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lunedì 30 marzo 2026

La Francia ed i conti non fatti con la guerra d'Algeria


Quelle che seguono sono considerazioni poco critiche sulla storia dei pieds-noirs francesi. Per suscitare qualche riflessione dialettica in proposito forse è sufficiente rammentare che non fu proprio esiguo il numero di francesi che appoggiò dall'inizio l'anelito degli algerini alla propria indipendenza. Per non parlare delle torture praticate su larga scala e dei tanti massacri di civili compiuti sempre dai militari francesi.
Adriano Maini

In Francia per numerosi anni la guerra d’Algeria non era esistita. Numerosi furono infatti i controlli che lo stato attuò all’interno dei media, al cinema e alla televisione francese, la guerra d’Algeria fu un soggetto a lungo evitato: nei film commerciali dell’epoca il conflitto algerino tutt’al più si stagliava sullo sfondo ma non esistevano film francesi che avrebbero potuti essere paragonati alla serie “Rambo”. Benjamin Stora sottolinea che per anni la Francia aveva censurato le pellicole ambientate durante gli événements d’Algérie e le sole immagini relative a quei fatti sarebbero comparse attorno agli anni ‘90 con il documentario inglese di Peter Baty “La guerre d’Algérie”, diffuso nel 1990, e con i primi documentari francesi, "Anées algériennes!", diffusi dal 1991 <35. Anche il film “La battaglia di Algeri”, di Gillo Pontecorvo, non venne mostrato in Francia, dopo la sua uscita al Festival di Venezia nel 1966, sebbene la pellicola avesse vinto il Leone d’oro. Si sarebbe dovuto attendere il 1970 poiché la pellicola potesse entrare nelle sale cinematografiche francesi <36. Ciò che favorì ulteriormente il silenzio relativo alle vicende algerine furono le continue amnistie promulgate immediatamente dopo la fine del conflitto. La riabilitazione di tutti gli esponenti dell’OAS, rinchiusi nelle prigioni francesi, evidenziò la mancanza di volontà dello stato di aprire numerosi processi su dei fatti in cui era strettamente coinvolto. La prima amnistia, del 17 dicembre 1964, venne immediatamente seguita il 21 dicembre da una grazia presidenziale nei confronti di 173 combattenti dell’OAS. Il testo di legge del 17 giugno 1966 dichiarò inoltre che sarebbero state perdonate tutte: «le infrazioni contro la sicurezza dello stato o commesse in relazione agli événements d’Algérie <37.» Infine la grazia del 7 giugno 1968 rilasciò tutti i membri dell’OAS ancora trattenuti nelle prigioni di stato, ridando la libertà anche a coloro che avevano organizzato il putsch e che furono velocemente reintegrati all’interno dell’esercito francese. Il presidente Mitterand aveva dichiarato: «è della nazione il perdonare <38» e nel novembre 1982 i putschisti sarebbero stati totalmente riabilitati e reintegrati nell’esercito. Riconoscere che vi era stata la guerra significava affermare che la Francia per otto lunghi anni aveva combattuto sé stessa abbandonandosi a una guerra civile; anche se in realtà a scontrarsi furono due precise identità: il nazionalismo algerino e il colonialismo francese. Il mancato utilizzo della parola guerra da parte dello stato francese lasciava ugualmente intendere la volontà di mantenere una non-memoria di quel periodo e permettere alla popolazione francese di rimanere all’oscuro di ciò che era realmente accaduto oltre il mediterraneo. All’indomani della firma degli accordi di Evian emerse la volontà di cancellare tutto quello che era accaduto. La collettività voleva dimenticare ciò che si era verificato; ciò, tuttavia, non bloccò l’emergere e il rafforzarsi di memorie “particolari”, come la memoria dei pieds-noirs, dei veterani e degli harkis, che continuarono a chiedere il riconoscimento ufficiale di quelle vicende, che avvenne solo 1996 quando, ricevendo all’Eliseo i membri del Front uni des anciens combattants d’Afrique du Nord, Jacques Chirac riconobbe la necessità di sostituire con la parola «guerra» l’espressione «operazioni di mantenimento dell’ordine», iniziativa che tuttavia trovò l’opposizione ufficiale. Il governo di Lionel Jospin andò oltre, aprendo alcune sezioni degli archivi relativi alla guerra ai ricercatori. Stando alla legge del 3 gennaio 1979 il tempo di prescrizione per la consultazione degli archivi era di 30 anni, intervallo che poteva tuttavia subire prolungamenti a seconda di tutta una serie di eccezioni, come dimostrano i faldoni militari, che risultano tutt’ora secretati perché «mettono in causa la sicurezza dello stato e la vita privata degli individui <39». Jospin permise lo studio di quest’avvenimento sul quale l’oblio era calato da ormai troppi anni, per cercare di riabilitare il ruolo dei soldati: «un quarto di secolo è passato senza che il sacrificio fatto dai nostri soldati in questo conflitto non sia stato pienamente riconosciuto <40» e ancora «noi decidiamo di ridare ai veterani l’onore e la dignità che la storia aveva preso loro <41». Finalmente il 10 giugno 1999 l’Assemblea Nazionale dibatté una proposizione di legge con cui sostituire l’espressione «operazioni di mantenimento dell’ordine» con la frase «guerra d’Algeria.»
A lungo la guerra d’Algeria era stata rinchiusa nelle memorie personali e dopo quasi 40 anni era giunto il momento di liberarsi di questo spettro e assegnarle un nome. Era ormai necessario dare dignità a quelle comunità che fino a quel momento avevano vissuto nell’ombra, ma che avevano compiuto grandi opere in quelle terre. Nel marzo 2003 i deputati Jean Léonetti e Philippe Douste-Blazy depositarono così una proposta di legge, firmata da altri 108 parlamentari, con un solo articolo atto a cercare «il riconoscimento dell’opera positiva dell’insieme dei nostri cittadini che hanno vissuto in Algeria durante il periodo della presenza francese <42». L’anno successivo venne proposto un nuovo disegno di legge dal ministro della difesa che prevedeva un memoriale relativo al riconoscimento della nazione nell’opera di colonizzazione avvenuta tramite la popolazione europea in loco e proponeva un eventuale indennizzo. In sede di dibattito il partito socialista propose anche la creazione di una commissione d’inchiesta sulla responsabilità dei massacri delle numerose vittime civili, dei rimpatriati e degli harkis, avvenuti dopo la data officiale del cessate il fuoco durante la guerra. Il parlamento, tuttavia, non riconobbe, come avrebbero voluto il partito socialista e il FN, la responsabilità dello stato in questi avvenimenti. Infine, la nuova legge proposta dal deputato Christian Kert e approvata nel febbraio 2005 prevedeva che i programmi scolastici e i programmi di ricerca universitaria dessero alla storia della presenza francese in Africa del Nord il posto che le spettava <43. L’articolo 4 della legge dichiarava infatti: «i programmi di ricerca universitaria accordano alla storia della presenza francese outre-mer, precisamente in Africa del Nord, il posto che le merita. I programmi scolastici riconoscono in particolare il ruolo positivo della presenza francese in Africa del Nord e accordano alla storia e ai sacrifici dei combattenti dell’esercito francesi provenienti da questi territori il posto di rilievo che meritano. La cooperazione che permetterà il collegamento delle fonti orali e scritte disponibili in Francia è incoraggiata <44.» Il testo intendeva riconoscere e affermare il debito morale che dello stato francese nei confronti dei pieds-noirs, cercando di proteggerli contro «gli insulti, la diffamazione e contro quelli che vorranno negare la loro tragedia <45.» La legge del 23 febbraio 2005 affermava infatti che: «La nazione riconosce le sofferenze provate e i sacrifici vissuti dai rimpatriati, dai membri dei suppletivi militari, i dispersi e le vittime civili e militari legate al processo d’indipendenza di questi vecchi dipartimenti e territori e rende loro, e alle loro famiglie, un solenne omaggio <46.» Il decreto, come sostiene Clara Palmiste, per quanto fosse “sconveniente”, dimostrava la volontà, da un lato, di rilanciare il dibattito su episodi taciuti dalla storia coloniale e il desiderio dello stato di ammettere i crimini coloniali, dall’altro lato, soprattutto a livello politico, evidenziava la necessità della Francia di voltare pagina e di proseguire lungo il cammino internazionale <47.
Era giunto il momento per i pieds-noirs di dare voce alle proprie memorie e di dimostrare che la storiografia ufficiale non raccontava la verità dei fatti dato che alcuni manuali, a proposito della loro presenza in Algeria narravano: «L’originalità dell’industria algerina: l’Algeria ha recuperato le sue ricchezze posseduto fino a quel momento da società straniere, soprattutto francesi. Le ha sostituite per società nazionali. Ciascuna delle quali dirige un settore d’attività <48.» Con queste premesse la comunità di rimpatriati si sentì incoraggiata a rendere pubblica la propria storia, la propria memoria, per permettere all’intera metropoli di rapportarsi con questa comunità in maniera diversa. Essi non erano i fascisti che avevano sfruttato i musulmani, ma civilizzatori cui era stato negato, fino a quel momento, ogni riconoscimento. Questa memoria, a tratti così diversa dalla storiografia ufficiale non ebbe alcuna difficoltà a propagarsi all’interno della comunità, a radicarsi così in profondità che a tutt’ora è il referente dei pieds-noirs <49. La storiografia dei rapatriés aveva evidenti punti in comune con quella ufficiale, soprattutto per quanto riguardava il periodo coloniale: gli avvenimenti narrati dalla storiografia ufficiale avevano in sé la veridicità e l’esattezza e ai pieds-noirs non restava che sottolineare come fossero stati i loro antenati ad aver permesso a quegli avvenimenti di realizzarsi. L’epopea coloniale assumeva così quegli aspetti positivi che erano stati finora preclusi loro dalla storiografia metropolitana <50. Mentre il racconto metropolitano parlava di sfruttatori, coloni e usurpatori, i termini usati dai pieds-noirs per raccontare le vicende dei loro avi in Algeria furono invece avventuriero e pioniere. L’analisi storiografica pieds-noirs si concentrò a «ristabilire la verità storica» del periodo precedente agli anni del drame algérien, tratteggiando uno scenario idilliaco in cui non erano presenti contrasti tra la popolazione europea e araba. Per quanto riguarda invece le vicende relative alla guerra d’Algeria l’una e l’altra memoria si costruirono in maniera tale da poter “scaricare” ogni responsabilità, ponendo gli elementi sotto una luce completamente diversa. Un punto degli avvenimenti della guerra d’Algeria creava inoltre una profonda frattura tra la storiografia ufficiale e quella dei pieds-noirs: gli anni di governo del generale de Gaulle. Egli, secondo i rapatriés per non oscurare la propria immagine, avrebbe imposto alla storiografia ufficiale di modificare il racconto degli avvenimenti, divenendo «un potere che, dopo aver sottomesso i media, non indietreggia davanti a alcun processo, nemmeno alle richieste storiche, per accreditare le proprie tesi <51», selezionando le informazioni, per non avere alcun oppositore, come avevano fatto le dittature: «bisogna sapere che la “nuova storia” si riferisce essenzialmente ai documenti audio-visuali di cui la potenza d’evocazione e di memorizzazione, naturalmente sui giovani, può essere utilizzata come un’arma pedagogica. Facili manipolazioni, la scelta delle immagini e dei commentari che si adattano, permettono di far passare non importa quale messaggio. Così, secondo un metodo ereditato da Goebbels, perfezionato poi, forgiano dei pezzi e creano le prove che faranno la storia di domani. E nel paese dei Diritti dell’uomo , come dalle altre parti, si fabbricano false memorie <52.» Salvatore della nazione per i metropolitani, traditore di ogni speranza per i pieds-noirs, la figura del generale genera tutt’ora visioni completamente discordanti nelle due storiografie, ma d’altronde Pirandello ce lo dice, la verità umana non è una cosa semplice, non vi è una verità assoluta e la verità di ognuno merita rispetto.
[NOTE]
35 B. Stora, La gangrène et l’oubli, p. 38-45.
36 Ibidem, p. 249-250.
37 Cit. in B. Stora, Le transfert d’une mémoire, p. 83.
38 Ibidem, p. 84.
39 Ibidem, p. 129.
40 Ibidem, p. 133.
41 Ibidem, p. 133.
42 Cit. in J.J. Jordi, Pieds-Noirs, p. 146.
43 Ibidem, p. 146-147.
44 Cit. in J.J. Jordi, Pieds-Noirs, p. 148.
45 Cit. in C. Palmiste, Le colonie e la legge sul “buon francese”, in “Passato e Presente”, p. 91.
46 J.-Y. Faberon, Mémoire de la présence française outre-mer et reconnaissance nationale dans la loi du 23 février 2005, “L’Algérianiste”, n. 112, dicembre 2005, p. 6.
47 C. Palmiste, Le colonie e la legge sul “buon francese”, in “Passato e Presente”, p. 95-98.
48 L’Algérie vue par le manuels scolaires, “L’Algérianiste”, n. 20, 15 dicembre 1982, p. V.
49 Buono, Pieds-noirs, de père en fils, p. 71.
50 Ibidem, p. 71.
51 G. Bosc, Les faussaires de l’histoire, “L’Algérianiste”, n. 51, settembre 1990, p. 5.
52 Ibidem, p. 5.
Ilaria Sinico, Figli di una ex-patria: l'epopea dei pieds-noirs nella Francia contemporanea, Tesi di laurea, Università degli Studi di Padova, Anno accademico 2011-2012

mercoledì 18 marzo 2026

Al nord tra i partigiani era arrivato il generale Cadorna


Nel frattempo, sul fronte militare del Settentrione l'affiatamento all'interno del Comitato, l'impegno unitario e un lavoro sempre più efficace e coordinato rimanevano necessità da risolvere con urgenza, soprattutto sotto la pressione dei continui arresti. "Abbiamo raggiunto un faticoso e faticato modus vivendi coi comunisti nel Comando militare" <708, scriveva nel giugno [1944] Parri ad Alberto Damiani in Svizzera, "con che si apre un altro periodo ed esperimento di convivenza delicato e probabilmente fastidioso" <709. A tale problema furono destinate varie sedute da parte del Clnai, sempre foriere di animate discussioni. L'organismo, tuttavia, andava sperimentando, con il nativo Corpo dei volontari della libertà, nato dalle ceneri del vecchio "Comando militare", una nuova formula, che prevedeva l'istituzione di un capo, un "ufficiale superiore effettivo", di comprovata fede e di sicura competenza, alla cui nomina avevano contribuito non poco le proposte presentate dal partito liberale alla riunione del 4 giugno. In tale occasione la delegazione del Pli aveva chiesto al Comitato militare di avvalersi dell'opera di elementi tecnici di provata capacità, quali ufficiali e militari di indiscussa fede politica antifascista e di nota perizia tecnica, perché essi fossero accolti all'interno dell'organizzazione in sostituzione dei rappresentanti dei partiti. Il Pli auspicava, altresì, che si addivenisse alla costituzione di un Comando militare unico, con il compito di dirigere l'azione delle unità operanti in Alta Italia.
Il 19 giugno il Comitato di liberazione Alta Italia approvava così, con testo definitivo, l'aggregazione al Cmai di un elemento tecnico, con le funzioni di consigliere militare. Per l'iniziale "riluttanza dei partiti, specie quello comunista e d'azione a essere subordinati a una superiore autorità e per la mancanza, allora, a Milano, di un uomo sulla cui idoneità si fosse tutti d'accordo" <710, si ricorse provvisoriamente al generale Giuseppe Bellocchio, uomo dal carattere mite, comandante clandestino della piazza militare della città in sostituzione del generale Dino Bortolo Zambon <711, arrestato nel maggio 1944, insieme al generale Giuseppe Robolotti e al colonnello Gino Marini, con l'imputazione di "spionaggio e costituzione di banda armata" <712. Bellocchio era stato preferito al generale Luigi Masini, il famoso comandante delle Fiamme Verdi, uomo dal "carattere forte e duro da smuovere quando deciso a seguire una certa linea di condotta" <713. Bellocchio, più "arrendevole" <714 di Masini, avrebbe guidato il Cvl solo in attesa dell'arrivo al Nord del generale Raffaele Cadorna, benvoluto un po' da tutti, in quanto consigliere tecnico-militare del partigianato per conto del governo Bonomi e degli Alleati. Quest'ultimo, salito l'11 agosto su di un quadrimotore Halifax, sarebbe stato paracadutato dagli inglesi della Raf - insieme al capitano Churchill, veterano della Special Forces, non imparentato con il grande statista -, in Val Cavallina, nella bergamasca, per prendere il comando del neonato Cvl. Una formazione partigiana avrebbe inviato via radio il segnale concordato e acceso in loco i fuochi per riceverli. Il maggiore inglese De Hahn, impiegato negli uffici centrali della Soe a Monopoli, ottimo conoscitore della lingua italiana perché ex prigioniero di guerra, gli aveva consegnato un foglio con le direttive generali: egli si sarebbe stabilito in val Camonica, zona occupata dalle formazioni Fiamme Verdi, e da lì avrebbe preso contatti con il Clnai. In una lettera, arrivata il 16 agosto alla Segreteria del Comitato, Mc Caffery rassicurava così Pizzoni circa la questione militare: "Per quanto riguarda il lato militare credo che prima di ricevere questa mia comunicazione tutti i problemi ivi connessi saranno in gran parte risolti perché a) sarà arrivato quel generale che Voi avete chiesto come consulente. Egli arriverà fresco fresco con idee precise e chiare di ciò che hanno in mente i comandi supremi. B) sarà accompagnato da un ufficiale alleato di collegamento c) avrete contatti radiotelefonici soddisfacenti col sud" <715.
Non è un caso se Cadorna, appena giunto, avrebbe incontrato a Darfo, nel bresciano, alla vigilia di ferragosto, il generale Masini: "Incontrai alcuni capi delle "Fiamme Verdi", anzitutto il generale Masini, ufficiale di bella fama alpina, che ne era stato il fondatore. Aveva sede normalmente a Milano, ma esercitava autorità sulle formazioni della val Camonica e delle valli bresciane. Di carattere vivace, si era urtato coi vari CLN locali e aveva assunto un atteggiamento indipendente che mantenne anche in seguito. […] Le "Fiamme Verdi" si qualificavano autonome, cioè non dipendenti da partiti politici; nella zona da esse occupata era preponderante l'influenza dei democristiani. Tentativi fatti dai comunisti per infiltrarsi e provocare scissioni e defenestrazioni erano oggetto di aspre proteste e di vivaci reazioni. Le "Fiamme Verdi" avevano nuclei in Valcamonica e tenevano aperta una via di comunicazione con la Svizzera ove si appoggiavano alle rappresentanze degli Alleati" <716.
Due giorni dopo, poiché non era risultato attuabile il progetto di stabilire una base in Val Camonica e di convocare da lì gli esponenti del Clnai - si era sparsa infatti in zona la voce dell'atterraggio di Cadorna e l'accampamento era in allarme - egli aveva deciso di trasferirsi a Milano, "cuore del ribellismo e del rischio" <717, passando per Bergamo e per Monza. Arrivato nel capoluogo lombardo, aveva preso contatti con Mario Argenton, divenuto il 9 giugno, a seguito dell'arresto di Giulio Alonzi, rappresentante del partito liberale e delle formazioni autonome nel Cmai. Cadorna era stato in passato legato a lui "da cordiali rapporti di servizio" <718 e lo aveva scelto come suo Capo di Stato Maggiore. Argenton, insieme a Basile, aveva fino a quel momento continuato a mantenere attiva "una sua rete particolare (vi sono compresi alcuni ufficiali dell'ex centro I° di Milano) con una trentina di elementi" <719, in grado di trasmettere direttamente le informazioni al Comando Generale (egli si muoveva nella "zona tra Genova, Alessandria, Milano e Piacenza"). Cadorna avrebbe poi incontrato Parri, da cui sarebbe stato messo al corrente della situazione, e, il 22 agosto, il dott. Pizzoni, rappresentante del "governo democratico", dal quale gli sarebbero dovute giungere le direttive politiche relative all'azione militare. Egli avrebbe così guidato, con il nome di "generale Valenti", attribuitogli dal Presidente del Clnai <720, il Cvl, non senza imbattersi - come Parri prima di lui - in "una lunga vertenza" per la definizione delle sue attribuzioni. 
Il 28 settembre 1944 il tenente Edgardo Sogno, agente "Franchi", impiegato dagli inglesi e dal Sim come collegamento con il Clnai, scriveva in un bollettino ad Alesandro [Casati]: "Nr. 308 - 308 del 28 Stop da Franchi ad Alessandro Stop partito liberale ritiene che generale Cadorna non dico non dico non può esercitare suo mandato nella attuale forma nel comando militare collegiale Stop situazione di compromesso deciso a maggioranza et discussioni si protraggono da oltre un mese compromettendo effettivo funzionamento comando unico Stop est indispendabile che governo italiano trasmetta ordine at Clnai di considerare generale Cadorna quale unico comandante militare et ordini at generale di assumere comando militare del quale risponderà esclusivamente at Clani Stop detta assunzione implica trasformazione dello attuale comando militare in organo di collaborazione alle dipendenze del comadante stesso fine alt Franchi" <721.
Senza necessità d'intesa, i due partiti comunista e azionista risolsero il problema accantonando la questione: "fino a quando le forze monarchiche combattevano al nostro fianco, avevano ogni diritto", aveva ricordato Parri, "e ogni dovere avevamo noi di rispettarli finché tenevano il loro posto. [...] Dovevamo lasciare anche a essi il beneficio della prova" <722.
[NOTE]
708 Insmli, lettera manoscritta di Maurizio a "Tito", 11/VI, fondo Damiani, b. 1, f. 6.
709 ibidem.
710 A. Pizzoni, Alla guida del Clnai, cit., p. 64.
711 Insmli, Evasione dal carcere tedesco San Vittore di Milano dello scrittore e giornalista Indro Montanelli, fondo Osteria, b. 1, f. 20, p. 7.
712 ivi, p. 2. Continua ancora Luca Osteria: "A grandi linee il rapporto consegnato ai tedeschi dal comandante della Gnr Mosca provava un collegamento tra il generale Zambon e l'addetto militare italiano a Berna, generale Bianchi".
713 A. Pizzoni, Alla guida del Clnai, cit., p. 65.
714 ivi, p. 64.
715 XXXVI Risposta di J. Mc Caffery ad A, Pizzoni, in P. Secchia, F. Frassati, La Resistenza e gli Alleati, cit., p. 95.
716 R. Cadorna, La riscossa, Milano, Rizzoli 1948, cit., p. 127.
717 P. Caccia Dominioni, Alpino alla macchia, cit., p. 177.
718 R. Cadorna, La riscossa, cit., p. 128.
719 P. Paoletti, Volontari armati italiani (V.A.I.) in Liguria (1943-1945), cit., p. 17.
720 R. Cadorna, La riscossa, cit., p. 128.
721 Aussme, fondo H2, Missione ‘Son', b. 25.
722 F. Parri, La Resistenza, in in Storia dell'antifascismo italiano, Lezioni, vol. I, cit., p. 206.
Francesca Baldini, "La va a pochi!" Resistenza e resistenti in Lombardia 1943-1944. La vita di Leopoldo Gasparotto e Antonio Manzi, Tesi di dottorato, La Sapienza - Università di Roma, Anno Accademico 2022-2023

mercoledì 11 marzo 2026

I partiti italiani intorno al 1958


1.2.2: I partiti laici (Pli, Pri, Psdi).
La lenta disgregazione del centrismo non lasciò impreparati i piccoli partiti laici che si collocavano a destra o alla sinistra della Dc, che nella fase di transizione elaborarono e cercarono di perseguire piattaforme ideali e programmatiche assai diverse, creando così un laboratorio per formulare eventuali sbocchi alla crisi.
Il Partito Liberale nel 1955 elesse come segretario Giovanni Malagodi. Milanese, di estrazione culturale anglosassone anche grazie ai numerosi anni passati in Gran Bretagna per lavoro, fu l’uomo che espresse un secco rifiuto verso la strategia fanfaniana di apertura a sinistra e rafforzò le basi culturali del partito intorno al recupero della tradizione liberale classica, senza far scivolare il suo conservatorismo intransigente in aperture più o meno velate verso settori del Movimento sociale o del Partito Nazionale Monarchico, favorevoli, questi ultimi, ad un’elaborazione politica che portasse al parto di una "grande destra". Egli tenne invece la barra ferma sull’inevitabilità del centrismo coniugandolo, invano, al futuro <17 e in ciò trovò l’appoggio, politico oltre che finanziario - lauti furono i finanziamenti -, dei grandi e piccoli gruppi imprenditoriali delusi dalla Democrazia Cristiana, dalle sue politiche interventiste e dal ventilato allargamento della maggioranza e proprio grazie a questo è spiegabile il leggero ma significativo avanzamento alle elezioni politiche del 1958, frutto dello scontro tra la Confindustria a presidenza De Micheli e il governo.
In casa repubblicana, invece il partito risultò spaccato fino alla vigilia del varo della nuova coalizione allargata ai socialisti. La corrente di Randolfo Pacciardi, pur minoritaria, sosteneva che l’opzione centrista andasse preservata da sbilanciamenti a sinistra, proponendo per la prima volta un movimento che facesse suo l’obiettivo di riformare il sistema istituzionale in senso presidenzialista e maggioritario, al fine di assicurarne la stabilità politica <18. Fronteggiava Pacciardi Ugo La Malfa, convinto sostenitore delle teorie economiche keynesiane e fautore della creazione di una democrazia sociale che guardava all’esperienza democratica negli Stati Uniti e vedeva nel centrosinistra un mezzo per l’ammodernamento del Paese sulla base della programmazione economica <19. In realtà, nonostante i problemi oftalmici, La Malfa guardava lontano: a lunghissimo termine, dopo aver convogliato le forze socialiste all’interno della democrazia italiana, occorreva conquistare al gioco democratico anche il Partito Comunista (ma è un convincimento che si farà chiaro nelle sue prospettive politiche solo molti anni più tardi).
Quanto al Psdi, è utile ricordare che se il 1956 fu ricco di avvenimenti che suscitarono fibrillazioni all’interno di molti partiti di sinistra, esso non fece eccezione. Prima ancora dei fatti d’Ungheria, che segnarono il distacco definitivo tra il Partito Socialista e il Partito Comunista, ma subito dopo la relazione di Kruscev al XX congresso del Pcus sul periodo staliniano e le sue degenerazioni, nell’estate Nenni e Saragat s’incontrarono a Pralognan per discutere di unificazione socialista, un’eventualità che diventerà realtà molti anni dopo e che tuttavia rappresentò il fulcro dell’operazione dell’apertura a sinistra, in particolar modo per il Psdi, ancora segnato dalla scissione di Palazzo Barberini del 1947. In quell’occasione Saragat accelerò sul progetto, fornendo alcune aperture (ad esempio, l’accettazione della neutralità in politica estera) e contemporaneamente ponendo alcune condizioni irrinunciabili (che la neutralità stessa si collocasse nell’ambito del blocco occidentale, sul modello svedese) e a Nenni - come annotò nei suoi diari - toccò "fare il pompiere" <20. Pur essendo l’unificazione socialista e il varo del centrosinistra l’orizzonte del Psdi, stimolato in questo dal gioco di sponda di Fanfani a favore di Saragat perché quest’ultimo attraesse il Psi verso la sua orbita, di tale eventualità non se ne sarebbe parlato per molto tempo sia a causa sia dell’eccessivo appiattimento del Partito Socialdemocratico verso la Dc , sia per colpa della diffidenza reciproca tra i due capi socialisti, sia per via del convincimento di Nenni di poter sottrarre consensi dal Pci in solitaria, eventualità che non si sarebbe verificata.
1.2.3: Le opposizioni al sistema (Pci e Msi).
In via delle Botteghe Oscure il panorama politico degli anni Cinquanta fu segnato dalla figura predominante di Palmiro Togliatti. Se l’inizio del decennio si aprì con una contrapposizione frontale tra le forze operaie della Cgil e gli industriali italiani, a causa della discriminazione in fabbrica operata da questi ultimi (uno per tutti: Vittorio Valletta, presidente FIAT) relativamente alla rappresentanza sindacale sui luoghi di lavoro, i cambiamenti in corso nel quadro politico si verificarono anche nel Partito Comunista e anche in questo caso durante l’anno 1956, denso di avvenimenti su questo fronte. Nel marzo Kruscev pronunciò una dura reprimenda nei confronti del sistema staliniano e qualche settimana dopo, intervistato da Nuovi Argomenti, Togliatti si allineò al leader sovietico, specificando però che gli squilibri manifestatisi nel corpo del comunismo sovietico nell’epoca di Stalin erano mali le cui radici erano antiche. Tuttavia, destalinizzazione o no, il centralismo democratico rimase un caposaldo all’interno del Pci, che in virtù di questo principio aveva allontanato gli elementi più ideologicamente vicini al leninismo dai ruoli di responsabilità: Pietro Secchia, dirigente di punta dell’ala rivoluzionaria del Pci e potente responsabile dell’organizzazione del partito - sotto la cui guida il tesseramento e l’ampliamento territoriale aveva raggiunto livelli ragguardevoli -, coinvolto nell’affare Seniga (il tesoriere del partito scappato con la cassa e con alcuni documenti) sarebbe stato prima affiancato nel suo incarico da Giorgio Amendola e successivamente sostituito senza che proteste si levassero da parte del gruppo dirigente. Quello che invece fu percepito come un duro colpo alla tenuta del Pci fu, pochi mesi più tardi, l’intervento russo in Ungheria contro Imre Nagy, vissuto dagli alleati socialisti come l’affermazione di imperialismo in chiave comunista e da una certa parte di intellettuali, come la fine della propria esperienza all’interno del Pci o quantomeno come l’inizio di un atteggiamento critico nei confronti del partito (basti pensare alla fuoriuscita di un economista come Antonio Giolitti, che virerà verso l’ingresso nel Partito Socialista, e del gruppo firmatario dell’appello "Lettera dei 101") <21. Tuttavia, le consultazioni politiche tenutesi nel 1958 non registrarono alcun particolare crollo e riaffermarono la solidità della linea della "via italiana al socialismo", una strategia che riuscì a ritagliare per il Pci non più e non solo il ruolo di forza antisistema, ma quello di punto di riferimento per lotte sociali e sindacali e di difensore della Costituzione, considerata una carta frutto di equilibri avanzati e la cui applicazione era messa in discussione proprio dal partito cattolico, che tanto aveva lavorato per la sua stesura <22. Perciò il leader comunista, pur non lesinando riserve nei confronti di Fanfani, non ebbe considerazioni negative riguardo alle correnti democristiane di sinistra, ostaggio, a suo dire, dei gruppi monopolistici e clericali, e proprio per batterli offrì il suo appoggio, condannando comunque tutte quelle forze che puntavano a isolare il Pci <23. Quanto all’operazione dell’apertura a sinistra, la linea di Togliatti fu ambigua, oscillando tra aperture, perché proprio in virtù della "via italiana al socialismo" era auspicabile qualsiasi riforma che mettesse in discussione l’equilibrio dei gruppi di potere, e il timore della possibilità che tali riforme potessero svuotare il bacino della protesta antisistemica, appannaggio del partito del Migliore.
A destra, ugualmente escluso dall’arco costituzionale, il Msi, nato nel 1946, raccolse attorno a sé molti nostalgici del fascismo, che fu un fenomeno composito nella storia nazionale, diviso tra tentazioni e orientamenti diversi. Tale differenza non poté che investire anche il contenitore politico creato nel dopoguerra, la cui identità non si risolse mai tra il conservatorismo in doppiopetto e il fascismo rivoluzionario dei reduci di Salò. Se nel 1953, dopo i primi iniziali insuccessi, il Movimento Sociale ottenne un consistente voto di travaso al Sud Italia da settori che cinque anni prima avevano appoggiato la Democrazia Cristiana portando in Parlamento una pattuglia di 29 rappresentanti, con il congresso di Viareggio del 1954 si aprì una fase politica importante per il partito: diventò segretario Arturo Michelini <24. L’ascesa di tale personaggio è significativa, in quanto egli faceva parte di quel gruppo di dirigenti e militanti che non proveniva dall’esperienza della Repubblica Sociale Italiana, al contrario della sinistra del partito raccolta intorno ad Almirante e della destra con a capo Pino Romualdi. A differenza della minoranza interna, inoltre, era fautore di una linea morbida, meno intransigente col sistema repubblicano, tanto è vero che più volte nell’avvicendarsi convulso dei governi, spesso monocolore democristiani, succedutisi durante la fase finale dell’agonia del centrismo, il Msi fece convergere i voti dei suoi deputati e senatori, il cui aiuto fu sempre rifiutato applicando quella conventio ad excludendum che colpì anche il Pci. A partire dal congresso di Milano del 1956 e fino al 1958 si staccarono via via dal partito quei gruppi che non condividevano l’operato del segretario e le cui coordinate ideologiche divergevano verso tutt’altra direzione (utile ricordare la fondazione da parte di Pino Rauti del Centro Studi Ordine Nuovo) <25. Tale separazione fu percepita e non poco alle elezioni politiche del 1958, quando il Msi si attestò al 4.4%. Alla fine degli anni ’50 il neofascismo italiano, insomma, non riuscì a sciogliere il nodo sul futuro dell’area a cui appartenere: più l’area liberale e conservatrice alla destra della Dc cresceva, diventando combattiva contro l’apertura a sinistra e godendo per cui di appoggi importanti, più quelle forze di reduci dell’antico status quo (tra cui anche il Partito Nazionale Monarchico) venivano ricacciate nell’alveo di un nostalgismo da cui goffamente provarono a sganciarsi, senza memorabili risultati.
1.2.4: L’ago della bilancia (Psi).
L’eredità che il frontismo lasciò al Partito Socialista all’indomani della divisione del Fronte Popolare dovuta ai fatti del 1956 fu la consapevolezza di dover riconquistare maggiore indipendenza tra i due blocchi all’interno del quadro politico italiano <26. Impresa non semplice se si pensa che, in un modo o nell’altro, gran parte dei quadri dirigenti del partito furono piuttosto restii ad abbandonare una politica di tutela della classe operaia da intraprendersi al fianco del Partito Comunista, complice anche la nutrita corrente animata da Rodolfo Morandi. Interprete principale di questa esigenza fu il segretario, Pietro Nenni. Come Iniziativa democratica all’interno della Dc, pure la maggioranza autonomista del Psi conteneva al suo interno varie e disparate anime che non resero facile l’arrivo ad un compromesso. Del resto, i tempi per un accordo con la Dc si allungarono per via delle contrarietà non passeggere che il partito cattolico dovette affrontare al suo interno come pure da parte dei suoi sponsor principali. Al congresso di Venezia del 1957 la maggioranza autonomista si espresse a favore di una linea definita "dell’alternativa democratica". Si ribadì in sostanza l’alterità rispetto ai comunisti, rimanendo all’interno della solidarietà di classe (e ciò permise di mantenere intatta l’unità della Cgil, al cui interno era presente, seppur minoritaria, una certa parte di lavoratori e dirigenti sindacali socialisti), ma si sfidava la Dc ad elaborare le premesse programmatiche e politiche del compromesso <27. Le elezioni parlamentari del 1958 videro poi l’avanzamento del Psi a quota 14.2% e, nonostante ciò, il governo Fanfani che ne conseguì, pur considerandosi di centro-sinistra, non ottenne ugualmente l’appoggio dei gruppi parlamentari socialisti. L’esecutivo durò poco più di un anno, per lasciare poi spazio ad un monocolore guidato da Antonio Segni, frutto della fine della corrente di Iniziativa democratica, con i socialisti ancora una volta alla finestra. Anche questo governo sarebbe durato poco tempo, inghiottito dalla crisi che sconvolgeva la Dc, che si sarebbe risolta con l’esecutivo presidenziale guidato da Fernando Tambroni e con gli esiti che a cui esso avrebbe portato.
[NOTE]
17 G. Orsina, L’alternativa liberale. Malagodi e l’opposizione al centrosinistra, Marsilio, Venezia, 2010, p.107 e ss.
18 P. Soddu, Ugo La Malfa. Il riformista moderno, Carocci, Roma, 2008, p.225 e ss.
19 P. Soddu, Ivi., pp.187-188.
20 G. Tamburrano, Pietro Nenni, Laterza, Bari, 1986, pp.283-284.
21 F. Malgeri, La stagione del centrismo. Politica e società nell’Italia del secondo dopoguerra (1945-1960), Rubettino, Soveria Mannelli, 2002, pp.235-236.
22 M. Marzillo, L’opposizione bloccata, il Pci e il centrosinistra (1960-1968), Rubettino, Soveria Mannelli, 2012, pp.23-24.
23 M. Marzillo, op.cit., p.27 e ss
24 A. Baldoni, La destra in Italia (1948-1969), Pantheon, Roma, 2000, pp.466-467-468
25 A. Baldoni, op.cit., pp.520 e ss.
26 G. Tamburrano, Pietro Nenni, Laterza, Bari, 1986, pp.287-288-289-290.
27 G. Tamburrano, op.cit., pp.290 e ss.
Francesco Corbisiero, La stagione del centrosinistra in Italia. (1956-1969), Tesi di laurea, Università Luiss “Guido Carli”, Anno Accademico 2013-2014