'immondo manifesto sui 150 ragazzi impiccati a Budapest il nostro onorevole untorello, ora elevato ai fasti del SPES centrale! Lui e i suoi amici non riusciranno certamente, con le vecchie e nuove infami menzogne, a deviare la pubblica opinione dal pronunciare una condanna che non è certamente a carico dei contadini della valle Bormida, ma della Montecatini". (8).
Gli imputati vengono assolti. Gli interventi della difesa (gli avvocati Frau, Viglione, Beltrand, Fratino) ricordano che i danneggiati vengono trascinati davanti a un tribunale in forza di una legge eccezionale, mentre per gli oppressori non c'è legge. Si passano in rassegna i danni della Montecatini all'agricoltura, alla valle, alla salute degli stessi lavoratori. Colletta per le spese del processo e per il pranzo agli imputati. Le offerte vanno dalle 500 alle 5.000 lire. Bartolo Mascarello offre 6 bottiglie di barolo.
Il tema dell'ambiente, visto soprattutto come difesa della salute degli occupati, impegna la sinistra locale. A febbraio, a Robilante, si svolge un convegno per la difesa dei danni della silice. Sotto accusa le condizioni di lavoro (e i danni provocati all'agricoltura) in 5 fabbriche: la Mineraria di Limone, la Silice di Vernante, la SI.RO. e la SIES di Robilante, la Pepino-Audisio di Roccavione.
I temi dell'agricoltura sono anche al centro del 1° convegno femminile socialista. Alla presenza di Antonio Giolitti e di Giuliana Nenni, tutti gli interventi toccano i problemi della montagna, dello spopolamento, dell'abbandono della terra, dello specifico ruolo della donna: "Ai nostri figli facciamo mangiare il pane secco, altrimenti ne mangiano troppo e i soldi non bastano per comprarne dell'altro". (9).
[NOTE]
1) Cfr. Giuseppe BIANCANI, Sull'ingresso degli autonomisti nel PSI, in La Voce, n. 12, 6 luglio 1958
2) Cfr. Gino SPARLA, Considerazioni sui risultati elettorali del 25 maggio, in La Voce, n. 12, 6 luglio 1958
3) Cfr. Grio e gli autonomisti in La sentinella delle Alpi n. 1, 31 gennaio 1959, Ai compagni socialisti per il loro 9° congresso in La Voce n. 22, 14 dicembre 1958, Mila MONTALENTI: Sul congresso provinciale del PSI in La Voce n. 23, 28 dicembre 1958
4) Il 6° congresso provinciale del PCI in La Voce n. 1, 31 gennaio 1960
5) Giacomo CAPELLARO, in Interventi al 6° congresso provinciale del PCI in La Voce n. 1, 31 gennaio 1960
6) Mario IZZI, ivi
7) Al termine dei lavori, la mozione è stata approvata all'unanimità ed è stato rivolto un caldo saluto al Comitato Centrale del nostro partito ed al compagno Palmiro Togliatti in Conclusioni, La Voce, n. 1, 31 gennaio 1960. Lo stile retorico e formale di questa prosa comunista pare accompagnarsi al persistente moralismo dei fogli cattolici. Nel gennaio 1960, commentando l'improvvisa morte di Fausto Coppi, scrive La Guida settimanale delle diocesi di Cuneo: "Aveva errato assai. Aveva errato pubblicamente, offrendo grave motivo di scandalo alle folle. Vorrei perfino dire che, talvolta, anche gli applausi per Coppi, in questi ultimi anni, parevano avere un sapore polemico nei confronti della legge divina che egli aveva calpestato così clamorosamente ... Le folle hanno narrato di due donne attorno alla salma del campione. Una, la moglie, silenziosa, pudica ... un'altra donna, quella dell'errore, che non ha saputo o voluto evitare manifestazioni clamorose e indubbiamente inopportune di dolore ... C'è un bimbo che desta la pena di tutti. Il piccolo frutto dell'errore. Forse la maggiore vittima del grave trascorso dello scomparso. Ci auguriamo che a lui ... si evitino le tristi conseguenze del male che egli non compì e di cui, purtroppo, sembra oggi umanamente destinato a portare il maggior peso, ELLEESSE: Fausto Coppi in La Guida n. 2, 8 gennaio 1960
8) 54 contadini della Valle Bormida saranno processati ad Alba il 24 marzo in La Voce n. 2, 21 febbraio 1960
9) Agire in modo cosciente per migliorare le condizioni di vita della campagna in Lotte Nuove, n. 10, 14 marzo 1960
Sergio Dalmasso, I rossi nella Granda, la sinistra nella provincia di Cuneo, Quaderno CIPEC n° 21, maggio 2002

lunedì 20 dicembre 2021

Vallombrosa segnò l’apogeo politico di Fanfani


Durante la gestione fanfaniana del partito, come abbiamo visto, la Democrazia cristiana è attraversata da correnti sempre più robuste e pronte a guerreggiare, l’ingerenza cattolica e vaticana nelle vicende politiche e partitiche è lungi dall’essere disinnescata, e in Parlamento l’incedere dei governi appare tutt’altro che saldo e nemmeno in sicuro miglioramento.
Di primo acchito, dopo questa premessa, verrebbe spontaneo domandarsi come mai Amintore Fanfani sia ancor oggi ricordato come un politico innovatore, e come mai l’immaginario collettivo lo celebri - insieme ad Aldo Moro - come uno dei padri del centro-sinistra italiano.
Ma possiamo considerare il suo faticoso incedere sinonimo, o parente stretto, di fallimento? E viviamo un abbaglio quando incappiamo nella sua fama? Proprio no. La difficoltà di procedere ad un riassetto delle forze politiche in uscita dal centrismo, non deve in alcun modo essere scambiata con un giudizio di sterilità di quelle manovre.
Se anche i risultati dei propositi “fanfaniani” non furono immediatamente visibili, infatti, sotto le increspature della vita politica evidente prendevano vigore novità ed aperture che avrebbero di lì a poco condotto il Paese ad una nuova stagione.
Come notato da Tamburrano: "sarebbe inesatto affermare che l’attività di Fanfani si esaurì nell’attivismo organizzativo. La verità è che, sia pure con molta cautela, egli veniva abbozzando un discorso nuovo verso i socialisti, particolarmente dopo che il PSI aveva avviato con decisione lo sganciamento politico dal PCI e dopo che tra i due partiti socialisti si era aperto il discorso sull’unificazione". <111
Questo “discorso nuovo” venne espresso da Fanfani per la prima volta con una certa forza, ed anche con una buona dose di esplicita chiarezza, nel luglio del 1957 durante l’ormai celebre Consiglio nazionale democristiano di Vallombrosa <112 .
La Seconda Legislatura volgeva al termine. Il primo governo Segni, retto da un accordo tra DC, PSDI e PLI aveva da pochi mesi lasciato il posto ad un instabile monocolore presieduto da Adone Zoli, un esecutivo tutt’altro che robusto, costretto com’era a muoversi sul ghiaccio sottile di chi non può contare su una maggioranza precostituita in Parlamento.
A Vallombrosa Fanfani, con una relazione impostata in gran parte sulla questione socialista e sui suoi riflessi nel quadro politico nazionale, sottolineò l’orientamento emerso nell’ambito dell’Internazionale socialista, tendente a realizzare nei vari paesi europei un più incisivo peso politico del socialismo nei confronti delle altre forze democratiche. […]
"Auspicando l’evoluzione del socialismo italiano verso orientamenti democratici e liberi da vincoli con il PCI, per Fanfani il dopo elezioni poteva rappresentare il momento del più ampio e costruttivo rapporto con le forze socialiste, per realizzare “oneste collaborazioni democratiche.”" <113
Fanfani stava dunque compiendo un passo ulteriore rispetto a quanto dichiarato da De Gasperi nel V Congresso di Napoli. Non alludendo più alla necessità della “garanzia che si tratti di un socialismo democratico”, e non accennando soltanto - come a suo tempo lo statista trentino - ad un possibile scenario che, chissà, “vale proprio per chi ritiene che un giorno o l’altro si imporrà la collaborazione dei socialisti”. Secondo questa interpretazione Fanfani non sembrerebbe più interessato ad esercitarsi in un vago vaticinio, ma intenderebbe guidare il partito verso la Terza legislatura, una legislatura che avrebbe tutta l’intenzione di connotare politicamente.
Dunque Fanfani non allude, non accenna e non auspica.
Fanfani vede la trasformazione  del PSI, l’annuncia, la spiega, la contestualizza nello scenario internazionale.
Al Consiglio nazionale del suo partito non vuole quindi chiedere un’opinione, non li interroga come De Gasperi a Napoli, se i Socialisti italiani avessero o meno abbracciato “definitivamente il regime libero e rinunziato alla dittatura marxista”, e non li accosta cauto, come lui stesso aveva fatto pochi mesi prima a Trento. Il Segretario nazionale
afferma che le cose stanno così, e che il pericolo che la democratizzazione socialista possa al fine rivolgersi contro la stessa Democrazia cristiana: “non giustifica una sua opposizione”.
Perché: "Se la DC è convinta che la democratizzazione vera del socialismo è un mezzo efficace per sbarrare definitivamente la strada al comunismo, non deve frapporre ostacoli, ma creare le condizioni politiche e programmatiche per incoraggiarla garantendogli una prospettiva di reale sviluppo democratico". <114
Anche se oggi i diari del leader democristiano lasciano intendere un tasso di risolutezza e di chiarezza minore <115, la percezione che allora si ebbe non fu distante da quanto tratteggiato.
E di fronte a tale percezione, la reazione del partito non fu uniforme. Ma mentre un sarcastico Andreotti sibilava perplessità verso un Segretario che si proponeva di “liberare Nenni dalla schiavitù moscovita” e in favore del quale ci si apprestava addirittura “ad offrire al capo del socialismo italiano le vesti e i vitelli migliori come al Figliuol Prodigo, con la differenza che ancora il figlio non ha mostrato alcuna effettiva volontà di abbandonare la vita alla macchia” <116, Fanfani riuscì a cementare ulteriormente il rapporto con “La Base” <117. Contemporaneamente però, una così netta apertura al PSI lo rese inviso ad una parte della sua stessa corrente, “Iniziativa democratica”.
Come osservano Luciano Radi <118 e Manlio di Lalla <119, un altro aspetto interessante di quanto uscì da Vallombrosa, fu ciò che non venne detto: “Colombo, Segni, Rumor, preferirono non prendere la parola. E la loro presa di posizione era condivisa da molti quadri di vertice e intermedi. Una parte di Iniziativa Democratica riteneva, infatti, che il discorso troppo spregiudicato fatto sull’unificazione socialista fosse prematuro.” <120
Taluni ambienti vaticani, come ricorda Radi, la pensarono allo stesso modo: "Il Consiglio Nazionale di Vallombrosa ha avuto il merito di dare il via nel Paese ad un certo approfondito dibattito sul problema del socialismo italiano. Certo continuarono a manifestarsi pareri pro o contro l’apertura a sinistra. Si ricorda una autorevolissima voce di dissenso, quella di Don Luigi Sturzo.
“Nessuno potrà illudersi, scrisse, della conversione di Nenni che resta, qual è un peccatore ostinato”. E con riferimento alle sinistre DC: “Costoro vedono il bene dove è il male dell’Italia e anche dell’Europa". <121
Vallombrosa si rivelò dunque un Consiglio nazionale importante, ma dagli esiti ancora una volta contraddittori e non risolutivi.
Come notato da Tamburrano: "Vallombrosa segnò l’apogeo politico di Fanfani, ma fece anche apparire gravi lesioni nell’edificio del potere fanfaniano: il segretario della Democrazia cristiana che nel precedente consiglio nazionale, appena un mese prima, aveva raccolto l’unanimità dei consensi, a Vallombrosa contò parecchi dissensi: una parte consistente e autorevole della corrente avvia prudentemente le manovre di distacco che approderanno, nel marzo del 1959, al consiglio nazionale della Domus Mariae, che rovesciò Fanfani". <122
Per la Democrazia Cristiana, i risultati delle elezioni politiche del 25 maggio 1958 significano molte cose. In ballo non ci sono solo deputati e senatori da eleggere, ma anche l’esito dell’ambizione fanfaniana di raggiungere la maggioranza assoluta da valutare, l’auspicio di erodere voti alle sinistre da misurare, la conta interna del peso delle correnti da portare a somma. Fanfani s’impegna dunque in maniera massiccia nella campagna elettorale, cercando di consolidare la sua posizione alla guida del partito, convinto che: “la terza legislatura [avrebbe sancito] il tempo per il superamento dell’ormai asfittico modello centrista”. <123
"Fanfani indicò, come obiettivo della campagna elettorale del ’58, la ricostruzione di un centrismo aperto, fondato su ineludibili garanzie democratiche. Cercava così da una parte di accattivarsi le simpatie della sinistra DC, e dall’altra di dare assicurazioni a quell’ala del mondo cattolico che era ossessionata dal pericolo comunista: ala minoritaria ma che continuava ad avere riferimenti importanti nel Card. Ottaviani, in Padre Gliozzo, direttore de “La Civiltà Cattolica”, e nel solito Gedda <124, capo dei Comitati Civici". <125
Le urne decretarono per la DC nazionale un discreto successo, ma il 42,4% dei consensi - pur significando un incremento di oltre due punti percentuali rispetto alle politiche del giugno ’53 - si fermava comunque quasi otto punti lontano dall’auspicata conquista della maggioranza assoluta dei suffragi. Non solo, la perdita di voti registrata della destra missina e monarchica (i primi passarono dal 5,8 al 4,8 e i secondi dal 6,9 al 4,8) indicava chiaramente il non verificarsi di un secondo desiderio annunciato, lo sfondamento a sinistra. Se infatti i nuovi voti confluiti nel partito dello scudocrociato erano da rintracciarsi nella perdita di consenso delle destre, i voti di PCI e PSI aumentarono invece complessivamente dell’1.6%; mentre Liberali e Socialdemocratici non si discostarono che di pochi decimali rispetto a cinque anni prima. <126
"Le elezioni del 25 maggio 1958 segnarono la sconfitta del disegno fanfaniano di conquistare la maggioranza assoluta dei suffragi. […] Dello “sfondamento a sinistra” non restava nulla, mentre acquistava valore l’ipotesi prospettata da Fanfani a Vallombrosa di uno schieramento socialista democratico concorrente della DC <127.”" <128
Dati gli esiti elettorali, il Segretario politico propose al Comitato Nazionale riunito in assemblea il 10 giugno 1958 la nascita di un governo sostenuto da DC, PSDI e PRI. <129 Un centro-sinistra “pulito”, che poteva nei numeri beneficiare di una maggioranza non amplissima ma certa, e che avrebbe dovuto garantire all’azione di governo un certa sicurezza. La mozione fu approvata ad ampia maggioranza, una maggioranza che celava però solo apparentemente il malcontento di una parte consistente del partito, della stessa corrente “presidenziale” di “Iniziativa democratica” <130, ed anche dello stesso Partito Socialista: quel governo “[n]on fu una soluzione felice.
Verso i socialisti si adottò la formula della delimitazione della maggioranza che considerava i deputati di questo partito come ascari che danno voti non richiesti, quindi non contrattati e pertanto politicamente non qualificanti.” <131
Il 1 luglio 1958 Fanfani vara dunque il suo gabinetto <132
[...] Nonostante l’indiscutibile potere di Fanfani, l’ulteriore vigore acquisito grazie al buon risultato elettorale e il suo cipiglio da uomo forte, la “nuova Italia” che lui prospetta agita le fronde e le fazioni interne alla Democrazia Cristiana. Nel breve volgere di alcuni mesi, il Governo viene messo in minoranza più volte, e l’attività dei “franchi tiratori” si fa sempre più frequente e sfibrante.
Fanfani è più volte ad un passo dalle dimissioni, deciso a smascherare davanti agli elettori il gioco del quale si sente vittima. <134
Intanto, in Sicilia, Silvio Milazzo ha dato il via ad un governo regionale che presiede grazie ad una maggioranza composita ed eterogenea (dal Movimento Sociale Italiano al Partito Comunista Italiano). L’estromissione della Democrazia Cristiana dalla guida della Regione è un evento che diventa in breve di portata nazionale, sintomatico com’è di un generale caos politico, e di profonde contraddizioni interne al partito di maggioranza che tutto sono fuorché solo siciliane. Il 25 ottobre 1958 Milazzo - che ha rifiutato di dimettersi - viene espulso dalla DC, nonostante le difese di Sturzo e Scelba, ma è l’innesco di una carica ad alto potenziale che promette ricadute nazionali e governative. <135
"Andreotti, ministro in carica, attacca tutto. Legittimato a ciò dall’ondeggiante atteggiamento del partito ai tempi del caso Giuffrè. <136 Il fatto che egli senta maturo il tempo per riparlare del monocolore, dopo aver accettato a suo tempo il bipartito, indica che la crisi di governo è ormai nell’aria. Il ministro del Tesoro lamenta che Fanfani non si sia ricordato delle destre che hanno reso sempre possibili i monocolori, “senza scapito dei valori e del programma democristiano”, e avverte invece nella vita politica italiana la “paura di una confusa tinteggiatura socialista del programma democristiano e della dottrina sociale cristiana". <137
Andreotti accusa Fanfani di avere un atteggiamento di governo dimentico delle destre, dell’efficacia dei monocolori, della sempiterna battaglia per i valori cristiani e democristiani. E il tutto per cosa? Per una “confusa tinteggiatura socialista” e per una scivolosa dottrina sociale della Chiesa. L’attacco è esplicito, frontale, e dimostra che Giulio Andreotti si sente le spalle coperte. Infatti, fuori dalle aule parlamentari, il cielo sopra il governo non appare meno cupo. Don Sturzo aveva definito “un equivoco” <138 il governo Fanfani, e l’Azione Cattolica di Gedda “che aveva, tra l’altro, il controllo di un centinaio di deputati democristiani” si era messa alla testa della “crociata contro l’apertura a sinistra e gli uomini sospetti di volerla.” <139
Contemporaneamente, alla cauta presa di posizione dell’episcopato Piemontese che metteva in guardia, pur con un certo garbo, “i nostri cristiani contro le insidie di ideologie marxiste, e contro il pericolo di accettazione e di assorbimento di principi non compatibili con la dottrina cristiana” <140, riconsegnava vigore il cardiale Ottaviani che, prorompeva “con linguaggio di marcata intransigenza”, porgendo “gravi accuse al modo in cui la DC gestiva politicamente il consenso dei cattolici, soprattutto perché il partito non mostrava la forza e la volontà di mettere al passo neo-sinistrismi che lo stavano inquietando.” <141
Intanto, il 28 ottobre, tre giorni dopo l’espulsione di Milazzo dal partito, il patriarca di Venezia Angelo Roncalli veniva incoronato papa, con il nome di Giovanni XXIII. E la politica italiana rimaneva in attesa di capire se alla guida della Chiesa fosse salito il cardinale che considerava “distensione”, “aperture” e “compromessi” un “trastullo di vane parole”, oppure colui il quale, lasciando molti esterrefatti, aveva salutato con animo aperto i socialisti radunati in congresso nella sua Venezia.
Il 25 gennaio 1959, dopo l’intempestiva apparizione di nuovi “franchi tiratori” e a seguito delle ennesime dimissioni (questa volta del ministro del Lavoro, il socialdemocratico Ezio Vigorelli) Amintore Fanfani rassegna le dimissioni da presidente del Consiglio. In questa caduta - dovuta lui crede ad una “azione della destra DC” - Palmiro Togliatti leggerà il segno di un cambio avvenuto, forse proprio di quella “compromissione” che Nenni chiedeva alla DC post-centrista: “l’azione di Fanfani ha urtato determinati interessi capitalistici […]. Anche la destra monarchica e fascista ha rifiutato di concedere l’appoggio sotto banco.” <142
[NOTE]
111 G. Tamburrano, Storia e cronaca del centro-sinistra, cit., p. 20.
112 Consiglio nazionale della DC, 13-14 luglio 1957.
113 F. Malgeri, Cambiamenti sociali e mutamenti politici: il partito di maggioranza, in P. L. Ballini, S. Guerrieri, A. Varsori (a cura di), Le istituzioni repubblicane dal centrismo al centro-sinistra (1953-1968), cit., p. 342-3. Su quel periodo si veda anche quanto più largamente ricostruito dallo stesso Malgeri in La stagione del centrismo. Politica e società nell’Italia del secondo dopoguerra (1945-1960), Soveria Mannelli, Rubettino, 2002.
114 Così Fanfani a Vallombrosa, ora in L. Radi, La DC da De Gasperia a Fanfani, cit., p.158.
115 Nonostante gli effetti reali e la percezione netta della nuova “rotta” fanfaniana, i diari del politico democristiano ci restituiscono molta più indecisione e indefinitezza di quanto gli studi più datati potevano sospettare. A. Fanfani, Diari, vol. III, 1956-1959, vol. IV, 1960-1963, Soveria Mannelli, Rubettino, 2012.
116 Così Andreotti a Vallombrosa, ora in F. Malgeri, Cambiamenti sociali e mutamenti politici: il partito di maggioranza, in P. L. Ballini, S. Guerrieri, A. Varsori (a cura di), Le istituzioni repubblicane dal centrismo al centro-sinistra (1953-1968), cit., p. 343.
117 Come osservato da Tamburrano: “che dietro il progetto fanfaniano, di “sfondamento a sinistra” e di conquista della maggioranza assoluta, vi fosse concretamente la prospettiva della collaborazione con i socialisti del PSI fu capito dalla sinistra democristiana di Base. Che accettò di entrare in direzione, e fu capito, con preoccupazione ed ostilità, dall’opinione moderata e dai settori di destra della maggioranza democristiana.” G. Tamburrano, Storia e cronaca del centro-sinistra, cit., p. 21.
118 L. Radi, La DC da De Gasperia a Fanfani, cit., p.160.
119 Di Lalla M., Storia della Democrazia cristiana. 1953-1962, volume II, Torino, Marietti, 1981, p. 197.
120 Ibid
121 L. Radi, La DC da De Gasperia a Fanfani, cit., p.161.
122 G. Tamburrano, Storia e cronaca del centro-sinistra, cit., p. 21-2.
123 Così Fanfani a Vallombrosa, ora in L. Radi, La DC da De Gasperia a Fanfani, cit., p.158.
124 Sulla natura dell’operto dell’Azione Cattolica di quel periodo, e per alcuni specifici paragrafi sulla figura di Gedda, si veda - oltre ai già citati Mario Rossi, I giorni dell’onnipotenza e Michele Marchi, Politica e religione dal centrismo al centro-sinistra - anche lo studio di Gianfranco Poggi redatto a breve distanza dalle vicende Il clero di riserva. Studio sociologico sull’Azione cattolica Italiana durante la presidenza Gedda, Milano, Feltrinelli, 1963.
125 L. Radi, La DC da De Gasperia a Fanfani, cit., p.158.
126 Dati contenuti in P. Di Loreto, La difficile transizione, cit., p. 237, e in G. Tamburrano, Storia e cronaca del centro-sinistra, cit., p. 22.
127 Sul tema di una possibile sostituzione della DC alla guida del Paese a causa di un superamento nei consensi operato dal blocco PCI-PSI, Fanfani si era espresso anche al congresso di Trento, dimostrandosi piuttosto sicuro della scarso peso realistico di questa eventualità: “Per quanto riguarda il problema della nostra sostituzione al Governo con le forze unificate, la sostituzione è nelle mani degli elettori. Proclamare noi la volontà di restare e altri quella di sostituirci non serve a nulla. Serve operare in modo che gli elettori facciano una scelta chiara ed avveduta. […] Da dieci anni a questa parte i consensi dell’elettorato nei nostri riguardi sono stati abbastanza costanti e consistenti. […] Non ci sono ragioni per dubitare mentre molte sono le ragioni per ben sperare in un nuovo successo.”, Dieci congressi D.C. 1946-1967, cit., p. 244.
128 G. Tamburrano, Storia e cronaca del centro-sinistra, cit., p. 22.
129 Il Governo Fanfani (al secolo come Fanfani II per l’esistenza - più burocratica che reale - di una sua precedente presidenza durata dal 18 gennaio 1954 all’8 febbraio dello successivo) poteva avvalersi del 47% circa dei voti, ed era quindi tecnicamente un governo di minoranza.
130 Si veda L. Radi, La DC da De Gasperia a Fanfani, cit., p.177-8.
131 G. Tamburrano, Storia e cronaca del centro-sinistra, cit., p. 23. Nenni ebbe infatti a dire: “come non esistono per il Psi problemi di collaborazione ministeriale, così è inaccettabile, oggi e sempre, ogni funzione ausiliaria e di tamponamento delle falle democristiane”, cit. in Di Loreto, La difficile transizione, cit., p. 269.
132 Quel gabinetto, che comportò per qualche tempo che Fanfani fosse contemporaneamente Segretario nazionale, presidente del Consiglio dei ministri, e ministro degli Affari Esteri, fu criticato anche come sbilanciato in senso “neutralista” per l’assenza di uomini incondizionatamente riconducibili a posizioni nettamente atlantiche.
134 Per una ricostruzione dettagliata delle vicissitudini governative di quei mesi si veda P. Di Loreto, La difficile transizione, cit., capitolo quarto.
135 Per una ricostruzione giornalistica dei fatti si veda il recente O. Gelsomino, La stagione autonomista di Silvio Milazzo, Catania, Silvio di Pasquale editore, 2010.
136 Giambattista Giuffrè è stato un bancario-truffatore di Imola. L’uomo, accreditatosi presso numerose famiglie della residenti nella sua zona di rapporti consolidati e privilegiati con la curia vescovile, iniziò a raccoglierne i risparmi promettendo in cambio una rendita elevatissima. Contando su alcune connivenze negli ambienti politici e nel sistema bancario, Giuffrè riuscì così ad imbonire numerose vittime e a raccogliere ingenti somme di denaro. Prima che Giuffrè venisse smascherato, il suo “sistema” si era già esteso anche ad altre regioni italiane. Il caso suscitò notevole interesse e coinvolse nelle indagini i ministri delle Finanze Giulio Andreotti e Luigi Preti.
137 G. Baget-Bozzo, Il partito cristiano e l’apertura a sinistra, cit., p. 153.
138 Cit., in G. Tamburrano, Storia e cronaca del centro-sinistra, cit., p. 23.
139 Ibid.
140 A. Prandi, Chiesa e politica, cit. p. 68.
141 Ibid., p. 69. Mentre Nenni osservava con compiacimento una DC che spostava, seppur di poco, il proprio asse politico in direzione socialista, la stessa manovra era avvertita con preoccupazione come si è visto dalla destra democristiana e da quella cattolica. Ma non solo. Anche i Liberali, esclusi dalla coalizione di governo, non videro di buon’occhio quell’esperimento. Le parole di Giovanni Malagodi - che commenta la fine imposta da Fanfani alla  precedente coalizione dei quattro partiti di centro - non lasciano molto all’immaginazione: “Cadde per un atto deliberato dell’allora segretario della DC onorevole Fanfani; atto compiuto in omaggio a quello che l’on. Martino chiamò, in un nostro Consiglio nazionale, ‘un grande disegno politico’ tra virgolette, espressione ironica nei confronti di quello che in realtà era un disegno politico completamente astratto, e che non teneva conto di quelle che erano le reali
forze parlamentari e psicologiche nel Paese.” Cit., in G. Orsina, L’alternativa liberale. Malagodi e l’opposizione al centrosinistra, cit., p. 99.
142 Cit., in P. Di Loreto, La difficile transizione, cit., p. 270.
Giovanni Agostini, Centro-sinistra e autonomia speciale. La DC trentina tra il 1955 e il 1968, Tesi di dottorato, Alma Mater Studiorum Università di Bologna, 2015
 
 
Appendice B
 
Nelle pagine che seguono sono riportati alcuni documenti conservati presso i National Archives di Washington, D.C (punti 1,2 e 3) e articoli di stampa americana (punto 4)
 
Fonte: Saverio Serri, Op. cit. infra


 
Fonte: Saverio Serri, Op. cit. infra

Fonte: Saverio Serri, Op. cit. infra

1) Questa è la prima parte del report che illustra il giudizio USA sull’Italia guidata da Fanfani nel 1958 (l’OCB era un organo speciale creato da Eisenhower per assicurare il coordinamento di tutte le iniziative americane in politica estera). Ne emerge l’ottimo rapporto del suo governo con gli Stati Uniti, ne vengono sottolineati i risultati in politica estera e si sottolinea anche come Fanfani sia riuscito a ridurre le “uscite fuori luogo” del Presidente Gronchi.
 
 
Fonte: Saverio Serri, Op. cit. infra

2) Fanfani non aveva fatto mistero della sua politica mediterranea. Questa è la parte introduttiva di un documento del Dipartimento di Stato, dove si cerca di analizzare cosa sia questo “special interest” italiano nel Vicino e Medio Oriente. Dalla posizione geografica agli interessi economici.
 
 
Fonte: Saverio Serri, Op. cit. infra

3) C’è una fitta corrispondenza tra l’ambasciata americana a Roma e il Dipartimento di Stato a Washington sul possibile viaggio di Fanfani in Egitto. In questo documento Dulles dice chiaramente che la visita del Presidente del Consiglio italiano può essere importante. Si riconosce dunque un possibile ruolo di mediazione a Fanfani, un indubbio successo di credibilità per il leader aretino.
 
 
Fonte: Saverio Serri, Op. cit. infra

4) Nel primo articolo (New York Times, 7 Gennaio 1959) si vede come il viaggio di Fanfani al Cairo sia seguitissimo negli Stati Uniti e vi si riconosce il ruolo di portavoce delle posizioni occidentali.
 
 
Fonte: Saverio Serri, Op. cit. infra

Fonte: Saverio Serri, Op. cit. infra

Il secondo articolo (New York Times, 24 Novembre 1958) è il famosissimo attacco di Sulzberger alla rivoluzione portata da Fanfani nel corpo diplomatico italiano. Sostituendo, secondo il giornalista, esperti e validi diplomatici con suoi uomini di fiducia (MAU MAU).
 
 
Fonte: Saverio Serri, Op. cit. infra

Il terzo articolo (New York Times, 27 Novembre 1958) è molto legato a quello di Sulzberger. Infatti il governo italiano protestò per i continui attacchi e Dulles fu costretto a ribadire che la politica estera italiana non era ambigua o neutralista, ma fedelmente atlantica.
 
Saverio Serri, Fanfani e il 1958: una nuova politica estera per l’Italia, IMT PhD Thesis, IMT Institute for Advanced Studies, Lucca, 2009

lunedì 15 novembre 2021

Dopo le dimissioni di Fanfani, la Spes ripristina la consueta prassi


Quando il nuovo corso della Dc fanfaniana prende avvio alla guida della Spes c'è Rumor, a cui succedono Forlani, Magrì e Malfatti: tutti aderenti alla corrente di Iniziativa democratica. Proprio in questo periodo esce la serie dei Cinegiornali Spes, il cui primo numero, non a caso, si apre con un intervento di Fanfani che espone i punti salienti del congresso napoletano del 1954, mentre nell'ultimo, interamente dedicato all'assemblea nazionale del 1955, il segretario viene mostrato intento a salutare e stringere le mani dei convenuti dopo aver pronunciato il suo discorso. La breve stagione del “protagonismo” fanfaniano ha inizio nel 1958, con un manifesto elettorale <142 a sfondo azzurro nel quale il leader aretino avanza a figura intera su una strada bianca, con un braccio proteso davanti a sé e l'altro appoggiato a un fianco, nella postura tipica di chi intenda rivolgersi agli interlocutori in maniera informale. In alto, a destra, si profila il ritaglio del volto di De Gasperi che osserva il cammino del suo successore: ovviamente, con questo espediente grafico la Spes vuole indicare una perfetta continuità di orientamenti nella guida del partito e del paese, tuttavia l'immagine suggerisce (per quanto involontariamente) anche una palese antinomia fra il contegno austero dell'uno e l'atteggiamento confidenziale dell'altro. E uno spazio notevole Fanfani occupa anche nel citato Progresso senza avventure, dal momento che tutto il montato del documentario fa da contrappunto al fluviale discorso elettorale pronunciato dal candidato.
All'indomani delle elezioni, la Spes prosegue in questa direzione di netta personalizzazione con Buon lavoro, Italia! <143 (1959), documentario realizzato allo scopo di riepilogare l'operato dei primi mesi di attività del governo presieduto da Fanfani che costituisce un autentico monumento del decisionismo del segretario aretino. All'inizio, viene rievocato il successo elettorale del 18 aprile 1948 e quello, più recente, del 25 maggio 1958, instaurando nuovamente un parallelismo fra De Gasperi e Fanfani, che ne raccoglie il lascito nel segno della continuità del “buongoverno” democristiano. La cerimonia d'insediamento al Quirinale sancisce poi l'ufficialità dell'investitura popolare ricevuta da Fanfani, l'eroe di un'ennesima epopea nazionale. Allo sfarzo istituzionale delle immagini del giuramento alla presenza di Gronchi, subito si contrappone la tensione di quelle relative alla situazione internazionale contrassegnata dalla crisi irachena e dalla perenne minaccia sovietica. Fanfani, che è anche titolare del dicastero della Farnesina, dà prova di grande acume diplomatico adoperandosi per la difesa degli interessi strategici dell'Italia nel Mediterraneo e, allo stesso tempo, per una risoluzione pacifica delle ostilità. La sua ferma condotta gli guadagna in breve tempo la stima di tutti i più importanti Capi di Stato occidentali, incontrati in rapida successione, a dimostrazione del ruolo internazionale di primo piano finalmente ricoperto dall'Italia (e malgrado la campagna stampa strumentalmente denigratoria portata avanti da «L'Unità»). Dalla lotta alla disoccupazione al miglioramento dello stato sociale e al piano decennale per la pubblica istruzione, la gestione della politica interna appare non meno promettente. Nel corso del cortometraggio, l'ininterrotto commento dello speaker assume quasi il tono di una “chanson de geste” mentre Fanfani appare sempre in campo medio o lungo, inserito in un più ampio contesto internazionale nel quale si muove con la disinvoltura corporea di un primus inter pares. Solo nel finale, assiso alla sua scrivania e un poco inclinato in avanti quasi a volersi proiettare oltre lo schermo, Fanfani prende direttamente la parola per ricapitolare con orgoglio, nel suo eloquio fluente e ritmato, il bilancio di un semestre di governo. La visione trionfalista proposta da Buon lavoro, Italia! elude, scontatamente, i dissidi interni alla compagine democristiana e governativa. Probabilmente, il principale intento propagandistico del documentario è proprio quello di minimizzare la portata di questa conflittualità endogena, anteponendo ad essa i risultati conseguiti dal nuovo interprete della volontà nazionale, ma viene accidentalmente diffuso proprio allorquando Fanfani si vede costretto a rassegnare le dimissioni (gennaio 1959), risultando quindi inservibile al fine prestabilito.
Come detto, nei confronti della fisicità del leader e della sua rappresentazione, in questo cortometraggio si segna uno scarto rispetto alla consuetudine: laddove, nel caso di De Gasperi, il risalto dato all'eccezionalità biografica serve anche a rimediare alla freddezza della sua gestualità e alla limitatezza del suo registro espressivo, qui è possibile indugiare a fini persuasivi sul carisma che promana dalle azioni e dalle parole di Fanfani.
Quest'opera di personalizzazione, però, rimane squisitamente politica e non giunge mai a coinvolgere la dimensione biografica (quel che, peraltro, non sarebbe privo di problematicità se si pensa ai suoi trascorsi vicini agli ambienti culturali fascisti).
Si tratta in ogni caso di una deviazione momentanea e, dopo le dimissioni di Fanfani, la Spes ripristina la consueta prassi, che persiste invariata anche nel momento in cui il politico aretino ritorna alla guida dell'esecutivo e per ben tre anni (1960-1963).
Per tutti gli anni sessanta e settanta, mentre il ricordo di De Gasperi continua a essere ravvivato e il suo mito alimentato, nessun'altra personalità democristiana assurge ad avere un peso simbolico paragonabile nell'economia della Spes. La lunga commemorazione in cui si traduce il cordoglio per la morte dello statista trentino rimane, infatti, un unicum, nemmeno il lutto riservato a Don Sturzo - che di De Gasperi può essere considerato il precursore - è oggetto di tanta costanza da parte della Spes.
Quando viene a mancare nell'agosto del 1959, la Spes prende commiato dal fondatore del Partito popolare e dell'organo ufficiale democristiano attraverso la diffusione di un sobrio manifesto, nel quale ne ricorda compostamente la «vita spesa per l'affermazione dell'ideale cristiano nella società» <144, e di un opuscolo contenente la traccia di un discorso da pronunciare nelle sezioni alla presenza delle autorità locali, in attesa di dedicare al defunto un più solenne tributo in autunno al Teatro Eliseo di Roma <145.
Naturalmente, se si tiene presente la difficile congiuntura che attraversa il partito di governo nell'estate del 1959, questo basso profilo appare tutto sommato comprensibile.
Anche in seguito, comunque, a livello iconico Sturzo non ritorna con una frequenza significativa nella propaganda della Spes, e nelle rare occasioni in cui accade è sempre affiancato a De Gasperi.
Non che ciò significhi un disconoscimento dell'importanza avuta dal sacerdote siciliano nella storia del movimento cattolico, semplicemente dalla sua memoria non originano narrazioni identitarie <146 e il suo lascito rimane esclusivo appannaggio di una più ristretta riflessione culturale e politologica.
Se nel lutto osservato per Sturzo la dimensione biografica è comunque percepibile, per quanto in misura indubbiamente contenuta, è invece del tutto assente in quello per Segni. Nel manifesto diffuso alla sua morte, nel 1972, un particolare effetto nel ritaglio del profilo fotografico conferisce, infatti, all'ex Presidente della Repubblica un'involontaria aurea fantasmatica, acuita dal bianco e nero, mentre il messaggio di accompagnamento non va oltre un tono genericamente sommesso <147 che replica quello del manifesto diffuso nel 1964, al tempo delle sue dimissioni dovute al peggioramento irreversibile di una grave trombosi cerebrale che lo aveva colpito qualche mese prima <148.
III.2 Immagini del partito cattolico
Come ricordato, durante la riorganizzazione strutturale della prima segreteria Fanfani la Spes realizza la serie dei Cinegiornali Spes che ha, tra i suoi specifici fini, anche quello di popolarizzare la struttura della Democrazia cristiana nelle sue varie articolazioni. Per questo motivo non si sofferma solo sui dirigenti nazionali, ma si propone di dare una certa visibilità anche ai responsabili provinciali e ai militanti di base. In particolare, nel terzo numero si vedono le immagini, dapprima, di una riunione pisana dei segretari periferici e, in seguito, di attivisti siciliani intenti a distribuire materiale informativo in piazza: a intervallare queste riprese sono puntualmente inserite quelle relative agli evidenti benefici recati nelle varie regioni italiane dall'accorta amministrazione democristiana, la cui azione è perfettamente sinergica fra centro e periferia.
Nel Cinegiornale Spes n. 4 viene invece attribuita speciale importanza ad un aspetto, ritenuto meno noto agli spettatori, della vita interna del partito: la redazione del quotidiano «Il Popolo». Si seguono le varie fasi della composizione di un singolo numero del giornale, che vengono illustrate passo per passo: dalle riunioni di redazione alla corrispondenza con gli inviati all'estero, dalla scrittura degli articoli all'assemblaggio del foglio in tipografia fino alla consegna nelle edicole. Il cortometraggio non fornisce esclusivamente nozioni di carattere tecnico, ma si apre con una rapida cronistoria del quotidiano (dalle sue origini come organo del Partito popolare alla censura e soppressione ad opera del fascismo fino alla sua rinascita come voce della Democrazia cristiana) che intende far capire come esso sia uno strumento imprescindibile nel dialogo fra il partito e i suoi elettori. Quest'ultimo punto rimane più un'aspirazione che un dato di fatto, e se è verosimile che fra le intenzioni del cortometraggio vi sia anche quella di stimolare un incremento nella vendita delle copie de «Il Popolo», qui è interessante osservare come la Spes si serva del quotidiano per condurre la sua opera di costruzione identitaria.
Nei Cinegiornali Spes l'esposizione delle dinamiche e dei rituali di partito rimane tutto sommato frammentaria, rimanendo ben distante dalla compattezza con la quale il Pci viene rappresentato nei filmati comunisti <149.
Questo deficit di rappresentazione visuale dipende dagli assetti di un partito sprovvisto sia di un'ideologia definita che di una forte adesione militante, per cui gli sforzi dalla Spes nei Cinegiornali sono tutti tesi a indicare una meta ideale prefissata ma ancora da raggiungere.
Questa prospettiva, che è in linea con i postulati della centralizzazione fanfaniana, viene meno con l'inizio della segreteria Moro, durante la quale la Spes ritorna a presentare la Dc in termini più sfumati e a privilegiare il suo ruolo di esecutrice della volontà generale degli italiani.
È anche per questi motivi, se la più importante (e problematica) operazione che la Spes conduce sull'immagine del partito, nel 1963, rimane su un piano prettamente simbolico.
Sul finire degli anni sessanta, un cortometraggio rimette al centro la struttura partitica democristiana. Nel venticinquesimo anniversario della fondazione della Dc, Per il nostro domani <150 (1968) tenta di offrire un'immagine aggiornata del partico cattolico, ponendo l'accento sulla sua efficienza organizzativa e il suo radicamento territoriale. Una ripresa aerea del quartiere EUR plana sulla sede centrale (Palazzo Sturzo) della DC, inaugurata nel 1962, mentre lo speaker ne loda la modernità architettonica e la funzionalità. La cinepresa mostra quindi gli interni dell'edificio, dove i funzionari di partito attraversano ampi corridoi illuminati ed entrano in uffici dotati di tecnologia
innovativa per le comunicazioni. A fare da contraltare all'imponenza della sede centrale, le più modeste sedi periferiche e provinciali, grazie alle quali, però, il partito ha la possibilità di dialogare con i cittadini e recepire i loro bisogni più urgenti.
Come detto in precedenza, nel 1968 i giovani e le donne sono i due target cui la Spes si rivolge con inedita attenzione durante la campagna elettorale, e anche qui dedica a queste categorie uno spazio mostrando le immagini di un convegno del Movimento giovanile e di un congresso del Movimento femminile, recuperando lo stesso frasario retorico già impiegato negli altri due documentari di quell'anno.
Dopo questa parentesi, il focus si sposta sul vertice del partito, mostrando nello specifico una riunione della direzione centrale presso la sede democristiana di Via della Camilluccia. È questo il luogo dove prende forma il processo decisionale che guida il paese, processo reso visivamente dal fitto scambio orale fra Rumor e Moro a margine di una sessione. Seguendo una progressione circolare, Per il nostro domani si conclude facendo ritorno alla sede centrale all'EUR, dove le attività fervono sotto la vigile sorveglianza dei vicesegretari Piccoli e Forlani e le principali direttive vengono rese note ai cittadini dalla Spes di Gian Aldo Arnaud.
[NOTE]
141 G. Mammarella, Op. cit., pp. 235-236.
142 ASILS, Fondo Manifesti, Per conservare libertà all’Italia e garantirle nuovi progressi senza avventure, 1958.
143 ASILS, Fondo Audiovisivi, Buon lavoro, Italia, Spes, 1959, 15', b/n, 16 mm.
144 ASILS, Fondo Manifesti, Morte di Luigi Sturzo, 1959.
145 ASILS, Fondo Segreteria Politica, Circolare n. 1613 – 59 (6 SPES), 12 agosto 1959, sc. 102, f. 3.
146 Solo nel 1981, la Rai realizza uno sceneggiato ispirato alla biografia del sacerdote e politico. Don Luigi Sturzo, diretto da Giovanni Fago e interpretato da Flavio Bucci, è un prodotto illustrativo che non ha lasciato un particolare segno nella memoria televisiva.
147 ASILS, Fondo Manifesti, Morte di Antonio Segni, 1972.
148 Per una minuziosa ricostruzione della biografia politica e istituzionale del quarto Presidente della Repubblica si rimanda a: S. Mura, Antoni Segni. La politica e le istituzioni, Bologna, Il Mulino, 2017.
149 M. Palmieri, op, cit., p. 154.
150 ASILS, Fondo Audiovisivi, Per il nostro domani, Spes, 1968, 24’40’’, b/n-col., 16 mm.
Eddy Olmo Denegri, Il paese ideale. La propaganda politica della Spes e la comunicazione istituzionale del Servizio Informazioni (1945-1975), Tesi di Dottorato, Università degli Studi di Genova, Anno accademico 2019/2020