Powered By Blogger

martedì 28 aprile 2026

Livorno, Cecina, Grosseto ed altri capisaldi erano stati ceduti ai tedeschi

Piombino (LI). Foto: Mykola Pokalyuk. Fonte: Wikipedia

L’episodio certo più significativo della reazione ai tedeschi attorno all’8 settembre è quello della resistenza opposta all’occupazione di Piombino e dell’isola d’Elba che portò ad una vera battaglia. Esso riveste un’importanza particolare poiché alla lotta parteciparono, in unità d’intenti, i militari, i politici (comunisti, in genere, dato il carattere operaio della città di Piombino) e la popolazione civile e può essere considerato il punto di nascita della Resistenza di popolo intesa come Lotta di popolo contro la occupazione nazista. Il 9, il tentativo delle navi tedesche di impossessarsi del porto portò ad una violenta reazione che causò gravi perdite ai tedeschi che si allontanarono. Il 10 giunsero altre navi tedesche, che con pretesti e menzioni ottennero il permesso di entrare in porto per rifornirsi. In città i carabinieri intervennero per sciogliere gli assembramenti di cittadini, mentre in città cominciavano ad affluire centinaia di soldati e marinai sbandati, provenienti dalla Liguria e da città toscane che, lasciati liberi dai tedeschi che non erano in grado di controllarli, cercavano di raggiungere le loro case in Sardegna o all’Isola d’Elba; la presenza di questi sbandati influì negativamente sul personale italiano ancora in armi che non vedeva per quale ragione dovesse essere ancora impegnato in servizio mentre gli altri, liberi, andavano a casa.
La popolazione, guidata dal Comitato di Concentrazione, resasi conto della precarietà, specie morale, della situazione, decise di dare sostegno ai militari italiani e cittadini armati si unirono ai soldati ed ai marinai invitandoli a riprendere le loro posizioni presso le Batterie. Su invito del Comitato di Concentrazione, una pattuglia armata di marinai intervenne alla Stazione ferroviaria, impedendo la partenza del treno delle 11, carico di marinai (in giacca borghese e zaino) e di soldati. I marinai furono rinviati alle batterie il cui personale fu integrato, in alcuni casi, da personale civile. Il nuovo tentativo tedesco di impossessarsi del porto, impiegando a terra personale sbarcato dalle navi, appoggiato dal fuoco delle stesse, diede luogo ad un secondo scontro che ebbe termine solo alle tre dell’11 settembre con la completa sconfitta tedesca e il nuovo ritiro delle navi superstiti. Per accordi intercorsi fra i Comandi italiani e tedeschi, Livorno, Cecina, Grosseto ed altri capisaldi erano stati ceduti ai tedeschi. Il Generale De Vecchi ordinò di rilasciare i prigionieri catturati a Piombino, ciò che sconcertò Comandi e popolazione; comunque, tutti furono rilasciati e gli furono anche riconsegnate le armi. 
La situazione di Piombino era divenuta insostenibile; tutta la costa era ormai in mano tedesca; il generale De Vecchi si era accordato per cedere le armi e faceva pressione in tale senso; le Batterie avevano quasi terminato il munizionamento per i cannoni; continuava ad affluire personale sbandato che intendeva raggiungere l’Elba, la Corsica e la Sardegna. Il generale Perni diede l’ordine di danneggiare i carri e di abbandonarli; il personale del Presidio si allontanò, seguito dal personale delle Batterie e da quello delle Vas. All’alba del 12, alcune Unità tedesche iniziarono a bombardare la città e i tedeschi inviarono un ultimatum. Il comandante Capuano, resosi conto dell’impossibilità e dell’inutilità del proseguimento della lotta, diede ordine di lasciar liberi i marinai, consegnò le armi in dotazione al Comitato cittadino e, la mattina del 12, rimasto solo, consegnò il Comando Marina ai tedeschi e si allontanò, in treno, indisturbato. La mattina del 13 la città fu occupata da un reparto tedesco della contraerea. Terminava così la battaglia di Piombino.
La lotta si spostava ora verso l’isola d’Elba. A Portoferraio si trovavano ormai oltre venti Unità da guerra italiane, provenienti dalla Liguria, dall’Alta Toscana, dalla Sardegna e dalla Corsica, che avevano preso parte anche alla battaglia di Piombino. Nell’isola, ben fortificata, erano di stanza circa diecimila uomini. Sostenuto dalla popolazione il comandante dell’isola decise di resistere ai tentativo tedeschi. All’alba del 10 le Batterie dell’isola poste nella parte orientale respinsero un tentativo di sbarco tedesco. La presenza delle navi, con a bordo il Duca d’Aosta e l’Ammiraglio Nomis di Pollone, consentì una difesa coordinata ed attiva condotta, principalmente, dalle navi e dalle Batterie della Marina. Il 13 mattina un violento fuoco incrociato respinse un attacco di bombardieri tedeschi. Fu attuato un difficoltoso collegamento radio con Brindisi, dove si trovava ora il Comando Supremo italiano, e furono richiesti immediati aiuti e l’invio di rinforzi. Invece venne l’ordine alle navi di procedere verso Palermo in pignolesca applicazione delle clausole d’armistizio come richiesto espressamente, in particolare, dagli inglesi. L’allontanamento delle navi diede un forte colpo al morale già non saldo della difesa. D’altra parte la caduta di Piombino aveva già fatto venir meno uno dei due pilastri sui quali si basava il controllo dello stretto fra l’Italia e l’isola d’Elba. Il 15 mattina parlamentari tedeschi giunsero a Portoferraio da Piombino illustrando la situazione e chiedendo la resa dell’isola sotto la minaccia di pesanti bombardamenti aerei. Sostenuti anche in questo caso dal Comitato di Resistenza e dalla popolazione, i militari italiani tennero duro. Il 16, poco prima di mezzogiorno, sette bombardieri tedeschi lanciarono grappoli di bombe sul Comando, sulle caserme e sulla città causando più di cento morti e 150 feriti <7, la maggior parte dei quali fra la popolazione civile. L’intera rete di comunicazioni fra le Batterie andò distrutta. Assieme alle bombe furono lanciati volantini che ingiungevano alle truppe di arrendersi. Ora la popolazione, spaventata dai danni subiti e sotto la minaccia di altri bombardamenti, spinse per l’accettazione delle condizioni di resa che, tra l’altro, imponevano di consegnare navi, armi e infrastrutture senza causare altri danni. Alle 16 il Generale Gilardi accettò le condizioni di resa. Il 17, traghetti e motozattere tedesche, cariche di truppe, sbarcarono soldati a Portoferraio, Porto Longone, Marina di Campo, Golfo del Procchio e Golfo di Lacona, mentre un battaglione paracadutisti del generale Kurt Student (circa 500 uomini) effettuò un lancio a Schiopparello e San Giovanni, nel centro dell’isola. Nello stesso giorno le batterie della Marina e le navi militari presenti in porto, perché non in grado di allontanarsi, furono consegnate ai tedeschi. Data la presenza di molte migliaia di militari italiani, i tedeschi i comandanti italiani furono mantenuti in carica con il compito di smaltire questa massa di uomini.
Il 27 settembre cambiò il Comandante tedesco e gli Ufficiali italiani furono arrestati ed inviati in campo di concentramento in Germania assieme a buona parte dei marinai. Stranamente nessuno si ricordò del comandante Fedeli che, in borghese, assieme alla sua ordinanza, raggiunse con un’imbarcazione Piombino e procedette in treno per Arezzo dove rimase fino alla liberazione della città.
[NOTA]
7 Probabilmente molti di più poiché in città erano presenti molti soldati di passaggio i cui corpi furono scaraventati in mare e mai ritrovati. Si calcola che i morti fra il solo personale militare ammontassero a circa 200. Fra gli altri cadde il Sottotenente di vascello Giorgio Rizzo di Grado e di Premuda, secondogenito di Luigi Rizzo, alla cui memoria fu concessa la Medaglia d’Argento al Valor Militare.
Giuliano Manzari (Controammiraglio della Riserva - Vice Presidente Nazionale Ancfargl Marina), La Marina Militare nella guerra di Liberazione in Aa.Vv., Le Nuove Forze Armate nella Guerra di Liberazione 1943-1945, Ancfargl, 2009, pp. 111-114