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giovedì 3 ottobre 2024

Andreotti dispose un finanziamento di 300.000 lire in favore del “Circolo Cavana”


Il Trattato di pace di Parigi del 1947 era stato, per l'Occidente, la fine di una complessa discussione che vedeva rivendicata la paternità della città di Trieste, nonché tutta la regione Orientale italo-jugoslava. Ma i due paesi interessati consideravano la questione tutt'altro che conclusa.
Con lo scisma titino dall'URSS nel 1948, la Jugoslavia veniva rivalutata agli occhi degli americani, e quindi la vexata quaestio di Trieste venne “congelata” nonostante le concordi volontà di USA, Regno Unito e Francia di far tornare la sovranità italiana su tutto il “Territorio Libero di Trieste” (TLT) <30.
La sorte della città preoccupava seriamente il popolo italiano e il suo ritorno sotto il governo di Roma rimaneva un obiettivo di primario interesse, a prescindere dal colore politico dell'esecutivo in carica.
Con la leadership moderata la questione del TLT divenne inoltre l'indice più evidente della validità della “scelta occidentale” del paese <31. Le questioni aperte del trattato di pace non fecero altro che limitare lo spazio di manovra dell'Italia nell'ambito internazionale, spostando l'attenzione sul tema dell'integrazione europea e il rafforzamento dei legami dei maggior partner della Nazione, primo fra tutti gli Stati Uniti. I terribili “quaranta giorni” dell'occupazione jugoslava di Trieste avevano sconcertato l'Italia intera. L'“Ufficio Zone di Confine” aveva, come si è visto, un ruolo fondamentale nel finanziamento delle “squadre armate” irregolari che si erano via via costituite nel Friuli-Venezia Giulia. Fin dal 1945 queste strutture avevano svolto anche attività di “polizia parallela”, in quanto l'effettivo apparato di pubblica sicurezza nazionale era ritenuto ancora troppo debole ed impreparato, soprattutto per la minaccia titina <32.
I Circoli “Cavana” e “Stazione” erano ufficialmente due aggregazioni sportive calcistiche, che prendevano il nome dei quartieri di Trieste dove avevano la loro sede. Ma lo sport era solo una copertura: nati all'indomani della fine dell'occupazione slava, i due circoli armati, formati per lo più da ex partigiani “bianchi”, si impegnavano ad una dura repressione degli uomini del Maresciallo Tito, ma anche dei comunisti italiani che li sostenevano. Nel febbraio 1949, il governo di Roma, riconosciute ufficialmente queste strutture atipiche, decise di sostenerle. Il Sottosegretario di Stato Giulio Andreotti dispose infatti un finanziamento di 300.000 lire in favore del “Circolo Cavana”, sotto la falsa dicitura “per attività sportive e ricreative” <33.
Anche il “Circolo Stazione” ricevette un finanziamento da Palazzo Chigi, nel marzo 1950, tuttavia questa seconda struttura clandestina si prefiggeva lo specifico scopo di punire le attività produttive
italiane filo-titine <34.
Nel 1997, nel corso di una sua deposizione davanti al Giudice Istruttore Carlo Mastelloni, l'ex Ministro della Difesa Paolo Emilio Taviani ammise di essere stato lui ad organizzare, negli anni '50, l'invio a “non meglio precisate strutture segrete triestine” <35.
Dopo che l'amministrazione Truman finanziò il riarmo dell'Europa occidentale, la decisione di includere nel programma anche la Germania Ovest si scontrò con una forte opposizione del governo francese, spingendo quest'ultimo a lanciare, nel 1950, il “Piano Pleven” (dal nome del premier, René Pleven), con lo scopo di creare una “Comunità Europea di Difesa” (CED) <36, che prevedeva la creazione di un esercito europeo. Si voleva includere anche lo Stato italiano. Se da un lato l'Italia approvava positivamente il coinvolgimento tedesco nel programma di riarmo atlantico, dall'altro non voleva scontrarsi con la Francia, soprattutto in vista dei trattati che avrebbero successivamente dato vita alla CECA. Dopo un lungo periodo di incertezza, il Governo De Gasperi decise di firmare il trattato CED, il 27 maggio 1952 <37. Tuttavia, la sua ratifica divenne una questione delicata. Era stato previsto un rinvio, in quanto la ratifica fu oggetto di dibattito nella politica interna italiana, nel quale che c'era chi voleva utilizzarlo come “arma di pressione” nei confronti degli alleati occidentali, finché non si sarebbe arrivati ad una risoluzione della questione di Trieste.
Nonostante una forte mediazione degli americani, non si riusciva comunque a trovare un punto d'incontro fra i governi italiano e jugoslavo.
Solo nel 1954 ci sarà finalmente la volontà di concludere la questione, concordando il ritorno della sovranità italiana sul “Territorio Libero di Trieste” (e quindi la città), tramite un memorandum d'intesa <38. Insieme al TLT, l'Italia incorporava l'intera “Zona A”, mentre lo Stato titino incorporava la “Zona B” all'interno del suo territorio.
Il fatto verrà tuttavia riconosciuto formalmente solo nel 1975, con il “Trattato di Osimo”, firmato dai due stati, Italia e Jugoslavia <39.
[NOTE]
30 Formigoni Guido, Storia d'Italia nella guerra fredda (1943-1978), Bologna, il Mulino, 2016, p. 152.
31 Varsori Antonio et al., La politica estera italiana nel secondo dopoguerra (1943-1957), Milano, LED, 1993, p. 160-161.
32 Pacini Giacomo, Le organizzazioni paramilitari nell'Italia repubblicana: 1945-1991, Civitavecchia, Prospettiva, 2008, p. 71.
33 Pacini Giacomo, Le organizzazioni paramilitari nell'Italia repubblicana: 1945-1991, Civitavecchia, Prospettiva, 2008, p. 76.
34 Idem, p. 78.
35 Idem, p. 102.
36 Varsori Antonio et al., La politica estera italiana nel secondo dopoguerra (1943-1957), Milano, LED, 1993, p. 310-311. 37 Formigoni Guido, Storia d'Italia nella guerra fredda (1943-1978), Bologna, il Mulino, 2016, p. 192.
38 Varsori Antonio et al., La politica estera italiana nel secondo dopoguerra (1943-1957), Milano, LED, 1993, p. 161.
39 Banti Alberto Mario, L'età contemporanea: dalla grande guerra a oggi, Bari, Laterza, 2009, p. 258.
Daniele Pistolato, "Operazione Gladio". L'esercito segreto della Nato e l'Estremismo Nero, Tesi di laurea, Università degli Studi di Padova, Anno Accademico 2023-2024

sabato 6 luglio 2024

Dopo la fine della guerra Tito voleva conquistare il nostro partito non solo a Trieste, ma nel Friuli e altrove


Nei giorni del viaggio di Nikita Chruščëv a Belgrado (maggio 1955), che doveva sancire la ricomposizione della frattura tra l’Urss e la Jugoslavia <148, la direzione del Pci motivava il suo assenso al nuovo indirizzo dimostrando piena comprensione del significato dei passaggi internazionali in atto. Fatto per nulla casuale, dell’incontro di Belgrado si parlò in un tutt’uno con la stipula del trattato di Stato austriaco <149. Mentre Scoccimarro dava fondo a tutte le riserve di continuismo marxista-leninista per spiegare il voltafaccia sovietico verso Tito (“Non si tratta di una nuova politica ma di fasi nuove della politica di pace dell’Urss”), Longo si concentrava sull’esigenza di “combattere la tendenza a recriminare” <150.
Ma non passarono neppure cinque giorni che Vidali ritenne di far conoscere pubblicamente i perché e la misura delle sue rabbiose recriminazioni. Lo fece con un gesto politicamente disperato, che alla radice racconta, oltre i suoi contenuti più immediati, lo smarrimento e lo scompiglio in cui era stato gettato il mondo comunista dopo la morte di Stalin. Nell’articolo "La dichiarazione del comp. Kruscev ed i comunisti triestini", comparso sul ‘Lavoratore’ il 30 maggio, dapprima egli dichiarava che il suo partito aveva “salutato con gioia” l’incontro tra Tito e il neosegretario del Vkp(b), condividendone gli obiettivi. Poi però, piuttosto contradditoriamente, si lanciava in un attacco inaudito contro Chruščëv, che nel suo discorso al cospetto di un compiaciutissimo Tito aveva rinnegato le risoluzioni del Kominform del 1948 e 1949, scaricando ogni responsabilità per le accuse allora formulate su Beria e Abakumov (vittime della recente resa dei conti nel gruppo dirigente sovietico poststaliniano). Affermava Vidali: "La nostra sorpresa per questa affermazione è stata enorme ed ha scosso il nostro partito come la bora scuote i nostri alberi. Tutti sanno che il nostro partito e tutti i democratici triestini, italiani e slavi, all’annuncio della risoluzione dell’Ufficio d’informazione manifestarono la loro gratitudine in forma clamorosa ed unanime. Essa rifletteva una situazione che da anni perdurava nel nostro territorio. Un documento simile, nelle sue parti fondamentali, si elaborava da anni nelle menti di tutti noi, sulla base delle esperienze, di ciò che si vedeva e si udiva, di ciò che si faceva e che si era obbligati a fare. Tutti noi eravamo convinti da tempo che non era marxismo-leninismo quello che si applicava nel nostro territorio, ed anche nel Paese vicino […]. Era sfrenato nazionalismo camuffato da socialismo, avventurismo, settarismo, terrorismo politico e fisico. Noi avallammo quella risoluzione […] con nostre sofferenze, con nostre esperienze, senza interventi di un Beria e di agenti dell’imperialismo. […] Perciò noi non possiamo solidarizzare con la dichiarazione del compagno Kruscev e sebbene siamo profondamente addolorati e dispiaciuti di questa divergenza di giudizio preferiamo esprimere francamente la nostra opinione perché siamo convinti che essa, almeno per le nostre esperienze, corrisponde alla verità obiettiva. Sia chiaro per tutti che se nel giugno del 1948 noi fossimo stati convinti - perché le relazioni del nostro partito con il partito jugoslavo erano strettissime e di dipendenza assoluta - che in Jugoslavia, che nella zona B si praticava il socialismo […] l’atteggiamento dei comunisti triestini sarebbe stato differente. Quell’atteggiamento fu meditato, cosciente e non un puro atto di cieca disciplina. […] Se essere pagliacci, settari, cocciuti dannosi, testardi incorreggibili significa avere principii, carattere, dignità, onestà politica e morale, ebbene allora dichiariamo di non sentirci offesi da tali aggettivi. Preferiamo essere tutte queste cose piuttosto che dei venduti e dei mercenari" <151. In margine all’articolo, era pubblicata una nota del Cc del PcTT che dichiarava di sentirsi “fier[o] delle lotte combattute in questi ultimi anni per ricostruire il partito sulle basi del marxismo-leninismo-stalinismo” <152.
In conversazioni interne con i dirigenti nazionali, Vidali si difendeva raccontando che nel corso di un soggiorno a Mosca in aprile era stato informato sui preparativi del viaggio di Chruščëv, ma nessuno aveva accennato a un rovesciamento di politica tanto grossolano; anzi era stato messo in guardia dalle manovre disgregatrici che i titini avrebbero ripreso nei confronti del suo partito e del Pci, ricevendo la direttiva di “difendersi con fermezza” <153. Non che i membri della segreteria a Roma fossero insensibili alla minaccia di un rilancio dell’attività eversiva dei comunisti jugoslavi nel loro partito. Scoccimarro espresse timori condivisi da Longo e prospettati anche da Pellegrini in direzione, quando affermò: “Dopo la fine della guerra Tito voleva conquistare il nostro partito non solo a Trieste, ma nel Friuli e altrove. Non è escluso che essi riprendano ora i loro tentativi, ma noi daremo battaglia” <154. Ma il punto, come rilevò ancora Scoccimarro rivolgendosi a Vidali e ad altri rappresentanti del PcTT, era che “malgrado la vostra autonomia la responsabilità del vostro partito ricade su di noi” e “non è concepibile che si prenda posizione contro il Pc dell’Unione Sovietica” <155.
Di fronte a simili assunti, le argomentazioni di Vidali non avevano modo di fare breccia. Convocato in segreteria a Roma, addusse con toni drammatici che nella zona B “continua la snazionalizzazione con metodi nazisti”, che “fin dall’agosto 1947 dichiarai che erano una banda di nazionalisti e rimasi a Trieste solo dietro vostra insistenza”, che ora i titini volevano la testa sua e degli altri dirigenti più compromessi nella lotta kominformista (Maria Bernetich) per “conquistare il comune […] e poi riporre il problema del passaggio di Trieste alla Jugoslavia” <156. Anche questa sua autodifesa, appassionata ma inevitabilmente perdente, rivelava una richiesta ormai esasperata di protezione, emessa da un organo dipendente al proprio centro politico. Vidali aveva tentato più volte di condizionare e anche di modificare la posizione del centro in relazione alle esigenze del suo partito, e dal 1948 si era adeguato alle istruzioni provenienti da Roma con qualche riluttanza politica, ma sempre con sostanziale lealtà ideologica. Aveva operato in condizioni locali avverse, che risentivano del grave retaggio lasciato dalla linea seguita dal movimento comunista a Trieste prima del suo arrivo; tuttavia era riuscito largamente a compattarlo, mantenendo unitaria la sua base binazionale e preservando la maggioranza degli sloveni comunisti dalle suggestioni panjugoslave promanate dagli avversari titini. Aveva ripristinato l’allacciamento con il Pci puntando tutto sul richiamo della fedeltà sovietica, e ora il suo lavoro rischiava di essere spazzato via. I comunisti titini avevano sempre potuto contare sul forte sostegno di Lubiana e Belgrado; Vidali pretendeva, così come aveva preteso in passato, di ricevere un sostegno pari da Roma, che forse in questi anni gli era parsa paradossalmente più lontana di Mosca.
Ma la vittoria di Tito nella circoscritta ‘guerra fredda’ combattuta nel campo socialista tra l’Urss e la Jugoslavia imponeva a lui e al PcTT di rassegnarsi. Come disse un suo sconsolato delegato, dopo la visita di Chruščëv a Belgrado esso non era più che un “distaccamento sacrificato del comunismo internazionale” <157. Nella doppia seduta di segreteria del 7 e 8 giugno 1955, si consumò la messinscena di un processo politico nel perfetto stile della terza internazionale. L’accusa, pronunciata con particolare veemenza da Edoardo D’Onofrio e da Pajetta, era quella di aver commesso un “errore dal punto di vista della disciplina, del costume comunista”, di aver dato “prova di malcostume politico”, essere “venuti meno alla solidarietà del movimento comunista internazionale”, aver compiuto insomma una “porcheria” e una vera e propria “provocazione” (specie in riferimento, notava con arguzia Pajetta, all’accenno di Vidali alle “basi del marxismo-leninismo-stalinismo”) <158. In più tappe, fu redatta una dichiarazione di pentimento totale che Vidali, malgrado le proteste <159, fu costretto a firmare e portare a Trieste per ottenere l’approvazione del Cc del suo partito <160.
Il rito dell’autocritica poteva dirsi completato.
[NOTE]
148 L.M. Lees, Keeping Tito Afloat: the United States, Yugoslavia, and the Cold War, Pennsylvania State University Press, University Park, Pa. 1997, pp. 155 ss.; B Heuser, Western ‘Containment’ Policies in the Cold War: the Yugoslav Case 1948-1953, Routledge, London-New York 1989, pp. 200 ss.; Service, Compagni cit., p. 394.
149 Apc, Fondo M, ‘Verbali della direzione’, riunione del 26 maggio 1955, mf. 195. Valgano per tutti gli interventi di Negarville: “L’esempio dell’Austria e della Jugoslavia dimostra che Paesi con i più diversi sistemi sociali possono convivere con l’Urss”, e di Sereni: “Ciò che importa è che si stanno creando gruppi di Stati in Europa e nel mondo che vogliono restare estranei ai blocchi militari contrapposti”.
150 Ibidem.
151 V. Vidali, La dichiarazione del comp. Kruscev ed i comunisti triestini, ‘Il lavoratore’, 30 maggio 1955.
152 Intensificare la lotta - Respingere la provocazione, ivi.
153 Apc, Fondo M, ‘Verbali della segreteria’, riunione del 7 giugno 1955, Note sulla discussione col Pc di Trieste (riservato), autore Luigi Amadesi, 5 giugno 1955, allegati, b. 324, mf. 194.
154 Apc, Fondo M, ‘Verbali della segreteria’, riunione del 7 giugno 1955, cit. Poco prima, Pellegrini aveva paventato che “i titini potrebbero tentare di rifare la fila della loro organizzazione a Trieste e anche nella provincia
di Udine e pretendere di dirigere il nostro movimento a Trieste”: Apc, Fondo M, ‘Verbali della direzione’, riunione del 28 maggio 1955, cit.
155 Apc, Fondo M, ‘Verbali della segreteria’, riunione del 7 giugno 1955, cit.
156 Ibidem.
157 Note sulla discussione col Pc di Trieste (riservato) cit. L’(in)felice espressione è di Giovanni Postogna.
158 Apc, Fondo M, ‘Verbali della segreteria’, riunioni del 7 giugno 1955, cit. e dell’8 giugno 1955, b. 324, mf. 194. Anche: Gozzini, Martinelli, Storia del Partito comunista italiano cit., pp. 384-85.
159 “Non me la sento di accettare la vostra critica di malcostume. Sono rimasto molto scosso della discussione di ieri. In trent’anni di vita politica non ho mai sentito affermazioni così aspre, nei confronti di un compagno come nei vostri discorsi”: ibidem.
160 “Il Cc riconosce francamente che le riserve contenute nell’articolo de ‘Il lavoratore’ sulla dichiarazione del comp. Krusciov costituiscono un grave errore, determinato da un’interpretazione errata e affrettata della dichiarazione stessa, a cui si è stati tratti dalla situazione locale esasperata della lotta che ha diviso per tanti anni il movimento operaio e democratico triestino e dalle provocazioni di chi ha interesse a questa esasperazione. Il modo con cui si è reagito è contrario ai rapporti fraterni e solidali che devono intercorrere tra partiti fratelli, soprattutto quando sono in gioco interessi fondamentali della pace e del movimento democratico e operaio internazionale. Partendo da questa considerazione e ispirandosi agli accordi di Belgrado, i comunisti si impegnano a sviluppare sulla base dei principi marxisti-leninisti la politica del Pc di Trieste, allo scopo di consolidare le posizioni della classe lavoratrice, di rafforzare l’unità antifascista e democratica, di continuare e di cementare la fratellanza italo-slava, ampliando ancora l’azione e le iniziative già prese in questo senso”: ibidem, allegati.
Patrick Karlsen, Il PCI, il confine orientale e il contesto internazionale (1941-1955), Tesi di dottorato, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 2007-2008

mercoledì 13 settembre 2023

Trieste costituiva in quel momento «anche una via di fuga rispetto alle incertezze del presente»


È significativo che al termine dei due interventi di inaugurazione della Consulta Nazionale il deputato democratico cristiano genovese Paolo Cappa, attirandosi in tal modo la prima alzata in piedi di tutta l'Assemblea e la generalità degli applausi e delle grida di approvazione, sommasse alle invocazioni per il trionfo dell'Italia repubblicana un «Viva Trieste italiana!» <137. L'accorato appello, così come la commossa e scomposta reazione che ne conseguì, riportata nel verbale della seduta in forma di commento, costituiscono la prima testimonianza del ritorno del motivo di Trieste nel Governo dell'Italia postfascista.
Il 28 settembre Giuseppe Bettiol, deputato democristiano e docente universitario originario di Cervignano del Friuli, teneva un intervento paradigmatico e introduttivo di molti dei contenuti di quello che sarebbe stato il discorso pubblico italiano, e in particolare democratico cristiano, su Trieste. Un «giuliano che vive le sue ormai lunghe ore di passione», così si presentava all'uditorio della Camera, che ha il «glorioso e doloroso privilegio proprio delle genti di confine di trovarsi ogni 25 anni di fronte alla dura necessità di ricostruirsi un'esistenza per fatti e avvenimenti che incidono sulla sua terra. Ed è questo destino che deve essere finalmente spezzato» <138.
Bettiol riconosceva la necessità di ammettere le «terribili colpe» del fascismo per la politica snazionalizzatrice condotta nei confronti degli slavi e indicava altresì la completa controtendenza della linea direttiva della politica estera democristiana, volta all'accordo democratico con la Jugoslavia, alla concordia e al recupero della tradizionale amicizia tra popoli italiani e slavi delle zone di confine. Sul fronte opposto però, segnalava facendo malcelato riferimento alle posizioni comuniste, vi erano «certi gruppi dell'interno» responsabili di aver indotto i giuliani di origine italiana verso una frattura con lo Stato, incoraggiandoli «ad accogliere come liberatrici le truppe del Maresciallo d'oltre Adriatico. E i triestini le accolsero realmente come liberatrici, salvo cambiare opinione». Bettiol faceva riferimento all'appello ai lavoratori di Trieste inviato da Togliatti il 1° maggio 1945, al tempo dell'ingresso dell'esercito titino a Trieste cui sarebbero seguiti i noti quaranta giorni di occupazione jugoslava della città.
Dalle pagine de «L'Unità» il segretario del Partito Comunista aveva di fatto esortato i «fratelli dell'Italia settentrionale» ad accogliere i soldati di Tito come liberatori, a collaborare con essi nel riscatto della città da tedeschi e fascisti e a evitare ogni atto provocatorio che potesse «seminare discordia tra il popolo italiano e la Jugoslavia democratica» <139. L'appello ebbe larga eco nella stampa di quel maggio '45, e rimase a lungo nella memoria dei detrattori della linea politica comunista su Trieste, esempio fra i tanti del conflitto ideologico che andava condizionando la politica italiana del pluripartitismo e in modo particolare la politica estera, interessata dalle interferenze delle diplomazie internazionali.
«Non si deve dimenticare quanto i socialisti, i liberali, gli azionisti e i democratici cristiani hanno operato per far sì che quella regione, la quale sotto le sue bianche pietraie custodisce le ossa dei morti della prima guerra mondiale, sia italiana e rimanga italiana», ricordava Bettiol richiamando, a sostegno del suo ragionamento, quella memoria nazionale che legava a doppio filo Trieste con lo spartiacque rappresentato dalla Grande guerra, "quarta guerra d'indipendenza" del Risorgimento italiano e compimento dell'istanza irredentista per la Venezia Giulia.
La città adriatica, "redenta" e ricondotta nel grembo della madre patria, era infatti assurta a emblema di quella partecipazione collettiva alla guerra europea che fu la prima esperienza nazionale e patriottica di massa per milioni di italiani e «l'ultimo atto compiuto della classe dirigente liberale per completare l'edificio dello Stato unitario» <140.
Al costo di 600.000 morti, dalla Grande guerra era scaturita una "religione della patria" tra le più aggreganti della storia del paese, che si sarebbe celebrata attraverso il ricordo del sacrificio dei suoi figli presso tutti i cimiteri militari di cui era disseminata la linea del fronte <141. In occasione della tumulazione del Milite Ignoto all'interno del Vittoriano a Roma nel 1921, maggiore cerimonia nazionale della storia italiana, fu chiamata una madre triestina a scegliere le spoglie anonime di un soldato caduto in combattimento, Maria Bergamas. Il figlio Antonio, attivista del movimento mazziniano e volontario irredentista, disertore dell'esercito austro-ungarico per unirsi a quello italiano, era perito in combattimento sull'Altopiano di Asiago nel 1916. Il suo corpo non fu mai ritrovato <142.
Ed ecco che l'aspetto morale, sentimentale, passionale di questo importante tassello del mito della nazione veniva recuperato nel secondo dopoguerra nel nome di Trieste, dei suoi "martiri", dei suoi eroi. Eretta in questo modo a «capitale morale della nuova Italia» <143 e ricollocata al centro di un sistema di sentimenti, credenze, simboli, retoriche e narrazioni politiche garanti della continuità con il passato, Trieste costituiva in quel momento «anche una via di fuga rispetto alle incertezze del presente, un modo per restare ancorati a un nucleo di valori e a un deposito di memorie che avevano scandito la trasmissione dell'esperienza generazionale» <144.
4. Quale nazione per la nuova Italia
Naturale fu il passaggio al richiamo del principio di nazionalità, o meglio a una vera e propria «apologia della nazione» <145, fatta prima di tutto di tradizione storica e culturale e di passato comuni: "E non è, o signori, in nome di un falso nazionalismo che vi richiediamo la salvaguardia dei nostri essenziali diritti etnici nella regione Giulia" - continuava l'onorevole Bettiol - "C'è un nazionalismo, signori, al quale non si può rinunciare se non si vuole annientare sé medesimi e nessuno tra gli altri popoli europei vi ha oggi rinunciato: meno di tutti il valoroso popolo guidato dal maresciallo Tito. Ma il nostro è un nazionalismo ancorato ad una coscienza morale: è la espressione di quella concezione etica della vita e di quei valori per i quali ogni benché minimo esorbitare dai limiti della più stretta giustizia è delitto che il popolo prima o dopo sarà chiamato a pagare. Esso è l'espressione di un convincimento che è in noi e per il quale noi consideriamo Patria ogni lembo di terra ove lingua, tradizioni, costumi, religione si uniscono a coloro che furono e legano noi alle generazioni venture. Sotto questo profilo rinunciare a Trieste e alle città italiane della Venezia Giulia è come abbandonare una parte di noi stessi a un destino di morte, è come fare a brandelli la nostra anima per la quale tanti generosi fecero un tempo l'Isonzo colorato in rosso! E se qualcuno ci vuole strappare ciò che per diritto etnico e culturale ci appartiene come il figlio appartiene alla madre [Vivissimi applausi] ci sia almeno concesso di levare la voce di protesta verso chi questo vuol fare in nome di diritti politici ed economici che non reggono la nostra voce disgustata verso coloro che, pur essendo a noi legati da vincoli etnici e culturali, dimenticano la Patria" <146.
L'estratto contiene una serie di motivi retorici e di formule di pedagogia patriottica eredi di una particolare lettura della storia nazionale e di quella del confine orientale, destinati a ritornare senza soluzione di continuità nei primi anni del Governo repubblicano, peraltro accomunando le diverse posizioni partitiche di massa socialiste, liberali, popolar-democratiche e anche comuniste che ancora - e ancora per poco - muovevano in un clima di collaborazione antifascista <147.
Sottolinea Emilio Gentile come in questa fase fosse comune a buona parte del Parlamento l'intento di riscattare l'idea di nazione dalle derive violente e bellicistiche fasciste e nazionaliste, circoscritte fra due parentesi di comodo e dure a morire, per riproporla al Paese come un ideale collettivo, un «valore tuttora vivo e attuale, di cui non ci si poteva disfare senza perdere la propria identità e la propria individualità» <148.
Il nazionalismo cui faceva riferimento il consultore democristiano derivava pertanto dall'esigenza condivisa di riempire il vuoto identitario seguito ai danni provocati dal ventennio e, al contempo, dalla presa in carico della difesa del problema della nazione da parte della Chiesa cattolica e del partito della Democrazia Cristiana più che di qualunque altro settore della cultura e della politica italiane di quel primo dopoguerra <149.
«La DC intendeva assumere su di sé con forza l'eredità della patria e della nazione» <150, come vedremo in seguito approfondendo il tema specifico della declinazione democristiana dell'identità nazionale italiana.
Pur tra le profonde differenze delle culture politiche e dei propositi di riorganizzazione dello Stato, Trieste tornava alla Consulta come archetipo del patrimonio morale nazionale da preservare. A nome del Partito d'Azione, che nella sua aspirazione si sentiva più d'altri epigone dei motivi spirituali nazionali e democratici del Risorgimento <151, il deputato e segretario della componente azionista Oronzo Reale avrebbe confermata l'antifona democristiana rispetto al problema nazionale e a quello di Trieste: "C'è una questione di frontiera orientale che tiene turbati gli animi del Popolo italiano. Noi del Partito d'Azione siamo contrari non solo ad ogni nazionalismo, ma anche alla esasperazione di ogni questione nazionale. Noi sappiamo che oggi non si fanno le guerre per una città. Noi sappiamo, tuttavia, che in questo totale sconvolgimento della civiltà europea ci sono questioni nazionali di immensa portata morale, delle quali non può essere negata l'importanza: si parla di Trieste che fu la vittoriosa conquista della guerra di liberazione della generazione che ci ha preceduti, Trieste che è italiana non soltanto per motivi etnici ed economici e geografici, ma anche per motivi tradizionali che sono presenti tutti nel nostro spirito" <152.
Occorre segnalare che tra l'11 settembre e il 2 ottobre 1945 si era svolta a Londra la prima conferenza del Consiglio dei ministri degli Esteri. In quell'occasione tanto il capo della delegazione jugoslava Edvard Kardelj quanto il ministro degli Esteri italiano Alcide De Gasperi avevano presentato i propri memorandum sulla Venezia Giulia. Alle rivendicazioni estensive jugoslave - gran parte della Venezia Giulia compresa Trieste, «isola straniera in terra croata e slovena», reclamata però per ragioni economiche <153 - De Gasperi opponeva l'indiscussa italianità di Trieste e ne proponeva l'unione all'Italia, chiedendo di spostare il confine alla linea Wilson <154, già prospettata alla fine della prima guerra mondiale. Il problema fu trasferito nelle mani di una commissione di esperti nominati da ciascuna delle grandi potenze che avrebbero effettuato una visita presso il territorio conteso, al fine di stabilire le effettive «condizioni etniche ed economiche locali, e proporre un confine che lasciasse il minor numero possibile di jugoslavi in Italia e di italiani in Jugoslavia» <155. I verbali della Consulta fino al marzo del 1946, quando si sarebbe svolto il sopraluogo della commissione quadripartita nella Venezia Giulia, danno conto dell'unità di intenti della coalizione di Governo in merito alla difesa dei confini della nazione, mentre i quotidiani nazionali e di partito montavano il palcoscenico della propria retorica pro-italianità di Trieste su questo appuntamento e le piazze della città e d'Italia andavano riempiendosi di manifestanti.
L'intervento di Ivanoe Bonomi del 14 gennaio è infatti significativo tanto alla luce dei rivolgimenti di natura diplomatica del 1946, quanto rispetto al trait d'union che caratterizzava la ripresa del tema e del linguaggio nazionale e patriottico fin qui introdotti. «Le questioni territoriali, le questioni dei confini, sono quelle che più incidono sulla fantasia e sui sentimenti dei popoli e che determinano il loro atteggiamento futuro», spiegava Bonomi facendo esplicito riferimento ai confini orientali del Paese. «Qui è il punto dolente e dove la parola deve resistere agli impulsi del cuore». L'ex presidente dell'esecutivo Bonomi continuava descrivendo la «situazione veramente dolorosa» connessa alla scelta del governo militare alleato di occupare le città di Gorizia, Trieste e Pola lasciando in mano jugoslava Fiume e l'Istria: "Dirò, non grido di dolore dei fratelli colpiti, ma strazio del nostro animo per questa
offesa al sentimento nazionale, che non è nazionalismo aggressore, ma è la solidarietà di tutti gli uomini che parlano una stessa lingua, che sono nati in una stessa terra, che sono cresciuti al calore di una stessa cultura".
A questo punto del discorso i consultori di ogni parte dell'aula si sarebbero lasciati andare alle oramai consuete grida di «Viva Trieste! Viva l'Italia!». E mettendo in allerta il Governo sulla snazionalizzazione in corso ad opera degli jugoslavi tesa ad occultare alla commissione interalleata la reale composizione etnica della regione, Bonomi concludeva: "Ebbene, bisogna che il Governo, con un'opera assidua e costante, illumini l'opinione pubblica mondiale. Bisogna che gli esperti che gli alleati manderanno a documentarsi nella Venezia Giulia non siano ingannati da fallaci apparenze. Avverta fin da ora il nostro Ministro degli esteri che i connotati etnici non si cancellano deportando gli elementi più audaci e spaurendo i più timidi. Le impronte nazionali di una regione non si desumono soltanto dalla presenza dei vivi, ma si ravvisano nelle pietre dei monumenti, nello stile delle case, nei costumi delle famiglie, nelle stesse iscrizioni tombali, perché, come ha detto un grande spirito, l'umanità e fatta di morti e di viventi. […] Quando qualche episodio tocca il sentimento nazionale, noi vediamo in tutti gli spiriti, dai più umili ai più alti, sorgere questa solidarietà di stirpe che è superiore alla solidarietà di classe e di partito, perché è il gradino necessario - come diceva Giuseppe Mazzini - per quell'amore della Patria nell'amore di tutte le patrie donde si sale a quella solidarietà internazionale che sarà la legge intrasgressibile di domani" <156.
È possibile scorgere in questi primi contributi una serie di aspetti tra di loro interconnessi, a partire dal diffondersi di una riflessione comune a proposito dei concetti di "patria" e di "nazione", di "patriottismo" e di  "nazionalismo". Ciò che si riscontra fin dai primi interventi parlamentari, pur secondo il variegato sentire degli onorevoli, è infatti come l'affermazione del significato, del radicamento e dell'autorevolezza dei concetti di "patria" e di "nazione" fosse percepito, in quel momento, come un compito imprescindibile, quasi un'urgenza, dei rappresentanti del paese, tanto più di fronte alle imminenti decisioni da prendere ai confini orientali d'Italia in discussione al tavolo della pace di Parigi.
«Come la storia ha spesso dimostrato, quando una nazione attraversa una seria crisi morale e politica è verosimile che o il linguaggio del patriottismo o quello del nazionalismo conquistino l'egemonia intellettuale. L'uno e l'altro possiedono una forza unificante e una capacità di mobilitazione che altri linguaggi, soprattutto il linguaggio dei diritti, non hanno» <157, commenta a proposito della rinascita del linguaggio patriottico nell'Italia dell'immediato dopoguerra Maurizio Viroli: una rinascita «tanto più sorprendente se si tiene presente che in Italia il linguaggio del patriottismo era stato trasfigurato prima dalla retorica monarchica, poi da quella fascista» <158. Ed è proprio la presa di distanza dalle contaminazioni fasciste che accomunerà i partiti nel "compito" di «dare un mito politico al risorto Stato italiano» <159.
Dalla guerra era uscito screditato il nazionalismo, e con esso il mito nazionale e il sentimento di nazione <160. Una volta "abbattuto l'idolo", però, alla rifondazione democratica dello Stato italiano occorreva recuperare il significato conciliatorio del sentimento di unità nazionale, che dalla mistificazione mussoliniana tornava ora alla sua matrice originaria di pianta risorgimentale. In definitiva, ciò che si fece nel proporre agli italiani un volto nuovo e ripulito del mito della nazione, fu richiamare in maniera perfino ridondante i vecchi termini della tradizione: la lingua, le tradizioni, i costumi famigliari, la religione, il diritto etnico, la solidarietà di stirpe, i motivi geografici, i confini naturali, la cultura latina, la Grande guerra, i morti per la Patria.
A questa proposta si allineò anche il liberale Giovanni Mazzotti, rivolgendosi in principio ai «colleghi comunisti» ed estendendo poi l'invito a tutte le parti, in particolare «a voi dell'estrema sinistra e a voi dell'estrema destra», a trovare un «termine di accordo completo» sulla questione di Trieste «che tocca così da vicino l'anima italiana»: "Non bastano le parole eloquenti dei vostri Ministri, ma qualche cosa occorre che sia l'espressione del vostro sentimento collettivo, affinché sappiamo che in questa lotta, in cui si tratta di difendere i confini che la natura ci ha dato e che sono stati acquistati mercé i dolori, la morte e i sacrifici di tante migliaia di uomini attraverso l'altra guerra di liberazione, noi potremmo trovare un punto di congiunzione […] per poter precisare di fronte a tutti, e particolarmente ai nemici di oggi, che sono i nemici di ieri, che l'Italia su questi termini non si tocca" <161.
[NOTE]
137 CN, intervento di Paolo Cappa (DC), seduta del 25 settembre 1945, p. 3.
138 CN, intervento di Giuseppe Bettiol (DC), seduta del 28 settembre 1945, p. 49.
139 P. Togliatti, Il Partito Comunista Italiano ai lavoratori di Trieste, «L'Unità», 1 maggio 1945. Cfr. anche M. Cattaruzza, L'Italia e il confine orientale, cit., pp. 286-287 e A. Agosti, Togliatti, Utet, Torino, 1996, p. 306.
140 E. Gentile, La Grande Italia, cit., pp. 84-85.
141 Sulla sacralizzazione della politica si citano come testi generali di riferimento G. Mosse, Le guerre mondiali dalla tragedia al mito dei caduti, Laterza, Roma-Bari, 1990 e E. Gentile, Le religioni della politica. Fra democrazie e totalitarismi, Laterza, Roma-Bari, 2007. Sulla celebrazione dei caduti cfr. O. Janz, L. Klinkhammer (a cura di), La morte per la patria. La celebrazione dei caduti dal Risorgimento alla Repubblica, Donzelli, Roma, 2008.
142 Cfr. F. Todero, Morire per la patria. I volontari del "Litorale austriaco" nella Grande Guerra, Gaspari, Udine, 2005.
143 E. Di Nolfo, M. Serra, La gabbia infranta. Gli Alleati e l'Italia dal 1943 al 1945, Laterza, Roma-Bari, 2010, p. 248.
144 M. Baioni, Trieste 1954, cit., p. 122.
145 E. Gentile, La Grande Italia, cit., p. 322.
146 CN, intervento di Giuseppe Bettiol (DC), seduta del 28 settembre 1945, pp. 50-51.
147 P. Scoppola, La repubblica dei partiti, cit., p. 124.
148 E. Gentile, La Grande Italia, cit., p. 322.
149 Ivi, p. 327.
150 G. Formigoni, L'Italia dei cattolici. Fede e nazione dal Risorgimento alla Repubblica, Collana di Storia contemporanea, Bologna, Il Mulino, 1998.
151 P. Scoppola, La repubblica dei partiti, cit., p. 94. A proposito del PdA cfr. G. De Luna, Storia del Partito d'Azione, Feltrinelli, Milano, 1982.
152 CN, intervento di Oronzo Reale (PdA), seduta del 2 ottobre 1945, p. 141.
153 B. C. Novak, Trieste 1941-1954, cit., pp. 233-234. De Gasperi riporta i contenuti del memorandum nella seduta di Consulta Nazionale del 29 settembre 1945, p. 96 e ss.
154 Frontiera tra Italia e Jugoslavia (al tempo Regno dei Serbi, Croati e Sloveni) proposta dal presidente degli Stati Uniti Wilson nel 1918. Tracciata secondo la linea etnica, nel rispetto del principio di nazionalità e dell'autodeterminazione dei popoli, comprendeva il Goriziano, quasi tutta l'Istria con Pola e Albona, parte dell'isola di Cherso e Fiume costituita in Stato libero. L'Italia non accettò e si giunse a una mediazione con il trattato di Rapallo del 1920, che prevedeva il confine al Monte Nevoso originario del Patto di Londra, tutto il Goriziano, tutta l'Istria, le isole di Cherso, Lussino, Pelagosa e Lagosta.
155 B. C. Novak, Trieste 1941-1954, cit., p. 234.
156 CN, intervento di Ivanoe Bonomi (PSDI), seduta del 14 gennaio 1946, pp. 251-253.
157 M. Viroli, Per amore della patria. Patriottismo e nazionalismo nella storia, Laterza, Roma-Bari, 1995, p. 18
158 Ivi, pp. 164-165.
159 E. Gentile, La Grande Italia, cit., p. 339.
160 Ivi, p. 271.
161 CN, intervento di Giovanni Mazzotti (PLI), seduta del 14 gennaio 1946, p. 257.
Vanessa Maggi, La città italianissima. Usi e immagini di Trieste nel dibattito politico del dopoguerra (1945-1954), Tesi di dottorato, Università degli Studi di Urbino "Carlo Bo", Anno Accademico 2018-2019

sabato 25 giugno 2022

Il capitano Marceglia si reca anche a Trieste

Pagina n° 1 della relazione del capitano Antonio Marceglia circa la missione presso Borghese cit. infra - documento CIA desecretato

Tra le forze armate della R.S.I., la Decima Mas risulta particolarmente attiva in una serie di operazioni volte ad assicurare la presenza di truppe italiane in Venezia Giulia ed in Istria al momento della fuga dei tedeschi: avrebbe tale significato la visita compiuta in queste terre dal comandante della Decima, Junio Valerio Borghese, nel dicembre del 1944, visita tra l'altro ostacolata dal Supremo Commissario, così come la presenza della Divisione Decima, impegnata a combattere in Carnia e nel Goriziano. Nel capoluogo giuliano si trova il Comando dei Mezzi d'Assalto dell'Alto Adriatico, agli ordini del triestino Aldo Lenzi, che, secondo le direttive di Borghese, è impegnato nel raccogliere informazioni riguardanti la Zona di operazioni Litorale Adriatico e la possibilità di organizzare un intervento italiano.
Questo servizio segreto della Decima Mas, che si occupa di stilare documenti sull'attività nella Venezia Giulia di tedeschi, austriaci, sloveni, croati, serbi e russi <42, si serve della collaborazione di un'organizzazione chiamata "Movimento Giuliano", diretta, secondo una fonte, da Italo Sauro <43, secondo altre invece da Nino Sauro <44. Il "Movimento Giuliano" si occupa della diffusione nella Venezia Giulia di giornali clandestini aventi carattere nazionale e fonda a Venezia un Istituto per gli Studi sulla Venezia Giulia, che ha il compito di tener sveglio l'interesse dell'opinione pubblica italiana sulla situazione della Venezia Giulia, pubblicando articoli informativi e di propaganda su questo tema sui giornali della R.S.I. <45.
Il comandante Lenzi è in contatto anche con il prefetto Coceani ed il federale Sambo, ma niente di concreto potrà essere realizzato, a causa dell'intransigente opposizione da parte dell'autorità tedesca alla presenza di reparti militari italiani nel Litorale Adriatico, opposizione che verrà mitigata quando ormai sarà troppo tardi. L'illusione di far rimanere la Divisione Decima sul territorio della Venezia Giulia è destinata ad infrangersi presto: alla fine della battaglia di Selva di Tarnova, nel gennaio 1945, il Supremo Commissario Rainer chiede ed ottiene dal generale Wolff, comandante delle forze armate tedesche in Italia, l'allontanamento della Divisione dal confine orientale. In Istria rimangono alcuni presidii della Decima Mas, che difenderanno le loro postazioni fino alla fine della guerra, mentre la Divisione Decima si attesta in Veneto, fra Thiene e Bassano, da dove Borghese spera di farla arrivare nella Venezia Giulia non appena se ne presenti l'occasione. Verso la fine del marzo del 1945 avvengono gli ultimi due, inconcludenti, incontri tra Borghese e gli emissari del ministro della Marina del governo italiano del Sud, l'ammiraglio de Courten; il capitano Marceglia si reca anche a Trieste e viene messo in contatto con Itala Sauro, solo per venire a sapere che non esiste nulla di organizzato.
[NOTE]
42 G. BONVICINI, Decima marinai! Decima comandante!, p. 227. S. NESI, Decima Flottiglia nostra, p. 133. M. BORDOGNA, Junio Valerio Borghese, cit., p. 189.
43 R. LAZZERO, La Decima Mas. La compagnia di ventura del "principe nero", Rizzoli, Milano 1984, p. 147, riporta il fatto che Italo Sauro collabora, assieme a Maria Pasquinelli, con il servizio informazioni della Decima, ma l'organizzazione "Movimento giuliano" non viene però nominata. G. BONVICINI, Decima marinai! cit., p. 227, parla invece esplicitamente di Italo Sauro quale promotore e direttore del "Movimento giuliano".
44 S. NESI, Decima Flottiglia nostra cit., p. 133. L. GRASSI, Trieste cit., p. 127, dove si parla però di un "Movimento Istriano Clandestino". M. BORDOGNA, Junio Valerio Borghese, cit., p. 143 e p. 189.
45 G. BONVICINI, Decima marinai! cit., p. 227. M. BORDOGNA, Junio Valerio Borghese, cit., p. 189. E' possibile che di iniziative del "Movimento Giuliano" parli l'organo del P.F.R. di Trieste, l'"Italia Repubblicana", nel suo ultimo numero, che porta la data del 25 aprile 1945, riferendosi all'indirizzo di cittadini della Venezia Giulia e della Dalmazia residenti a Venezia e Milano e riguardante l'inviolabilità dei confini della regione. I due testi citati riferiscono anche che una parte del materiale raccolto dal "Movimento Giuliano", in particolare sul massacro degli italiani avvenuto in Istria dopo l' 8 settembre 1943, si trovava nell'Ufficio stampa del Comando della Decima, situato proprio a Milano.

Raffaella Scocchi, Il Partito Fascista Repubblicano a Trieste, Tesi di laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno accademico 1995-1996

lunedì 11 aprile 2022

Nel 1949 vennero ritirate le jugolire e nella Zona B entrò in vigore il dinaro


Altro capitolo ancora è quindi quello dello sport, considerato fondamentale nell’ambito della strategia patriottica a Trieste. Il Governo italiano ritiene che la presenza di squadre afferenti, per esempio, alla Libertas o all’Edera nel campionato abbiano un alto valore propagandisco filo-italiano <208.
Di seguito leggiamo i finanziamenti elargiti mensilmente dall’UZC (Ufficio per le Zone di Confine presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri) alle associazioni sportive in vista alle elezioni amministrative di Trieste, vale a dire quelle del ‘49 e quelle del ‘52. I tre riparti attengono rispettivamente agli anni ‘48, ‘51, ‘52:




Questo quadro, che tiene conto esclusivamente dei finanziamenti elargiti in favore di associazioni sportive legate più o meno strettamente alle forze politiche giuliane, restituisce una situazione ben distinta da quella relativa alla stampa e, soprattutto, ai partiti. Gli equilibri sono invertiti. Questa volta a uscirne penalizzato è infatti lo schieramento conservatore, vale a dire la destra democratica in genere. A ricevere invece un trattamento di favore è soprattutto l’Edera, emanazione del mazzinianesimo politico sin dai primi anni del Novecento, e nello specifico organizzazione sportiva di stretto riferimento degli azionisti e dei repubblicani. Proprio questi ultimi rappresentano quella sinistra liberale che, assieme a quella socialdemocratica e al contrario della destra liberale e qualunquista <210, in ambito partitico riceve dall’UZC contributi sottodimensionati rispetto al seguito elettorale nella Zona A.
Ciò si giustifica attraverso due distinti motivi. Anzitutto, i giovani azionisti e repubblicani sono particolarmente sensibili ai richiami nazionali, e quindi una loro presenza nei campionati vale ben più di tutta la politica filo-italiana del partito di riferimento <211.
Inoltre, come ricorda l’Onorevole Renzo De’ Vidovich, l’Edera vanta due poli di attrazione giovanile: quello pugilistico, ricco di ragazzi che sanno menare abilmente le mani, e quello del baseball, che diventa ben presto un “centro di
distribuzione delle mazze, che vengono prestate per difendersi dalle aggressioni titoiste” <212.
È anche per questo motivo che si spiega l’intercessione di Gianni Bartoli (Sindaco di Trieste) tra le associazioni Edera e Libertas da una parte e il Governo italiano dall’altra, quando i finanziamenti alle due associazioni sportive sembrano pericolosamente ridursi <213.
Alla preghiera si unisce un anno più tardi Giorgio Jaut, Segretario provinciale della DC triestina, al quale Andreotti risponde che non può riservare trattamenti di favore alla Libertas nonostante “il valore propagandistico [...] nel campionato” accampando le ragioni che la politica dei due pesi e due misure non sarebbe equa e giusta <214.
Il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, con quel fare dal sapore un po’ cinico che ha già contrassegnato, come abbiamo visto, la “gestione D’Arcais” della stampa italiana nella Zona A, esprime ostinazione, salvo poi concedere qualche apertura.
Dai finanziamenti dell’UZC e dei diversi Ministeri destinati ai partiti, alle associazioni e ai circoli, oltre che alla stampa e allo sport di chiaro segno patriottico quando non nazionalista, le organizzazioni filo-italiane traggono linfa, energie e risorse per implementare le loro rispettive politiche all’insegna dell’italianità, come vedremo nei prossimi capitoli.
[NOTE]
208 Istituto Sturzo, Roma, Archivio Andreotti, Serie Trieste, Busta 339/A, Foglio 7 “Sport”, Fascicolo “Libertas”, Missiva dd. 1° agosto 1950, sottoscritta dal Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri Giulio Andreotti e diretta ad Angelo Priore, della DC romana.
209 Istituto Sturzo, Roma, Archivio Andreotti, Serie Trieste, Busta 339/A, Foglio 7 “Sport”, Fascicolo “Pratica generale”.
210 Ricordiamo che liberali e qualunquisti, insieme, ottengono suffragi di poco superiori a quelli del PRI, ma al contrario di questo ricevono circa un terzo dei contributi complessivi che l’UZC dedica ai partiti filo-italiani.
211 Istituto Sturzo, Roma, Archivio Andreotti, Serie Trieste, Busta 339/A, Foglio 7 “Sport”, Fascicolo “Libertas”, Missiva dd. 1° agosto 1950, sottoscritta dal Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri Giulio Andreotti e diretta ad Angelo Priore, della DC romana.
212 Testimonianza dell’Onorevole Renzo De’ Vidovich rilasciata all’autore il 26 novembre 2014.
213 Istituto Sturzo, Roma, Archivio Andreotti, Serie Trieste, Busta 339/A, Foglio 7 “Sport”, Fascicolo “Edera”, Missiva Prot. n. 3211/11 dd. 27 agosto 1949. Il Sindaco di Trieste chiede ad Andreotti se vorrà “intervenire autorevolmente in favore delle due benemerite Società sportive ‘EDERA’ e ‘Libertas’”.
214 Istituto Sturzo, Roma, Archivio Andreotti, Serie Trieste, Busta 339/A, Foglio 7 “Sport”, Fascicolo “Libertas”, Missiva dd. 1° agosto 1950, sottoscritta dal Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri Giulio Andreotti e diretta ad Angelo Priore, della DC romana. Allegato che reca la nota di Andreotti che motiva a Giorgio Jaut, Segretario provinciale della DC triestina, le sue ragioni.
Ivan Buttignon, Governo Militare Alleato e organizzazioni filo-italiane nella Zona A (1945-'54). Uno scontro culturale, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Udine, Anno Accademico 2014-2015


Ripercorrere le intenzionalità di un governo nell’ambito di vertenze internazionali come quelle che investirono la Venezia Giulia può essere assai complicato, soprattutto se il punto di osservazione scelto è l’articolata genesi delle progettualità politiche scaturite dagli uomini che mossero le istituzioni nell’ambito di quei delicati frangenti. Uno strumento assai valido per tentare di individuare i punti essenziali di un’agenda politica governativa, tra discontinuità e persistenze, è però rappresentato dagli investimenti economici da essa promossi. Per questa ragione la contabilità interna dell’UZC diviene un parametro prezioso per tentare di rilevare gli ordini di grandezza che connotarono gli interventi di Roma sul territorio, dando una precisa collocazione nelle priorità governative alle attività promosse dal CLNI [Comitato di Liberazione Nazionale dell’Istria] per la Zona B. La documentazione ad oggi risulta essere abbastanza completa, tanto da ricostruire in maniera sufficientemente dettagliata il lungo viaggio compiuto dal denaro messo a disposizione dal governo italiano verso i territori contesi, attraversando i filtri presenti a Trieste e passando tra i canali di distribuzione attivati dai fiduciari nei territori sotto amministrazione jugoslava.
L’elenco delle erogazioni che investì annualmente l’ente istriano reperibile presso l’UZC può infatti trovare termini di paragone e riscontro nei fascicoli contabili tenuti dall’ente, che, nonostante la fisiologica dispersione che caratterizza ogni fondo documentario, permettono di capire con sufficiente chiarezza la destinazione ultima delle risorse investite. Tale importante bacino di informazioni permette dunque di dare consistenza e volume ai contenuti politici che fino a questo momento sono stati illustrati nel delicato equilibrio tra centro e periferia, chiarendo, dove possibile, su quale dimensione reale venivano fondate le discussioni in corso sulla questione di Trieste e in quali effetti concreti fu in grado di tradursi.
2.3.1 Da Roma a Trieste
Per orientarsi nel dedalo costituito dai voluminosi e talvolta confusi incartamenti contabili, occorre partire dalla prima parte del percorso effettuato dai finanziamenti, ossia quella che consentiva alle strategie governative di concretizzarsi, tramite l’UZC, in una effettiva pianificazione degli investimenti e nella quantificazione degli sforzi sostenuti da Roma per tentare di portare a casa i risultati sperati.
A dare la dimensione economica dell’importanza rivestita dal problema delle frontiere e, nel caso specifico di nostro interesse, della Zona B, fu Andreotti in una sua corrispondenza a Ceccherini nel febbraio del 1951. Rispondendo all’ennesima sollecitazione in merito alla necessità di garantire un trattamento economico migliore al CLNI, il Sottosegretario chiariva i termini degli sforzi fino a quel momento sostenuti dall’UZC: «[…] per l’esercizio in corso [1950/1951], l’assegnazione a favore del C.L.N. è stata portata a L. 5.500.000 mensili […] È poi da rilevare che i contributi disposti per l’attività assistenziale nella zona B del T.L.T. non si esauriscono con la suddetta sovvenzione al C.L.N. ma comprendono anche le seguenti erogazioni: L. 2.000.000 mensili al Vescovo di Trieste; L. 2.000.000 mensili all’E.I.S.E. [Ente Incremento Studi Educativi] per il personale insegnante delle scuole italiane in zona B. In totale, quindi, i fondi corrisposti per tale finalità sommano a L. 114.458.000, cifra che equivale a circa un sesto dello stanziamento di 750 milioni concesso sul capitolo di bilancio amministrato dall’Ufficio Zone di Confine.
[...] Il CLNI, soprattutto a seguito delle osservazioni che gli erano state mosse per la mancata rendicontazione dei fondi ricevuti nel periodo tra il 1946 e il primo semestre del 1948, avrebbe costantemente aggiornato l’UZC in merito ai criteri osservati nella distribuzione sul territorio del denaro destinato ai sussidi, dando vita ad un corpus documentario abbastanza completo che ci mette oggi in grado di chiarire come vennero fatte circolare le risorse nella Zona B.
Per quanto riguardava l’esercizio finanziario 1947/1948, Il CLNI avrebbe comunicato che nella Zona sarebbe stata spedita sotto forma di aiuti la somma complessiva di L.10.630.000, a fronte dei 20.500.000 che la Giunta d’Intesa aveva destinato all’ente per il primo semestre del 1948. <233 Per l’esercizio successivo è possibile reperire un rendiconto <234 nel quale figurano in ordine cronologico tutti gli assegni erogati di volta in volta dal CLNI ai CLN clandestini della Zona nel secondo semestre del 1948. L’elenco è interessante per capire come venissero distribuiti i fondi per i sussidi tra le varie località e con quale cadenza
[...] Il fatto che il CLNI non avesse rinunciato ad assistere un limitato numero di famiglie anche nelle zone cedute è espressione del contegno politico tenuto dall’ente nei confronti di quei territori. Stando per lo meno alle comunicazioni intercorse tra l’ente istriano, l’UZC e il MAE [Ministero Affari Esteri della Repubblica Italiana] non risulta nessuna direttiva governativa mirata ad un intervento diretto a sud del Quieto, dal momento che, all’imbocco del 1950, nessuna figura a livello istituzionale poteva ragionevolmente ritenere probabile una rimessa in discussione delle regioni annesse dalla RFPJ [Repubblica Federativa Popolare di Jugoslavia] a seguito del Trattato di Pace. A livello locale, però, la metabolizzazione di tale dato di fatto risultava tutt’altro che pacifica. Per il CLNI la rivendicazione dell’intera Istria non rappresentava un punto programmatico negoziabile, così come per la maggior parte degli enti e delle associazioni politiche attive a Trieste sul “Fronte Italiano”. La ristrettezza della prospettiva era in qualche modo dovuta, oltre che alle sincere attese espresse in generale dalla dimensione periferica, al bisogno di mantenere viva l’attenzione e la speranza delle comunità esuli a Trieste e di quella italiana rimasta in Istria, per le quali la notizia di una cessione definitiva avrebbe rappresentato un bagno di realtà in grado di mettere in discussione la loro adesione a strutture associative come il CLNI e alle figure politiche di riferimento per la rivendicazione dell’italianità dell’area a livello locale e nazionale. Per il CLNI dunque mantenere aperti canali assistenziali a sud del Quieto era un mezzo che gli avrebbe consentito di ribadire con coerente fermezza le richieste di restituzione integrale dell’Istria e di manifestare agli istriani l’attenzione che Roma dimostrava nei confronti di quelle zone. Far passare i sussidi oltre frontiera si traduceva quindi in un messaggio chiaro, che esprimeva l’intenzione di Roma di voler ancora lottare per quei territori. Probabilmente la strategia venne accettata dall’UZC, dal momento che non vennero mai mossi appunti all’ente istriano per aver dedicato le proprie attenzioni alle zone cedute, anche perché, concretamente, l’investimento economico da loro richiesto sarebbe stato abbastanza esiguo e avrebbe in effetti comportato apprezzabili vantaggi sul piano della gestione emotiva della comunità istriana. Dunque il denaro spedito alle zone del sud Quieto non va letto come un tentativo concreto perpetrato dal governo italiano per cercare di attivare forme di resistenza anche in quelle città al fine di metterle in discussione a livello diplomatico o di destabilizzare le amministrazioni jugoslave, come invece accadeva nella Zona B. A dimostrazione di tale affermazione vale anche in generale la sostanziale tolleranza dimostrata dalle autorità locali nei confronti di queste sovvenzioni a vantaggio della popolazione italiana delle zone cedute, la quale non ebbe mai a subire gli interventi repressivi che invece interessarono la Zona B.
[...] Dal momento che il CLNI aveva come principale obiettivo quello di venire in aiuto delle fasce di popolazione più in difficoltà, il dato forse più indicativo può essere dedotto dalla situazione retributiva degli impiegati collocati nella categoria più bassa. Di fatto un sussidio medio del CLNI, rapportato alla paga minima di un impiegato di 3ª categoria, rappresentava un’integrazione significativa, soprattutto in riferimento alla sua continuità, garantita generalmente nel corso di tutto l’anno. Anche qualora infatti una famiglia avesse ricevuto solamente L. 1.000 mensili, la somma dei sussidi a fine anno avrebbe apportato al bilancio domestico circa una mensilità in più rispetto a quanto previsto dalla retribuzione ordinaria.
Prendendo poi in considerazione i sussidi più consistenti, come quelli destinati alle famiglie dei detenuti, la cifra si faceva molto significativa, perché arrivava praticamente a sostituire un regolare stipendio.
Il rapporto stabilito con le retribuzioni italiane non ci mette però ancora nelle condizioni di capire fino in fondo l’importanza di tali sussidi, dal momento che non tiene conto del quadro economico e sociale della Zona B, la quale costituiva un caso peculiare, discontinuo non solo rispetto ai sistemi vigenti in Italia e in Jugoslavia, ma anche a quello della Zona A. La carenza di dati statistici controllabili rende assai difficile qualsiasi operazione di quantificazione e raffronto, ma i lavori di Cristiana Colummi e Gianna Nassisi <248 consentono di individuare alcuni strumenti di orientamento. Già a partire dal 1946 l’intera area istriana era stata interessata da radicali riforme dell’intero sistema economico, con lo scopo di avviare una transazione che portasse le imprese private sotto controllo statale, attraverso lo sviluppo delle cooperative. Tale sistema mostrò però da subito alcune criticità, dal momento che la tendenza generale delle cooperative fu quella di acquistare dai contadini prodotti agricoli a importi bassissimi per poi rivenderli con maggiorazioni che potevano superare anche il 100%, provocando un’impennata dei prezzi relativi ai beni di prima necessità. Per esempio un kg di patate acquistato a L. 13 poteva essere rivenduto dalle cooperative a L. 25 o 35, innescando un meccanismo che non solo rendeva difficilmente reperibili le merci, ma che aveva provocato l’immediata e significativa erosione del potere d’acquisto della popolazione locale. Con l’istituzione del TLT le cose non sarebbero migliorate, e i poteri popolari tentarono di porre rimedio alla situazione con una serie di correttivi.
Nel 1949 vennero ritirate le jugolire e nella Zona B entrò in vigore il dinaro, la valuta in uso nella RFPJ (Jugoslavia). Tra il 1951 e il 1952 venne avviata una strategia mirata alla liberalizzazione dei prezzi dei prodotti agricoli, ma l’esperimento sarebbe andato incontro ad un sostanziale fallimento dal momento che la loro scarsa presenza sul mercato aveva determinato un crollo dell’offerta, alla quale seguì una rapidissima impennata del costo della vita da 1 a 5,37 punti verificatasi nell’agosto del 1951. Inoltre il processo di liberalizzazione dell’economia della Zona B era stato notevolmente frenato dalle persistenze del regime statale e vincolistico creato precedentemente attraverso le cooperative, le quali continuarono ad essere le reali calmieratrici del mercato, influenzando la politica del contenimento dei prezzi. Le principali cooperative infatti avrebbero continuato a perseguire la logica del sottopagare i
produttori al fine di ampliare i propri margini di guadagno. Per esempio nel maggio del 1951 le cooperative che gestivano il mercato ittico avevano imposto un calmiere che avrebbe garantito ai pescatori un guadagno di circa 3.000 dinari al mese, del tutto insufficienti al sostentamento di un nucleo familiare. Al problema dei prezzi dei beni di prima necessità si sommava poi l’ingente pressione fiscale: nel 1949 i contadini della Zona B versarono 16 milioni di dinari all’erario, saliti a 41 nel corso del 1953.
Il quadro delineato, sebbene fondato su dati minimi e di certo insufficienti a restituire fedelmente la panoramica di una realtà senza dubbio più complessa, contribuisce a definire il contesto che accolse i sussidi del CLNI, versati alle famiglie sempre in lire, <249 dal momento che rispetto al dinaro rappresentavano una valuta pregiata. Le difficoltà economiche attraversate dalla Zona, il fatto che la lira rappresentasse una moneta di maggior valore, la forte pressione fiscale e in generale le critiche condizioni di retribuzione minima della popolazione rurale, lasciano pensare che gli aiuti distribuiti dal CLNI costituissero per molti una voce importante del bilancio familiare. Non è ovviamente
possibile stabilire se il denaro ricevuto fosse da solo sufficiente a convincere gli italiani nel prolungare la loro permanenza nella Zona, ma certamente il sussidio rappresentava uno strumento estremamente efficace nello stabilire un contatto continuato tra il CLNI e la comunità italiana, che trovò in quelle risorse un aiuto per affrontare le difficili contingenze e motivazioni valide per stringersi attorno agli attivisti dei CLN clandestini, condividendone gli obiettivi politici e rispondendo alle loro sollecitazioni.
Tirando le somme generali del discorso, tra il luglio del 1946 e il luglio del 1953 il CLNI avrebbe fatto confluire nella Zona B 300.473.000 milioni di lire, <250 mentre l’EISE avrebbe contribuito negli stessi anni inviando L. 138.500.000. In totale quindi, nel giro di meno di dieci anni la Zona B aveva ricevuto grazie all’attività dell’ente istriano, almeno per quanto riguarda le somme regolarmente rendicontate, L. 438.973.000. <251 Dal momento che questa ingente mole di capitali sarebbe stata assorbita da un territorio piuttosto circoscritto e da una comunità fortemente selezionata sulla base di precise connotazioni politiche, sorgono spontanei alcuni interrogativi relativi alle conseguenze che essa ebbe nel delineare la fisionomia economica della comunità istriana, sia esule che “rimasta”. Davanti all’impossibilità di reperire dei dati in merito ad un fenomeno particolare come quello dell’esodo, non sottoponibile agli strumenti di indagine applicati in generale ai processi migratori e al circuito delle rimesse, rimane piuttosto difficile capire come i flussi di denaro finirono per adattarsi allo spostamento di migliaia di persone avvenuto in corrispondenza della frontiera orientale italiana in un arco di tempo tutto sommato ridotto. Sarebbe per esempio interessante capire quante di quelle tremila famiglie sussidiate regolarmente dal CLNI nel corso del tempo fossero effettivamente rimaste in Zona B dopo il 1954, in modo da calcolare approssimativamente se e quanto il denaro spedito da Roma avesse finito per influire sulle caratteristiche della minoranza italiana in Jugoslavia, o al contrario analizzare se quei capitali finirono piuttosto per seguire i profughi nei loro spostamenti, contribuendo alla nascita di una comunità esule fortemente radicata nell’associazionismo e che tutt’oggi mantiene inalterata la forza propositiva dei propri argomenti identitari e politici.
Le cifre dunque, per quanto chiare e precise, contribuiscono forse più a far avanzare nuovi interrogativi che a formulare risposte definitive, che aprono però le porte alla necessità di indagare, attraverso fonti e approcci nuovi, aspetti fino ad oggi difficili anche solo da individuare.
[NOTE]
233 IRCI, Fondo CLNI, Amm. 3, Relazione finanziaria del I semestre 1948.
234 Ivi, Amm. 4, “Rendiconti erogazioni” del 26.11.1949.
248 G. Nassisi, Istria: 1945-1947, e C. Colummi, Dalle elezioni del 1950 alla nota angloamericana dell’ottobre 1953: le premesse del grande esodo, in «Storia di un esodo», cit.
249 Non è stato possibile risalire all’effettivo tasso di cambio stabilito tra lira e dinaro. Ancora nel 1951 infatti non erano stati presi accordi tra l’Italia e la Jugoslavia in questo senso. Il governo italiano aveva però stabilito in via provvisoria che per il trasferimento dei fondi liquidi degli optanti sarebbero state corrisposte 3 lire per ogni dinaro depositato presso la Banca nazionale jugoslava al nome dell’Ufficio italiano dei cambi, nel quale erano state accreditate le somme versate dagli optanti per l’Italia. Vedere Atti Parlamentari, seduta alla Camera dei Deputati del 28.11.51.
250 La cifra si riferisce alla quantità di denaro che, attraverso i rendiconti disponibili, risulta essere effettivamente filtrata nella Zona B. Al totale sarebbero da aggiungere ragionevolmente altri 60 milioni di lire, 10 per l’esercizio finanziario 1945/1946 e 50 per quello 1953/1954 dal momento che, pur non figurando nei dati delle rendicontazioni rese all’UZC, nel corso del tempo probabilmente smarrite, risulterebbero in linea con la politica dei finanziamenti seguita in quegli anni dall’ente.
251 Ricalcolati in euro attuali corrisponderebbero alla cifra di 7.631.600 euro.
Irene Bolzon, Fedeli alla Linea. Il CLN dell'Istria, il governo italiano e la Zona B del TLT tra assistenza, informative e propaganda. 1946-1966, Tesi di Dottorato, Università degli Studi di Udine, Anno Accademico 2013-2014