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mercoledì 11 marzo 2026

I partiti italiani intorno al 1958


1.2.2: I partiti laici (Pli, Pri, Psdi).
La lenta disgregazione del centrismo non lasciò impreparati i piccoli partiti laici che si collocavano a destra o alla sinistra della Dc, che nella fase di transizione elaborarono e cercarono di perseguire piattaforme ideali e programmatiche assai diverse, creando così un laboratorio per formulare eventuali sbocchi alla crisi.
Il Partito Liberale nel 1955 elesse come segretario Giovanni Malagodi. Milanese, di estrazione culturale anglosassone anche grazie ai numerosi anni passati in Gran Bretagna per lavoro, fu l’uomo che espresse un secco rifiuto verso la strategia fanfaniana di apertura a sinistra e rafforzò le basi culturali del partito intorno al recupero della tradizione liberale classica, senza far scivolare il suo conservatorismo intransigente in aperture più o meno velate verso settori del Movimento sociale o del Partito Nazionale Monarchico, favorevoli, questi ultimi, ad un’elaborazione politica che portasse al parto di una "grande destra". Egli tenne invece la barra ferma sull’inevitabilità del centrismo coniugandolo, invano, al futuro <17 e in ciò trovò l’appoggio, politico oltre che finanziario - lauti furono i finanziamenti -, dei grandi e piccoli gruppi imprenditoriali delusi dalla Democrazia Cristiana, dalle sue politiche interventiste e dal ventilato allargamento della maggioranza e proprio grazie a questo è spiegabile il leggero ma significativo avanzamento alle elezioni politiche del 1958, frutto dello scontro tra la Confindustria a presidenza De Micheli e il governo.
In casa repubblicana, invece il partito risultò spaccato fino alla vigilia del varo della nuova coalizione allargata ai socialisti. La corrente di Randolfo Pacciardi, pur minoritaria, sosteneva che l’opzione centrista andasse preservata da sbilanciamenti a sinistra, proponendo per la prima volta un movimento che facesse suo l’obiettivo di riformare il sistema istituzionale in senso presidenzialista e maggioritario, al fine di assicurarne la stabilità politica <18. Fronteggiava Pacciardi Ugo La Malfa, convinto sostenitore delle teorie economiche keynesiane e fautore della creazione di una democrazia sociale che guardava all’esperienza democratica negli Stati Uniti e vedeva nel centrosinistra un mezzo per l’ammodernamento del Paese sulla base della programmazione economica <19. In realtà, nonostante i problemi oftalmici, La Malfa guardava lontano: a lunghissimo termine, dopo aver convogliato le forze socialiste all’interno della democrazia italiana, occorreva conquistare al gioco democratico anche il Partito Comunista (ma è un convincimento che si farà chiaro nelle sue prospettive politiche solo molti anni più tardi).
Quanto al Psdi, è utile ricordare che se il 1956 fu ricco di avvenimenti che suscitarono fibrillazioni all’interno di molti partiti di sinistra, esso non fece eccezione. Prima ancora dei fatti d’Ungheria, che segnarono il distacco definitivo tra il Partito Socialista e il Partito Comunista, ma subito dopo la relazione di Kruscev al XX congresso del Pcus sul periodo staliniano e le sue degenerazioni, nell’estate Nenni e Saragat s’incontrarono a Pralognan per discutere di unificazione socialista, un’eventualità che diventerà realtà molti anni dopo e che tuttavia rappresentò il fulcro dell’operazione dell’apertura a sinistra, in particolar modo per il Psdi, ancora segnato dalla scissione di Palazzo Barberini del 1947. In quell’occasione Saragat accelerò sul progetto, fornendo alcune aperture (ad esempio, l’accettazione della neutralità in politica estera) e contemporaneamente ponendo alcune condizioni irrinunciabili (che la neutralità stessa si collocasse nell’ambito del blocco occidentale, sul modello svedese) e a Nenni - come annotò nei suoi diari - toccò "fare il pompiere" <20. Pur essendo l’unificazione socialista e il varo del centrosinistra l’orizzonte del Psdi, stimolato in questo dal gioco di sponda di Fanfani a favore di Saragat perché quest’ultimo attraesse il Psi verso la sua orbita, di tale eventualità non se ne sarebbe parlato per molto tempo sia a causa sia dell’eccessivo appiattimento del Partito Socialdemocratico verso la Dc , sia per colpa della diffidenza reciproca tra i due capi socialisti, sia per via del convincimento di Nenni di poter sottrarre consensi dal Pci in solitaria, eventualità che non si sarebbe verificata.
1.2.3: Le opposizioni al sistema (Pci e Msi).
In via delle Botteghe Oscure il panorama politico degli anni Cinquanta fu segnato dalla figura predominante di Palmiro Togliatti. Se l’inizio del decennio si aprì con una contrapposizione frontale tra le forze operaie della Cgil e gli industriali italiani, a causa della discriminazione in fabbrica operata da questi ultimi (uno per tutti: Vittorio Valletta, presidente FIAT) relativamente alla rappresentanza sindacale sui luoghi di lavoro, i cambiamenti in corso nel quadro politico si verificarono anche nel Partito Comunista e anche in questo caso durante l’anno 1956, denso di avvenimenti su questo fronte. Nel marzo Kruscev pronunciò una dura reprimenda nei confronti del sistema staliniano e qualche settimana dopo, intervistato da Nuovi Argomenti, Togliatti si allineò al leader sovietico, specificando però che gli squilibri manifestatisi nel corpo del comunismo sovietico nell’epoca di Stalin erano mali le cui radici erano antiche. Tuttavia, destalinizzazione o no, il centralismo democratico rimase un caposaldo all’interno del Pci, che in virtù di questo principio aveva allontanato gli elementi più ideologicamente vicini al leninismo dai ruoli di responsabilità: Pietro Secchia, dirigente di punta dell’ala rivoluzionaria del Pci e potente responsabile dell’organizzazione del partito - sotto la cui guida il tesseramento e l’ampliamento territoriale aveva raggiunto livelli ragguardevoli -, coinvolto nell’affare Seniga (il tesoriere del partito scappato con la cassa e con alcuni documenti) sarebbe stato prima affiancato nel suo incarico da Giorgio Amendola e successivamente sostituito senza che proteste si levassero da parte del gruppo dirigente. Quello che invece fu percepito come un duro colpo alla tenuta del Pci fu, pochi mesi più tardi, l’intervento russo in Ungheria contro Imre Nagy, vissuto dagli alleati socialisti come l’affermazione di imperialismo in chiave comunista e da una certa parte di intellettuali, come la fine della propria esperienza all’interno del Pci o quantomeno come l’inizio di un atteggiamento critico nei confronti del partito (basti pensare alla fuoriuscita di un economista come Antonio Giolitti, che virerà verso l’ingresso nel Partito Socialista, e del gruppo firmatario dell’appello "Lettera dei 101") <21. Tuttavia, le consultazioni politiche tenutesi nel 1958 non registrarono alcun particolare crollo e riaffermarono la solidità della linea della "via italiana al socialismo", una strategia che riuscì a ritagliare per il Pci non più e non solo il ruolo di forza antisistema, ma quello di punto di riferimento per lotte sociali e sindacali e di difensore della Costituzione, considerata una carta frutto di equilibri avanzati e la cui applicazione era messa in discussione proprio dal partito cattolico, che tanto aveva lavorato per la sua stesura <22. Perciò il leader comunista, pur non lesinando riserve nei confronti di Fanfani, non ebbe considerazioni negative riguardo alle correnti democristiane di sinistra, ostaggio, a suo dire, dei gruppi monopolistici e clericali, e proprio per batterli offrì il suo appoggio, condannando comunque tutte quelle forze che puntavano a isolare il Pci <23. Quanto all’operazione dell’apertura a sinistra, la linea di Togliatti fu ambigua, oscillando tra aperture, perché proprio in virtù della "via italiana al socialismo" era auspicabile qualsiasi riforma che mettesse in discussione l’equilibrio dei gruppi di potere, e il timore della possibilità che tali riforme potessero svuotare il bacino della protesta antisistemica, appannaggio del partito del Migliore.
A destra, ugualmente escluso dall’arco costituzionale, il Msi, nato nel 1946, raccolse attorno a sé molti nostalgici del fascismo, che fu un fenomeno composito nella storia nazionale, diviso tra tentazioni e orientamenti diversi. Tale differenza non poté che investire anche il contenitore politico creato nel dopoguerra, la cui identità non si risolse mai tra il conservatorismo in doppiopetto e il fascismo rivoluzionario dei reduci di Salò. Se nel 1953, dopo i primi iniziali insuccessi, il Movimento Sociale ottenne un consistente voto di travaso al Sud Italia da settori che cinque anni prima avevano appoggiato la Democrazia Cristiana portando in Parlamento una pattuglia di 29 rappresentanti, con il congresso di Viareggio del 1954 si aprì una fase politica importante per il partito: diventò segretario Arturo Michelini <24. L’ascesa di tale personaggio è significativa, in quanto egli faceva parte di quel gruppo di dirigenti e militanti che non proveniva dall’esperienza della Repubblica Sociale Italiana, al contrario della sinistra del partito raccolta intorno ad Almirante e della destra con a capo Pino Romualdi. A differenza della minoranza interna, inoltre, era fautore di una linea morbida, meno intransigente col sistema repubblicano, tanto è vero che più volte nell’avvicendarsi convulso dei governi, spesso monocolore democristiani, succedutisi durante la fase finale dell’agonia del centrismo, il Msi fece convergere i voti dei suoi deputati e senatori, il cui aiuto fu sempre rifiutato applicando quella conventio ad excludendum che colpì anche il Pci. A partire dal congresso di Milano del 1956 e fino al 1958 si staccarono via via dal partito quei gruppi che non condividevano l’operato del segretario e le cui coordinate ideologiche divergevano verso tutt’altra direzione (utile ricordare la fondazione da parte di Pino Rauti del Centro Studi Ordine Nuovo) <25. Tale separazione fu percepita e non poco alle elezioni politiche del 1958, quando il Msi si attestò al 4.4%. Alla fine degli anni ’50 il neofascismo italiano, insomma, non riuscì a sciogliere il nodo sul futuro dell’area a cui appartenere: più l’area liberale e conservatrice alla destra della Dc cresceva, diventando combattiva contro l’apertura a sinistra e godendo per cui di appoggi importanti, più quelle forze di reduci dell’antico status quo (tra cui anche il Partito Nazionale Monarchico) venivano ricacciate nell’alveo di un nostalgismo da cui goffamente provarono a sganciarsi, senza memorabili risultati.
1.2.4: L’ago della bilancia (Psi).
L’eredità che il frontismo lasciò al Partito Socialista all’indomani della divisione del Fronte Popolare dovuta ai fatti del 1956 fu la consapevolezza di dover riconquistare maggiore indipendenza tra i due blocchi all’interno del quadro politico italiano <26. Impresa non semplice se si pensa che, in un modo o nell’altro, gran parte dei quadri dirigenti del partito furono piuttosto restii ad abbandonare una politica di tutela della classe operaia da intraprendersi al fianco del Partito Comunista, complice anche la nutrita corrente animata da Rodolfo Morandi. Interprete principale di questa esigenza fu il segretario, Pietro Nenni. Come Iniziativa democratica all’interno della Dc, pure la maggioranza autonomista del Psi conteneva al suo interno varie e disparate anime che non resero facile l’arrivo ad un compromesso. Del resto, i tempi per un accordo con la Dc si allungarono per via delle contrarietà non passeggere che il partito cattolico dovette affrontare al suo interno come pure da parte dei suoi sponsor principali. Al congresso di Venezia del 1957 la maggioranza autonomista si espresse a favore di una linea definita "dell’alternativa democratica". Si ribadì in sostanza l’alterità rispetto ai comunisti, rimanendo all’interno della solidarietà di classe (e ciò permise di mantenere intatta l’unità della Cgil, al cui interno era presente, seppur minoritaria, una certa parte di lavoratori e dirigenti sindacali socialisti), ma si sfidava la Dc ad elaborare le premesse programmatiche e politiche del compromesso <27. Le elezioni parlamentari del 1958 videro poi l’avanzamento del Psi a quota 14.2% e, nonostante ciò, il governo Fanfani che ne conseguì, pur considerandosi di centro-sinistra, non ottenne ugualmente l’appoggio dei gruppi parlamentari socialisti. L’esecutivo durò poco più di un anno, per lasciare poi spazio ad un monocolore guidato da Antonio Segni, frutto della fine della corrente di Iniziativa democratica, con i socialisti ancora una volta alla finestra. Anche questo governo sarebbe durato poco tempo, inghiottito dalla crisi che sconvolgeva la Dc, che si sarebbe risolta con l’esecutivo presidenziale guidato da Fernando Tambroni e con gli esiti che a cui esso avrebbe portato.
[NOTE]
17 G. Orsina, L’alternativa liberale. Malagodi e l’opposizione al centrosinistra, Marsilio, Venezia, 2010, p.107 e ss.
18 P. Soddu, Ugo La Malfa. Il riformista moderno, Carocci, Roma, 2008, p.225 e ss.
19 P. Soddu, Ivi., pp.187-188.
20 G. Tamburrano, Pietro Nenni, Laterza, Bari, 1986, pp.283-284.
21 F. Malgeri, La stagione del centrismo. Politica e società nell’Italia del secondo dopoguerra (1945-1960), Rubettino, Soveria Mannelli, 2002, pp.235-236.
22 M. Marzillo, L’opposizione bloccata, il Pci e il centrosinistra (1960-1968), Rubettino, Soveria Mannelli, 2012, pp.23-24.
23 M. Marzillo, op.cit., p.27 e ss
24 A. Baldoni, La destra in Italia (1948-1969), Pantheon, Roma, 2000, pp.466-467-468
25 A. Baldoni, op.cit., pp.520 e ss.
26 G. Tamburrano, Pietro Nenni, Laterza, Bari, 1986, pp.287-288-289-290.
27 G. Tamburrano, op.cit., pp.290 e ss.
Francesco Corbisiero, La stagione del centrosinistra in Italia. (1956-1969), Tesi di laurea, Università Luiss “Guido Carli”, Anno Accademico 2013-2014