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mercoledì 18 marzo 2026

Al nord tra i partigiani era arrivato il generale Cadorna


Nel frattempo, sul fronte militare del Settentrione l'affiatamento all'interno del Comitato, l'impegno unitario e un lavoro sempre più efficace e coordinato rimanevano necessità da risolvere con urgenza, soprattutto sotto la pressione dei continui arresti. "Abbiamo raggiunto un faticoso e faticato modus vivendi coi comunisti nel Comando militare" <708, scriveva nel giugno [1944] Parri ad Alberto Damiani in Svizzera, "con che si apre un altro periodo ed esperimento di convivenza delicato e probabilmente fastidioso" <709. A tale problema furono destinate varie sedute da parte del Clnai, sempre foriere di animate discussioni. L'organismo, tuttavia, andava sperimentando, con il nativo Corpo dei volontari della libertà, nato dalle ceneri del vecchio "Comando militare", una nuova formula, che prevedeva l'istituzione di un capo, un "ufficiale superiore effettivo", di comprovata fede e di sicura competenza, alla cui nomina avevano contribuito non poco le proposte presentate dal partito liberale alla riunione del 4 giugno. In tale occasione la delegazione del Pli aveva chiesto al Comitato militare di avvalersi dell'opera di elementi tecnici di provata capacità, quali ufficiali e militari di indiscussa fede politica antifascista e di nota perizia tecnica, perché essi fossero accolti all'interno dell'organizzazione in sostituzione dei rappresentanti dei partiti. Il Pli auspicava, altresì, che si addivenisse alla costituzione di un Comando militare unico, con il compito di dirigere l'azione delle unità operanti in Alta Italia.
Il 19 giugno il Comitato di liberazione Alta Italia approvava così, con testo definitivo, l'aggregazione al Cmai di un elemento tecnico, con le funzioni di consigliere militare. Per l'iniziale "riluttanza dei partiti, specie quello comunista e d'azione a essere subordinati a una superiore autorità e per la mancanza, allora, a Milano, di un uomo sulla cui idoneità si fosse tutti d'accordo" <710, si ricorse provvisoriamente al generale Giuseppe Bellocchio, uomo dal carattere mite, comandante clandestino della piazza militare della città in sostituzione del generale Dino Bortolo Zambon <711, arrestato nel maggio 1944, insieme al generale Giuseppe Robolotti e al colonnello Gino Marini, con l'imputazione di "spionaggio e costituzione di banda armata" <712. Bellocchio era stato preferito al generale Luigi Masini, il famoso comandante delle Fiamme Verdi, uomo dal "carattere forte e duro da smuovere quando deciso a seguire una certa linea di condotta" <713. Bellocchio, più "arrendevole" <714 di Masini, avrebbe guidato il Cvl solo in attesa dell'arrivo al Nord del generale Raffaele Cadorna, benvoluto un po' da tutti, in quanto consigliere tecnico-militare del partigianato per conto del governo Bonomi e degli Alleati. Quest'ultimo, salito l'11 agosto su di un quadrimotore Halifax, sarebbe stato paracadutato dagli inglesi della Raf - insieme al capitano Churchill, veterano della Special Forces, non imparentato con il grande statista -, in Val Cavallina, nella bergamasca, per prendere il comando del neonato Cvl. Una formazione partigiana avrebbe inviato via radio il segnale concordato e acceso in loco i fuochi per riceverli. Il maggiore inglese De Hahn, impiegato negli uffici centrali della Soe a Monopoli, ottimo conoscitore della lingua italiana perché ex prigioniero di guerra, gli aveva consegnato un foglio con le direttive generali: egli si sarebbe stabilito in val Camonica, zona occupata dalle formazioni Fiamme Verdi, e da lì avrebbe preso contatti con il Clnai. In una lettera, arrivata il 16 agosto alla Segreteria del Comitato, Mc Caffery rassicurava così Pizzoni circa la questione militare: "Per quanto riguarda il lato militare credo che prima di ricevere questa mia comunicazione tutti i problemi ivi connessi saranno in gran parte risolti perché a) sarà arrivato quel generale che Voi avete chiesto come consulente. Egli arriverà fresco fresco con idee precise e chiare di ciò che hanno in mente i comandi supremi. B) sarà accompagnato da un ufficiale alleato di collegamento c) avrete contatti radiotelefonici soddisfacenti col sud" <715.
Non è un caso se Cadorna, appena giunto, avrebbe incontrato a Darfo, nel bresciano, alla vigilia di ferragosto, il generale Masini: "Incontrai alcuni capi delle "Fiamme Verdi", anzitutto il generale Masini, ufficiale di bella fama alpina, che ne era stato il fondatore. Aveva sede normalmente a Milano, ma esercitava autorità sulle formazioni della val Camonica e delle valli bresciane. Di carattere vivace, si era urtato coi vari CLN locali e aveva assunto un atteggiamento indipendente che mantenne anche in seguito. […] Le "Fiamme Verdi" si qualificavano autonome, cioè non dipendenti da partiti politici; nella zona da esse occupata era preponderante l'influenza dei democristiani. Tentativi fatti dai comunisti per infiltrarsi e provocare scissioni e defenestrazioni erano oggetto di aspre proteste e di vivaci reazioni. Le "Fiamme Verdi" avevano nuclei in Valcamonica e tenevano aperta una via di comunicazione con la Svizzera ove si appoggiavano alle rappresentanze degli Alleati" <716.
Due giorni dopo, poiché non era risultato attuabile il progetto di stabilire una base in Val Camonica e di convocare da lì gli esponenti del Clnai - si era sparsa infatti in zona la voce dell'atterraggio di Cadorna e l'accampamento era in allarme - egli aveva deciso di trasferirsi a Milano, "cuore del ribellismo e del rischio" <717, passando per Bergamo e per Monza. Arrivato nel capoluogo lombardo, aveva preso contatti con Mario Argenton, divenuto il 9 giugno, a seguito dell'arresto di Giulio Alonzi, rappresentante del partito liberale e delle formazioni autonome nel Cmai. Cadorna era stato in passato legato a lui "da cordiali rapporti di servizio" <718 e lo aveva scelto come suo Capo di Stato Maggiore. Argenton, insieme a Basile, aveva fino a quel momento continuato a mantenere attiva "una sua rete particolare (vi sono compresi alcuni ufficiali dell'ex centro I° di Milano) con una trentina di elementi" <719, in grado di trasmettere direttamente le informazioni al Comando Generale (egli si muoveva nella "zona tra Genova, Alessandria, Milano e Piacenza"). Cadorna avrebbe poi incontrato Parri, da cui sarebbe stato messo al corrente della situazione, e, il 22 agosto, il dott. Pizzoni, rappresentante del "governo democratico", dal quale gli sarebbero dovute giungere le direttive politiche relative all'azione militare. Egli avrebbe così guidato, con il nome di "generale Valenti", attribuitogli dal Presidente del Clnai <720, il Cvl, non senza imbattersi - come Parri prima di lui - in "una lunga vertenza" per la definizione delle sue attribuzioni. 
Il 28 settembre 1944 il tenente Edgardo Sogno, agente "Franchi", impiegato dagli inglesi e dal Sim come collegamento con il Clnai, scriveva in un bollettino ad Alesandro [Casati]: "Nr. 308 - 308 del 28 Stop da Franchi ad Alessandro Stop partito liberale ritiene che generale Cadorna non dico non dico non può esercitare suo mandato nella attuale forma nel comando militare collegiale Stop situazione di compromesso deciso a maggioranza et discussioni si protraggono da oltre un mese compromettendo effettivo funzionamento comando unico Stop est indispendabile che governo italiano trasmetta ordine at Clnai di considerare generale Cadorna quale unico comandante militare et ordini at generale di assumere comando militare del quale risponderà esclusivamente at Clani Stop detta assunzione implica trasformazione dello attuale comando militare in organo di collaborazione alle dipendenze del comadante stesso fine alt Franchi" <721.
Senza necessità d'intesa, i due partiti comunista e azionista risolsero il problema accantonando la questione: "fino a quando le forze monarchiche combattevano al nostro fianco, avevano ogni diritto", aveva ricordato Parri, "e ogni dovere avevamo noi di rispettarli finché tenevano il loro posto. [...] Dovevamo lasciare anche a essi il beneficio della prova" <722.
[NOTE]
708 Insmli, lettera manoscritta di Maurizio a "Tito", 11/VI, fondo Damiani, b. 1, f. 6.
709 ibidem.
710 A. Pizzoni, Alla guida del Clnai, cit., p. 64.
711 Insmli, Evasione dal carcere tedesco San Vittore di Milano dello scrittore e giornalista Indro Montanelli, fondo Osteria, b. 1, f. 20, p. 7.
712 ivi, p. 2. Continua ancora Luca Osteria: "A grandi linee il rapporto consegnato ai tedeschi dal comandante della Gnr Mosca provava un collegamento tra il generale Zambon e l'addetto militare italiano a Berna, generale Bianchi".
713 A. Pizzoni, Alla guida del Clnai, cit., p. 65.
714 ivi, p. 64.
715 XXXVI Risposta di J. Mc Caffery ad A, Pizzoni, in P. Secchia, F. Frassati, La Resistenza e gli Alleati, cit., p. 95.
716 R. Cadorna, La riscossa, Milano, Rizzoli 1948, cit., p. 127.
717 P. Caccia Dominioni, Alpino alla macchia, cit., p. 177.
718 R. Cadorna, La riscossa, cit., p. 128.
719 P. Paoletti, Volontari armati italiani (V.A.I.) in Liguria (1943-1945), cit., p. 17.
720 R. Cadorna, La riscossa, cit., p. 128.
721 Aussme, fondo H2, Missione ‘Son', b. 25.
722 F. Parri, La Resistenza, in in Storia dell'antifascismo italiano, Lezioni, vol. I, cit., p. 206.
Francesca Baldini, "La va a pochi!" Resistenza e resistenti in Lombardia 1943-1944. La vita di Leopoldo Gasparotto e Antonio Manzi, Tesi di dottorato, La Sapienza - Università di Roma, Anno Accademico 2022-2023

lunedì 1 aprile 2024

Il successo dei comandanti tedeschi di conservare pressoché intatte le loro forze sarebbe stata pagata cara dagli anglo-americani


Nella primavera del 1944 gli Alleati si trovavano ancora bloccati dalla serie di linee difensive create dai tedeschi a circa 100 km a sud di Roma, la principale delle quali era la ben nota Gustav. Dopo il cocente fallimento dello sbarco ad Anzio (operazione Shingle) del gennaio precedente, le prospettive per gli anglo-americani erano però in costante miglioramento, anche grazie al sopraggiungere della bella stagione. L’11 maggio, la 5ᵃ Armata americana al comando del generale Mark Clark e l’8ᵃ britannica agli ordini del generale Oliver Leese, scatenarono Diadem, una complessa operazione in gestazione da mesi, ma continuamente rinviata a causa del maltempo. Finalmente, dopo una settimana di combattimenti, la linea Gustav iniziò chiaramente a cedere all’offensiva alleata e le due armate tedesche - la 10ᵃ e 14ᵃ - iniziarono il ripiegamento sulla serie di linee difensive successive, ma meno munite della poderosa Gustav <681. Queste linee - denominate Hitler e Caesar - vennero a loro volta rapidamente sfondate e il 5 giugno 1944 unità della 5ᵃ Armata di Clark, che operava sul fronte tirrenico, presero il trofeo più ambito di tutta l’operazione: la città di Roma <682. La preziosa conquista, ancorché soprattutto dal punto di vista simbolico, venne oscurata il giorno successivo dalla notizia degli sbarchi alleati in Normandia, ma soprattutto era venuto meno l’obiettivo ben più importante concernente la distruzione della 10ᵃ Armata tedesca in ritirata. Il successo dei comandanti tedeschi di conservare pressoché intatte le loro forze sarebbe stata pagata cara dagli anglo-americani.
L’estate del 1944 fu una stagione di grandi speranze e di cocenti fallimenti per gli Alleati, mentre per la popolazione italiana si trattò di un periodo in cui il terrore e la morte erano all’ordine del giorno e provenivano da ogni direzione; dal cielo sotto forma degli aerei anglo-americani e dai tedeschi per mezzo di furti, distruzioni ed esecuzioni sommarie. L’avanza alleata fu infatti metodica e la ritirata tedesca non si trasformò mai veramente in una rotta, cosa che permise alle unità germaniche di fare il buono e il cattivo tempo nei territori che sapevano di dover presto abbandonare.
Dopo la presa di Roma, mentre le forze aeree martellavano le truppe della 10ᵃ e 14ᵃ Armata, con sanguinose conseguenze anche nei confronti della popolazione civile italiana, lo sfondamento della linea del Trasimeno il 21 giugno permise alle forze alleate di penetrare in Toscana e raggiungere il fiume Arno alla metà di luglio. Qui, dopo ulteriori combattimenti che permisero la presa di parte della città di Pisa e di Firenze ai primi di agosto, il fronte si stabilizzò per circa un mese <683.
 

L’avanzata alleata dalla linea del Trasimeno fino al fiume Arno. Mappa tratta dal volume Cassino to the Alps (carta IX). Qui ripresa da Jonathan Pieri, Op. cit. infra

2. Sulla linea dell’Arno
La linea del fiume Arno era quella che originariamente, passando per i Monti Pisani, il feldmaresciallo Kesselring intendeva tenere per almeno tutto l’inverno 1944-1945. Per vari motivi però il comandante tedesco decise di arretrare la linea Gotica di diversi chilometri verso nord, abbandonando completamente la piana della Versilia meridionale e quasi tutta la Lucchesia. Kesselring si era reso conto che le fortificazioni della originale linea difensiva erano troppo esposte sul lato tirrenico e probabilmente, ancora una volta, sulla sua decisione dovette ancora una volta pesare il timore di un possibile sbarco anfibio alle spalle delle forze tedesche. Le piatte ed estese spiagge della zona di Viareggio potevano essere un punto molto favorevole per un attacco e, pur essendo state munite di fortificazioni ed ostacoli, il feldmaresciallo non volle rischiare, abbandonando la città balneare nelle mani degli anglo-americani attestandosi più a nord <684. La decisione fu di importanza cruciale per le sorti delle popolazioni della Bassa Versilia e della piana di Lucca, perché evitò il previsto sfollamento generale dell’area e ulteriori mesi di occupazione tedesca. Questo però non significava che la linea dell’Arno diventasse totalmente inutile, perché più a lungo i tedeschi fossero riusciti a tenerla, più tempo avrebbero avuto per approntare le fortificazioni della linea Gotica.
Quando la 5ᵃ Armata del generale Clark giunse sul fiume, molte delle sue unità erano esauste. Il IV Corpo d’Armata del generale Willis D. Crittenberger in particolare, che si trovava all’estrema sinistra del fronte, aveva assoluta necessità di una pausa, con la quale si poteva anche effettuare una riorganizzazione delle forze. La 1ᵃ Divisione Corazzata venne finalmente organizzata secondo le nuove tabelle di ordinamento emanate l’anno precedente, mentre nello stesso periodo stavano entrando in linea nuove formazioni quali la 92ᵃ Divisione di Fanteria «Buffalo» americana e le prime unità della Força Expedicionária Brasileira (FEB) <685. Il 24 luglio, per rilevare la 34ᵃ e la 91ᵃ Divisione di fanteria, il generale Crittenberger e il suo superiore, generale Clark, decisero di formare un’unità mista a partire dalla 45ᵃ Brigata antiaerea, la quale assunse la denominazione di Task Force 45 (TF 45)686. Tale unità, che sarebbe stata molto importante per la storia della liberazione della Versilia meridionale, iniziò ad entrare in linea nella notte tra il 26 e il 27 luglio 1944 sull’estremo fianco sinistro dello schieramento del IV Corpo d’Armata, per una lunghezza di fronte complessiva di circa 25 chilometri <687. In quel momento, dalla parte opposta dello schieramento si trovavano alcune formazioni appartenenti alla «Reichsführer SS» <688.
[NOTE]
681 Cfr. W. G. F. Jackson, La battaglia di Roma, Baldini & Castoldi, Milano 1970, capitolo 7.
682 È ancora accesa la diatriba riguardante la decisione di Mark Clark di puntare su Roma anziché procedere con il piano originale deciso dal generale Alexander. Questo prevedeva che la testa di sbarco ad Anzio effettuasse al momento opportuno una sortita volta a sbarrare la strada alla 10ᵃ Armata tedesca in ritirata dal fronte di Cassino, permettendone l’annientamento. A questo proposito si vedano le interessanti conclusioni a cui giunge Peter Caddick-Adams nel suo L’inferno di Montecassino. La battaglia decisive della campagna d’Italia, Mondadori, Milano 2014.
683 Cfr. Ernest F. Fisher, Jr., Cassino to the Alps, Center of Military History, Washington D.C., 1993, capitoli da 13 a 15.
684 Cipollini, Il piano di sfollamento totale della provincia di Lucca, cit., pp. 152-153
685 Fisher, Cassino to the Alps, cit., p. 286-287.
686 Queste informazioni sono tratte da un rapporto dattiloscritto inerente la storia della Task Force 45. Il documento, dal titolo History of Task Force 45 (29 July 44 to 28 January 45), fa parte dei World War II Operational Documents ed è disponibile sul sito della Combined Arms Research Library (CARL).
687 Ivi, p. 1.
688 Ivi, p. 7.
Jonathan Pieri, Massarosa in guerra (1940-1945), Tesi di laurea, Università degli Studi di Pisa, Anno Accademico 2013-2014

domenica 24 marzo 2024

Sindona non voleva rivelare solo la lista dei 500


Il 3 agosto 1979 la segretaria di Michele Sindona a New York ricevette una telefonata anonima, la voce comunicò che Sindona era stato rapito: «Michele Sindona è nostro prigioniero, presto riceverete altre notizie <56».
Il finto rapimento fu l’ultimo tentativo del banchiere di risolvere le sue problematiche di bancarotta fraudolenta, estorsione ed incriminazione per l’omicidio dell’avvocato e commissario liquidatore Giorgio Ambrosoli.
La messinscena del finto rapimento, che durò due mesi e mezzo, venne preparata con meticolosa cura dal banchiere e dalla mafia siculo-americana. Volendo essere sicuro che nessuno dubitasse del sequestro programmò diversi impegni professionali per i giorni successivi, un appuntamento con un petroliere americano ed un principe arabo saudita.
La simulazione prevedeva dei finti comunicati di giustizia proletaria e delle lettere ai famigliari, nelle quali non mancò di mostrarsi vittima indifesa.
Dal suo finto carcere rivoluzionario di Palermo, il 25 settembre si fece sparare alla gamba sinistra.
Sindona affermò che i presunti giustizieri proletari pretesero documenti d’operazioni finanziarie illecite del padronato.
"Evidentemente qua mi hanno sopravvalutato e credono che io sappia tutto su tutti e che abbia elementi o documenti di tutta importanza da creare importanti coinvolgimenti. Ho già chiarito che posso dare qualche documento di cui posso venire in possesso solo se liberato. D’altra parte le persone implicate non hanno mai sollevato un dito per difendermi e non mi sento in nessun modo di proteggerli. Ho fatto presente che l’elenco dei 500 non esiste se ci si intende riferire ai nomi di persone che hanno depositato all’estero nelle banche da me controllate delle specifiche somme" <57.
La «lista dei 500» rivelava i nomi di coloro che esportarono capitali dall’Italia attraverso la Finbank di Ginevra, nella lista figuravano persone collegate ai partiti politici tra cui la Democrazia cristiana. Il possesso di tale lista costituiva un forte strumento di ricatto nei confronti degli interessati, per indurli a corrispondere a Sindona favori o denaro che avrebbe utilizzato per saldare il debito che aveva accumulato nei confronti di Cosa Nostra <58.
Fingendo d’essere messo sotto torchio dai terroristi il banchiere fece intendere che, messo ormai alle strette, avrebbe finito per confessare.
Michele Sindona era infuriato con gli “amici” che non furono in grado di tutelare i suoi interessi, lasciando che la Banca d’Italia continuasse ad indagare su di lui. Dalle numerose lettere inviate alla famiglia dalla prigionia fornì un elenco delle notizie che interessavano ai rapitori.
Il banchiere non voleva rivelare solo la lista dei 500, ma anche tutti i fondi esteri controllati dalla Democrazia cristiana, le operazioni irregolari per conto di determinati politici, alcuni finanziamenti a politici appartenenti al Partito socialista italiano ed al Partito socialista democratico, tutti i falsi bilanci e le speculazioni bancarie.
Da questa lista sarebbe potuto nascere uno scandalo dalle proporzioni gigantesche. Probabile, dunque, che la prima attuazione di questo piano fosse quella di rivelare questi contenuti a Carmine Pecorelli, piano fallito per la prematura morte del giornalista.
[NOTE]
56 SIMONI-TURONE, Il caffè di Sindona, p. 11.
57 Lettera di Michele Sindona all’avvocato Rodolfo Guzzi, Ivi, p. 18.
58 Tribunale di Palermo, sentenza 23 ottobre 1999, cap. IV, p. 1918.
Giacomo Fiorini, Penne di piombo: il giornalismo d’assalto di Carmine Pecorelli, Tesi di laurea, Università degli Studi di Padova, Anno accademico 2012-2013

giovedì 7 settembre 2023

Entrate le truppe in Toscana alla metà di giugno, il 15 le troviamo a Grosseto, il 25 a Piombino


Pochi mesi più tardi, crollato dopo l'11 maggio [1944] il fronte di Cassino, lo schieramento della Wehrmacht si sposta e si avvicina alla Toscana. Ma poiché da tempo all'allestimento delle fortificazioni si era dedicata intensa attenzione, la regione si era andata dividendo ulteriormente proprio rispetto alla definizione della linee di resistenza previste dai Tedeschi: la fascia a nord dell'Arno e le valli che conducono ai valichi transappenninici erano presidiate fortemente. In particolare, dalla primavera, nelle zone periferiche dell'alto Casentino e del Pratese dove si erano potute rafforzare e rendere temibili le organizzazioni armate della Resistenza, i rastrellamenti antipartigiani si erano andati infittendo, e con essi le misure drastiche contro i civili, delle quali i Tedeschi assumevano la diretta responsabilità, dichiarando, il 20 aprile, che l'azione intrapresa "contro le bande" a nord-ovest di Firenze si era conclusa con 289 morti e 115 prigionieri, pretesi "nemici", e con perdite trascurabili <31.
Con dati più vicini alla realtà ne prendevano atto le pur ipocrite ed elusive relazioni della GNR dell'aprile. "Il 10 corrente la divisione germanica "Goering", si portò nella zona di Cecina [sic per Cercina] e Sommaia <32, nell'intento di disperdere le bande ribelli […] o […] convogliarle entro i limiti territoriali previsti per il compimento della manovra aggirante […]. Nella fase preliminare dell'azione furono fermate circa 300 persone sospette, parte delle quali […] rilasciate, mentre le rimanenti furono trasportate a Firenze <33." E più tardi: "A tutto il 16 corrente, il reparto misto della G.N.R. e dell'esercito germanico, operante nella zona compresa fra Monte Griffone, Corniolo, Piserno, Strabatenza, S. Paolo in Alpe e Monte Falterona, ha inflitto ai ribelli le seguenti perdite: morti 500, prigionieri 200. Sono stati, inoltre, catturati 61 renitenti alla leva. Nessuna perdita da parte nostra." <34 La verità, faticosamente diffusa attraverso la stampa clandestina, era che "nel Mugello e nel Casentino" si erano combattuti non "i patrioti, ma la popolazione rurale. In Casentino, oltre 400 vittime, in Mugello 300 circa. Sevizie, violenze a donne, incendi di case abitate, furto in massa […] la repressione ha operato soprattutto sui centri abitati, non sulla montagna. È un terrorismo che ci farà molto male, in ordine all'appoggio che i contadini potranno dare ulteriormente alle bande. <35"
A nord-est, in Lucchesia, nel luglio e nell'agosto si fortificano gli accessi all'alta Valle del Serchio (Garfagnana) e a quella della Lima (che conduce al colle dell'Abetone) intervenendo a Borgo a Mozzano, alla confluenza dei due fiumi; mentre sul litorale lucchese e su quello di Massa la distruzione delle case sulla linea del torrente Cinquale, nella seconda settimana di luglio, comincia a prefigurare la trasformazione di quel territorio in un campo di battaglia, che sarà devastato fino al 1945. Nel Pistoiese, la sequenza delle misure che colpiscono il paese di Cireglio può essere ritenuta esemplare. Da questo centro della montagna che sovrasta immediatamente la pianura e dà accesso alla valle del Po attraverso il bacino del Reno, il 14 luglio si fanno sfollare tutti gli abitanti all'infuori dei maschi abili al lavoro; poi, nella prima settimana di agosto, giunti ormai gli Alleati sull'Arno, lo sgombero dei civili si fa totale; infine, la settimana seguente, si procede a distruggere duecento case e le chiese, si rende l'area inabitabile con la distruzione dell'acquedotto, e si fanno saltare i ponti, mentre si ultimano le installazioni per i cannoni della Linea Gotica. Dietro le linee, insomma, le vie di transito anche secondarie che varcano giogaie maggiori e minori dell'Appennino sono oggetto di sorveglianza intensa, in particolare nella Garfagnana. Questa lunga valle parallela alla costa, fortemente protetta rispetto alle offese dal mare, dotata di strade dirette a nord-ovest e percorsa dalla ferrovia Lucca-Aulla <36, vede addensarsi su tutti i villaggi, specialmente quelli a ridosso delle Apuane, operazioni contro i partigiani e contro la popolazione che mirano a rendere gli spazi totalmente agibili per le forze dell'Asse. Sulle montagne che delimitano la valle a ovest, al di qua e al di là del crinale, si trovano ad esempio Vinca, nel bacino interno del torrente Lucido, e Sant'Anna di Stazzema sul versante tirrenico. In questi due centri, fra il 12 e il 25 agosto, si compiono due stragi di civili, punti estremi di operazioni di rastrellamento che devastano tutta l'area dalla Versilia fino a Fivizzano, cioè agli accessi alla Lunigiana e ai valichi che conducono all'Emilia.
La mescolanza di "guerra ai civili" e operazioni strategiche emerge vistosamente dalle indicazioni in apparenza confuse, ma nell'insieme impressionanti, circa la "situazione delle bande", nei rapporti tedeschi, che hanno carattere generale ma riguardano in effetti soprattutto l'Appennino tosco-emiliano. Il 16 agosto si dice che in Italia i partigiani hanno perso, tra l'11 e il 15 agosto, cento prigionieri e ben 884 morti. Nello stesso periodo sono arrestati novemila "sospetti" (verdächtige) e solo 55 renitenti al servizio del lavoro. Il 21 agosto poi si aggiunge non solo che le bande hanno perso, tra il 16 e il 20, altri 705 morti e 126 prigionieri, ma si registrano, per il periodo dal 1° agosto al 15, 621 morti e 100 prigionieri, oltre all'arresto di 531 renitenti al lavoro, che evidentemente devono essere aggiunti ai precedenti <37. Cifre tutte che rivelano, come è già stato ben visto dagli studiosi analizzando altre fonti tedesche, sia la ferocia di azioni che producono un'assurda sproporzione tra i moltissimi morti e i pochi prigionieri (circa uno su sette), sia l'obiettivo reale del rastrellamento di civili, dichiarati a priori sospetti e quindi deportabili, sicché i due o trecento prigionieri e i meno che seicento "renitenti" sono, nell'insieme, quantità trascurabile rispetto ai novemila civili arrestati, dieci volte più numerosi.
[...] Altri motivi d'incertezza si aggiungevano, e in primo luogo stava l'incertezza già ricordata circa il comportamento alleato in direzione delle aree ligure e tirrenica <38. Basta ricapitolare la prima fase dell'avanzata angloamericana per vederlo. Entrate le truppe in Toscana alla metà di giugno, il 15 le troviamo a Grosseto, il 25 a Piombino. Il fatto che forze sotto comando francese venute dalla Corsica, pochi giorni prima, avessero occupato l'isola d'Elba con l'operazione ‘Brassard', concorre a spiegare il rapido ripiegamento tedesco, anche se la resistenza sull'isola era stata ostinata ed aveva trasformato lo sbarco in un massacro: quattrocento morti e seicento feriti solo nella 9ª Divisione coloniale francese <39. Sulla costa la 36ª Divisione americana giunge a Campiglia Marittima lo stesso giorno che a Piombino; qui la 34ª le dà il cambio, ed arriva oltre il fiume e la città di Cecina il 2 luglio. A oriente operano due colonne della 1ª Divisione corazzata del Sesto Corpo US: una supera il Cecina a ovest di Volterra ai primi di luglio, la seconda, a est della città etrusca, che comanda l'accesso alla valle dell'Era, giunge a Càsole, al margine occidentale dell'alta Val d'Elsa <40.
Questa cronologia sommaria indica certo una debolezza tedesca, ma anche la disposizione dei difensori a non impegnarsi a oltranza su un'area considerata persa, perché esposta all'attacco di forze soverchianti da terra e dal mare. Comunque, dopo giugno, visto che la puntata francese nel Tirreno resta un episodio isolato, l'attenzione della Wehrmacht si sposta definitivamente, come abbiamo visto, verso i valichi appenninici che conducono alla Padania centrale e occidentale, vie di transito per i rifornimenti ma anche passaggi vitali per una possibile ritirata, anche perché restano particolarmente vivi, fino almeno agli sbarchi in Provenza del 15 agosto, i timori di un attacco all'area circumgenovese, al punto che nell'estate apparve manifesta la disponibilità della Wehrmacht ad abbandonare perfino il Piemonte, lasciando solo pendente la minaccia di una ritirata sul modello praticato sulle coste francesi atlantiche, cioè con forti presidi abbandonati a difendere i porti per interdirne l'uso agli avversari.
L'incertezza degli occupanti era comprensibile, perché in realtà, nello stesso periodo, neppure gli Alleati avevano ben chiara quale sarebbe stata la loro linea di attacco. Di certo essi dovevano ridefinire l'impiego offensivo di risorse molto ridotte. Stabilita definitivamente la priorità dello sbarco in Provenza, dovettero infatti partire dalla Toscana in luglio, per riposare e riorganizzarsi in vista del nuovo impegno, tre delle divisioni americane e tutte le quattro sotto comando francese. Un drenaggio di forze che si compie rapidamente, e che si conclude entro la fine del mese, quando la 5ª Armata statunitense e l'8ª britannica allargano i loro schieramenti per coprire i vuoti lasciati sia dal Corpo di spedizione francese, che parte subito dopo aver operato molto attivamente nell'area senese, sia dalle divisioni USA che hanno concorso, come si è detto, a liberare la costa. Proprio in quel momento si sta svolgendo la manovra che porterà all'occupazione dell'Oltrarno a Firenze, alla quale concorrono anche i Neozelandesi, costretti a tornare al fronte prima del previsto, dopo gli estenuanti combattimenti da Cassino alla valle del Liri.
Verso la fine degli anni ottanta del ventesimo secolo, la congiuntura strategica toscana dell'estate 1944 ha attirato l'attenzione degli autori della storia ufficiale britannica della campagna d'Italia, i quali hanno individuato in quel momento la svolta decisiva della guerra nel teatro di operazioni mediterraneo. Fino alla prima settimana d'agosto, infatti, Inglesi e Americani concordano nel progetto di raggiungere la Valle Padana principalmente seguendo la via da Firenze a Bologna. Dopo di allora, invece, con una decisione presa il giorno 4, la principale linea di attacco dell'8ª Armata si sposta verso l'Adriatico, nella cui area vengono accumulate scorte per tre divisioni corazzate e otto di fanteria, mentre solo sei (tre corazzate e tre di fanteria) mantengono depositi e linee di comunicazione a occidente del crinale appenninico <41.
Il piano primitivo aveva previsto come conseguenze, per gli Alleati, d'impiegare il massimo di energie e di risorse per liberare in primo luogo tutta la Toscana, e in seguito sollecitare al massimo la ricostruzione di quelle strutture che si rendessero necessarie per alimentare l'offensiva finale già nell'autunno. Il piano modificato ebbe invece due esiti diversi: in primo luogo, il processo di liberazione del territorio toscano occupato dai Tedeschi rallentò molto, tanto che il settore di nord-ovest fu, di fatto, abbandonato a sé stesso fino alla conclusione della guerra in Italia; e in secondo luogo ci fu un cambiamento profondo nelle funzioni delle forze occupanti alleate e nella gestione di quell'economia della guerra che, come accenneremo, ebbe nella parte liberata della regione un'influenza poco minore di quella che esercitò nell'area napoletana, e alla quale non sempre gli storici dedicano adeguata attenzione.
[NOTE]
31  "Das nordostw. [ärds] Florenz durchgeführte Unternehmen gegen Banden wurde abgeschlossen. Gesamtverluste des Feindes: 289 Tote und 115 Gefangene. Die eigenen Verluste sind nur gering." Cfr Die Geheimen Tagesberichte, cit., Band 10, 1. März 1944 - 31. August 1944, cit., TAGESMELDUNGEN VOM 20. APRIL 1944, p. 144, col. 1.
32  Cercina e Sommaia sono toponimi della zona di Calenzano, a nord di Firenze.
33  Notiziario GNR del 21 aprile 1944, p. 29.
34  Notiziario GNR del 24 aprile 1944, p. 33.
35  Cfr. Una lotta nel suo corso, Lettere e documenti politici e militari della resistenza e della liberazione, cit., p. 143.
36  Da sempre la linea è stata considerata strategica per rifornire di proiettili di grosso calibro la squadra navale della Spezia.
37  Cfr. Die Geheimen Tagesberichte der Deutschen Wehrmachtführung im Zweiten Weltkrieg, 1939 – 1945, herausgegeben [...] von Kurt MEHNER, Band 10, 1. März 1944 - 31. August 1944, cit., TAGESMELDUNGEN VOM 16. AUGUST 1944, "In der Zeit vom 11. - 15.8. […] verloren die Banden 884 Tote und 100 Gefangene. Außerdem wurde 9000 verdächtige Personen und 55 Arbeitverweigerer festgenommen." (p. 448, col. 1). Ibidem, TAGESMELDUNGEN VOM 21. AUGUST 1944, "In der Zeit vom 16. - 20.8. verloren die Banden 705 Tote und 127 Gefangene. [...] in der Zeit vom 1. - 15.8. verloren die Banden 621 Tote, 100 Gefangene und 531 Arbeitsverweigerer wurden festgenommen." (p. 463, col. 2)
38  Già il 13 maggio 1944 la GNR registrava voci secondo cui tra la popolazione e i partigiani della Lucchesia circolavano "voci di eventuali ipotetici sbarchi che dovrebbero effettuarsi a Livorno, Viareggio, Pietrasanta e località viciniori." (p. 15). V. anche sopra, nota 16 e testo relativo.
39  La durezza dell'impegno fu, anche all'Elba, usata poi a pretesto dai nuovi occupanti per giustificare abusi e violenze contro la popolazione.
40  Per questa ricostruzione seguo soprattutto William JACKSON, with T. P. GLEAVE, The Mediterranean and Middle East, vol. VI, Victory in the Mediterranean, Part II, June to October 1944, London, Her Majesty's Stationery Office, 1987, soprattutto pp. 3-49 e la carta geografica tra le pagine 12 e 13.
41  L'entità delle conseguenze logistiche del cambio di strategia è precisata in C. J. C. MOLONY, with F. C. FLYNN, H. L. DAVIES, T. P. GLEAVE, revised by William JACKSON, The Mediterranean and Middle East, vol. VI, Victory in the Mediterranean, Part II, cit., pp. 126 - 134.
Gianni Perona, La Toscana nella guerra e la Resistenza: una prospettiva generale, in "Storia della Resistenza in Toscana", a cura di Marco Palla, Volume secondo, Carocci editore - Regione Toscana, Consiglio Regionale, Roma-Firenze, 2009 

La presenza delle unità della Wehrmacht nell'area regionale toscana fu in linea di massima inferiore alla durata di un anno; nella maggior parte delle sue province essa durò da nove (in quella di Grosseto, la prima a essere liberata) a dodici mesi (come nel caso di Pistoia, Pisa e Lucca), con l'unica eccezione di Apuania (come allora si denominava l'aggregazione in un capoluogo di provincia unico di Massa e Carrara), che subì la sorte dell'arresto del fronte alleato a ridosso della Linea Gotica sui contrafforti delle Apuane, rimanendo con la parte settentrionale della Garfagnana di fatto sulle prime linee dello schieramento tedesco sino alla fase finale dell'offensiva alleata, nell'aprile 1945 (Massa e Carrara furono infatti liberate il 16 aprile 1945, dopo venti mesi di dominazione tedesca).
Fu soprattutto nei mesi dell'estate e autunno del 1944 che le province toscane furono soggette al passaggio della guerra guerreggiata, destinata a lasciare tracce cruente della presenza delle forze d'occupazione in particolare nella fase della ritirata, come vedremo meglio più avanti, e cumuli di macerie nei centri urbani bersagliati dall'aviazione alleata e dalle artiglierie dei due schieramenti che si fronteggiavano. Mentre la presa di possesso da parte delle unità militari e di polizia tedesche nel settembre 1943 era avvenuta senza scontri di rilievo, se si eccettuano primi episodi di resistenza lungo l'area costiera, in particolare a Piombino e all'altezza e nell'isola d'Elba, in un contesto in cui il fronte meridionale delle difese tedesche si assestava tra Napoli e Roma alcune centinaia di chilometri più a sud, la ritirata della Wehrmacht si verificò in condizioni che coinvolsero profondamente il territorio regionale, attraversato dal confronto ravvicinato tra le formazioni tedesche che cercavano di raggiungere posizioni sempre più a nord e le unità alleate che unitamente alle formazioni partigiane le incalzavano da sud <1.
Questa doppia dinamica avanzata-ritirata, il martellamento dell'aviazione alleata, l'incognita di una popolazione tendenzialmente ostile e la presenza di una nutrita guerriglia partigiana diffusa sul territorio, con particolare riferimento alle aree montuose e collinari, e di un'altrettanto diffusa rete di attentati e di sabotaggi nelle aree urbane, costituiscono la cornice all'interno della quale operarono le forze tedesche in ritirata. Ma questo, se si fa astrazione dallo spostamento del fronte nell'estate-autunno 1944, fu anche il quadro di riferimento della fase di “normalità” dell'occupazione, nel cui ambito ogni priorità riguardava la sicurezza delle forze d'occupazione e non già la salvaguardia della popolazione civile, messa a dura prova non soltanto dalle abituali privazioni del tempo di guerra - l'insufficienza dell'alimentazione (soprattutto nelle aree urbane, molto meno per ovvie ragioni in quelle rurali), la deficienza generalizzata di beni di consumo (in particolare per l'abbigliamento), l'insufficienza e spesso la totale inefficienza dei servizi pubblici (difficoltà nei trasporti, erogazione limitata o addirittura sospesa di acqua, gas e luce) - ma anche da vessazioni suppletive come la requisizione di case e di alloggi, l'obbligo di consegnare autovetture, la sottrazione di automezzi da trasporto che spesso erano strumenti di lavoro, l'obbligo di consegna di scorte o materiali che servivano all'esercizio di piccoli commerci o addirittura all'uso domestico, al di là di ogni altra incognita derivante dallo stato di guerra (i danni dei bombardamenti aerei, di scontri armati nelle campagne e via dicendo).
Il fatto in particolare che le unità della Wehrmacht dovevano, in linea di massima, approvvigionarsi sul posto finiva per legittimare ogni onere imposto a carico della popolazione, legittimava ogni gesto di prepotenza non di comandi ma anche di ogni singolo appartenente alle unità militari o di polizia della forza d'occupazione; contro questi atti di prepotenza non vi era alcuna possibilità di ricorso o atto di riparazione che non derivasse dalla buona volontà individuale di un superiore o di un comandante locale. Le cronache private e le memorie locali sono piene di episodi di questa natura.
Tra i fattori che già prima dell'arrivo dei tedeschi avevano profondamente inciso sullo stato d'animo e sulle abitudini della popolazione vanno annoverati i processi di sfollamento soprattutto nell'area costiera, derivanti non soltanto
dall'effetto dei bombardamenti ma anche da provvedimenti delle autorità militari per esigenze di difesa contro l'eventualità di sbarchi nemici. Alla metà di novembre 1943, dopo che il comando militare di Livorno aveva ordinato lo sgombero della città, poco più di un decimo della popolazione era presente nella città, secondo quanto comunicava il 18 novembre il comando militare di Livorno <2. E analoga constatazione le autorità tedesche facevano a proposito della situazione di Pisa: «Anche Pisa perciò - notava lo stesso rapporto appena citato - dà l'impressione di una città morta».
Nel quadro della situazione regionale un elemento caratteristico, che influenzò sicuramente sia il comportamento delle forze d'occupazione che quello delle autorità italiane e della popolazione, fu il frequente e rapido avvicendamento delle unità militari della Wehrmacht le quali, al di là del modesto organico, come del resto dappertutto nel resto d'Italia, della Militärverwaltung e delle poche guarnigioni stanziali, finivano per determinare la linea di condotta dell'esercito d'occupazione. Secondo la ricostruzione di Carlo Gentile non furono meno di ventisei le unità delle forze armate tedesche appartenenti alla 10a e alla 14a Armata che si avvicendarono nell'area regionale tra l'8 settembre e il momento dell'assestamento del fronte dopo la liberazione di Firenze e di Prato sul versante centrale della Toscana e di Pistoia, Lucca e Pisa lungo l'arco centro-settentrionale della regione <3. È chiaro che almeno una parte degli episodi di diffusa violenza che accompagnarono la quotidianità della forzata convivenza tra popolazione locale e occupanti furono dovuti al fatto che la transitorietà della presenza delle unità d'occupazione impediva che si creasse qualsiasi consuetudine e convenienza di buon vicinato e contribuiva ad abbattere i freni inibitori di unità e di singoli militari.
È da sottolineare ancora che la vita delle popolazioni fu fortemente influenzata dal martellamento dell'aviazione alleata, forse molto più di quanto non appaia da qualche cronaca locale; soprattutto nell'area costiera e lungo le grandi vie di comunicazione l'intervento dell'aviazione alleata fu ininterrotto, sia che desse luogo ad azioni offensive di bombardamento o di mitragliamento, sia che provocasse semplicemente allarmi aerei, la cui frequenza scardinava totalmente il ritmo della vita quotidiana ma soprattutto ingenerava nella popolazione, e probabilmente negli stessi militari, la sensazione paralizzante di essere totalmente in balia dell'aviazione alleata e privi di qualsivoglia protezione.
Nei carteggi interni delle autorità della RSI (carte di questura e di prefettura) <4 la certificazione puntigliosa degli attacchi aerei sembra rappresentare l'incombere di una minaccia pari almeno alla denuncia delle incursioni dei «ribelli».
[NOTE]
1 Per il contesto della situazione regionale nel periodo considerato vanno tenute presenti alcune opere generali alla cui bibliografia si rinvia per ogni altro approfondimento: Storia d'Italia. Le regioni dall'unità a oggi, La Toscana, a cura di G. Mori, Einaudi, Torino 1986; G. Verni, La Resistenza in Toscana, in “Ricerche storiche”, gennaio-aprile 1987, pp. 61-204; I. Tognarini (a cura di), 1943-1945, la liberazione in Toscana. La storia, la memoria, Pagnini, Firenze 1994.
2 Cfr. Istituto storico della Resistenza in Toscana, Toscana occupata. Rapporti delle Militärkommandanturen, 1943-1944, Introduzione di M. Palla, traduzione di R. Mauri-Mori, Olschki, Firenze 1997, p. 215.
3 C. Gentile (a cura di), Le stragi nazifasciste in Toscana 1943-45, vol. IV, Guida archivistica alla memoria. Gli archivi tedeschi, Carocci, Roma 2005; Id., Politische Soldaten: Die 16. SS-Panzer-Grenadier-Division “Reichsführer SS” in Italien 1944, in “Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Bibliotheken”, LXXXI, 2001, pp. 529-61.
4 Consultabili in fotocopia presso l'Archivio dell'Istituto storico della Resistenza in Toscana (d'ora in avanti AISRT).

Enzo Collotti, L'occupazione tedesca in Toscana in (a cura di) Marco Palla, Storia della Resistenza in Toscana, Volume primo, Carocci editore - Regione Toscana, Consiglio Regionale, 2006

lunedì 21 agosto 2023

L'azione violenta, condotta dai tedeschi nel territorio apuano, non terminò con la strage di Vinca e il rastrellamento del 24 agosto, ma si protrasse anche nel mese di settembre



«Il 16 settembre 1944, intorno alle ore 16, un plotone di SS tedesche della Sedicesima Divisione Corazzata al comando del maggiore Walter Reder, appoggiato da reparti fascisti della Brigata Nera di Apuania, entra nell’abitato di Bergiola Foscalina. Lo squadrone procede ad un sistematico rastrellamento di casa in casa. Agli abitanti del paese, in prevalenza donne e bambini, viene ordinato di raccogliersi nel palazzo delle scuole, in quel momento rifugio di alcune famiglie di sfollati. Una volta radunata la popolazione, militari tedeschi e fascisti aprono il fuoco, terminando poi l’opera col lancio di granate e bombe incendiarie. A nulla vale il sacrificio del maresciallo della Guardia di Finanza Vincenzo Giudice, freddato sulla porta dell’edificio. Nel frattempo intere famiglie che avevano cercato scampo nelle case del paese vengono trucidate e i resti dati alle fiamme. Dopo alcune ore di Bergiola non resta che un cumulo di macerie fumanti. Gli abitanti, riparati nei boschi, torneranno il giorno seguente per dare sepoltura ai cadaveri. Si conteranno 72 vittime, di cui 43 donne, 15 adolescenti, 14 bambini». È la didascalia iniziale del documentario-intervista “Bergiola Foscalina - 16 settembre 1944/ 2004”, realizzato da “Linea Gotica” [www.lineagotica.info] con le riprese del regista Gabriele Lucchetti, e presentato nell’ambito dell’omonima iniziativa per celebrare il 60° anniversario della strage. Per una settimana, dal 12 al 19 settembre, uno spazio aperto è stato visitato da centinaia di persone che hanno potuto vedere la bellissima mostra fotografica, curata da Gianni Fustighi e Annalia Petacchi, e la messa in onda a ciclo continuo del documentario. Un’iniziativa partita dal basso, resa possibile dalla collaborazione di tutto il paese all’idea nata e fortemente voluta da Michele Cappè e dal Gruppo Sportivo del paese. Collaborazione che va dal lavoro fatto dai ragazzi della Pubblica Assistenza locale per allestire uno spazio adeguato, alla disponibilità delle quindici persone che hanno lasciato la loro testimonianza, creando un prezioso archivio audiovisivo. «È la memoria che si concretizza, si materializza», dice Enzo Bocedi, dell’ANPI di Carrara, il giorno dell’apertura. I complimenti sono arrivati anche dal sindaco di Eboli, paese natale di Vincenzo Giudice, giunto a Bergiola, come ogni anno, la mattina del 16 settembre per ricordare il sacrificio del suo compaesano. Quest’anno, oltre alle celebrazioni della Guardia di Finanza e del Sindaco di Carrara Giulio Conti, ha trovato un clima diverso. La sera precedente, sotto un vero e proprio diluvio, era arrivato il monumento alla strage, un blocco di marmo alto cinque metri, per il quale l’intero paese si era mobilitato da mesi. Nel pomeriggio la sua inaugurazione, il momento culminante di tutta la settimana, con la presenza di Francesca Ampelio Coppelli, rispettivamente Presidente del Comitato Provinciale e della Sezione Comunale ANPI, di Marsiglia Morelli, assessore del Comune di Carrara e del Vescovo della Diocesi Monsignor Eugenio Binini. “16 settembre 1944/16 settembre 2004”: è tutto qui il senso e lo spirito di un’iniziativa che vuole ricordare, ma non solo. Lontana dalle celebrazioni stantie, fatte di minuti di silenzio, cerimoniali e autorità in parata, essa vuole parlare. Vuole farsi ascoltare. E in tanti hanno ascoltato la testimonianza dei sopravvissuti che all’epoca erano, per la maggior parte, ragazzini. E donne, mogli, madri, sole perché i loro uomini o erano stati rastrellati o avevano scelto la via della montagna. Loro scelsero di restare, coi loro figli e gli anziani, anche quando cominciò a circolare la voce dell’uccisione di un tedesco lì vicino, sulla strada della Foce che collega Carrara con Massa. Anche quando si sentì parlare della possibilità di una rappresaglia. Non c’erano formazioni partigiane vicino a Bergiola, o quantomeno erano più vicine ad altri paesi. Se invece fossero arrivati, si diceva, al massimo avrebbero saccheggiato le case. Di ciò che era accaduto a Vinca, circa due settimane prima, forse non era arrivata notizia, forse era arrivata ma nessuno ci voleva credere. Si salvò chi, avvisato dell’arrivo imminente dei nazifascisti, fuggì a piedi verso Carrara ed ebbe la fortuna di non incontrarli lungo l’unica strada che conduce al paese. Dentro il quale, intanto, si stava scatenando l’inferno. Le prime vittime vengono fatte nelle case, dove si è nascosto chi non vuole incamminarsi verso la scuola. In una di queste ci sono Alvarina Cappè e Maria Pavoli, entrambe bambine, con due sorelle e la madre di quest’ultima. Ricordano di essere state messe in fila dietro alcuni sacchi di grano, nella stanza da letto, poi l’arrivo della prima raffica di mitra e il lancio di una bomba a mano. Alvarina e Maria sono ferite, si parlano, con un filo di voce, per capire cos’è successo. È a questo punto che Alvarina sente, provenienti dall’ingresso, quelle parole: “Respirano ancora”. Parte una seconda scarica, che uccide la madre e una sorella di Maria. All’esterno, intanto, bruciano le case e non solo. Nella scuola non c’è scampo, o quasi. Dese Dell’Amico, Maria Morelli e Saura Salutini si salvano, anche loro per caso, anche loro bambine, chi nascosta dentro un armadio, chi avvolta in un lenzuolo per proteggersi dal fumo e poter respirare ancora. Dese vede ciò che le accade attorno, vede le persone cadere sotto i colpi delle mitragliatrici, vede lanciare le bombe a mano, poi vede arrivare un uomo, fare un cumulo di fogliame secco e appiccare un incendio. Il 18 maggio 1950 si concluse, presso la Corte d’Assise di Perugia, il processo contro la Brigata Nera di Apuania. Ruggero Ciampi, Paris Capitani, Italo Masetti, Giuseppe Diamanti e Linda Dell’Amico furono ritenuti responsabili dei reati di collaborazione e strage per i fatti di Bergiola e condannati all’ergastolo. La pena, visti i decreti di amnistia e indulto del 22/6/1946, 9/2/1948 e 23/12/1949, fu immediatamente commutata in 19 anni di reclusione. Se è vero che il dovere del giudice è chiudere un caso, mentre quello dello storico è tenerlo aperto, è anche vero che la raccolta di testimonianze è preziosissima per entrambi, che però le usano in senso opposto. Dato che una sentenza sul caso l’abbiamo già, non resta che mettersi i panni del secondo, ponendo quesiti che suscitino problematiche ancora vive. Il testimone è Lido Galletto, “Orti”, Comandante partigiano dell’omonima formazione operante tra le Prealpi Apuane Occidentali e la Bassa Lunigiana.
Comandante Orti, spesso, nel senso comune, si tende a dimenticare il ruolo attivo che i fascisti delle Brigate Nere hanno avuto nelle stragi del ’44. Se ne parla come di violenze solamente naziste. Che idea ti sei fatto, negli anni, di questo atteggiamento e delle sue cause?
C’è una specie di mortificazione morale, come cittadino italiano, ad accettare che altre persone della stessa nazionalità si possano avventare così ferocemente sulla popolazione inerme.
Allora è un sentimento che viene dal basso, non c’è una volontà politica che tende ad influenzare l’opinione pubblica?
C’è stato anche e soprattutto questo, fin dall’immediato dopoguerra. Dopo il tentativo di pacificazione fatto da Togliatti con l’amnistia, i poteri forti hanno alleggerito anche la posizione di coloro che non vi rientrarono: dovevano essere svolti molti processi ma, per quanto riguarda il nostro territorio, si tenne solo quello di Perugina sui delitti commessi a Vinca e a Bergiola Foscalina.
Qual è il motivo di questo comportamento? Se pensiamo alla vicenda dell’«armadio della vergogna», ad esempio, si dice che i fascicoli occultati persino alla Commissione d’inchiesta parlamentare contengano nomi “scomodi”...
Sì, il motivo è proprio questo. La stessa situazione che si verifica a Roma, sulla questione dell’armadio della vergogna, si ripete anche a livello locale. C’è una sorta di reticenza, un’omissione volontaria con l’intento non della pacificazione, ma semplicemente di dimenticare e far dimenticare. Qualche volta questo atteggiamento è dettato da questioni di carattere sociale.
Allora pensiamoci noi a ricordare: perché in quei giorni di settembre si concentra una così grande quantità di eccidi? Ricordiamo che il 16 settembre, oltre a quello di Bergiola Foscalina, viene commesso anche il massacro delle Fosse del Frigido a Massa, in cui vengono trucidate 147 persone.
Perché il comando del 16° Battaglione SS aveva ricevuto l’ordine, dal Comando Supremo in Italia, di lasciare il territorio per svolgere l’azione di rastrellamento e rappresaglia sul Monte Sole, nell’Appennino Tosco-Emiliano, contro la Brigata Garibaldi Stella Rossa e dopo rastrellare e bruciare i fabbricati in tutto il territorio del Comune di Marzabotto. Quindi, dopo i grandi eccidi di agosto a Castelpoggio, S. Terenzo, Vinca e in tutti i paesi e contrade della Bassa Lunigiana, si ha una recrudescenza della ferocia nazista e fascista. Il carosello di morte comincia a Massa, il 10 settembre 1944, quando i soldati tedeschi delle SS prelevano, dal carcere giudiziario del castello Malaspina, dieci monaci della Certosa della Farneta di Lucca e, unitamente, 14 detenuti politici. Dopodichè li fucilano a piccoli gruppi in varie località periferiche della città. Tutto questo per terrorizzare la popolazione e spingerla a lasciare la città entro il 15 settembre, come aveva disposto il Comando Militare tedesco della Piazza.
In quei giorni, dopo le stragi e i rastrellamenti del mese di agosto, stai tentando di riorganizzare la guerriglia nella zona della Bassa Lunigiana. Quindi sei un testimone diretto dell’eccidio di Tenerano.
Il 13 settembre, nel tentativo di distruggere la nostra formazione ancorata sulla Rocca di Tenerano, una Compagnia di SS del 16° Battaglione circonda all’alba la valle di Bolignano, dove si trovava il nostro campo. Non trovandoci, poiché ci eravamo sganciati nella notte, scendono verso il fondovalle e si accaniscono contro le famiglie Forfori e Antoniotti, uccidendole e bruciando i loro casolari. In quel rastrellamento morirono dieci persone, compresi cinque bambini, di cui uno di solo un anno. Finito l’eccidio, sentivamo a cadenze ondulate cantare la canzone Lili Marlene: era la Compagnia di soldati tedeschi che, dopo aver razziato lo scarso bestiame nel paese di Tenerano, s’incamminava incolonnata verso Monzone. Ho già descritto questa memoria nel mio libro “La lunga estate”: «Il coro era portato dalla brezza della sera che si spandeva dal Lucido lambendo con la sua breve carezza le chiome turgide degli alberi, ancorati come membrana alle ripide ondulazioni tra Viano e Tenerano, disperdendosi su per la collina».
Monzone, però, aveva già subito le violenze nazifasciste nell’agosto con l’uccisione e lo sfollamento della quasi totalità dei suoi abitanti. Chi furono allora i giustiziati del 14 notte? A Monzone di Fivizzano, concentrati nella segheria Walton, si trovavano i rastrellati del territorio. Tra di essi furono individuati 18 detenuti politici tra i quali Don Florindo Bonomi, curato di Fosdinovo, e due Carabinieri. Nella notte del 14 settembre li uccisero, in località Trecase, con raffiche di mitra e mitragliatrici. Due di questi si precipitarono, prima dell’esecuzione, nel sottostante fiume Lucido, e nell’oscurità riuscirono a salvarsi.
Dalla Bassa Lunigiana, la scia di sangue prosegue indirizzandosi sul versante apuano.
Il 16 la rappresaglia investe Bergiola Foscalina con l’uccisione di 72 civili, la maggioranza donne e bambini. Una comunità profondamente legata in un ambiente fisico stupendo. Una terra coperta da una vegetazione ricca e composita. Questo dramma di sangue e violenza inaudita ha spento il sorriso a più generazioni e la felicità del loro esistere. Il parossismo omicida si conclude, lo stesso giorno, alle Fosse del Frigido a Massa con l’uccisione di 147 detenuti comuni e politici delle carceri. I tedeschi avevano preso in consegna l’edificio con tutte le persone che conteneva, eccetto tre che erano alle dipendenze di un maresciallo, due giorni prima. Quella mattina caricarono tutti su dei camion e li portarono via, lungo la via Aurelia. Giunsero sul ponte del fiume Frigido, presso la Pieve di San Leonardo, e li fecero scendere. Sulla riva destra del fiume si trovavano tre ampi crateri provocati dai bombardamenti, in cui furono fatti scendere i prigionieri. Di lì a poco sarebbero diventati le loro Fosse comuni.
Luca Madrignani, «Respirano ancora» e i nazifascisti sparano di nuovo, Patria indipendente, 30 dicembre 2004

Il 16 settembre 150 detenuti del carcere di Massa, in gran parte malati o invalidi, furono fucilati a San Leonardo al Frigido in quella che, in maniera analoga alla vicenda del ponte di Ripafratta di fine agosto, va interpretata come un’azione allo scopo di sbarazzarsi di persone considerate inutile zavorra al momento di lasciare la città. Per nessuna di queste stragi è possibile - allo stato attuale delle conoscenze - ipotizzare un coinvolgimento di Reder e dei suoi uomini. Ma lo stesso 16 settembre, lungo la strada che congiunge Carrara a Massa, il plotone di artiglieria “da accompagnamento” del Battaglione Reder in marcia di trasferimento fu attaccato da «35 partigiani armati con mitragliatrici e tre mitra». L’unità tedesca ebbe un morto. Il messaggio della 14^a Armata che segnala l’attacco annuncia anche una rappresaglia («dodici membri della banda Falco passati per le armi»), ma questo fatto non trova riscontro nelle fonti italiane. È molto probabile, invece, come riportano le fonti italiane, che l’agguato, come anche un altro che avvenne a poca distanza il giorno precedente, fu il movente che, a brevissima distanza di tempo, dette origine alla strage di Bergiola Foscalina. Uomini di un’unità non identificata con precisione della Divisione Reichsführer-SS - con molta probabilità si trattò di soldati dello stesso Battaglione Reder -, accompagnati da militi delle Brigate nere apuane, investirono Bergiola, un villaggio situato a poca distanza dal luogo dell’agguato. Dopo aver rastrellato le case e ucciso molti civili per le strade del villaggio, la strage fu completata col massacro delle persone che erano state rinchiuse nell’edificio scolastico. In tutto morirono 72 civili, e anche in questo caso si trattò in gran parte di donne e bambini.
(a cura di) Carlo Gentile, Le stragi nazifasciste in Toscana 1943-1944, Carocci, 2005 

"[…] Si è risaputo che per la reazione del csq. Marcello vi sono stati tre feriti di cui uno grave da parte del nemico". <287
[...] L'azione violenta, condotta dai tedeschi nel territorio apuano, non terminò con la strage di Vinca e il rastrellamento del 24 agosto, ma si protrasse anche nel mese di settembre colpendo in particolar modo i due maggiori centri della provincia: Massa e Carrara. Il 10 settembre in varie zone di Massa vennero fucilate 38 persone, detenute presso il carcere del castello Malaspina. Diciassette dei prigionieri uccisi erano stati arrestati tra il 1 e il 2 settembre presso la certosa di Farneta, in provincia di Lucca e tra di essi vi erano 10 monaci. Le uccisioni avvennero in una città ancora popolata, nonostante l'ordine di sfollamento fissasse, perentoriamente, come data ultima per abbandonare le proprie case, il 15 di quello stesso mese. I luoghi scelti furono le principali vie di transito in direzione monti, mare, Carrara e Viareggio; i corpi vennero lasciati sui luoghi dell'esecuzione come avvertimento verso la popolazione. Le altre due stragi naziste furono compiute nello stesso giorno, il 16, quella con il più alto numero di vittime, avvenne in località San Leonardo, sul viale che dal centro della città di Massa conduce verso il mare. Qui vennero condotti 147 detenuti, fatti scendere sulle rive del fiume, presso dei grossi crateri, provocati dai bombardamenti alleati, e falciati dalle raffiche dei mitra. I corpi, spinti nelle buche, vennero ricoperti. La strage delle Fosse del Frigido, compiuta in una città semi deserta, venne resa nota solo a guerra finita, nel maggio 1945, quando il Questore passò al Prefetto la segnalazione del ritrovamento dei corpi. Nel paese di Bergiola Foscalina, a pochi chilometri dal centro di Carrara, avvenne in quello stesso giorno, un'altra strage compiuta questa volta oltre che da reparti tedeschi anche da uomini delle Brigate Nere. Nella mattinata un soldato tedesco venne ucciso in località Foce da partigiani del GPA [Gruppo Patrioti Apuani]. Sul luogo dell'agguato venne ritrovato lo zaino di un vigile del fuoco residente a Bergiola che, passato nella località dello scontro, si era dato alla fuga terrorizzato, abbandonando il proprio materiale. I tedeschi indirizzarono, quindi, la loro violenza verso il paese. Le vittime furono 61 in gran parte donne e bambini. Parte delle uccisioni avvennero nella scuola elementare dove i tedeschi raccolsero una parte degli abitanti finendoli a colpi di arma da fuoco e bombe a mano.
[NOTE]
287 Ibidem pag. 4. Notizie in A. Gjika, Il Carcere di Massa e l'eccidio delle Fosse del Fiume Frigido cit. con interviste a due partigiani che parteciparono all'azione, Dino Giannotti “Fra Diavolo” e Virgilio Antola. Va inoltre rilevato una certa imprecisione sulle date e sul numero delle azioni compiute da partigiani contro il carcere della stazione. Nella stessa relazione del GPA scritta pochi giorni dopo i fatti, e per questo molto attendibile, la data dell'azione in cui trovò la morte Minuto è indicata come avvenuta il 30 luglio e non il 31 come è sempre stata ricordata.

Marco Rossi, Il Gruppo Patrioti Apuani attraverso le carte dell'archivio A.N.P.I. di Massa. Giugno - Dicembre 1944, Tesi di laurea, Università di Pisa, 2016

venerdì 4 agosto 2023

Com’era possibile che un ragazzino di sedici anni avesse scelto di aderire alla Resistenza?

Il valdobbiadenese Italo Crivellotto all’età di circa dieci anni. (Archivio privato della famiglia Crivellotto). Fonte: Luca Nardi, Op. cit. infra

Tra gli otto partigiani della Brigata Mazzini che perirono in Cansiglio vi erano due valdobbiadenesi: Italo Crivellotto (Italo), nato a Valdobbiadene il 23 febbraio 1928, e Giovanni Giacometti (Nani), nato a San Pietro di Barbozza il 27 gennaio 1926 e residente a Guia di Valdobbiadene.
Prendendo come riferimento la documentazione resistenziale, il sedicenne Crivellotto risulta essere deceduto in combattimento l’8 settembre 1944 a Campon di Tambre, Giacometti, invece, è stato classificato come «partigiano disperso in località imprecisata il 10 settembre 1944» <113.
Approfondendo la vicenda personale di Italo Crivellotto a partire dalla consultazione di fonti diverse da quelle resistenziali (amministrative e orali), come in altre occasioni, ci si è trovati di fronte a due ricostruzioni inconciliabili. A questo punto, sono sorte spontanee delle domande: com’era possibile che un ragazzino di sedici anni avesse scelto di aderire alla Resistenza? Se era un partigiano, perché non rimase a casa, come qualche altro, invece di recarsi in Cansiglio? In quali circostanze trovò la morte? Per quali ragioni la famiglia ed altre persone non credono alla versione della storiografia resistenziale? Italo, garzone presso il panificio principale di Valdobbiadene, era abbastanza grande per decidere da che parte bisognasse schierarsi nell’estate 1944?
Ad alcune domande si può rispondere obiettando che molti ragazzini si arruolarono di propria iniziativa nelle formazioni della Rsi o nella fila della Resistenza; gli esempi non mancano anche nel Comune di Valdobbiadene: basti pensare a Giovanni Baldotto (Mascotte), il più giovane partigiano combattente della Brigata Mazzini (nato nel 1927), oppure ai tanti ragazzi minorenni che facevano parte della Decima Mas, alcuni dei quali furono uccisi nel maggio 1945 a Saccol e a Miane.
A questo punto, viene da chiedersi: su quali basi si fondano i dubbi iniziali?
In primo luogo, Italo Crivellotto non aveva un titolare qualunque, ma Italo dei “Coci” Geronazzo, il segretario del Fascio repubblicano di Segusino e di Valdobbiadene; in secondo luogo, la madre del ragazzino, essendo una fascista convinta, era uno dei tanti obiettivi che i partigiani locali volevano punire o eliminare; in terzo luogo, il sedicenne uscì di casa per una consegna il 19 agosto 1944 e non vi fece più ritorno <114; in quarto luogo, solo alla fine della guerra i genitori appresero che il loro primogenito era morto nei pressi di Tambre d’Alpago durante il grande rastrellamento del Cansiglio; infine, i registri cimiteriali del Comune di Valdobbiadene ed un testimone chiave, che assistette agli ultimi attimi di Italo Crivellotto, affermano che le circostanze che portano alla morte del ragazzino furono diverse da quelle rese note dalla storiografia resistenziale.
Mentre si recava a fare delle consegne in bicicletta nella zona di Miane, pare che il giovane sia stato prelevato e trattenuto per due ragioni: in primis, i partigiani erano venuti a conoscenza che Italo Geronazzo aveva scelto come spia un ragazzino apparentemente innocuo; in secundis, tenendo in ostaggio il figlio primogenito, i partigiani erano quasi certi che sua madre, Maria Goggi, sarebbe facilmente caduta nella loro trappola. Il piano non funzionò: la donna non si recò dal figlio, ma mandò la sorella, la quale nulla poté per ottenere la liberazione del nipote; Italo Geronazzo non si preoccupò della vicenda ed, infatti, nel corso del processo che si svolse nel settembre 1946 presso la Corte d’Assise straordinaria di Treviso venne accusato da Eugenio Crivellotto di essere il principale responsabile della morte del suo primogenito <115; infine, come visto in precedenza, alla fine di agosto del 1944 nel Quartier del Piave ebbe inizio il grande rastrellamento nazifascista e, probabilmente, i partigiani della Mazzini furono costretti a condurre con loro anche il giovane ostaggio.
Per quanto riguarda le cause della morte, la storiografia resistenziale ha affermato che Italo Crivellotto, addetto al servizio vettovagliamento, è stato ucciso in combattimento l’8 settembre 1944, nel corso degli ultimi scontri prima della ritirata. Tuttavia, sulla base dell’ipotesi fin qui sostenuta, queste affermazioni non appaiono comprensibili: Italo, come affermano i familiari ed i vicini di casa, non era né un partigiano né un collaboratore dei partigiani, ma un ragazzino con l’ingenuità dei suoi sedici anni che, senza rendersene conto, fu usato dal suo titolare per finalità politiche; era inoltre un ostaggio che aveva visto troppe cose nel mese più critico per la Resistenza e, quindi, avrebbe dovuto essere eliminato perché testimone pericoloso. Per tutte queste ragioni, è possibile che sia stato ucciso prima dell’inizio della pianurizzazione <116.
Relativamente alle modalità dell’esecuzione, dispongo di una delle testimonianze più preziose tra quelle raccolte: una persona di Valdobbiadene mi ha raccontato che un suo compaesano, ex militare della GNR Forestale fatto prigioniero dai partigiani, gli rivelò di voler condividere il ricordo di un episodio al quale assistette personalmente in Cansiglio e che non era mai riuscito a dimenticare. Alcuni partigiani non locali, uccisero il giovane Crivellotto colpendolo alla testa con colpo di badile: una macabra scena, forse spiegabile per il fatto che in quelle ore di trepidazione non era possibile utilizzare le armi automatiche, in quanto il boato avrebbe vanificato l’effetto a sorpresa della silenziosa ritirata dal Cansiglio <117.
Si tratta di una versione facilmente criticabile; ciononostante, rimane il fatto che quest’episodio pare essere uno di quei casi in cui la memoria è stata “falsata” per nascondere vicende problematiche.
[NOTE]
113 AISRVV, II sez., b. 64, f. 3 sf.1 Pratiche per pensioni di guerra, doc. 36 Crivellotto Italo, doc. 60 Giacometti Giovanni; BRESCACIN, Il sangue che abbiamo dimenticato, vol. I, cit., p. 116 e vol. II, pp. 280-281; Elio FREGONESE, I caduti trevigiani nella guerra di liberazione 1943-1945, Istresco, S.I.T., 1993, p. 68 e p. 104; MASIN, La lotta di liberazione nel Quartier del Piave, cit., p. 124 e pp. 288-289.
114 ASCV, Atti di notorietà (anni 1947-1951), f. anno 1949, sf. Italo Crivellotto.
115 AISTRESCO, f. Corte d’Assise Straordinaria di Treviso, sentenza n. 68, Processo a carico di Migliorati, Geronazzo ed altri (10 settembre 1946), deposizione di Eugenio Crivellotto, p. 13.
116 Testimonianze del nipote e della cognata di Italo Crivellotto (4 e 9 maggio 2015), dei vicini di casa C. C. (3 aprile 2015), N. D. O. (29 marzo 2015), A. D. A. (25 febbraio 2015).
117 Testimonianza del valdobbiadenese A. G., in data 13 maggio 2015.
Essa trova conferme nel registro degli atti di morte del Comune di Valdobbiadene per l’anno 1947, in cui si afferma: «Crivellotto Italo Carlino […] ucciso in località CAMPON del Cansiglio verso la metà di agosto 1944. Lo riferisce il dipendente dell’amministrazione forestale del Cansiglio DAL MOLIN EVELLINO, presente all’esumazione, il quale aggiunge di aver sentito dire dai partigiani che [Crivellotto] era al servizio del segretario politico di Valdobbiadene».
Luca Nardi, Storie di guerra: Valdobbiadene e dintorni dal gennaio 1944 all’eccidio del maggio 1945, Tesi di laurea, Università degli Studi di Padova, 2016

sabato 26 novembre 2022

Tra le tante stragi compiute, una assume un valore emblematico


L'"azione antibanditi", come viene definita dalle autorità di Salò, provoca da marzo a novembre 1944, 42.679 perdite (morti, feriti e catturati in combattimento, arrestati e fermati per sospetto di favoreggiamento e per renitenza e diserzione). Le regioni dove più intensa è l'attività repressiva sono: Piemonte (840 operazioni e circa 11.400 perdite inflitte), Lombardia (840 operazioni e 5.500 perdite inflitte), Venezia Euganea (400 operazioni e 8.000 perdite inflitte), Emilia (300 operazioni e 6.500 perdite inflitte), Liguria (300 operazioni e 6.500 perdite inflitte), Venezia Giulia (214 operazioni e 3.500 perdite inflitte). Considerando gli indici di efficacia delle singole azioni di rastrellamento regionali si ottiene la seguente classificazione: Emilia 28, Venezia Euganea 21, Venezia Giulia 16, Liguria 15, Piemonte 14, Lombardia 6. Nel periodo della “reazione a fondo" (luglio-settembre 1944) si raggiungono la più alta intensità e i valori massimi <779.
Lo scontro tra le forze nazifasciste e quelle partigiane assume, in modo evidente e su vasta scala, non solo il carattere della “guerra civile" quanto, piuttosto, quello della “guerra ai civili". Le attività di rastrellamento e di rappresaglia condotte dai nazisti e dai fascisti colpiscono in modo indiscriminato e criminale soprattutto le popolazioni. Non si tratta, però, di una reazione istintiva dettata dalle sconfitte militari subite e dall'avanzata  anglo-americana.
Le innumerevoli stragi compiute sono state già teorizzate dall'alleato tedesco e attuate soprattutto sul fronte orientale. In alcuni casi, insieme ai militari italiani. Dopo l'8 settembre sono state commesse anche in Italia. Dal sud al nord. Ma è soprattutto in questo periodo, in un arco di tempo relativamente breve e in un territorio relativamente ristretto, che viene esercitata una violenza disumana che segnerà drammaticamente l'esistenza di intere comunità e produrrà una spaccatura nella storia italiana che condizionerà le future vicende della guerra e del difficile dopoguerra. Lo scenario in cui si svolge l'azione è territorio italiano e italiani sono le vittime così come, in molti casi, gli stessi carnefici. E' uno scenario di sangue. Di anime straziate e di carni bruciate. Di supplizio, di tormento, di terrore. Di un qualcosa che arriva prima di esalare l'ultimo respiro. Prima di consumare con dignità l'ultimo scampolo di vita rimasto o subito dopo essersi appena affacciati sul mondo. E' qualcosa che, chi sta dall'altra parte, non riesce a immaginare <780. Può solo idealizzare. In queste terre, però, anche a cercarla, non c'è traccia della “bella morte".
[...] Le stragi compiute tra settembre 1943 e maggio 1945 sono più di 400 e provocano la morte di circa 15.000 persone <786. Sono in tanti a morire e spesso senza alcuna relazione diretta con l'attività dei partigiani. I civili sono ritenuti loro complici, anche se si tratta di vecchi e bambini. La rappresaglia nazifascista non ha limiti, neppure di tipo morale. Si manifesta sotto forme diverse, anche apparentemente contrastanti. Da una parte c'è una esibizione della violenza con fucilazioni in piazza sotto gli occhi di tutti e con l'esposizione dei corpi impiccati; dall'altra, invece, c'è un occultamento di corpi che rappresenta, in quel momento, l'eliminazione e dell'altro e dovrà servire, in seguito, a negare quanto è accaduto.
Basta citare alcuni episodi, anche solo fino al mesi di settembre 1944: "19 settembre 1943, Boves (Cuneo). 21 civili uccisi e il paese dato alle fiamme <787; 4 ottobre, Fornelli (Isernia). Tutta la frazione Castello è rasa al suolo e vengono impiccati nella pubblica piazza 6 civili, tra cui il podestà; 7 ottobre, Bellona (Caserta). 54 ostaggi prelevati dalle loro abitazioni (tra cui alcuni ragazzi e 5 religiosi) sono condotti in una vicina cava di tufo e abbattuti a raffica di mitraglia; 13 ottobre, Caiazzo (Caserta), 22 civili vengono assassinati perché sospettati di essere partigiani. In realtà, sono degli sfollati, di cui 6 donne e 9 bambini con meno di 13 anni; 20-30 ottobre, Roccaraso (L'Aquila), vengono fucilati 128 civili, tra cui 50 donne e 31 bambini minori di quattordici anni; 31 dicembre 1943, Boves (Cuneo), nuova rappresaglia. Muoiono altri 36 civili e oltre 400 immobili sono dati alle fiamme; 21 gennaio 1944, Sant'Agata (Chieti). 35 civili, tra cui donne e bambini, rinchiusi in una casa poi colpita e incendiata a colpi di granate; 11 marzo, Acquasanta (Ascoli Piceno), 10 civili uccisi (tra cui due bambine arse vive nell'incendio della loro casa); 4 giugno, provincia di Arezzo: 173 civili mitragliati e fucilati (88 a Castelnuovo dei Sabbioni; 85 a Meleto); 10 giugno, Badicroce (Arezzo), 13 civili (di cui due giovani donne violentate e una donna anziana) uccisi per rappresaglia per la morte di un soldato tedesco; 11 giugno, Onna (L'Aquila). Per il ferimento di un soldato tedesco 16 civili vengono rinchiusi in una casa, mitragliati e sepolti sotto l'edificio fatto esplodere con le mine; 23 giugno, Bettola (Reggio Emilia). Per ritorsione contro un attentato partigiano 36 civili (tra cui quattro bambini) vengono uccisi, in parte a colpi di mitragliatrice e poi bruciati, altri a bastonate e a colpi di pistola; 29 giugno, Bucine
(Arezzo). 65 uomini, chiusi in una cantina, vengono fatti uscire uno alla volta e freddati con un colpo di pistola, poi cosparsi con benzina e bruciati; 30 giugno, nella zona di Civitella della Chiana (Arezzo) vengono uccise 203 persone; 14 luglio, San Paolo (Arezzo). 50 civili (tra cui una donna incinta e un'altra con un bambino in fasce) fucilati dai tedeschi; 12 agosto, Sant'Anna di Stazzema (Lucca), muoiono 560 persone di cui 61 bambini con meno di 10 anni e 241 donne; 23 agosto, Fucecchio (Pisa). 202 civili uccisi a raffiche di mitragliatrice o con bome a mano; 24 agosto, Valle del Lucido (Alpi Apuane). 54 automezzi scaricano soldati che iniziano a incendiare tutte le case che incontrano sulla loro strada e a rastrellare gli abitanti. Muoiono 174 civili di cui 26 bambini (uno di appena due giorni); 16 settembre, Massa Carrara. Le SS prelevano i detenuti del carcere di Malaspina. Saranno 146 i cadaveri riesumati; 28 settembre, Marzabotto (Bologna). I dati ufficiali parlano di 1830 vittime civili, di cui 1562 identificate" <788.
Tra le tante stragi compiute, una assume un valore emblematico, non solo per estensione e crudeltà, ma anche per le vicende che hanno caratterizzato il lungo dopoguerra, fatto di rimozioni e ricordi, occultamenti e disvelamenti.
All'alba del 12 agosto 1944, alcuni reparti di SS circondano il paese di Sant'Anna di Stazzema [frazione del Comune di Stazzema in provincia di Lucca]. Gli abitanti, alcune centinaia, aumentati di numero negli ultimi tempi a causa degli sfollamenti, pensano a uno dei tanti rastrellamenti effettuati nella zona. Alcuni riescono a fuggire, altri vengono presi con la forza dalle loro case e radunati in piazza. In poco tempo, lo stupore si confonde con il terrore. I tedeschi aprono il fuoco, con i fucili mitragliatori, con le
pistole, con le bombe a mano, con i lanciafiamme <789. Adesso sono i corpi che si confondono con i mobili accatastati, con il bestiame, con le case incendiate. Il fuoco divora ogni cosa, come un mostro insaziabile, come l'orco delle fiabe. In questa storia ci sono anche i bambini, ma questa non è una fiaba. Sette di loro vengono spinti nel forno preparato per il pane. Bruciano anche loro <790. Alle undici la strage è compiuta. Le vittime sono alcune centinaia <791. I soldati tedeschi possono ora scendere a valle, accompagnati dai canti di guerra e dalla musica degli organetti, pronti a proseguire la lotta contro i “banditi".
A Sant'Anna, invece, c'è un silenzio spettrale, ogni tanto interrotto dai lamenti dei feriti e dei sopravvissuti. Ciò che si presenta agli occhi dei testimoni rimarrà nella memoria e nel tempo: "Corpi dilaniati, quasi completamente distrutti all'interno delle case. L'odore… una sensazione, forse quella più sgradevole, che io avvertii, che ancora ho conservato, è proprio l'odore… il classico odore della carne bruciata, dei corpi distrutti dal fuoco. Poi si trovarono anche i corpi dilaniati, sparsi un po' per tutto il territorio, già ricoperti, ormai, da sciami di mosche, di insetti. Appena noi si cercava di alzare, di vedere, a chi appartenessero questi corpi, questo sciame si allontanava: una scena orrenda. Si trovò anche qualcuno vivo. Circa una trentina di persone erano vive ancora. Alcuni di loro erano feriti, altri addirittura incolumi. Avevano una caratteristica in comune: non parlavano. Erano muti. Impietriti dal dolore, dallo shock, forse, che avevano subito" <792.
Due giorni dopo, don Giuseppe Vangelisti, il parroco di una frazione vicina, si reca a Sant'Anna per seppellire le vittime: “Dopo pochi passi io ed i miei uomini cominciammo a sentire odore di putrefazione di corpi umani e trovammo otto cadaveri sparpagliati. Un uomo giovane abbracciava i corpi dell'amata moglie e della figlia. Aiutai il giovane padre in lacrime a raccogliere i corpi, oltre alla moglie e alla figlia, i tedeschi avevano ucciso suo padre, sua madre e le sue due sorelle. Era rimasto solo al mondo. […] Entrai in chiesa, dalla parte in cui si trovava l'acqua benedetta, panche, sedie ed altri oggetti di valore erano bruciati o distrutti. L'organo e i quadri dei Santi erano stati usati come bersagli. Il tabernacolo e l'immagine di Sant'Anna erano ancora in buone condizioni. C'erano voluti molti anni di offerte ai poveri lavoratori per costruire questa chiesa e i tedeschi l'avevano distrutta in pochi minuti […] Non credo che nella storia dell'umanità sia stata compiuta un'azione atroce come quella che i tedeschi fecero in così poco tempo" <793.
La responsabilità della strage è in primo luogo dei tedeschi ma c'è anche una responsabilità dei fascisti. Non solo politica e storica, ma anche personale, individuale. Diversi testimoni, infatti, ricordano di aver sentito parlare in italiano e, in alcuni casi, in dialetto versiliese da "quelli mascherati" che avevano "una retina che gli copriva il viso". La partecipazione dei fascisti, con compiti e ruoli diversi (guide in un territorio a volte impervio e sconosciuto, delatori, esecutori), alle azioni repressive condotte dai tedeschi <794, rientra nel contesto delle scelte politiche e militari. Non si tratta, però, solo, delle scelte di militi delle Brigate Nere o della Decima Mas ma anche delle scelte di civili che uccidono altri civili, a volte appartenenti alla stessa comunità <795.
Le responsabilità della strage sono state oggetto di indagine <796, ma anche di polemiche <797, fin dall'inizio. Eppure, ci sono voluti sessant'anni, e la scoperta dell'"armadio della vergogna" <798, per arrivare a una verità giudiziaria <799 che, sulla base di una accurata ricostruzione, costituisce, a distanza di tempo, e in nome del principio di imprescrittibilità del reato di strage, un particolare valore storico e morale.
[NOTE]
779 ACS, Segreteria part. del Duce, Carteggio ris., b. 70, fasc. 642/R, “Ministero della Difesa nazionale", sottof. 17, “Varie", riportato in Renzo De Felice, Mussolini l'alleato, II. La guerra civile (1943-1945), cit.
780 "Morire non è niente: non esiste. Nessuno riesce ad immaginare la propria morte. E' uccidere il punto! Varcare quel confine!... Quello si è un atto concreto della tua volontà. Perché lì vivi, in quella di un altro, la tua. E' lì che dimostri di possedere qualcosa che senti valere più della vita: della tua e di quella degli altri", Carlo Mazzantini, A cercar la bella morte. Romanzo, cit., p. 136.
786 La seconda guerra mondiale ci ha abituati ai grandi numeri, soprattutto ai numeri della morte: più di 50 milioni di morti; più di 6 milioni di ebrei sterminati. Forse è impossibile una raffigurazione, al di là dei dati statistici, delle tabelle, dei grafici. Forse è cambiato il concetto stesso di morte, la stessa elaborazione del lutto. O forse non bisogna dimenticare, al di là di ogni discorso retorico, che ai numeri corrispondono le persone. I film, a volte, ci ricordano quanto non riusciamo più a ricordare o a rappresentare. Ci ricordano, insieme ai testi originali, che "chiunque salva una vita salva il mondo intero", Schindler's List, cit.
787 "[…] A un ordine del maggiore Peiper don Giuseppe Bernardi e Antonio Vassallo vengono fatti salire su una camionetta. "Fategli ammirare lo spettacolo a questi signori" dice Peiper. Il sadismo non è casuale, nella lezione nazista del terrore. La camionetta percorre lentamente il paese in fiamme, perché il signor prevosto possa vedere che ne è dei suoi parrocchiani […] Alla fine del giro, il parroco e l'industriale vengono cosparsi di benzina, colpiti da raffiche, dati alle fiamme mentre agonizzano", Giorgio Bocca, Storia dell'Italia partigiana, cit., p.56.
788 Gianni Oliva, L'ombra nera. Le stragi nazifasciste che non ricordiamo più, Mondadori, Milano 2008, Cronologia, pp. 194-207.
789 "Gli ordini dei comandi che assimilano quasi automaticamente i civili ai ribelli, la garanzia di impunità di fronte ad ogni eccesso, la sopravvalutazione della minaccia partigiana, la tensione di una guerra che volge verso la sconfitta descrivono il quadro psicologico all'interno del quale si consuma una tragedia che non ha nessuna giustificazione sul piano operativo militare. […] Fanatismo nazista, paura, ansia di vendetta, impreparazione militare costituiscono una miscela esplosiva che si abbatte sugli abitanti di Sant'Anna", Ivi, pp. 133 e 134.
790 Per le testimonianze di alcuni bambini sopravvissuti vedi: Oliviero Toscani, Sant'Anna di Stazzema 12 agosto 1944. I bambini ricordano, Feltrinelli, Milano 2003.
791 E' impossibile determinare con esattezza il numero delle vittime, molte delle quali sono state bruciate o non sono state individuate. Diverse, inoltre, sono le fonti (sopravvissuti, testimoni, inchieste militari, ricostruzioni storiche) e diverse sono le stime. Si va da 363 a 650 persone uccise. Il numero ufficiale è 560. I morti identificati sono 434, tra cui 130 bambini.
792 Testimonianza riportata in Oliviero Toscani, Sant'Anna di Stazzema 12 agosto 1944. I bambini ricordano, cit.
793 Per questa testimonianza vedi: Comune di Stazzema, L'eccidio di S. Anna nella testimonianza di mons. Giuseppe Vangelisti, s.l., Tip. Massarosa 1986.
794 Questo avviene, ad esempio, già prima della terribile estate del 1944: il 18 marzo 1944 a Palagno, in provincia di Modena (129 vittime); il 3 aprile a Cumiana in provincia di Torino (51 civili uccisi); il 13 aprile a Stia in provincia di Arezzo (108 civili uccisi) e a Calvi in provincia di Terni dove un delatore italiano, spacciatosi per un ufficiale inglese, fa fucilare dai tedeschi 14 civili; il 19 aprile a Pomino in provincia di Firenze (11 civili uccisi da SS italiane); il 10 maggio a Forno in provincia di Torino (villaggi incendiati e bombardati; 23 civili fucilati). Vedi Gianni Oliva, L'ombra nera, cit., pp.197-200.
795 "Italiani comunque hanno partecipato a esecuzioni del genere in altre parti d'Italia. La mente recalcitra. Italiani che non si limitarono alla infamia opera di spie, di carcerieri, di aguzzini nelle celle di tortura e nei campi di concentramento, ma che vollero anche macchiarsi del delitto più atroce: la strage degli innocenti. "Vollero" è l'espressione giusta, perché non potevano esservi comandati, e comunque avrebbero potuto facilmente sottrarvisi. "Vollero", alcuni per vera deformità morale, ma i più per criminale vanità, per servile bisogno d'imitazione. Volevano non sentirsi minori dei loro Padroni; dimostrare d'essere capaci di ciò in cui loro eccellevano; dimostrarlo a se stessi e a quanti non lo credevano. Volevano partecipare anch'essi al "gioco" senza preoccuparsi se nella posta vi erano vite umane e la loro stessa anima. Ma non si trattava di vite e di anime per loro, come per i tedeschi, incapaci di commozione e gelati dall'indifferenza. Ma per gli italiani che parteciparono all'eccidio di Sant' Anna come si può parlare d'indifferenza? Non erano gente venuta da fuori; la regione non era per essi un luogo qualunque di passaggio, privo di memorie e di affetti. L'indifferenza lamentata per gli altri non possiamo ammetterla nei loro riguardi, se non a patto di riconoscervi un cinismo ancor più terribile", Manlio Cancogni, La Nazione del Popolo, 29 giugno 1945, riportato in Alfredo Graziani, L'eccidio di S. Anna, Scuola Tipografica Beato Giordano, Pisa 1945. Vedi anche, per questa e per altre notizie, il portale di Sant'Anna di Stazzema www.santannadistazzema.org (Per questa citazione vedi la sezione La Memoria - L'eccidio - Il ruolo dei collaborazionisti).
796 Le prime indagini sono condotte, nel settembre del 1944, da una Commissione d'inchiesta americana. Nel dicembre 1946 le autorità militari americane inviano il governo italiano la documentazione relativa alla strage di Sant'Anna di Stazzema. La Procura generale militare di Roma decide di aprire due fascicoli (il n. 1976 e il n. 2163). Questi fascicoli, però, insieme a tanti altri, scompaiono e per molti anni non si saprà più niente.
797 I Partigiani saranno accusati, per questo e per altri episodi, di aver provocato, con le loro azioni, la reazione tedesca. D'altra parte, era già accaduto in occasione dell'attentato di Via Rasella e dell'eccidio delle Fosse Ardeatine. Su questi aspetti vedi, tra gli altri, Giovanni Contini, La memoria divisa, Rizzoli, Milano 1997; Paolo Pezzino, Anatomia di un massacro. Controversia sopra una strage tedesca, Il Mulino, Bologna 2007. Vedi anche, per conoscere il punto di vista di uno dei protagonisti (fascista) di quegli anni e delle future vicende italiane, Giorgio Pisanò, Sangue chiama sangue. Storie della guerra civile, Lo Scarabeo Editrice, Bologna 2005 (1ª edizione: Sangue chiama sangue. Le terrificanti verità che nessuno ha avuto il coraggio di dire sulla guerra civile in Italia, Pidola, Milano 1962); Id., Storia della guerra civile in Italia 1943-1945, edizioni Val Padana, Milano 1974. 3 voll. (ed edizioni successive). Vedi, infine, per una ricostruzione che ha suscitato diverse polemiche: Paolo Paoletti, Sant'Anna di Stazzema 1944. La strage impunita, Mursia, Milano 1998. Più in generale, sulla memoria divisa degli italiani, vedi: John Foot, Fratture d'Italia. Da Caporetto al G8 di Genova la memoria divisa del Paese, Rizzoli, Milano 2009.
798 Nel giugno 1994 avviene il rinvenimento, a Roma, presso l'Archivio di Palazzo Cesi, sede degli Uffici della Magistratura militare, di un armadio contenente un numero di fascicoli, indicato inizialmente in 695, per i quali il Procuratore generale Militare, Enrico Santacroce, aveva disposto, il 14 gennaio 1960, una "archiviazione provvisoria”. Si tratta di materiale di estremo interesse poiché riguarda i crimini di guerra nazifascisti compiuti in territorio italiano nel periodo 1943-1945. Il 7 maggio 1996, la magistratura militare dispone un'inchiesta che si conclude con la Relazione del 23 marzo 1999 (Un'ulteriore indagine si concluderà nel 2005). Il 18 gennaio 2001, la Commissione Giustizia della Camera dei Deputati, delibera una indagine conoscitiva "sulle archiviazioni di 695 fascicoli, contenenti denunzie di crimini nazi-fascisti commessi nel corso della seconda guerra mondiale, e riguardanti circa 15.000 vittime". Infine, il Parlamento, recependo l'auspicio formulato dalla Commissione Giustizia della Camera nel documento conclusivo del 6 marzo 2001, con la Legge 15 maggio 2003 n. 107 istituisce la Commissione parlamentare di inchiesta sulle cause dell'occultamento di fascicoli relativi a crimini nazifascisti (Gazzetta Ufficiale n.113 del 17 maggio 2003). Nella seduta dell'8 febbraio 2006, la Commissione approva la Relazione finale (Relatore on. Enzo Raisi) trasmessa, insieme a una Relazione di minoranza (Relatore on. Carlo Carli) alle Presidenze delle Camere. Oltre alle Relazioni citate, sull'"armadio della vergogna" vedi: Mimmo Franzinelli, Le stragi nascoste, cit.; Franco Giustolisi, L'Armadio della vergogna, Nutrimenti, Roma 2004; Maurizio Cosentino, La vergogna dell'armadio. Ricerche, verità e metafore sui crimini di guerra e sulla magistratura militare 1945-2006, Casa Editrice Nuova Cultura, Roma 2009. Più in generale, Daniele Bianchessi, Il paese della vergogna, Chiarelettere, Milano 2007; Aldo Giannuli, L'armadio della Repubblica, a cura di Vincenzo Vasile, Nuova Iniziativa Editoriale, Roma 2005. "[…] un viaggio all'interno dello Stato. Tema che interessa - che può interessare, che deve interessare - una cerchia molto più ampia di quella degli addetti ai lavori. In quelle carte si parla dei misteri d'Italia, delle trame, dell'eversione e delle stragi. Ma anche degli errori, delle dimenticanze, delle sciatterie e dei depistaggi che hanno trasformato queste vicende in misteri, a volte impenetrabili. Si tratta, perciò, di una specie di involontaria autobiografia della Repubblica. Ma molte di queste carte sono sparite. Altre stanno scomparendo, perché abbandonate, disperse, occultate". (Dalla IV di copertina).
799 Tribunale Militare della Spezia, Sentenza n. 45 del 22 giugno 2005.
Antonio Gioia, Guerra, Fascismo, Resistenza. Avvenimenti e dibattito storiografico nei manuali di storia, Tesi di Dottorato, Università degli Studi di Salerno, Anno Accademico 2010-2011