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mercoledì 18 marzo 2026

Al nord tra i partigiani era arrivato il generale Cadorna


Nel frattempo, sul fronte militare del Settentrione l'affiatamento all'interno del Comitato, l'impegno unitario e un lavoro sempre più efficace e coordinato rimanevano necessità da risolvere con urgenza, soprattutto sotto la pressione dei continui arresti. "Abbiamo raggiunto un faticoso e faticato modus vivendi coi comunisti nel Comando militare" <708, scriveva nel giugno [1944] Parri ad Alberto Damiani in Svizzera, "con che si apre un altro periodo ed esperimento di convivenza delicato e probabilmente fastidioso" <709. A tale problema furono destinate varie sedute da parte del Clnai, sempre foriere di animate discussioni. L'organismo, tuttavia, andava sperimentando, con il nativo Corpo dei volontari della libertà, nato dalle ceneri del vecchio "Comando militare", una nuova formula, che prevedeva l'istituzione di un capo, un "ufficiale superiore effettivo", di comprovata fede e di sicura competenza, alla cui nomina avevano contribuito non poco le proposte presentate dal partito liberale alla riunione del 4 giugno. In tale occasione la delegazione del Pli aveva chiesto al Comitato militare di avvalersi dell'opera di elementi tecnici di provata capacità, quali ufficiali e militari di indiscussa fede politica antifascista e di nota perizia tecnica, perché essi fossero accolti all'interno dell'organizzazione in sostituzione dei rappresentanti dei partiti. Il Pli auspicava, altresì, che si addivenisse alla costituzione di un Comando militare unico, con il compito di dirigere l'azione delle unità operanti in Alta Italia.
Il 19 giugno il Comitato di liberazione Alta Italia approvava così, con testo definitivo, l'aggregazione al Cmai di un elemento tecnico, con le funzioni di consigliere militare. Per l'iniziale "riluttanza dei partiti, specie quello comunista e d'azione a essere subordinati a una superiore autorità e per la mancanza, allora, a Milano, di un uomo sulla cui idoneità si fosse tutti d'accordo" <710, si ricorse provvisoriamente al generale Giuseppe Bellocchio, uomo dal carattere mite, comandante clandestino della piazza militare della città in sostituzione del generale Dino Bortolo Zambon <711, arrestato nel maggio 1944, insieme al generale Giuseppe Robolotti e al colonnello Gino Marini, con l'imputazione di "spionaggio e costituzione di banda armata" <712. Bellocchio era stato preferito al generale Luigi Masini, il famoso comandante delle Fiamme Verdi, uomo dal "carattere forte e duro da smuovere quando deciso a seguire una certa linea di condotta" <713. Bellocchio, più "arrendevole" <714 di Masini, avrebbe guidato il Cvl solo in attesa dell'arrivo al Nord del generale Raffaele Cadorna, benvoluto un po' da tutti, in quanto consigliere tecnico-militare del partigianato per conto del governo Bonomi e degli Alleati. Quest'ultimo, salito l'11 agosto su di un quadrimotore Halifax, sarebbe stato paracadutato dagli inglesi della Raf - insieme al capitano Churchill, veterano della Special Forces, non imparentato con il grande statista -, in Val Cavallina, nella bergamasca, per prendere il comando del neonato Cvl. Una formazione partigiana avrebbe inviato via radio il segnale concordato e acceso in loco i fuochi per riceverli. Il maggiore inglese De Hahn, impiegato negli uffici centrali della Soe a Monopoli, ottimo conoscitore della lingua italiana perché ex prigioniero di guerra, gli aveva consegnato un foglio con le direttive generali: egli si sarebbe stabilito in val Camonica, zona occupata dalle formazioni Fiamme Verdi, e da lì avrebbe preso contatti con il Clnai. In una lettera, arrivata il 16 agosto alla Segreteria del Comitato, Mc Caffery rassicurava così Pizzoni circa la questione militare: "Per quanto riguarda il lato militare credo che prima di ricevere questa mia comunicazione tutti i problemi ivi connessi saranno in gran parte risolti perché a) sarà arrivato quel generale che Voi avete chiesto come consulente. Egli arriverà fresco fresco con idee precise e chiare di ciò che hanno in mente i comandi supremi. B) sarà accompagnato da un ufficiale alleato di collegamento c) avrete contatti radiotelefonici soddisfacenti col sud" <715.
Non è un caso se Cadorna, appena giunto, avrebbe incontrato a Darfo, nel bresciano, alla vigilia di ferragosto, il generale Masini: "Incontrai alcuni capi delle "Fiamme Verdi", anzitutto il generale Masini, ufficiale di bella fama alpina, che ne era stato il fondatore. Aveva sede normalmente a Milano, ma esercitava autorità sulle formazioni della val Camonica e delle valli bresciane. Di carattere vivace, si era urtato coi vari CLN locali e aveva assunto un atteggiamento indipendente che mantenne anche in seguito. […] Le "Fiamme Verdi" si qualificavano autonome, cioè non dipendenti da partiti politici; nella zona da esse occupata era preponderante l'influenza dei democristiani. Tentativi fatti dai comunisti per infiltrarsi e provocare scissioni e defenestrazioni erano oggetto di aspre proteste e di vivaci reazioni. Le "Fiamme Verdi" avevano nuclei in Valcamonica e tenevano aperta una via di comunicazione con la Svizzera ove si appoggiavano alle rappresentanze degli Alleati" <716.
Due giorni dopo, poiché non era risultato attuabile il progetto di stabilire una base in Val Camonica e di convocare da lì gli esponenti del Clnai - si era sparsa infatti in zona la voce dell'atterraggio di Cadorna e l'accampamento era in allarme - egli aveva deciso di trasferirsi a Milano, "cuore del ribellismo e del rischio" <717, passando per Bergamo e per Monza. Arrivato nel capoluogo lombardo, aveva preso contatti con Mario Argenton, divenuto il 9 giugno, a seguito dell'arresto di Giulio Alonzi, rappresentante del partito liberale e delle formazioni autonome nel Cmai. Cadorna era stato in passato legato a lui "da cordiali rapporti di servizio" <718 e lo aveva scelto come suo Capo di Stato Maggiore. Argenton, insieme a Basile, aveva fino a quel momento continuato a mantenere attiva "una sua rete particolare (vi sono compresi alcuni ufficiali dell'ex centro I° di Milano) con una trentina di elementi" <719, in grado di trasmettere direttamente le informazioni al Comando Generale (egli si muoveva nella "zona tra Genova, Alessandria, Milano e Piacenza"). Cadorna avrebbe poi incontrato Parri, da cui sarebbe stato messo al corrente della situazione, e, il 22 agosto, il dott. Pizzoni, rappresentante del "governo democratico", dal quale gli sarebbero dovute giungere le direttive politiche relative all'azione militare. Egli avrebbe così guidato, con il nome di "generale Valenti", attribuitogli dal Presidente del Clnai <720, il Cvl, non senza imbattersi - come Parri prima di lui - in "una lunga vertenza" per la definizione delle sue attribuzioni. 
Il 28 settembre 1944 il tenente Edgardo Sogno, agente "Franchi", impiegato dagli inglesi e dal Sim come collegamento con il Clnai, scriveva in un bollettino ad Alesandro [Casati]: "Nr. 308 - 308 del 28 Stop da Franchi ad Alessandro Stop partito liberale ritiene che generale Cadorna non dico non dico non può esercitare suo mandato nella attuale forma nel comando militare collegiale Stop situazione di compromesso deciso a maggioranza et discussioni si protraggono da oltre un mese compromettendo effettivo funzionamento comando unico Stop est indispendabile che governo italiano trasmetta ordine at Clnai di considerare generale Cadorna quale unico comandante militare et ordini at generale di assumere comando militare del quale risponderà esclusivamente at Clani Stop detta assunzione implica trasformazione dello attuale comando militare in organo di collaborazione alle dipendenze del comadante stesso fine alt Franchi" <721.
Senza necessità d'intesa, i due partiti comunista e azionista risolsero il problema accantonando la questione: "fino a quando le forze monarchiche combattevano al nostro fianco, avevano ogni diritto", aveva ricordato Parri, "e ogni dovere avevamo noi di rispettarli finché tenevano il loro posto. [...] Dovevamo lasciare anche a essi il beneficio della prova" <722.
[NOTE]
708 Insmli, lettera manoscritta di Maurizio a "Tito", 11/VI, fondo Damiani, b. 1, f. 6.
709 ibidem.
710 A. Pizzoni, Alla guida del Clnai, cit., p. 64.
711 Insmli, Evasione dal carcere tedesco San Vittore di Milano dello scrittore e giornalista Indro Montanelli, fondo Osteria, b. 1, f. 20, p. 7.
712 ivi, p. 2. Continua ancora Luca Osteria: "A grandi linee il rapporto consegnato ai tedeschi dal comandante della Gnr Mosca provava un collegamento tra il generale Zambon e l'addetto militare italiano a Berna, generale Bianchi".
713 A. Pizzoni, Alla guida del Clnai, cit., p. 65.
714 ivi, p. 64.
715 XXXVI Risposta di J. Mc Caffery ad A, Pizzoni, in P. Secchia, F. Frassati, La Resistenza e gli Alleati, cit., p. 95.
716 R. Cadorna, La riscossa, Milano, Rizzoli 1948, cit., p. 127.
717 P. Caccia Dominioni, Alpino alla macchia, cit., p. 177.
718 R. Cadorna, La riscossa, cit., p. 128.
719 P. Paoletti, Volontari armati italiani (V.A.I.) in Liguria (1943-1945), cit., p. 17.
720 R. Cadorna, La riscossa, cit., p. 128.
721 Aussme, fondo H2, Missione ‘Son', b. 25.
722 F. Parri, La Resistenza, in in Storia dell'antifascismo italiano, Lezioni, vol. I, cit., p. 206.
Francesca Baldini, "La va a pochi!" Resistenza e resistenti in Lombardia 1943-1944. La vita di Leopoldo Gasparotto e Antonio Manzi, Tesi di dottorato, La Sapienza - Università di Roma, Anno Accademico 2022-2023

lunedì 15 settembre 2025

L’ultimo autocarro tedesco lasciò L’Aquila il 13 giugno 1944


In questo clima di accentuata repressione, il G.A.P. aquilano conobbe una battuta di arresto nelle sue iniziative, e poi il trasferimento dei partigiani più attivi sulle montagne di Aragno per confluire nella formazione Giovanni Di Vincenzo <175 e condividerne la sorte e le azioni fino al giugno. Anche Renato Franchi per un breve periodo seguì Giovanni Ricottilli <176 nella piccola frazione aquilana, per poi decidere di rientrare nel capoluogo dove, con la collaborazione del Ventura <177 riorganizzò il G.A.P. cittadino e ne riprese le attività reclutando «nuovi elementi per rimpiazzare i vuoti prodotti dall’esodo in montagna» <178.
Nel mese di aprile tutte le cellule avevano ripreso la loro operatività. Quelle del Ventura e di Gino Di Carlo <179 sabotarono a più riprese le «linee telefoniche volanti allaccianti l’Ortskommandantur di Aquila con i vari comandi tedeschi dislocati nei paesi vicini» <180; quella rinominata Pio Troiani <181 asportò dietro segnalazione di un informatore diversi capi di vestiario e calzature <182 da un piccolo deposito tedesco in «via del Sali» <183, mentre la cellula del Ventura sottrasse mine anticarro presso un magazzino tedesco sito nei pressi della Stazione <184 pagando il prezzo dell’azione con la cattura dei gappisti Umberto Cialente e Arnaldo Giardini <185 poi rilasciati «dopo però notevoli maltrattamenti» <186.
Nel maggio, il Franchi annotò con soddisfazione che il G.A.P. aquilano venne ufficialmente riconosciuto «da un inviato speciale della Giunta Militare di Roma» <187 durante una riunione tenutasi presso l’abitazione del patriota Stefano Vanni <188 alla presenza di Dante Ranghi, Cesare Pacifico <189, Piero Ventura <190 e Sandro Ventura <191. Dalla metà dello stesso mese iniziò la collaborazione con il CLN aquilano per conto del quale i gappisti affissero nottetempo manifesti lungo le principali vie del capoluogo eludendo «la sorveglianza delle numerose pattuglie tedesche perlustranti la città nelle ore di coprifuoco» <192.
Il C.L.N. Aquila divenne attivo ufficialmente ai primi di marzo 1944, dopo che già nel mese di febbraio vi erano stati intensi contatti clandestini tra i capi del Partito D’Azione e del Partito Comunista - «entrambi già in efficienza organizzativa» <193 - e del ricostituito Partito Socialista <194. La prima riunione si tenne presso il Consorzio Agrario - ed in quell’occasione «il Comitato per poco non venne sorpreso da nazifascisti e repubblichini in agguato» - quindi presso lo studio del Leone presso la sua abitazione <195. La Commissione Regionale Abruzzese - pratica n. 019, il 7 luglio 1947 così deliberò in merito: «esaminata la relazione e documentazione in atti, riconosce al C.N.L. l’attività organizzativa delle bande che operavano nella provincia di Aquila e dà a ciascun componente di detto Comitato il riconoscimento della qualifica spettantegli [sic!] per l’attività in seno alla rispettiva Banda» <196. Secondo quanto riferito nella relazione del Leone, la composizione del Comitato fu la seguente: «Partito d’Azione: Rag. Victor Ugo Leoni <197 […] Partigiani e colleg. bande: Rag. Bruno Alpi <198 […] Partito Socialista: On. Avv. Emidio Lopardi <199 […] Geometra Guido De Merulis <200 […] Partito Comunista: Piero Ventura [e] Ranghi Dante […] Partito della Sinistra Cristiana: Rag. Francesco Marrama <201 […] nelle ultime settimane aderì al movimento anche il Col. Manlio Santilli <202 a nome di un gruppo di giovani liberali […] però essendo ammalato partecipò soltanto alle ultime sedute del Comitato Clandestino» <203.
Stando a quanto riferito dal Leone, le attività del comitato si concentrarono in diversi ambiti. Dal ruolo di coordinamento tra le diverse formazioni operanti nell’area del capoluogo, con cui i singoli rappresentanti avevano già stretto contatti nel periodo precedente al collegamento tra il CLN romano e i comitati a esso afferenti che si crearono nei diversi paesi per intermediazione del comitato aquilano, al sostegno alle bande partigiane operanti nella Conca Aquilana esplicatosi sia con finanziamenti per un totale stimato di lire 180.000 <204 che con la raccolta di armi e munizioni <205. Dalla propaganda antinazista e antifascista svolta attraverso la stampa e la diffusione di manifesti e volantini, all’assistenza «a sbandati e prigionieri fuggiaschi» <206, alla gestione «del governo della città nel periodo di congiuntura tra l’esodo dei tedeschi e l’arrivo degli alleati» <207.
Con gli inizi di giugno, mentre via via si facevano più chiari i segni di smobilitazione tedesca dal capoluogo <208, i G.A.P. aquilani intensificarono le loro attività: il giorno 8 i partigiani con al comando il Franchi e il Ventura penetrarono nella caserma della G.N.R., presso cui oltre alla guarnigione ordinaria erano presenti anche una «trentina di ufficiali», riuscendo ad asportare «molto materiale tra cui due mitragliatrici, un mitra e una ventina di moschetti» che venne occultato nei «magazzini appositamente costituiti in via Paganica per il deposito delle armi e di cui avevano la chiave il Comandante e il Vice-comandante dei G.A.P.» <209. Riferì il Franchi che «tale fu il panico provocato che le truppe [dei] repubblichini di stanza nella città si sciolsero disordinatamente il giorno successivo» <210. 
Il 9 giugno i gappisti effettuarono una nuova incursione stavolta presso la caserma della Milizia Contraerea sottraendovi moschetti ed altro materiale bellico <211; il giorno successivo la cellula del Ventura riuscì a catturare un militare tedesco che assieme ad altri due fatti prigionieri dallo stesso gruppo il giorno 7 giugno in località Le Casermette <212, vennero in seguito consegnati alla locale stazione dei Carabinieri <213. In quest’ultima azione fu anche requisita un’autovettura tedesca, poi messa a disposizione del colonello D’Alfonso, capo della Banda Alcedeo, nei giorni della Liberazione <214. Riferite anche di iniziative autonome, quale quella di Angelo Stornelli che con 14 giovani e solo 8 pistole, riuscirono a riprendere dai tedeschi razziatori «17 capi di bestiame (11 asini, 5 mucche e un mulo) che più tardi furono tutti restituiti ai proprietari» <215. 
Nella notte tra l’11 ed il 12 giugno, i tedeschi evacuarono il palazzo Carli sede di un deposito di medicinali, per poi darlo alle fiamme: i gappisti intervennero quindi prontamente per sedare l’incendio, istituire dei turni di guardia e infine trasportare tutto il materiale sanitario all’Ospedale civile San Salvatore <216. Il giorno successivo il G.A.P. aquilano partecipò all’occupazione della città in collaborazione con le bande Giovanni Di Vincenzo e La Duchessa.
Il C.L.N. aquilano, che già nei giorni precedenti aveva preso contatti con il Commissario Prefettizio Stanislao Pietrostefani predisponendo al contempo tutte quelle misure che si rendevano necessarie per sventare danni alla città, provvide alla nomina degli «uomini che dovevano reggere la città nel periodo di attesa del primo contatto colle truppe alleate e di conseguenza coi successivi rappresentanti del Governo di Salerno, ormai insediatisi a Roma» <217: il Lopardi assunse la carica di Prefetto, il Pietrostefani quella di Sindaco Provvisorio, l’avv. Chiarischia del Partito d’Azione ricevette la nomina a Presidente della Provincia, Pietro Ventura a Questore, mentre Vincenzo Franceschelli <218 del Partito Socialista e Victor Ugo Leoni furono nominati il primo Segretario del Comitato, e il secondo Cassiere dello stesso <219. «Malgrado tanti odi e tanto sangue» - si legge in chiusura della relazione del Leone in riferimento agli avvenimenti successivi all’abbandono della città da parte dei tedeschi - «non si verificarono incidenti di rilievo e il trapasso avvenne in modo dignitoso e senza rappresaglie, il questore Ventura si oppose energicamente ad ogni reazione del popolino e tenne con ferrea mano a posto anche gli elementi che avrebbero volentieri approfittato della confusione per commettere atti di rapina e furti» <220.
L’ultimo autocarro tedesco lasciò L’Aquila alle 17:30 del 13 giugno <221. Raccontò Mario Bafile: «L’ho visto io stesso passare al bivio di Coppito. Alla stessa ora, press’a poco, si insediava all’Aquila il Comitato di Liberazione. Cinque partiti politici rappresentati: un gran da fare! Strano, che in nove mesi, dal 10 settembre 1943 al 13 giugno 1944, tante persone ci sono passate accanto, tanti uomini di buona volontà che hanno operato o tramato in diverso modo contro i Tedeschi: alcuni di essi sono stato uccisi in combattimento o fucilati da Tedeschi, altri condannati a morte, altri sono partiti per missioni pericolose dalle quali non hanno fatto ritorno, altri si sono buttati a capo fitto nella lotta, ma nessuno, nessuno fra tutti ha detto a me o agli altri a quale partito politico appartenesse» <222.
[NOTE]
175 Cfr. relazione a firma del comandante dei G.A.P. Franchi Renato e del vicecomandante Ventura Sandro.
176 Riconosciuto nella banda Giovanni Di Vincenzo. Cfr. ivi, schedario partigiani.
177 Tornato a L’Aquila in seguito ad un incidente occorsogli in montagna. Cfr. ivi, G.A.P. Aquila, relazione a firma del comandante dei G.A.P. Franchi Renato e del vicecomandante Ventura Sandro.
178 Ibidem.
179 Nato a L’Aquila il 2 giugno 1920, sottotenente, ha svolto attività partigiana nel G.A.P. Aquila dal 06/03/44 al 13/06/44. Cfr. ivi, schedario partigiani.
180 Ivi, G.A.P. Aquila, dettaglio attività della formazione.
181 Nome con grande probabilità attribuito alla cellula gappista aquilana per onorare il partigiano di Borbona (RI) fucilato con i suoi congiunti ed altri due, agli inizi di marzo a Posta (RI). Cfr. ivi, Banda Cagnano Amiterno.
182 Consegnati poi alla banda Giovanni Di Vincenzo, congiuntamente ad aiuti finanziari ottenuti grazie a «sottoscrizioni presso i maggiori esponenti del commercio cittadino», ivi, G.A.P. Aquila, relazione a firma del comandante dei G.A.P. Franchi Renato e del vicecomandante Ventura Sandro.
183 Ibidem.
184 Cfr. ivi, dettaglio attività della formazione.
185 Nato a L’Aquila il 24 novembre 1927, ha svolto attività patriottica nel G.A.P. Aquila. Cfr. ivi, schedario patrioti.
186 Ivi, G.A.P. Aquila, relazione a firma del comandante dei G.A.P. Franchi Renato e del vicecomandante Ventura Sandro.
187 Ibidem.
188 Nato a Firenze il 21 gennaio 1908, ha svolto attività patriottica nella banda Giovanni di Vincenzo. Cfr. ivi, schedario patrioti.
189 Nato a L’Aquila il 9 marzo 1902, ha svolto attività partigiana nella banda Giovanni di Vincenzo dal 01/10/43 al 13/06/44. Cfr. ivi, schedario partigiani.
190 Nato a L’Aquila il 29 giugno 1886, ha svolto attività partigiana nella banda Giovanni Di Vincenzo dal 20/09/43 al 13/06/44. Cfr. ibidem.
191 Cfr. ivi, G.A.P. Aquila, relazione a firma del comandante dei G.A.P. Franchi Renato e del vicecomandante Ventura Sandro. Durante la riunione venne anche riconosciuto il ruolo di comando dei G.A.P. di L’Aquila al Franchi «che però di fatto già lo aveva fin dalla prima costituzione dei medesimi in collaborazione con S. Ventura», ibidem.
192 Ibidem.
193 Ivi, C.L.N. Aquila, relazione sull’attività dei componenti del Comitato Clandestino di Liberazione Nazione di Aquila di Leone Victor Ugo del 13 ottobre 1946.
194 Cfr. ibidem.
195 Cfr. ivi, relazione di Leone Victor Ugo del 17 gennaio 1948.
196 Ivi, Commissione Regionale Abruzzese per il riconoscimento della qualifica di partigiano, L’Aquila, - pratica n. 019 del 7 luglio 1947.
197 Nato a Milano il 19 luglio 1893, caporal maggiore, ha svolto attività partigiana nella banda Giovanni Di Vincenzo dal 01/01/44 al 13/06/44. Cfr. ivi, schedario partigiani.
198 Nato a Milano il 16 giugno 1914, sergente, ha svolto attività partigiana nella banda Giovanni di Vincenzo dal 01/03/44 al 13/06/44. Cfr. ibidem.
199 Nato a L’Aquila il 25 novembre 1877, ha svolto attività partigiana nella banda Giovanni di Vincenzo dal 01/01/44 al 13/06/44. Cfr. ibidem.
200 Nato a Mosciano (TE) il 16 marzo 1886, soldato, ha svolto attività partigiana nella banda Giovanni Di Vincenzo dal 01/01/44 al 13/06/44. Cfr. ibidem. Nel C.L.N. ebbe funzione di presidente. Cfr. Costantino Felice, Dalla Maiella alle Alpi. Guerra e Resistenza in Abruzzo, cit., p. 237. Cfr. anche Aldo Rasero, Morte a Filetto, cit., p. 109.
201 Nato a Corfinio (AQ) il 7 luglio 1899, ha svolto attività partigiana nella banda Giovanni Di Vincenzo dal 01/01/44 al 13/06/44. Cfr. ACS, Ricompart, Abruzzo, schedario partigiani.
202 Nato a Frosinone il 13 luglio 1892, tenente colonello, ha svolto attività partigiana nella banda Giovanni di Vincenzo dal 01/01/44 al 13/06/44. Cfr. ibidem. La Commissione Regionale Abruzzese per il riconoscimento della qualifica di partigiano, L’Aquila, - del 12 febbraio 1948 - ha riconosciuto partigiani combattenti in seno alla Banda G. Di Vincenzo, Santilli Manlio e Franceschelli Vincenzo. Cfr. ivi, C.L.N. Aquila.
203 Ivi, relazione sull’attività dei componenti del Comitato Clandestino di Liberazione Nazione di Aquila a firma di Leone Victor Ugo del 13 ottobre 1946. Cfr. anche Aldo Rasero, Morte a Filetto, cit., pp. 109-110.
204 Cfr. ACS, Ricompart, Abruzzo, C.L.N. Aquila, relazione sull’attività dei componenti del Comitato Clandestino di Liberazione Nazione di Aquila a firma di Leone Victor Ugo del 13 ottobre 1946.
205 Cfr. ivi, foglio volante.
206 Ivi, lettera di Santilli Manlio del 20 gennaio 1948.
207 Ivi, foglio volante.
208 «[…] una prossima ritirata si comprendeva dall’intensificato traffico di automezzi sulle rotabili principali lungo le quali i Tedeschi tentavano disperatamente di fare affluire truppe fresche di rinforzo», ivi, G.A.P. Aquila, relazione a firma del comandante dei G.A.P. Franchi Renato e del vicecomandante Ventura Sandro.
209 Ibidem.
210 Ibidem.
211 Cfr. ivi, dettaglio attività della formazione. Partecipanti all’azione furono: Franchi Renato, Ventura Sandro, Benedetti Cesare, Celi Attilio, D’Amore Attilio e Piccinini Cladinoro. Benedetti Cesare, nato a L’Aquila il 28 luglio 1902, soldato, ha svolto attività partigiana nel G.A.P. Aquila dal 06/03/44 al 13/06/44. Cfr. ivi, schedario partigiani. Celi Attilio, nato a L’Aquila il 1° febbraio 1922, ha svolto attività patriottica nel G.A.P. Aquila; D’Amore Attilio, nato a Fagnano Alto (AQ) il 18 marzo 1915, ha svolto attività patriottica nel G.A.P. Aquila; Piccinini Cladinoro, nato a L’Aquila il 13 aprile 1915, ha svolto attività patriottica nel G.A.P. Aquila. Cfr. ivi, schedario patrioti.
212 Cfr. ivi, C.L.N. Aquila, dettaglio attività della formazione.
213 Cfr. ivi, G.A.P. Aquila, relazione a firma del comandante dei G.A.P. Franchi Renato e del vicecomandante Ventura Sandro.
214 Cfr. ivi, Banda Alcedeo.
215 Ivi, C.L.N. Aquila, relazione personale di Stornelli Angelo del 25 aprile 1946. Stornelli Angelo, nato a Pizzoli (AQ) il 2 maggio 1924, ha svolto attività partigiana nel G.A.P. Aquila dal 01/10/43 al 13/06/44. Cfr. ivi, schedario partigiani.
216 Cfr. ivi, G.A.P. Aquila, relazione a firma del comandante dei G.A.P. Franchi Renato e del vicecomandante Ventura Sandro.
217 Ivi, C.L.N. Aquila, relazione sull’attività dei componenti del Comitato Clandestino di Liberazione Nazionale di Aquila a firma di Leone Victor Ugo del 13 ottobre 1946.
218 Nato ad Ortona (CH) il 2 luglio 1902, ha svolto attività partigiana nella banda Giovanni di Vincenzo dal 01/01/44 al 13/06/44. Cfr. ivi, schedario partigiani. La Commissione Regionale Abruzzese per il riconoscimento della qualifica di partigiano de L’Aquila, il 12 febbraio 1948, riconobbe partigiano combattente in seno alla Banda Giovanni Di Vincenzo, Franceschelli Vincenzo. Cfr. ivi, C.L.N. Aquila.
219 Cfr. ivi, relazione sull’attività de componenti del Comitato Clandestino di Liberazione Nazione di Aquila a firma di Leone Victor Ugo del 13 ottobre 1946.
220 Ibidem.
221 Cfr. ivi, Banda La Duchessa, memoriale di Bafile Mario del 15 giugno 1944.
222 Ibidem.
Fabrizio Nocera, Le bande partigiane lungo la linea Gustav. Abruzzo e Molise nelle carte del Ricompart, Tesi di Dottorato, Università degli Studi del Molise, Anno Accademico 2017-2018 

sabato 21 dicembre 2024

Alla vigilia del varo della Commissione parlamentare d'inchiesta sulla Loggia P2


Il progetto di legge democristiano rilevava l’esistenza di un potere occulto parallelo e concorrente con quello rappresentativo dell’ordine democratico e riteneva superfluo esaminare le diverse responsabilità. Era necessario invece ricostruire i tratti essenziali della Loggia [P2], delle sue regole e della metodologia di penetrazione nei gangli nevralgici dello Stato. Il progetto di legge comunista e socialista, oltrechè concordare sulle finalità del precedente progetto, proponeva di indagare a fondo sulla effettiva influenza della loggia sulle decisioni e sugli atti di governo, sulla complicità di esponenti politici, sulla mancata assunzione di provvedimenti disciplinari, anche in via cautelativa, di tutti i pubblici funzionari indiziati di appartenenza all’associazione segreta. Infine il disegno di legge presentato dai socialdemocratici ricordava che un serio adempimento dell’indagine, sebbene fosse opportuno per l’allarme che lo scandalo aveva creato nell’opinione pubblica, non doveva offrire il pretesto per accuse indiscriminate o per gettare dentro l’arena politica giudizi sommari che non avevano niente in comune con le esigenze di verità e giustizia.
La decisione unanime di adottare una procedura di urgenza per il trasferimento dalla sede referente alla sede legislativa delle quattro proposte aveva portato alla solerte convocazione della Commissione I Affari Costituzionali già l’11 giugno 1981, ossia la settimana successiva alla consegna dell’ultimo progetto di legge. Al fine di procedere più celermente alla stesura definitiva del testo da proporre al Senato, in questa sede venne stabilita la necessità di ricorrere alla nomina di un Comitato ristretto. <83
Al di là delle differenze terminologiche, emergeva dalla riunione la volontà delle parti politiche di determinare in modo condiviso l’ampiezza da dare all’inchiesta, in modo da evitare che la Commissione venisse limitata nei suoi lavori di indagine. All’interno del Comitato ristretto erano prevalse due tendenze. Da una parte vi era chi si abbandonava a declamazioni predicatorie e propagandistiche lanciando proclami contro il governo e la Dc: "Noi non possiamo sapere cosa intendesse tempo addietro il segretario della Democrazia Cristiana quando parlava di congiure massoniche contro il potere della Dc: ma pensiamo piuttosto che è tipico di un sistema di potere in crisi proiettare fuori di sè ombre e pericoli minacciosi al fine di rifiutare le proprie responsabilità della crisi per assicurarsi il diritto di gestirla in proprio. Ma è per queste considerazioni che riteniamo non procrastinabile questo impegno di chiarezza" <84.
Dall’altra parte, l’impostazione più tecnicistica e metodologica dei gruppi radicale e socialista, sottolineava le lacune oggettive dell’inchiesta che si andava costruendo. Nella lunga serie di articolati proposti, che dovevano rappresentare il perimetro normativo entro il quale la Commissione avrebbe indagato, veniva giudicato inadeguato soprattutto l’articolo che vietava di opporre il segreto di fronte a fatti eversivi dell’ordine costituzionale cosicchè tutte le audizioni, anche quelle ritenute degne di esserne coperte, sarebbero comunque state a disposizione dell’autorità giudiziaria. <85
Benchè il relatore democristiano Gitti tranquillizzasse il Comitato specificando che l’articolo rispondeva alla preoccupazione di operare entro un quadro di tutela costituzionale, su questo punto non ci sarebbe stata la convergenza dei gruppi radicale e socialista, che attraverso i loro rappresentanti (Mellini e Cicciomessere da una parte, Bassanini dall’altra) si sarebbero astenuti dal votarlo.
Il disegno di legge veniva portato così al vaglio del Senato ed esaminato dall’ Assemblea riunita nella seduta del 5 agosto 1981. Quel giorno al Senato presenziava anche il neo eletto Presidente del Consiglio Spadolini. Parallelamente all’approvazione dell’inchiesta parlamentare il Governo aveva infatti ultimato il provvedimento legislativo contro l’associazionismo segreto. Il disegno di legge era stato presentato al Senato il 25 luglio 1981, e doveva essere approvato quel giorno col titolo “Norme di attuazione dell’art. 18 della Costituzione in materia di associazioni segrete e scioglimento della associazione denominata P2”. La normativa proposta, di cui parleremo compiutamente più avanti, voleva punire i promotori di associazioni segrete con la reclusione e l’interdizione dai pubblici uffici da uno a cinque anni. Inoltre chiunque avesse partecipato ad associazioni segrete sarebbe stato condannato fino a due anni e la condanna avrebbe comportato l'interdizione dai pubblici uffici per un anno. <86
L’intento era quello di stabilire una relazione virtuosa tra potere legislativo e potere esecutivo, mostrando come entrambi fossero in prima linea nel combattere velocemente l’associazionismo segreto, rendendo “l’aria della Repubblica irrespirabile per ogni tipo di intrigante fazioso che voglia tendere, mediante la creazione di centri di potere occulto, a svuotare di contenuto gli istituti della democrazia”. <87
Spadolini confermava di voler rispondere prontamente alle richieste provenienti dall’opinione pubblica, sempre più scossa dalle violenze di quell’estate del 1981. Pochi giorni prima Giuseppe Taliercio, dirigente dello stabilimento petrolchimico della Montedison di Marghera rapito dalle Brigate Rosse il 20 maggio 1981, veniva trovato rinchiuso nel bagagliaio di una Fiat 128 a Venezia, con il corpo crivellato di colpi. La stessa sorte era toccata il 3 agosto all’operaio Roberto Peci, colpevole di essere fratello di un brigatista pentito. Nella spirale di una violenza sempre più incontrollata l’esecuzione era stata ripresa da una videocamera: undici colpi di arma da fuoco e il corpo abbandonato in un casolare alla periferia di Roma. <88
Davanti all’emergenza civile di un intero paese era comprensibile e persino scontato che la classe politica cercasse di porre rimedio ad uno scandalo come quello P2, così fortemente radicato in quel retroterra di affarismo eversivo che sembrava aver messo in sordina l’azione del potere politico tanto da farlo apparire certamente impotente, a tratti colluso.
Esisteva tuttavia un problema di raccordo tra i due provvedimenti che quel giorno il Senato si apprestava ad approvare. Se ogni inchiesta parlamentare aveva come obiettivo quello di fornire la necessaria coscienza su un fenomeno in vista di misure normative che ne impedissero il ritorno, quel giorno si chiedeva di votare nello stesso momento da una parte un decreto che sanzionava le associazioni segrete e dall’altra un progetto di inchiesta parlamentare su una associazione segreta. Sull’onda dell’emergenza, improvvisamente ansiosa di salire sopra il carro della politica operativa e decisionista, la classe politica italiana varava un provvedimento che puniva la Loggia P2 quando ancora doveva nascere la commissione che aveva il compito di capire cosa fosse questa Loggia. La velocità con cui i due progetti venivano presentati all’approvazione del Parlamento alimentava la sensazione che alcuni gruppi politici si muovessero istericamente sotto le frustate dell’opinione pubblica.
Sulla scorta di questo presupposto, la semplice definizione di “associazione segreta” era certamente avventurosa e incerta. Il termine stesso sfuggiva ancora persino ai più tenaci oppositori della Loggia P2 e non poteva essere altrimenti poichè l’inchiesta parlamentare chiamata a stabilire la natura e le finalità dell’associazione doveva ancora cominciare i suoi lavori.
L’incoerenza tra i due provvedimenti non era sfuggita neppure al futuro commissario Francesco De Cataldo: "Come si può ritenere di risolvere la questione, anche soltanto il problema della Loggia P2, attraverso questa normativa? Credo che tale normativa sia stata redatta apposta per consentire un’immediata eccezione di legittimità costituzionale davanti a qualsiasi magistrato della Repubblica con successivo inoltro alla Corte costituzionale, che non potrà che dichiararla illegittima in ogni sua parte. Questo è soltanto un modo di esibire una volontà che in effetti manca, la volontà principale, enunciata dal Presidente del Consiglio persino nelle sue dichiarazioni programmatiche" <89.
Di diverso avviso erano gli altri gruppi parlamentari. Essi giudicavano la legge applicativa dell’articolo 18 un provvedimento che andava a colmare un vuoto legislativo e dettava la linea su una materia altrimenti controversa se messa in mano a tribunali amministrativi o ad altre istanze giudiziarie. Un vuoto significativo, che avrebbe portato a decisioni separate e contraddittorie, aggiungendo ulteriore incertezza a vantaggio di coloro che volevano allentare le maglie della rete che la classe politica cercava di tendere, perchè i pesci grossi e piccoli potessero sfuggire più facilmente. <90
In coda alla discussione, la bozza di inchiesta parlamentare veniva ritrasmessa alla Camera con nuove modifiche. Mentre nella bozza primordiale la Commissione era stata autorizzata ad “accertare se e quali responsabilità [...]” dovessero ascriversi agli organi dello Stato, agli enti pubblici, e agli enti sottoposti al controllo statale, nella nuova versione approvata al Senato si parlava più cautamente di una indagine su “eventuali deviazioni dall’esercizio delle competenze istituzionali di organi dello Stato”.
L’emendamento approvato in Senato sottolineava la pericolosità racchiusa nella parola responsabilità e la sostituiva con deviazione, sottolineando che all’efficienza del potere delle strutture di controllo le istituzioni dovevano privilegiare la funzione garantista dello Stato. La priorità doveva essere quella di dichiarare la Loggia massonica P2 una associazione segreta e far scomparire dall’impegno parlamentare l’individuazione delle responsabilità, superato dalla preoccupazione di dare al paese un segnale di solerzia ma pur sempre nel rispetto dei canoni democratici.
Non trovavano corrispondenze le lamentele dei radicali secondo i quali l’inchiesta avrebbe dovuto formulare un giudizio chiaro sulle singole responsabilità, portare a misure disciplinari davanti ai collegi delle diverse amministrazioni, far capire non solo ai cittadini ma ai singoli partiti che gli iscritti, veri o presunti, erano i reali punti deboli della politica italiana: "Un’organizzazione criminale la si persegue per i reati che ha compiuto, negli uomini responsabili di quei reati; non c’è il problema di scioglierla. Proprio questa contraddizione non può sfuggire a nessun uomo di buonsenso. Questa contraddizione è stridente: si scioglie per poter meglio non perseguire, per meglio non poter andare al fondo della verità e della responsabilità. Verità e responsabilità che vanno oltre la loggia P2; non possono riguardare soltanto la loggia P2. C’è bisogno di un decreto di scioglimento della mafia, della camorra, delle brigate rosse? Davvero è necessario sciogliere per decreto un’associazione criminale?" <91.
Il testo votato al Senato veniva ritrasmesso alla Camera e infine approvato in via definitiva e senza modifiche nel mese di settembre.
[NOTE]
83 Camera dei Deputati, Commissione in sede legislativa, VIII Legisltura, Prima Commissione permanente “Affari Costituzionali - Organizzazione dello Stato - Regioni - Disciplina generale del rapporto di pubblico impiego”, 11 giugno 1981, “Bollettino delle Giunte e delle Commissioni”.
84 Francesco Loda, Senato della Repubblica, 303° seduta pubblica, VIII Legislatura, Resoconto stenografico della seduta antimeridiana di mercoledì 5 agosto 1981.
85 Art. 3 della legge istitutiva n. 527 del 23 settembre 1981: “La commissione procede alle indagini e agli esami con gli stessi poteri dell'autorita' giudiziaria. Per quanto attiene al segreto di Stato si applicano le norme e le procedure di cui alla legge 24 ottobre 1977, n. 801. Non possono essere oggetto di segreto fatti eversivi dell'ordine costituzionale di cui si e' venuti a conoscenza per ragioni della propria professione, salvo per quanto riguarda il rapporto tra difensore e parte processuale nell'ambito del mandato. Non è opponibile il segreto d'ufficio. Parimenti non è opponibile il segreto bancario”.
86 Trasmesso alla Camera il 7 agosto fu approvato con modificazioni il 9 dicembre 1981. Trasmesso nuovamente al Senato il 10 dicembre 1981, venne approvato definitivamente il 21 gennaio 1982 e divenne legge il 25 gennaio 1982.
87 G. Spadolini, Senato della Repubblica, 304° seduta pubblica, VIII Legislatura, Resoconto stenografico della seduta pomeridiana di mercoledì 5 agosto 1981.
88 Cfr. G. Guidelli, Storia di un sequestro mediatico, Urbino, Quattro Venti, 2005; per una ricostruzione generale dei legami reciproci di una parte della classe dirigente italiana, il terrorismo rosso e il terrorismo nero R. Di Giovacchino, Il libro nero della Prima Repubblica, Roma, Fazi, 2003; M. Gervasoni, Storia d’Italia degli anni Ottanta. Quando eravamo moderni, Venezia, Marsilio, 2010; G. Crainz, Il paese reale. Dall’assassinio di Moro all’Italia di oggi, Roma, Donzelli Editore, 2012 e G. Crainz, Autobiografia di una repubblica: le radici dell’Italia attuale, Roma, Donzelli Editore, 2009; S. Colarizi (a cura di), Gli anni Ottanta come storia, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2004.
89 Francesco De Cataldo, Senato della Repubblica, 347° seduta pubblica, VIII Legislatura, Resoconto stenografico della seduta antemeridiana di mercoledì 10 dicembre 1981.
90 Ibid., L. Anderlini, Sinistra indipendente.
91 Ibid., G. Spadaccia, Partito radicale.

Lorenzo Tombaresi, Una crepa nel muro. Storia politica della Commissione d'inchiesta P2 (1981-1984), Tesi di dottorato, Università degli Studi di Urbino "Carlo Bo", Anno Accademico 2014-2015

domenica 11 agosto 2024

Rientrati vittoriosi in Popoli, i partigiani della banda vennero organizzati in pattuglie

Popoli Terme (PE). Fonte Wikipedia

Il mese di giugno 1944 si aprì con l’uccisione da parte dell’Orsini e del Sanvitale di un ufficiale tedesco che fu privato dell’arma e poi seppellito in una buca da mina nel tratto di strada Raiano-Castelvecchio <1400; e la cattura di un sergente tedesco operata da Renzo Della Rocca <1401 e da Arsenio Fracasso nella notte tra il 9 ed il 10 giugno <1402. Fu portato anche a termine un intervento contro i tedeschi razziatori che coadiuvati da carabinieri locali stavano procedendo al rastrellamento di parecchi capi di bestiame; buona parte di questi vennero liberati dai partigiani e riconsegnati ai legittimi proprietari <1403.
Intanto - scrisse il Camarra - «gli eventi precipitavano» tanto da convincere i due capi della formazione a radunare tutti i G.A.P. in previsione di un’azione di massa su Popoli <1404. Due però i dati di fatto che gli consigliarono cautela: l’inadeguato rapporto tra partigiani ed armamenti «le armi conservate in località Fossa non erano sufficienti per l’armamento di tutti gli uomini, [della] deficienza di armi pesanti» <1405 e la presenza di due compagnie tedesche attestate nella gola di Popoli a difesa dei guastatori già in azione contro obiettivi civili e logistici <1406. Orsini e Sanvitale decisero quindi di posporre l’attacco, fino a che «almeno fossero saltati i ponti» <1407, condizione questa che a loro parere avrebbe reso impossibile il rientro delle autoblinde tedesche nell’abitato di Popoli, lasciando così ai partigiani libertà d’azione e ponendo al sicuro la popolazione da possibili rappresaglie <1408.
All’alba del 10 giugno <1409 pattuglie d’avanguardia della banda si «attestarono sul fiume Pescara [agganciando] le retroguardie nemiche», mentre il grosso della formazione penetrò in paese occupandolo in breve tempo senza incontrare nessuna resistenza <1410. Per prima cosa i partigiani assaltarono la locale caserma dei carabinieri repubblichini impossessandosi tra l’altro di due mitragliatori Breda 37 <1411, quindi si occuparono dell’arresto «di collaborazionisti e fascisti pericolosi o ritenuti tali» <1412. Preso possesso del paese, si divisero in due squadre formate ciascuna da 12 elementi e con in dotazione un fucile mitragliatore: la prima, al comando di Nicola Fistola e si pose a difesa dell’abitato, mentre la seconda guidata da Giuseppe Orsini e Alfredo Caramante <1413 si diresse alla volta di Bussi con l’ordine di attaccare il presidio tedesco ancora colà distaccato <1414. La missione non ebbe successo: il violento fuoco «di altre armi tedesche già in postazione sull’altro versante della collina» costrinse il gruppo a ritirarsi <1415. Di fronte al posizionamento del nemico disposto «in maniera da poter battere tutto il terreno scoperto della valle, allo scopo di poter mantenere il più a lungo possibile il controllo della importante posizione strategica della gola dei Tremonti» <1416, il comando della banda inviò immediatamente rinforzi proprio in quell’area. Ne seguirono quasi cinque ore di combattimento decisamente impari se si considera che il battaglione della Wehrmacht colà distaccato, fu stimato nella relazione De Feo-Salvadori di «una forza di 120 armati, con mitragliatrici ed un mortaio» <1417, mentre i partigiani popolesi, benché coadiuvati da elementi di formazioni viciniori di cui a breve si dirà, erano nel complesso ben inferiori sia numericamente che in equipaggiamento. Al termine dei combattimenti «il nemico veniva costretto ad abbandonare le posizioni ritirandosi verso Bussi-Capestrano, lasciando sul terreno quattro morti ed una mitragliatrice» <1418. Tra i partigiani furono registrati sette feriti di cui uno, il Brenno Berluti Lorenzini <1419, morto successivamente in seguito alle lesioni riportate <1420.
Agli scontri di quel giorno parteciparono anche partigiani di altre formazioni già in rapporti con la banda Popoli ed ora accorsi a sostenere lo sforzo bellico dei compagni: la banda Conca di Sulmona inviò 20 uomini armati alle dipendenze di Ercole Pizzoferrato, e tutte le squadre che Claudio Di Girolamo e Enzo Sciuba riuscirono a formare nella difficile congiuntura <1421; stesso dicasi per le bande G.A.P. Aterno <1422 e Santa Croce di Corfinio <1423 quest’ultima con 21 partigiani attivatisi in seguito alle notizie portate dal partigiano Luigi Giulio Masella <1424. Anche da Castelvecchio Subequeo si mosse in direzione Popoli una squadra di partigiani su richiesta di Felice Arquilla del G.A.P. raianese, ma giunse solo ad attacco completato <1425.
Mentre ancora era in atto lo scontro tra partigiani e tedeschi, a Popoli venne affisso in diverse copie un manifesto a nome del Comitato Nazione di Liberazione e firmato da Nicola Sanvitale:
«POPOLESI
Il Comitato locale di Liberazione Nazionale, costituito da un gruppo di patrioti, vostri concittadini, alle dipendenze del Centro Militare di Roma e già da tempo operante con atti di sabotaggio ed azioni di molestia contro le belve nazi-fasciste
ASSUME
da oggi, fino ad eventuali altre disposizioni, il Comando Militare del territorio del paese come l’unica forza armata riconosciuta legale dal Governo dell’Italia Libera e dal Comando Alleato
INVITA
tutti i cittadini a ritornare calmi e fiduciosi alla proprie ordinarie occupazioni ed a collaborare attivamente per la tutela dell’ordini e per la consegna alla giustizia di tutti coloro i quali, approfittando della protezione del nemico che ora fugge, hanno contribuito, con il tradimento e con l’opera nefasta, a peggiorare la già grave situazione cittadina
AVVERTE
Che l’ordine pubblico sarà tutelato dagli uomini armati alle dipendenze del Comitato stesso i quali saranno riconoscibili dal bracciale bianco con la sigla C.L.N. Ogni infrazione da parte di elementi facinorosi verrà inesorabilmente e severamente repressa.
Con fervore e serenità, all’opera, per la ricostruzione materiale e morale del nostro martoriato paese.
Viva L’Italia Libera!» <1426.
Rientrati vittoriosi in Popoli, gli uomini della banda vennero organizzati in pattuglie dislocate sia in postazioni fisse che mobili, adibite al controllo del territorio. Fu proprio da una di queste postazioni che il giorno 11 intorno alle ore 10.30, fu fatto fuoco a scopo intimidatorio contro un reparto motorizzato che stava avvicinandosi alla cittadina. Grande sollievo fu provato nell’accorgersi che non si trattava di tedeschi, come inizialmente temuto, bensì «di motociclisti della 134^ Comp. Divisione Nembo al comando del Capitano Nicoletti Altimare» <1427, che fecero il loro ingresso in paese con i partigiani di Popoli tra l’esultanza della popolazione <1428. Segnalato un unico caso di reazione avversa: un tale Luigi Cavalli lanciò da un balcone al primo piano di un’abitazione in via San Rocco due bombe a mano contro i partigiani, ferendo un motociclista. Immediatamente catturato per ordine del capitano Nicoletti, venne fucilato il giorno 12 giugno nella piazza principale del paese <1429.
La banda, messasi quindi a disposizione del Nicoletti, fu organizzata in squadre ed in plotoni: alle prime fu affidato il compito di svolgere i servizi utili alla popolazione <1430, mentre i secondi furono accorpati ad un plotone della Nembo, con cui provvidero a liberare Bussi, arrestando le residue forze repubblichine, e stanziandovi un presidio di partigiani <1431.
Il giorno 13 giugno giunse in paese un plotone della Brigata Maiella comandato da Nicola De Ritis <1432 che circondò la caserma e «ci rese noto che dietro ordine verbale da parte di tale capitano inglese LAMB doveva procedere al nostro disarmo. Malgrado l’ordine intimidatorio venisse fatto in una forma del tutto irregolare, il disarmo avvenne senza incidenti» <1433. Furono lasciati in servizio solo pochi uomini scelti della banda con mansioni provvisorie di polizia <1434 che nulla però poterono fare per frenare gli uomini della Brigata Maiella che - almeno stando a quanto riferito dal Camarra e dal Nuccitelli - si appropriarono delle «armi migliori», e si lasciarono andare a «ruberie varie» <1435. Nel clima non certo di concordia di quei giorni, venne ad inserirsi il 21 un fatto accaduto nella vicina Bussi che convinse i partigiani popolesi a riprendere le attività benché con altro e ben diverso scopo. Secondo quanto riferito sia dal Camarra che dal Nuccitelli - ma si segnala in proposito una diversa versione riportata dalle fonti del Costantino Felice <1436 - i «nuovi Reali Carabinieri» giunti in paese, provvidero a rimettere in libertà i loro commilitoni repubblichini di cui uno schiaffeggiò un patriota <1437. Nonostante la scellerata decisione venisse immediatamente rettificata dagli agenti di F.S.S. di stanza a Popoli che ne riordinarono l’immediato riarresto, il danno alla fiducia era fatto e così il comando della banda provvide al riarmo dei suoi elementi per vigilare a che tali iniziative non potessero essere poste in essere anche nella cittadina <1438. I partigiani popolesi rimasero quindi attivi fino al 23 giugno, giorno in cui consegnarono definitivamente tutte le armi dietro ordine della F.S.S. e dell’ufficiale dell’A.M.G., e la banda venne ufficialmente sciolta <1439. Solo un piccolo contingente di sei elementi rimase «alle dipendenze del Comune in servizio di guardie campestri» <1440. In seguito molti partigiani della banda passarono nella Brigata Maiella e si recarono a Chieti «per essere inquadrati nelle truppe regolari del C.I.L.» <1441.
[NOTE]
1400 Durante la colluttazione il Sanvitale Nicola riportò una ferita al mento, guarita in dieci giorni. Cfr. ivi, certificato del dott. Fracasso Arsenio del 26 novembre 1944.
1401 Nato a Popoli (PE) il 4 dicembre 1924, ha svolto attività partigiana nella banda dal 12/10/43 al 23/06/44. Cfr. ivi, schedario partigiani.
1402 Cfr. ivi, Banda Popoli, relazione della banda a firma del responsabile militare e capo banda Camarra Natale. Detto sergente, unitamente ad altri tre militi tedeschi furono poi consegnati dal Fracasso, il 10 giugno, ad un ufficiale australiano che rilasciò «ricevuta», ibidem.
1403 Cfr. ibidem.
1404 Cfr. ibidem.
1405 Ibidem.
1406 Cfr. ibidem.
1407 Ibidem.
1408 Cfr. ibidem.
1409 Cfr. Costantino Felice, Dalla Maiella alle Alpi. Guerra e Resistenza in Abruzzo, cit., p. 198.
1410 Fu riferito di un unico colpo sparato da tal carabiniere Fiore, che sfiorò «la giacca di un partigiano», ACS, Ricompart, Abruzzo, Banda Popoli, relazione della banda a firma del responsabile militare e capo banda Camarra Natale.
1411 Il numero esatto della armi asportate fu di 2 mitragliatrici Breda mod. 39, n. 100 bombe a mano e n. 15 moschetti. Cfr. ivi, Patrioti Marsicani, relazione Attività Patriottica della Banda Popoli a firma di Nannicelli Pietro, allegato n. 2 della relazione De Feo-Salvadori.
1412 Ivi, Banda Popoli, relazione della banda a firma del responsabile militare e capo banda Camarra Natale.
1413 Nato a Napoli il 27 settembre 1921, ha svolto attività partigiana nella banda dal 01/10/43 al 23/06/44. Cfr. ibidem.
1414 Cfr. ivi, Banda Popoli, relazione della banda a firma del responsabile militare e capobanda Camarra Natale.
1415 Cfr. ibidem.
1416 Ibidem.
1417 Ivi, Patrioti Marsicani, relazione De Feo-Salvadori.
1418 Ivi, Banda Popoli, relazione della banda a firma del responsabile militare e capobanda Camarra Natale. La ricostruzione sintetica degli eventi di quel giorno si rinviene anche nella relazione De Feo-Salvadori. Cfr. ivi, Patrioti Marsicani.
1419 Nato a Senigallia (AN) il 1° gennaio 1899, ha svolto attività partigiana nella banda dal 01/10/43 al 23/06/44, ferito il 10 giugno 1944 sulla strada Popoli-Bussi. Morì il 24 luglio 1944 a causa delle ferite riportate. Riconosciuto partigiano combattente caduto per la lotta di Liberazione. Cfr. ivi, schedario partigiani e schedario caduti e feriti. Cfr. ivi, anche Banda Popoli, certificato di morte.
1420 Secondo i certificati medici rilasciati dal dott. Fracasso Nicola, responsabile sanitario della banda, durante l’azione del 10 giugno restarono feriti: Caramante Alfredo, D’Amato Oscar, Orsini Giovanni, Pallotta Armando, Tatangelo Antonio e Visconte Gaetano. Caramante Alfredo, nato a Napoli il 27 settembre 1921, ha svolto attività partigiana nella banda dal 01/10/43 al 23/06/44; D’Amato Oscar, nato a Popoli (PE) il 3 giugno 1910, ha svolto attività partigiana nella banda dal 01/10/43 al 23/06/44; Orsini Giovanni, nato a Popoli (PE) il 30 maggio 1921, ha svolto attività partigiana nella banda dal 01/10/43 al 23/06/44; Visconte Gaetano, nato a Popoli (PE) il 3 giugno 1927, ha svolto attività partigiana nella banda dal 01/10/43 al 23/06/44. Cfr. ivi, schedario partigiani e schedario caduti e feriti.
1421 Cfr. ivi, Banda Conca di Sulmona.
1422 Cfr. ivi, Bande Castelvecchio Subequo, Molina Aterno e S. Croce Corfinio.
1423 Cfr. ibidem.
1424 Cfr. ivi, Banda Popoli, relazione attività di Masella Luigi Giulio.
1425 Cfr. ivi, Bande Castelvecchio Subequo, Molina Aterno e S. Croce Corfinio.
1426 Ivi, Banda Popoli, allegato 5 alla relazione della banda.
1427 Ivi, relazione della banda a firma del responsabile militare e capo banda Camarra Natale.
1428 Cfr. ibidem. Cfr anche Costantino Felice, Dalla Maiella alle Alpi. Guerra e Resistenza in Abruzzo, cit., p. 198.
1429 Cfr. ACS, Ricompart, Abruzzo, Banda Popoli, relazione della banda a firma del responsabile militare e capo banda Camarra Natale e ivi, Patrioti Marsicani, relazione De Feo-Salvadori. Cfr. anche Costantino Felice, Dalla Maiella alle Alpi. Guerra e Resistenza in Abruzzo, cit., p. 198.
1430 Tra queste, squadre di lavoratori impiegati nello sgombero delle macerie. Va ricordato che Popoli fu infatti uno dei paesi più bombardati della zona e - si legge nella relazione - «tenute presenti le condizioni del paese […] è necessario dire subito che gravi difficoltà si presentano per il riassetto interno malgrado tutti gli sforzi delle nuove Autorità civili e dei membri del Comitato locale», ACS, Ricompart, Abruzzo, Banda Popoli, relazione della banda a firma del responsabile militare e capo banda Camarra Natale.
1431 Cfr. ibidem.
1432 Cfr. Costantino Felice, Dalla Maiella alle Alpi. Guerra e Resistenza in Abruzzo, cit., p. 198.
1433 ACS, Ricompart, Abruzzo, Banda Popoli, relazione della banda a firma del responsabile militare e capo banda Camarra Natale.
1434 Cfr. ibidem.
1435 Ibidem e ivi, Patrioti Marsicani, relazione Attività Patriottica della Banda Popoli a firma di Nannicelli Pietro, allegato n. 2 della relazione De Feo-Salvadori.
1436 Secondo cui: «Al momento della liberazione la piccola pattuglia [di partigiani] procede all’arresto di un paio di centinaia di collaboratori fascisti, tra cui 11 carabinieri. Ma questi ultimi reagiscono arrestando a loro volta i partigiani. La paradossale situazione si risolve grazie a un intervento della banda di Popoli, che riaffida l’ordine pubblico a Pascale e compagni», in Costantino Felice, Dalla Maiella alle Alpi. Guerra e Resistenza in Abruzzo, cit., p. 198.
1437 ACS, Ricompart, Abruzzo, Patrioti Marsicani, relazione Attività Patriottica della Banda Popoli a firma di Nannicelli Pietro, allegato n. 2 della relazione De Feo-Salvadori e ivi, Banda Popoli, relazione della banda a firma del responsabile militare e capo banda Camarra Natale.
1438 Cfr. ibidem.
1439 Cfr. ivi, Banda Popoli, relazione della banda a firma del responsabile militare e capo banda Camarra Natale.
1440 Ibidem.
1441 Ibidem.
Fabrizio Nocera, Le bande partigiane lungo la linea Gustav. Abruzzo e Molise nelle carte del Ricompart, Tesi di Dottorato, Università degli Studi del Molise, Anno Accademico 2017-2018

lunedì 1 aprile 2024

Il successo dei comandanti tedeschi di conservare pressoché intatte le loro forze sarebbe stata pagata cara dagli anglo-americani


Nella primavera del 1944 gli Alleati si trovavano ancora bloccati dalla serie di linee difensive create dai tedeschi a circa 100 km a sud di Roma, la principale delle quali era la ben nota Gustav. Dopo il cocente fallimento dello sbarco ad Anzio (operazione Shingle) del gennaio precedente, le prospettive per gli anglo-americani erano però in costante miglioramento, anche grazie al sopraggiungere della bella stagione. L’11 maggio, la 5ᵃ Armata americana al comando del generale Mark Clark e l’8ᵃ britannica agli ordini del generale Oliver Leese, scatenarono Diadem, una complessa operazione in gestazione da mesi, ma continuamente rinviata a causa del maltempo. Finalmente, dopo una settimana di combattimenti, la linea Gustav iniziò chiaramente a cedere all’offensiva alleata e le due armate tedesche - la 10ᵃ e 14ᵃ - iniziarono il ripiegamento sulla serie di linee difensive successive, ma meno munite della poderosa Gustav <681. Queste linee - denominate Hitler e Caesar - vennero a loro volta rapidamente sfondate e il 5 giugno 1944 unità della 5ᵃ Armata di Clark, che operava sul fronte tirrenico, presero il trofeo più ambito di tutta l’operazione: la città di Roma <682. La preziosa conquista, ancorché soprattutto dal punto di vista simbolico, venne oscurata il giorno successivo dalla notizia degli sbarchi alleati in Normandia, ma soprattutto era venuto meno l’obiettivo ben più importante concernente la distruzione della 10ᵃ Armata tedesca in ritirata. Il successo dei comandanti tedeschi di conservare pressoché intatte le loro forze sarebbe stata pagata cara dagli anglo-americani.
L’estate del 1944 fu una stagione di grandi speranze e di cocenti fallimenti per gli Alleati, mentre per la popolazione italiana si trattò di un periodo in cui il terrore e la morte erano all’ordine del giorno e provenivano da ogni direzione; dal cielo sotto forma degli aerei anglo-americani e dai tedeschi per mezzo di furti, distruzioni ed esecuzioni sommarie. L’avanza alleata fu infatti metodica e la ritirata tedesca non si trasformò mai veramente in una rotta, cosa che permise alle unità germaniche di fare il buono e il cattivo tempo nei territori che sapevano di dover presto abbandonare.
Dopo la presa di Roma, mentre le forze aeree martellavano le truppe della 10ᵃ e 14ᵃ Armata, con sanguinose conseguenze anche nei confronti della popolazione civile italiana, lo sfondamento della linea del Trasimeno il 21 giugno permise alle forze alleate di penetrare in Toscana e raggiungere il fiume Arno alla metà di luglio. Qui, dopo ulteriori combattimenti che permisero la presa di parte della città di Pisa e di Firenze ai primi di agosto, il fronte si stabilizzò per circa un mese <683.
 

L’avanzata alleata dalla linea del Trasimeno fino al fiume Arno. Mappa tratta dal volume Cassino to the Alps (carta IX). Qui ripresa da Jonathan Pieri, Op. cit. infra

2. Sulla linea dell’Arno
La linea del fiume Arno era quella che originariamente, passando per i Monti Pisani, il feldmaresciallo Kesselring intendeva tenere per almeno tutto l’inverno 1944-1945. Per vari motivi però il comandante tedesco decise di arretrare la linea Gotica di diversi chilometri verso nord, abbandonando completamente la piana della Versilia meridionale e quasi tutta la Lucchesia. Kesselring si era reso conto che le fortificazioni della originale linea difensiva erano troppo esposte sul lato tirrenico e probabilmente, ancora una volta, sulla sua decisione dovette ancora una volta pesare il timore di un possibile sbarco anfibio alle spalle delle forze tedesche. Le piatte ed estese spiagge della zona di Viareggio potevano essere un punto molto favorevole per un attacco e, pur essendo state munite di fortificazioni ed ostacoli, il feldmaresciallo non volle rischiare, abbandonando la città balneare nelle mani degli anglo-americani attestandosi più a nord <684. La decisione fu di importanza cruciale per le sorti delle popolazioni della Bassa Versilia e della piana di Lucca, perché evitò il previsto sfollamento generale dell’area e ulteriori mesi di occupazione tedesca. Questo però non significava che la linea dell’Arno diventasse totalmente inutile, perché più a lungo i tedeschi fossero riusciti a tenerla, più tempo avrebbero avuto per approntare le fortificazioni della linea Gotica.
Quando la 5ᵃ Armata del generale Clark giunse sul fiume, molte delle sue unità erano esauste. Il IV Corpo d’Armata del generale Willis D. Crittenberger in particolare, che si trovava all’estrema sinistra del fronte, aveva assoluta necessità di una pausa, con la quale si poteva anche effettuare una riorganizzazione delle forze. La 1ᵃ Divisione Corazzata venne finalmente organizzata secondo le nuove tabelle di ordinamento emanate l’anno precedente, mentre nello stesso periodo stavano entrando in linea nuove formazioni quali la 92ᵃ Divisione di Fanteria «Buffalo» americana e le prime unità della Força Expedicionária Brasileira (FEB) <685. Il 24 luglio, per rilevare la 34ᵃ e la 91ᵃ Divisione di fanteria, il generale Crittenberger e il suo superiore, generale Clark, decisero di formare un’unità mista a partire dalla 45ᵃ Brigata antiaerea, la quale assunse la denominazione di Task Force 45 (TF 45)686. Tale unità, che sarebbe stata molto importante per la storia della liberazione della Versilia meridionale, iniziò ad entrare in linea nella notte tra il 26 e il 27 luglio 1944 sull’estremo fianco sinistro dello schieramento del IV Corpo d’Armata, per una lunghezza di fronte complessiva di circa 25 chilometri <687. In quel momento, dalla parte opposta dello schieramento si trovavano alcune formazioni appartenenti alla «Reichsführer SS» <688.
[NOTE]
681 Cfr. W. G. F. Jackson, La battaglia di Roma, Baldini & Castoldi, Milano 1970, capitolo 7.
682 È ancora accesa la diatriba riguardante la decisione di Mark Clark di puntare su Roma anziché procedere con il piano originale deciso dal generale Alexander. Questo prevedeva che la testa di sbarco ad Anzio effettuasse al momento opportuno una sortita volta a sbarrare la strada alla 10ᵃ Armata tedesca in ritirata dal fronte di Cassino, permettendone l’annientamento. A questo proposito si vedano le interessanti conclusioni a cui giunge Peter Caddick-Adams nel suo L’inferno di Montecassino. La battaglia decisive della campagna d’Italia, Mondadori, Milano 2014.
683 Cfr. Ernest F. Fisher, Jr., Cassino to the Alps, Center of Military History, Washington D.C., 1993, capitoli da 13 a 15.
684 Cipollini, Il piano di sfollamento totale della provincia di Lucca, cit., pp. 152-153
685 Fisher, Cassino to the Alps, cit., p. 286-287.
686 Queste informazioni sono tratte da un rapporto dattiloscritto inerente la storia della Task Force 45. Il documento, dal titolo History of Task Force 45 (29 July 44 to 28 January 45), fa parte dei World War II Operational Documents ed è disponibile sul sito della Combined Arms Research Library (CARL).
687 Ivi, p. 1.
688 Ivi, p. 7.
Jonathan Pieri, Massarosa in guerra (1940-1945), Tesi di laurea, Università degli Studi di Pisa, Anno Accademico 2013-2014

giovedì 7 settembre 2023

Entrate le truppe in Toscana alla metà di giugno, il 15 le troviamo a Grosseto, il 25 a Piombino


Pochi mesi più tardi, crollato dopo l'11 maggio [1944] il fronte di Cassino, lo schieramento della Wehrmacht si sposta e si avvicina alla Toscana. Ma poiché da tempo all'allestimento delle fortificazioni si era dedicata intensa attenzione, la regione si era andata dividendo ulteriormente proprio rispetto alla definizione della linee di resistenza previste dai Tedeschi: la fascia a nord dell'Arno e le valli che conducono ai valichi transappenninici erano presidiate fortemente. In particolare, dalla primavera, nelle zone periferiche dell'alto Casentino e del Pratese dove si erano potute rafforzare e rendere temibili le organizzazioni armate della Resistenza, i rastrellamenti antipartigiani si erano andati infittendo, e con essi le misure drastiche contro i civili, delle quali i Tedeschi assumevano la diretta responsabilità, dichiarando, il 20 aprile, che l'azione intrapresa "contro le bande" a nord-ovest di Firenze si era conclusa con 289 morti e 115 prigionieri, pretesi "nemici", e con perdite trascurabili <31.
Con dati più vicini alla realtà ne prendevano atto le pur ipocrite ed elusive relazioni della GNR dell'aprile. "Il 10 corrente la divisione germanica "Goering", si portò nella zona di Cecina [sic per Cercina] e Sommaia <32, nell'intento di disperdere le bande ribelli […] o […] convogliarle entro i limiti territoriali previsti per il compimento della manovra aggirante […]. Nella fase preliminare dell'azione furono fermate circa 300 persone sospette, parte delle quali […] rilasciate, mentre le rimanenti furono trasportate a Firenze <33." E più tardi: "A tutto il 16 corrente, il reparto misto della G.N.R. e dell'esercito germanico, operante nella zona compresa fra Monte Griffone, Corniolo, Piserno, Strabatenza, S. Paolo in Alpe e Monte Falterona, ha inflitto ai ribelli le seguenti perdite: morti 500, prigionieri 200. Sono stati, inoltre, catturati 61 renitenti alla leva. Nessuna perdita da parte nostra." <34 La verità, faticosamente diffusa attraverso la stampa clandestina, era che "nel Mugello e nel Casentino" si erano combattuti non "i patrioti, ma la popolazione rurale. In Casentino, oltre 400 vittime, in Mugello 300 circa. Sevizie, violenze a donne, incendi di case abitate, furto in massa […] la repressione ha operato soprattutto sui centri abitati, non sulla montagna. È un terrorismo che ci farà molto male, in ordine all'appoggio che i contadini potranno dare ulteriormente alle bande. <35"
A nord-est, in Lucchesia, nel luglio e nell'agosto si fortificano gli accessi all'alta Valle del Serchio (Garfagnana) e a quella della Lima (che conduce al colle dell'Abetone) intervenendo a Borgo a Mozzano, alla confluenza dei due fiumi; mentre sul litorale lucchese e su quello di Massa la distruzione delle case sulla linea del torrente Cinquale, nella seconda settimana di luglio, comincia a prefigurare la trasformazione di quel territorio in un campo di battaglia, che sarà devastato fino al 1945. Nel Pistoiese, la sequenza delle misure che colpiscono il paese di Cireglio può essere ritenuta esemplare. Da questo centro della montagna che sovrasta immediatamente la pianura e dà accesso alla valle del Po attraverso il bacino del Reno, il 14 luglio si fanno sfollare tutti gli abitanti all'infuori dei maschi abili al lavoro; poi, nella prima settimana di agosto, giunti ormai gli Alleati sull'Arno, lo sgombero dei civili si fa totale; infine, la settimana seguente, si procede a distruggere duecento case e le chiese, si rende l'area inabitabile con la distruzione dell'acquedotto, e si fanno saltare i ponti, mentre si ultimano le installazioni per i cannoni della Linea Gotica. Dietro le linee, insomma, le vie di transito anche secondarie che varcano giogaie maggiori e minori dell'Appennino sono oggetto di sorveglianza intensa, in particolare nella Garfagnana. Questa lunga valle parallela alla costa, fortemente protetta rispetto alle offese dal mare, dotata di strade dirette a nord-ovest e percorsa dalla ferrovia Lucca-Aulla <36, vede addensarsi su tutti i villaggi, specialmente quelli a ridosso delle Apuane, operazioni contro i partigiani e contro la popolazione che mirano a rendere gli spazi totalmente agibili per le forze dell'Asse. Sulle montagne che delimitano la valle a ovest, al di qua e al di là del crinale, si trovano ad esempio Vinca, nel bacino interno del torrente Lucido, e Sant'Anna di Stazzema sul versante tirrenico. In questi due centri, fra il 12 e il 25 agosto, si compiono due stragi di civili, punti estremi di operazioni di rastrellamento che devastano tutta l'area dalla Versilia fino a Fivizzano, cioè agli accessi alla Lunigiana e ai valichi che conducono all'Emilia.
La mescolanza di "guerra ai civili" e operazioni strategiche emerge vistosamente dalle indicazioni in apparenza confuse, ma nell'insieme impressionanti, circa la "situazione delle bande", nei rapporti tedeschi, che hanno carattere generale ma riguardano in effetti soprattutto l'Appennino tosco-emiliano. Il 16 agosto si dice che in Italia i partigiani hanno perso, tra l'11 e il 15 agosto, cento prigionieri e ben 884 morti. Nello stesso periodo sono arrestati novemila "sospetti" (verdächtige) e solo 55 renitenti al servizio del lavoro. Il 21 agosto poi si aggiunge non solo che le bande hanno perso, tra il 16 e il 20, altri 705 morti e 126 prigionieri, ma si registrano, per il periodo dal 1° agosto al 15, 621 morti e 100 prigionieri, oltre all'arresto di 531 renitenti al lavoro, che evidentemente devono essere aggiunti ai precedenti <37. Cifre tutte che rivelano, come è già stato ben visto dagli studiosi analizzando altre fonti tedesche, sia la ferocia di azioni che producono un'assurda sproporzione tra i moltissimi morti e i pochi prigionieri (circa uno su sette), sia l'obiettivo reale del rastrellamento di civili, dichiarati a priori sospetti e quindi deportabili, sicché i due o trecento prigionieri e i meno che seicento "renitenti" sono, nell'insieme, quantità trascurabile rispetto ai novemila civili arrestati, dieci volte più numerosi.
[...] Altri motivi d'incertezza si aggiungevano, e in primo luogo stava l'incertezza già ricordata circa il comportamento alleato in direzione delle aree ligure e tirrenica <38. Basta ricapitolare la prima fase dell'avanzata angloamericana per vederlo. Entrate le truppe in Toscana alla metà di giugno, il 15 le troviamo a Grosseto, il 25 a Piombino. Il fatto che forze sotto comando francese venute dalla Corsica, pochi giorni prima, avessero occupato l'isola d'Elba con l'operazione ‘Brassard', concorre a spiegare il rapido ripiegamento tedesco, anche se la resistenza sull'isola era stata ostinata ed aveva trasformato lo sbarco in un massacro: quattrocento morti e seicento feriti solo nella 9ª Divisione coloniale francese <39. Sulla costa la 36ª Divisione americana giunge a Campiglia Marittima lo stesso giorno che a Piombino; qui la 34ª le dà il cambio, ed arriva oltre il fiume e la città di Cecina il 2 luglio. A oriente operano due colonne della 1ª Divisione corazzata del Sesto Corpo US: una supera il Cecina a ovest di Volterra ai primi di luglio, la seconda, a est della città etrusca, che comanda l'accesso alla valle dell'Era, giunge a Càsole, al margine occidentale dell'alta Val d'Elsa <40.
Questa cronologia sommaria indica certo una debolezza tedesca, ma anche la disposizione dei difensori a non impegnarsi a oltranza su un'area considerata persa, perché esposta all'attacco di forze soverchianti da terra e dal mare. Comunque, dopo giugno, visto che la puntata francese nel Tirreno resta un episodio isolato, l'attenzione della Wehrmacht si sposta definitivamente, come abbiamo visto, verso i valichi appenninici che conducono alla Padania centrale e occidentale, vie di transito per i rifornimenti ma anche passaggi vitali per una possibile ritirata, anche perché restano particolarmente vivi, fino almeno agli sbarchi in Provenza del 15 agosto, i timori di un attacco all'area circumgenovese, al punto che nell'estate apparve manifesta la disponibilità della Wehrmacht ad abbandonare perfino il Piemonte, lasciando solo pendente la minaccia di una ritirata sul modello praticato sulle coste francesi atlantiche, cioè con forti presidi abbandonati a difendere i porti per interdirne l'uso agli avversari.
L'incertezza degli occupanti era comprensibile, perché in realtà, nello stesso periodo, neppure gli Alleati avevano ben chiara quale sarebbe stata la loro linea di attacco. Di certo essi dovevano ridefinire l'impiego offensivo di risorse molto ridotte. Stabilita definitivamente la priorità dello sbarco in Provenza, dovettero infatti partire dalla Toscana in luglio, per riposare e riorganizzarsi in vista del nuovo impegno, tre delle divisioni americane e tutte le quattro sotto comando francese. Un drenaggio di forze che si compie rapidamente, e che si conclude entro la fine del mese, quando la 5ª Armata statunitense e l'8ª britannica allargano i loro schieramenti per coprire i vuoti lasciati sia dal Corpo di spedizione francese, che parte subito dopo aver operato molto attivamente nell'area senese, sia dalle divisioni USA che hanno concorso, come si è detto, a liberare la costa. Proprio in quel momento si sta svolgendo la manovra che porterà all'occupazione dell'Oltrarno a Firenze, alla quale concorrono anche i Neozelandesi, costretti a tornare al fronte prima del previsto, dopo gli estenuanti combattimenti da Cassino alla valle del Liri.
Verso la fine degli anni ottanta del ventesimo secolo, la congiuntura strategica toscana dell'estate 1944 ha attirato l'attenzione degli autori della storia ufficiale britannica della campagna d'Italia, i quali hanno individuato in quel momento la svolta decisiva della guerra nel teatro di operazioni mediterraneo. Fino alla prima settimana d'agosto, infatti, Inglesi e Americani concordano nel progetto di raggiungere la Valle Padana principalmente seguendo la via da Firenze a Bologna. Dopo di allora, invece, con una decisione presa il giorno 4, la principale linea di attacco dell'8ª Armata si sposta verso l'Adriatico, nella cui area vengono accumulate scorte per tre divisioni corazzate e otto di fanteria, mentre solo sei (tre corazzate e tre di fanteria) mantengono depositi e linee di comunicazione a occidente del crinale appenninico <41.
Il piano primitivo aveva previsto come conseguenze, per gli Alleati, d'impiegare il massimo di energie e di risorse per liberare in primo luogo tutta la Toscana, e in seguito sollecitare al massimo la ricostruzione di quelle strutture che si rendessero necessarie per alimentare l'offensiva finale già nell'autunno. Il piano modificato ebbe invece due esiti diversi: in primo luogo, il processo di liberazione del territorio toscano occupato dai Tedeschi rallentò molto, tanto che il settore di nord-ovest fu, di fatto, abbandonato a sé stesso fino alla conclusione della guerra in Italia; e in secondo luogo ci fu un cambiamento profondo nelle funzioni delle forze occupanti alleate e nella gestione di quell'economia della guerra che, come accenneremo, ebbe nella parte liberata della regione un'influenza poco minore di quella che esercitò nell'area napoletana, e alla quale non sempre gli storici dedicano adeguata attenzione.
[NOTE]
31  "Das nordostw. [ärds] Florenz durchgeführte Unternehmen gegen Banden wurde abgeschlossen. Gesamtverluste des Feindes: 289 Tote und 115 Gefangene. Die eigenen Verluste sind nur gering." Cfr Die Geheimen Tagesberichte, cit., Band 10, 1. März 1944 - 31. August 1944, cit., TAGESMELDUNGEN VOM 20. APRIL 1944, p. 144, col. 1.
32  Cercina e Sommaia sono toponimi della zona di Calenzano, a nord di Firenze.
33  Notiziario GNR del 21 aprile 1944, p. 29.
34  Notiziario GNR del 24 aprile 1944, p. 33.
35  Cfr. Una lotta nel suo corso, Lettere e documenti politici e militari della resistenza e della liberazione, cit., p. 143.
36  Da sempre la linea è stata considerata strategica per rifornire di proiettili di grosso calibro la squadra navale della Spezia.
37  Cfr. Die Geheimen Tagesberichte der Deutschen Wehrmachtführung im Zweiten Weltkrieg, 1939 – 1945, herausgegeben [...] von Kurt MEHNER, Band 10, 1. März 1944 - 31. August 1944, cit., TAGESMELDUNGEN VOM 16. AUGUST 1944, "In der Zeit vom 11. - 15.8. […] verloren die Banden 884 Tote und 100 Gefangene. Außerdem wurde 9000 verdächtige Personen und 55 Arbeitverweigerer festgenommen." (p. 448, col. 1). Ibidem, TAGESMELDUNGEN VOM 21. AUGUST 1944, "In der Zeit vom 16. - 20.8. verloren die Banden 705 Tote und 127 Gefangene. [...] in der Zeit vom 1. - 15.8. verloren die Banden 621 Tote, 100 Gefangene und 531 Arbeitsverweigerer wurden festgenommen." (p. 463, col. 2)
38  Già il 13 maggio 1944 la GNR registrava voci secondo cui tra la popolazione e i partigiani della Lucchesia circolavano "voci di eventuali ipotetici sbarchi che dovrebbero effettuarsi a Livorno, Viareggio, Pietrasanta e località viciniori." (p. 15). V. anche sopra, nota 16 e testo relativo.
39  La durezza dell'impegno fu, anche all'Elba, usata poi a pretesto dai nuovi occupanti per giustificare abusi e violenze contro la popolazione.
40  Per questa ricostruzione seguo soprattutto William JACKSON, with T. P. GLEAVE, The Mediterranean and Middle East, vol. VI, Victory in the Mediterranean, Part II, June to October 1944, London, Her Majesty's Stationery Office, 1987, soprattutto pp. 3-49 e la carta geografica tra le pagine 12 e 13.
41  L'entità delle conseguenze logistiche del cambio di strategia è precisata in C. J. C. MOLONY, with F. C. FLYNN, H. L. DAVIES, T. P. GLEAVE, revised by William JACKSON, The Mediterranean and Middle East, vol. VI, Victory in the Mediterranean, Part II, cit., pp. 126 - 134.
Gianni Perona, La Toscana nella guerra e la Resistenza: una prospettiva generale, in "Storia della Resistenza in Toscana", a cura di Marco Palla, Volume secondo, Carocci editore - Regione Toscana, Consiglio Regionale, Roma-Firenze, 2009 

La presenza delle unità della Wehrmacht nell'area regionale toscana fu in linea di massima inferiore alla durata di un anno; nella maggior parte delle sue province essa durò da nove (in quella di Grosseto, la prima a essere liberata) a dodici mesi (come nel caso di Pistoia, Pisa e Lucca), con l'unica eccezione di Apuania (come allora si denominava l'aggregazione in un capoluogo di provincia unico di Massa e Carrara), che subì la sorte dell'arresto del fronte alleato a ridosso della Linea Gotica sui contrafforti delle Apuane, rimanendo con la parte settentrionale della Garfagnana di fatto sulle prime linee dello schieramento tedesco sino alla fase finale dell'offensiva alleata, nell'aprile 1945 (Massa e Carrara furono infatti liberate il 16 aprile 1945, dopo venti mesi di dominazione tedesca).
Fu soprattutto nei mesi dell'estate e autunno del 1944 che le province toscane furono soggette al passaggio della guerra guerreggiata, destinata a lasciare tracce cruente della presenza delle forze d'occupazione in particolare nella fase della ritirata, come vedremo meglio più avanti, e cumuli di macerie nei centri urbani bersagliati dall'aviazione alleata e dalle artiglierie dei due schieramenti che si fronteggiavano. Mentre la presa di possesso da parte delle unità militari e di polizia tedesche nel settembre 1943 era avvenuta senza scontri di rilievo, se si eccettuano primi episodi di resistenza lungo l'area costiera, in particolare a Piombino e all'altezza e nell'isola d'Elba, in un contesto in cui il fronte meridionale delle difese tedesche si assestava tra Napoli e Roma alcune centinaia di chilometri più a sud, la ritirata della Wehrmacht si verificò in condizioni che coinvolsero profondamente il territorio regionale, attraversato dal confronto ravvicinato tra le formazioni tedesche che cercavano di raggiungere posizioni sempre più a nord e le unità alleate che unitamente alle formazioni partigiane le incalzavano da sud <1.
Questa doppia dinamica avanzata-ritirata, il martellamento dell'aviazione alleata, l'incognita di una popolazione tendenzialmente ostile e la presenza di una nutrita guerriglia partigiana diffusa sul territorio, con particolare riferimento alle aree montuose e collinari, e di un'altrettanto diffusa rete di attentati e di sabotaggi nelle aree urbane, costituiscono la cornice all'interno della quale operarono le forze tedesche in ritirata. Ma questo, se si fa astrazione dallo spostamento del fronte nell'estate-autunno 1944, fu anche il quadro di riferimento della fase di “normalità” dell'occupazione, nel cui ambito ogni priorità riguardava la sicurezza delle forze d'occupazione e non già la salvaguardia della popolazione civile, messa a dura prova non soltanto dalle abituali privazioni del tempo di guerra - l'insufficienza dell'alimentazione (soprattutto nelle aree urbane, molto meno per ovvie ragioni in quelle rurali), la deficienza generalizzata di beni di consumo (in particolare per l'abbigliamento), l'insufficienza e spesso la totale inefficienza dei servizi pubblici (difficoltà nei trasporti, erogazione limitata o addirittura sospesa di acqua, gas e luce) - ma anche da vessazioni suppletive come la requisizione di case e di alloggi, l'obbligo di consegnare autovetture, la sottrazione di automezzi da trasporto che spesso erano strumenti di lavoro, l'obbligo di consegna di scorte o materiali che servivano all'esercizio di piccoli commerci o addirittura all'uso domestico, al di là di ogni altra incognita derivante dallo stato di guerra (i danni dei bombardamenti aerei, di scontri armati nelle campagne e via dicendo).
Il fatto in particolare che le unità della Wehrmacht dovevano, in linea di massima, approvvigionarsi sul posto finiva per legittimare ogni onere imposto a carico della popolazione, legittimava ogni gesto di prepotenza non di comandi ma anche di ogni singolo appartenente alle unità militari o di polizia della forza d'occupazione; contro questi atti di prepotenza non vi era alcuna possibilità di ricorso o atto di riparazione che non derivasse dalla buona volontà individuale di un superiore o di un comandante locale. Le cronache private e le memorie locali sono piene di episodi di questa natura.
Tra i fattori che già prima dell'arrivo dei tedeschi avevano profondamente inciso sullo stato d'animo e sulle abitudini della popolazione vanno annoverati i processi di sfollamento soprattutto nell'area costiera, derivanti non soltanto
dall'effetto dei bombardamenti ma anche da provvedimenti delle autorità militari per esigenze di difesa contro l'eventualità di sbarchi nemici. Alla metà di novembre 1943, dopo che il comando militare di Livorno aveva ordinato lo sgombero della città, poco più di un decimo della popolazione era presente nella città, secondo quanto comunicava il 18 novembre il comando militare di Livorno <2. E analoga constatazione le autorità tedesche facevano a proposito della situazione di Pisa: «Anche Pisa perciò - notava lo stesso rapporto appena citato - dà l'impressione di una città morta».
Nel quadro della situazione regionale un elemento caratteristico, che influenzò sicuramente sia il comportamento delle forze d'occupazione che quello delle autorità italiane e della popolazione, fu il frequente e rapido avvicendamento delle unità militari della Wehrmacht le quali, al di là del modesto organico, come del resto dappertutto nel resto d'Italia, della Militärverwaltung e delle poche guarnigioni stanziali, finivano per determinare la linea di condotta dell'esercito d'occupazione. Secondo la ricostruzione di Carlo Gentile non furono meno di ventisei le unità delle forze armate tedesche appartenenti alla 10a e alla 14a Armata che si avvicendarono nell'area regionale tra l'8 settembre e il momento dell'assestamento del fronte dopo la liberazione di Firenze e di Prato sul versante centrale della Toscana e di Pistoia, Lucca e Pisa lungo l'arco centro-settentrionale della regione <3. È chiaro che almeno una parte degli episodi di diffusa violenza che accompagnarono la quotidianità della forzata convivenza tra popolazione locale e occupanti furono dovuti al fatto che la transitorietà della presenza delle unità d'occupazione impediva che si creasse qualsiasi consuetudine e convenienza di buon vicinato e contribuiva ad abbattere i freni inibitori di unità e di singoli militari.
È da sottolineare ancora che la vita delle popolazioni fu fortemente influenzata dal martellamento dell'aviazione alleata, forse molto più di quanto non appaia da qualche cronaca locale; soprattutto nell'area costiera e lungo le grandi vie di comunicazione l'intervento dell'aviazione alleata fu ininterrotto, sia che desse luogo ad azioni offensive di bombardamento o di mitragliamento, sia che provocasse semplicemente allarmi aerei, la cui frequenza scardinava totalmente il ritmo della vita quotidiana ma soprattutto ingenerava nella popolazione, e probabilmente negli stessi militari, la sensazione paralizzante di essere totalmente in balia dell'aviazione alleata e privi di qualsivoglia protezione.
Nei carteggi interni delle autorità della RSI (carte di questura e di prefettura) <4 la certificazione puntigliosa degli attacchi aerei sembra rappresentare l'incombere di una minaccia pari almeno alla denuncia delle incursioni dei «ribelli».
[NOTE]
1 Per il contesto della situazione regionale nel periodo considerato vanno tenute presenti alcune opere generali alla cui bibliografia si rinvia per ogni altro approfondimento: Storia d'Italia. Le regioni dall'unità a oggi, La Toscana, a cura di G. Mori, Einaudi, Torino 1986; G. Verni, La Resistenza in Toscana, in “Ricerche storiche”, gennaio-aprile 1987, pp. 61-204; I. Tognarini (a cura di), 1943-1945, la liberazione in Toscana. La storia, la memoria, Pagnini, Firenze 1994.
2 Cfr. Istituto storico della Resistenza in Toscana, Toscana occupata. Rapporti delle Militärkommandanturen, 1943-1944, Introduzione di M. Palla, traduzione di R. Mauri-Mori, Olschki, Firenze 1997, p. 215.
3 C. Gentile (a cura di), Le stragi nazifasciste in Toscana 1943-45, vol. IV, Guida archivistica alla memoria. Gli archivi tedeschi, Carocci, Roma 2005; Id., Politische Soldaten: Die 16. SS-Panzer-Grenadier-Division “Reichsführer SS” in Italien 1944, in “Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Bibliotheken”, LXXXI, 2001, pp. 529-61.
4 Consultabili in fotocopia presso l'Archivio dell'Istituto storico della Resistenza in Toscana (d'ora in avanti AISRT).

Enzo Collotti, L'occupazione tedesca in Toscana in (a cura di) Marco Palla, Storia della Resistenza in Toscana, Volume primo, Carocci editore - Regione Toscana, Consiglio Regionale, 2006

lunedì 20 marzo 2023

1960: il partito comunista contro il congresso del MSI a Genova

Genova: Piazza De Ferrari

Il 16 febbraio del 1959, la caduta del governo ‘monocolore’ democristiano, in carica dal luglio dell’anno precedente, fu il primo di una serie di eventi che segnarono uno snodo importante nell’immaginario della sinistra italiana, e forse non solo di questa. Dopo le dimissioni del secondo governo di Amintore Fanfani, e di un altro, brevissimo, guidato per la seconda volta dal democristiano Antonio Segni, il 26 marzo 1960 il presidente della repubblica Giovanni Gronchi incaricò un altro esponente della DC, Fernando Tambroni, di formare un nuovo governo. Il nuovo monocolore proposto ottenne una stretta fiducia alla Camera grazie all’appoggio del movimento sociale italiano e, successivamente, in Senato, grazie ancora all’appoggio missino e a quello dei monarchici.
Il mese successivo, il MSI, guidato da Arturo Michelini, annunciò che il VI congresso del partito avrebbe avuto luogo a Genova a inizio luglio. La decisione missina, considerando il fatto che Genova era medaglia d’oro per la Resistenza, fu interpretata dalla sinistra come una provocazione, ad aggravare la quale concorse la comunicazione della partecipazione al convegno di Carlo Emanuele Basile. Questi era stato infatti deputato e consigliere nazionale della Camera dei fasci e delle corporazioni durante il fascismo, aveva dichiarato immediata adesione alla repubblica di Salò, era stato prefetto di Genova ed era stato tra i responsabili degli arresti di molti operai e antifascisti per gli scioperi del giugno 1944, a cui aveva fatto seguito la deportazione di oltre un migliaio di operai in Germania. Sedici anni dopo, il pomeriggio del 30 giugno del 1960, un corteo di migliaia di manifestanti sfilò per le strade della città, fino a raggiungere piazza della Vittoria per il comizio finale. La manifestazione, accompagnata da molte altre in svariate città d’Italia, la sera degenerò in scontri aperti all’altezza di piazza de Ferrari. Fu infine presa la decisione di rinviare il congresso, mentre proseguivano le manifestazioni e gli scontri non solo a Genova, nuovi reparti di polizia venivano inviati in città, e le organizzazioni partigiane davano vita a un comitato di liberazione. Manifestazioni e disordini continuarono nei giorni seguenti. A Licata, in Sicilia, il 5 luglio un manifestante fu ucciso e ne furono feriti molti altri; due giorni dopo, a Reggio Emilia, furono uccisi altri cinque manifestanti.
Tambroni si dimise il 22 luglio, lasciando infine spazio per un terzo governo Fanfani, monocolore, che rimase in carica fino al febbraio 1962.
Le strategie discorsive che contraddistinsero la narrazione degli eventi da parte della stampa comunista durante il breve governo Tambroni sono un chiaro esempio di quella sovradeterminazione linguistica e concettuale in cui era incorsa una parte del discorso comunista tra gli anni cinquanta e gli anni sessanta, idiomatizzazione in cui era stata coinvolta anche la concettualizzazione del ‘popolo’. "l’Unità" del 6 aprile dipinse il governo proposto da Tambroni alla Camera, che nel frattempo aveva ottenuto l’appoggio missino e che aveva provocato le proteste di parte del suo partito, come una «offesa» «al Parlamento» e un «danno» «al prestigio delle istituzioni democratiche, sollecitando un voto che non avrebbe [avuto] altro senso, evidentemente, che di imporre alle Camere e al Paese questo stato di cose, e di lasciare che la Democrazia Cristiana [conservasse] il suo monopolio politico e [continuasse] ad esercitarlo per conto di forze ed interessi che [erano] fuori del gioco della democrazia» <117.
Nei giorni seguenti, mentre davano le dimissioni dieci ministri democristiani, tra cui Giulio Pastore e Nullo Biaggi, seguìti dai ministri Giorgio Bo e Fiorentino Sullo e dai sottosegretari Antonio Pecoraro e Lorenzo Spallino, "l’Unità" pubblicava il suo dissenso «contro il vergognoso connubio fra la DC e il MSI» <118. Ingrao sottolineava poi lo «scandalo», la «vergogna» e «la gravità» del fatto, e cioè che nella «Repubblica sorta dalla Resistenza» ci fosse «un governo che [stava] in piedi solo grazie al consenso della forza politica che [rappresentava] ed [esaltava] la parte peggiore e più umiliante» della storia italiana. D’altra parte, continuava il dirigente comunista, nonostante le dimissioni dei ministri democristiani, l’ala sinistra del partito non poteva essere assolta: perché aveva consentito «questo risultato sciagurato» e perché si era compromessa «in una grottesca operazione trasformistica», vendendo, «per un piatto di lenticchie», la possibilità di opporsi «non solo alla svolta a destra, ma alla sagra degli inganni, delle ipocrisie, delle doppiezze» <119.
Il pericolo proveniva dunque dalla minaccia alla democrazia e, nelle parole di Togliatti a una manifestazione organizzata dalla FGCI ad Albano, dalla potenziale «involuzione reazionaria» del paese <120. In definitiva, veniva utilizzata la stessa retorica politica che aveva caratterizzato il discorso pubblico comunista degli ultimi anni di guerra e dell’immediato dopoguerra, quello della lotta contro il fascismo, prima, e del pericolo di un suo ritorno, poi.
Ora come allora, il popolo era chiamato a svolgere sulla stampa una funzione politica legittimante, che si snodava attraverso due plessi narrativi tra loro intrecciati: quello che faceva leva sull’oltraggio perpetrato dalle forze reazionarie sul popolo e quello della legittimità della protesta politica di opposizione in sua difesa. «La DC», si sosteneva, era «diretta di fatto da quelle forze clericali e autorità ecclesiastiche che [volevano] togliere al popolo le sue conquiste democratiche» <121.
Nell’intervallo tra la fiducia ottenuta dal governo alla Camera (4 aprile) e la fiducia ottenuta al Senato (29 aprile), Tambroni presentò le dimissioni (11 aprile). Prima che Gronchi le respingesse, l’Unità aprì il numero del 12 aprile con “Il paese non tollera il ritorno a un passato di vergogna”. Alfredo Reichlin commentò le dimissioni con un articolo dal titolo fortemente evocativo, “Vittoria antifascista”, che instaurava un’equivalenza diretta tra le dimissioni del ministro democristiano e la caduta del fascismo:
«L’avventura del governo DC-fascisti è finita in tre giorni nel modo più vergognoso. […] La vergognosa conclusione dell’avventura di Tambroni è una chiara vittoria dell’antifascismo. Ancora una volta la DC ha dovuto prendere atto che il Paese non tollera che si superi un certo limite, il limite oltre il quale le manovre reazionarie assumono apertamente le sembianze ripugnanti del fascismo. Ma non solo questo: per la prima volta si è visto che i partiti di
ispirazione democratica o liberale […] non sembrano più disposti a servire da comodino alla DC. […] Tuttavia, sarebbe sciocco negare che la situazione è molto seria e che gravi sono le minacce che incombono sulla democrazia italiana. L’opinione pubblica avverte queste minacce ed è bene che sia così. Ritornare ai tempi delle camicie nere è impossibile, perché il popolo non lo permetterebbe mai» <122.
L’equivalenza tra nazione, popolo e antifascismo era stato il refrain della retorica comunista nei primi anni della repubblica, così come lo era stato l’accento sull’unità delle forze democratiche contro quelle reazionarie (in questo caso richiamata da «i partiti di ispirazione democratica o liberale»). La ‘riesumazione’ del governo a opera del presidente della repubblica, nelle parole de "l’Unità", era descritta sul quotidiano come «grave offesa alla coscienza democratica e antifascista del paese» contro la quale si faceva appello affinché «si [unissero] nella lotta e nella protesta le masse lavoratrici e gli antifascisti» <123. Il parallelismo tra la DC e il fascismo era piuttosto esplicito nella maggioranza degli articoli e dei commenti, alcune volte per accostamento diretto per giustapposizione. L.P., per esempio, sullo stesso numero, si chiedeva:
«Avrebbero mai immaginato coloro che quindici anni fa insorsero vittoriosamente contro l’invasore tedesco e i suoi servi fascisti, che nell’anniversario di quelle giornate gloriose si sarebbe tentato di dar vita, per la seconda volta, a un governo sostenuto da quattro cialtroni eredi del fascismo? Quale moto di rivolta avvertiranno oggi, nell’animo loro, i cittadini di fede democratica che si riuniscono in tutto il paese per celebrare il 25 aprile? La decisione di ieri, il rinnovato tentativo di imporre il governo Tambroni, è prima di tutto uno schiaffo all’antifascismo. Un tale governo fu travolto e si dimise per la ribellione suscitata nella coscienza antifascista di tutto il popolo e di tutte le forze democratiche, laiche e cattoliche: la resurrezione del governo è una sfida a questa coscienza» <124.
Per questo, dichiarava Togliatti, «Questo partito è ormai, agli occhi di tutti, uno ostacolo che apertamente si frappone a che il Paese abbia un governo, e soprattutto a che abbia un governo rispondente alle necessità odierne, alle aspirazioni e alla volontà della grande maggioranza del popolo» <125.
Era il popolo per primo, dunque, che rifiutava in massa il fascismo, almeno la sua «grande maggioranza», quella che era espressione «di tutte le forze democratiche, laiche e cattoliche», quella che aveva «coscienza antifascista». «Occorre un governo nuovo», scriveva "l’Unità" del 30 aprile, «e il popolo riuscirà a imporlo» <126. Così, in giugno, alla notizia del congresso missino, alcuni ambienti a Genova stilarono un manifesto che venne sottoscritto da PCI, PSI, PSDI, PRI e PR: «I partiti democratici», era scritto, «denunciano questa grave provocazione e, mentre esprimono il disprezzo del popolo genovese nei confronti degli eredi del fascismo, testimoniano l’indignazione e la protesta di Genova, medaglia d’oro della Resistenza» <127.
[NOTE]
117 Fondo “La scelta c’è già”, in “31 deputati DC si pronunciano contro il monocolore Tambroni”, l’Unità, XXXVII, 97 (6 aprile 1960).
118 “Dieci ministri dimissionari. Convocata la direzione DC”, l’Unità, XXXVII, 101 (10 aprile 1960)
119 Pietro Ingrao, “Risposta a una sfida”, l’Unità, XXXVII, 101 (10 aprile 1960).
120 “Il pericolo di involuzione reazionaria viene dalla DC e dalla sua politica”, l’Unità, XXXVII, 102 (11 aprile 1960).
121 “Il pericolo di involuzione reazionaria viene dalla DC e dalla sua politica”, l’Unità, XXXVII, 102 (11 aprile 1960).
122 Alfredo Reichlin, “Vittoria antifascista”, l’Unità, XXXVII, 103 (12 aprile 1960).
123 “Riesumato il governo DC-MSI di Tambroni”, l’Unità, XXXVII, 115 (24 aprile 1960).
124 L.P., “Una sfida”, l’Unità, XXXVII, 115 (24 aprile 1960).
125 “Una dichiarazione di Togliatti”, l’Unità, XXXVII, 115 (24 aprile 1960).
126 “Tambroni passa anche al Senato solo coi voti della DC e del MSI”, l’Unità, XXXVII, 121 (30 aprile 1960).
127 “Manifesto unitario a Genova contro il congresso del MSI”, l’Unità, XXXVII, 159 (8 giugno 1960).
Giulia Bassi, Parole che mobilitano. Il concetto di ‘popolo’ tra storia politica e semantica storica nel partito comunista italiano, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 2015/2016

Nella primavera del 1960, falliti ben tre tentativi di accordo fra democristiani e socialisti, perché questi ultimi esigono l'inclusione nel programma di governo della nazionalizzazione dell'industria elettrica, il presidente della Repubblica Giovanni Gronchi affida il compito di formare un nuovo governo al democristiano Tambroni. Il suo governo ebbe la fiducia grazie al voto determinante dei monarchici e del MSI.
Pochi mesi dopo la formazione del nuovo governo, nel giugno 1960, il MSI annunciò che avrebbe tenuto il suo congresso nazionale a Genova, città simbolo della Resistenza durante l'oppressione fascista. La scelta di Genova fu una scelta provocatoria e la risposta della popolazione non si fece attendere. Come già nel luglio del '48 all'epoca dell'attentato di Togliatti, Genova mostrò di essere la città italiana più pronta all'insurrezione. Il 30 giugno la CGIL proclamò lo sciopero generale e nel capoluogo ligure scoppiò il finimondo. Nel pomeriggio una manifestazione, a cui parteciparono decine di migliaia di persone, attraversò le strade della città. La repressione del governo fu immediata, si accesero duri scontri tra manifestanti e forze dell'ordine. In questa atmosfera carica di tensione il prefetto di Genova, d'accordo con Tambroni, decise di rinviare il congresso del MSI.
Dopo questa sconfitta Tambroni volle riaffermare la sua autorità ad ogni costo, e diede il permesso alla polizia di sparare qualora si fossero verificate situazioni d'emergenza. In diverse città italiane ci furono scontri tra la popolazione e la polizia e alcuni dimostranti rimasero uccisi. La direzione democristiana allarmata cercò di sostituire Tambroni il più in fretta possibile. Il 19 luglio 1960, Tambroni fu costretto a dimettersi dalla carica di primo ministro. “L'Unità” ne dà l'annuncio con un titolo storico, «Vittoria del popolo e dell'unità antifascista. Tambroni cacciato», proponendo tuttavia contemporaneamente - attraverso i resoconti del Comitato centrale - l'impegno comunista di «raccogliere la spinta espressa dal movimento popolare» <21.
Fanfani fu richiamato per costituire un nuovo governo, formato da soli democristiani, con l'appoggio esterno di monarchici e socialdemocratici <22.
La vicenda, drammatica e grottesca, del governo Tambroni rese evidente a tutti che l'antifascismo era ormai radicato nella società italiana e ogni tentativo di svolta autoritaria e ogni attacco alle libertà costituzionali avrebbe incontrato l'opposizione di «un grandioso e incontrollabile movimento di massa di cui le forze comuniste sarebbero state una componente importante ma non certo unica» <23.
Ma in realtà, quei moti denunciano anche la questione comunista, «non è tanto la forza elettorale, infatti, a rendere impossibili l'isolamento e l'emarginazione ad aeternum del PCI, quanto piuttosto la sua partecipazione a pieno titolo al patto costituente: nonostante Stalin, la guerra fredda e gli stessi avvenimenti del 1956, resta il fatto che la carta fondamentale della Repubblica reca il marchio incancellabile del contributo comunista» <24.
[NOTE]
21 Cfr. “l'Unità”, 20 luglio 1960.
22 Cfr. P. Ginsborg, op. cit., pp. 346–348.
23 Ibid.
24 S. Lanaro, op. cit., p. 402.
Vincenzo Aristotele Sei, Il partito comunista nella società italiana da Togliatti a Berlinguer, Tesi di laurea, Università della Calabria, 2010