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martedì 27 gennaio 2026

Gli stenti dei civili in Val Pesarina nel 1944

Prato Carnico in Val Pesarina (Friuli). Foto: And Pus. Fonte: Wikipedia

La guerra stravolse le vite di tutti, anche di coloro che non scelsero di prendere parte alla lotta armata partigiana fin da subito, non potendo conoscere il movimento e i suoi ideali. Le donne delle realtà più rurali sono state abili ad adattarsi al contesto di guerra e a ripensare e salvaguardare una quotidianità con un processo piuttosto spontaneo di adattamento e sopravvivenza. Risulta molto utile e ricco di spunti, per comprendere a fondo la percezione degli eventi e dei nuovi fragili equilibri nati per far fronte ai cambiamenti e all'incertezza della guerra, il diario personale di Norina Canciani, una ragazza della Val Pesarina, che tra la primavera del 1944 e quella del 1945 ha deciso di confidare pensieri, paure, esperienze ad un piccolo diario che è arrivato finito a noi e ha visto la sua pubblicazione nel 2000.
Fin dalle prime pagine, emerge il problema della carestia, che andrà col tempo ad aggravarsi maggiormente. I paesini Carnici si erano organizzati per razionare i viveri e a proposito, nel diario di Norina, in data 8 marzo 1944, si legge: "All'arrivo di questi, il primo che passa e vede scaricare la merce, dà l'allarme e a questo annuncio ogni donna addetta al trasporto dei suddetti pianta in asso quello che faceva, arraffa in fretta il "gei", vi mette dentro i sacchetti bianchi e puliti, uno per ogni genere (se si portano i sacchetti non mettono carta e quindi niente tara) e va a gran velocità al negozio. In questo modo tutto il paese è lì alla stessa ora e le code non finiscono mai" (Canciani, 2000); questo significava che per un giorno si sarebbe saltato la classica pasta e fagioli salvavita. Da troppo tempo la guerra andava avanti, il menù non variava e il cibo scarseggiava, e, soprattutto per la gente comune era difficile capire quello che stava succedendo effettivamente nell'assetto internazionale e prevedere come sarebbero andate le cose; nell'incertezza Norina rimuginava, malinconica, sui tempi passati: "A volte mi perdo a sognare i bei tempi dei crostoli, delle frittelle e delle altre cose squisite" (Canciani, 2000). In attesa del proseguire degli eventi e nella speranza della fine della guerra ci si occupava del lavoro del campo, curando ogni patata e fagiolo "come un nostro fratello in questi anni di ristrettezza", in modo da massimizzare la produzione e garantirsi i viveri per sopravvivere il più a lungo possibile. (Canciani, 2000)
L'11 marzo 1944, Norina scriveva: "Oggi mi sono alzata alle cinque e mezza per andare alla latteria dove, alle 6, distribuiscono il latticello (non più di un litro a famiglia) fino a esaurimento, così chi arriva per ultimo corre il rischio di tornarsene a casa con il pentolino vuoto e allora addio colazione". (Canciani, 2000). Il latticello era molto peggiore del latte. In questa contesa, le mamme sono sempre ai primi posti, in fila prima ancora delle cinque per garantire ai loro figli una calda colazione. La carne veniva distribuita a periodi fino a esaurimento ai primi che arrivassero, ma succedeva raramente e per mesi veniva sospeso il servizio. Nonostante il sistema delle distribuzioni e il razionamento del cibo, non sempre regolari, c'era sempre qualcuno che non riusciva ad averne accesso; "devo ammettere che le mucche sono più indipendenti di noi" si legge nel diario di Norina, provata dalla guerra e dalle limitazioni che essa portava con sé. Con sua madre gestiva un albergo, una volta punto di incontro per la comunità, ora invece anche il vino scarseggiava, e il fornitore, il 13 aprile, si presentò con ben due damigiane di vino. Già da mesi arrivava sporadicamente e con poche quantità. Rimaneva comunque un'occasione per una bicchierata comune a cui gran parte della popolazione accorreva con entusiasmo. "E' un po' buffa questa osteria che entra in funzione per due o tre giorni, fin che dura la merce e poi ritorna a casa privata fino a quando non ne arriva altra" (Canciani, 2000).
La prima volta che sentì parlare di un omicidio nella sua vallata era il 4 aprile del 1944, quando ancora nella zona non si conosceva il movimento partigiano o molto poco si sapeva di esso: "non si sa chi, si presume questi partigiani di cui si parla continuamente, ma hanno ammazzato un giovane di Pesariis che si chiamava Sin" (Canciani, 2000). Per coloro che non hanno preso parte direttamente alla lotta partigiana, le conoscenze e la loro percezione su di essa appare piuttosto confusa e nebulosa, e sicuramente questi fatti non portavano l'opinione pubblica comune dalla loro parte. Il 12 aprile 1944, all'"agaç", luogo di incontro per le donne e di circolazione delle informazioni, arrivarono notizie poco buone: "nelle vallate sopra Lauco, era arrivato uno slavo che si faceva chiamare Mirco con l'intenzione di formare delle bande partigiane; alcuni giovani della zona scendevano nei paesi vicini a farsi consegnare viveri, armi e quant'altro ritenevano opportuno. La popolazione viveva nel terrore di vederseli presentare davanti, con i loro fazzoletti al collo: alcuni li chiamavano Garibaldini, altri titini" (Canciani, 2000). La convivenza tra i partigiani e la quotidianità dei piccoli paesi di montagna è sempre stata difficoltosa e mutevole, con diverse caratteristiche a seconda dei diversi contesti. Da quel momento, si scoprì che i partigiani operavano anche in Val Pesarina e sicuramente il loro biglietto da visita non era rassicurante. "Più passano i giorni, più cresce il magone che ci portiamo dentro" (Canciani, 2000). Queste testimonianze e la percezione iniziale della resistenza partigiana da parte di chi si è ritrovata a conviverci per quelli che son stati gli eventi e non per iniziativa personale risulta, naturalmente, piuttosto diversa da quella delle partigiane. "Abbiamo paura degli alleati, dei tedeschi e dei partigiani" (Canciani, 2000).
Ciò non esclude queste donne da un ruolo fondamentale in una forma di resistenza e sostegno che mira a mantenere viva la famiglia e la comunità, gli usi e i costumi, i luoghi e gli spazi sicuri e la sopravvivenza dello spirito della Carnia. "Da quanto mi ricordo, ho sempre sentito dire che con i soldi si può comprare tutto, ma in questo periodo, almeno da noi, non si può, ad esclusione dei prodotti razionati e del pane, comprare niente. Nei centri dicono che esiste il mercato nero e pagando la merce anche dieci volte più del loro valore si può comprare quasi tutto" (Canciani, 2000). In un'acuta analisi della causa, Norina sostiene che il motivo di questa assenza in montagna sia la scarsità dei prodotti in generale e la gestione del mercato nero era impossibile poiché questa attività si sarebbe scoperta in pochissimo tempo con pena l'isolamento dalla comunità e la gogna pubblica. "Così noi cerchiamo di aiutarci scambiandoci le merci che abbiamo" (Canciani, 2000). 
Per una ragazza di Prato, non era chiaro cosa fosse successo dopo l'8 settembre e cosa stesse ancora succedendo. Ciò di cui era consapevole la popolazione era la fame e la difficoltà di far fronte dignitosamente ad ogni giornata; con lo scambio di materiali, l'elemosina, nuovi lavori per essere autosufficienti, il razionamento di cibo e merci di qualsiasi tipo, rattoppi di indumenti e calzature ormai ridotte all'osso, la fabbricazione di sapone con gli animali non commestibili si tentava di affrontare la vita mentre ogni tanto arrivava qualche vaga notizia sui partigiani, metà vera, metà romanticizzata dalla fantasia popolare, nella sola speranza di una immediata conclusione della guerra. Il 22 aprile: "sono stati affissi sulle piazze di tutti i paesi dei manifesti che impongono a tutti i giovani delle classi 1914-1924 compreso, di presentarsi ai comandi tedeschi. Mancando a quest'ordine sarebbero state prese pesanti decisioni, ma non venivano specificate quali. Naturalmente nessuno si è presentato e quindi inizieranno anche i rastrellamenti" (Canciani, 2000). Per scappare, i giovani locali si erano organizzati con dei turni di guardia e in caso di allarme scappano nei rifugi che si sono preparati in montagna. "I reduci della guerra del 1915-18 erano ben felici di raccontare le vicende trascorse in trincea o nelle varie azioni di guerra, mentre i reduci di questa guerra, anche se interpellati, si chiudono nel silenzio o cambiano discorso" (Canciani, 2000).
Per quanto riguarda i repubblichini, rimasti con la repubblica di Salò o collaboratori dei tedeschi, Norina non è in grado di "giudicare se la loro scelta sia buona, ma penso lo abbiano fatto anche per non pesare sulle loro famiglie già colme di problemi." Conclude "Ho sempre l'impressione di vivere in un periodo molto disordinato, dove nessuna sa bene cosa fare e quali decisioni prendere per seguire la strada migliore" (Canciani, 2000).
Quando, infine, i partigiani iniziarono a farsi vedere in paese e ad essere una presenza fissa, la giovane di Prato riconobbe gente del posto e facce conosciute di lavoratori, che prima della guerra venivano all'osteria dopo lavoro, e le immagini brutali che si era creata, in parte, svanirono. Passa, in parte, la paura dei partigiani, che non appaiono più così minacciosi, ma si alimenta quella nei confronti dei tedeschi soprattutto dopo alcune dimostrazioni violente. La presenza dei partigiani, comunque, incuteva ancora diversi timori e dubbi fra la gente comune, che delle loro iniziative e di quello che stava succedendo non avevano un'idea ben chiara. E si sa, l'ignoto fa paura, e la lotta partigiana diventa un argomento critico, una nuova ombra che incombe portando con sé una certa inquietudine. I partigiani, anche coi migliori intenti, erano sempre persone armate a differenza della popolazione comune e questa dicotomia non poteva essere ignorata. Il medico di Prato, molto stimato nella vallata lascia il suo lavoro per unirsi alle fila dei partigiani, e molti giovani, seguendo il suo esempio si uniscono a loro volta. Nonostante il fatto che i tedeschi continuino a diffondere manifesti scoraggiando il supporto ai partigiani, questi man mano vengono fatti sparire e ignorati. La presenza stabile dei partigiani porta con sé anche il rischio imminente di rastrellamenti tedeschi, di cui le conseguenze e le ripercussioni sono ben impresse nella mente e temute dalla popolazione civile. "Una cosa che mi fa molta rabbia è che pagano sempre coloro che con la guerra e le guerriglie non hanno nulla a che fare. La popolazione è solo una vittima tra i due contendenti e rimane schiacciata fra le due forze, senza poter reagire" (Canciani, 2000). Oltre ai viveri, mancava qualsiasi tipo di merce: "è già da parecchio che le medicine scarseggiano sia in quantità che in qualità, almeno così dice il farmacista di Comeglians" (Canciani, 2000). Anche andare all'ospedale era difficile e molto rischioso nel caso si venisse scoperti. Quando c'era bisogno di medicinali, "bisognava aspettare la corriera della mattina seguente, per consegnare all'autista la ricetta e i soldi e poi ritirare domani sera le medicine" (Canciani, 2000). Le notizie che arrivavano al lavatoio, dopo lunghi viaggi di bocca in bocca, contribuivano ad alimentare l'immagine confusa che si aveva dei partigiani: "Oggi, al lavatoio, correva voce che si sta creando un nuovo tipo di partigiano, sempre in accordo con i garibaldini nelle guerriglie con i tedeschi, ma di un altro stile politico. Questi hanno un fazzoletto verde e si chiamano osovani" (Canciani, 2000). Si percepiva, però, con discreta certezza, che le fila della resistenza si stavano allargando, includendo persone da fuori regione, poiché non parlavano friulano. È evidente che a loro volta i partigiani non si siano curati di dare delle spiegazioni o chiarimenti alla popolazione, perché la loro sicurezza e il loro successo si basava sulla segretezza. Il 13 giugno, i partigiani iniziano ad aver bisogno anche del sostegno della popolazione locale e dopo che "avevano accesi dei fuochi vicino alla malga Losa, per segnalare il posto dove gli alleati dovevano eseguire il lancio di armi, munizioni, viveri e finanziamenti" non potendo loro stessi trasportare "tutto quel ben di Dio, avevano impiegato tutte le donne disponibili e queste, con le gerle, avevano provveduto al trasporto del materiale a valle e consegnato alle unità partigiane" (Canciani, 2000). Ricevettero per ricompensa una modesta cifra di denaro assieme alle tele e le cordicelle dei paracaduti. Tutto il resto del materiale venne recuperato e nascosto dai partigiani. La carestia si aggravava e si aggiungeva la minaccia tedesca di un'imminente sospensione dei viveri, mentre già i partigiani ne sequestravano gran parte. "Mi chiedo spesso dove sia andata a finire l'altra parte di persona che non sia lo stomaco e gli annessi, essendo questi bisogni così prepotenti, penso abbiano soffocato gli altri; infatti, mi sento solo una bestia affamata" (Canciani, 2000). Anche il vestiario, soprattutto per chi ha molti figli, diventa una sfida davvero ardua: si ricavano pantaloni e gonne da tende, rigidissimi ma almeno difficili da usurare, camicie e intimo da lenzuola e federe che sono già molto spesso al limite dell'usura. Si vive tra miseria e l'ossessione e il terrore di un imminente rastrellamento.
Cecilia Casanova, Testimonianze del'attività politica e dell'esperienza femminile nella Resistenza Friulana. Dalle origini alla Repubblica partigiana della Carnia, Tesi di laurea, Università degli Studi di Padova, Anno Accademico 2024-2025

domenica 18 gennaio 2026

Sui fatti di Genova del luglio 1960


Veniamo ai fatti. Una prima grande mobilitazione contro il Msi [n.d.r.: che nel capoluogo ligure, medaglia d'oro della Resistenza, avrebbe dovuto tenere il suo congresso nazionale] ebbe luogo [a Genova] il 25 giugno. Protagonisti - ed è una costante delle proteste anti-tambroniane - furono i movimenti giovanili dei partiti antifascisti e di altre associazioni <121. Il 28 giugno, poi, venne indetto un comizio in piazza della Vittoria [a Genova], che si svolse senza problemi. Per il 30, la Camera del Lavoro proclamava uno sciopero generale con una manifestazione autorizzata dal prefetto. Quel giorno, una volta giunti in via XX settembre al monumento ai partigiani caduti, i manifestanti andavano in piazza della Vittoria, dove avrebbe dovuto terminare il tutto. Qui, la processione tornò indietro al sacrario, con in testa comunisti e socialisti. Poi il grosso della folla si fermava in Piazza De Ferrari, dove cominciava la battaglia. Gli ordini alla polizia e ai carabinieri e le misure che poteva aver indicato lo stesso Tambroni sono tuttora un punto oscuro. Per Baget Bozzo la polizia «non reagisce». <122 Citando i rapporti dei carabinieri, Garibaldi ha posto l’accento sul fatto che la polizia avesse le armi scariche, e fu maggiormente presa di mira dai manifestanti, che ne erano a conoscenza <123. Il tenente colonnello Gaetano Genco ha scritto che il comportamento della polizia fu molto diverso da quello dei carabinieri. Questi, infatti, non fecero uso delle armi «nemmeno a scopo intimidatorio» ed ebbero solo cinque feriti. E avrebbero addirittura fraternizzato con i manifestanti <124. Secondo Adalberto Baldoni, l’unica spiegazione per l’atteggiamento così poco collaborativo dei carabinieri, risiederebbe in una «garanzia militare sull’apertura a sinistra». Tale strategia sarebbe stata ispirata dalla coppia Moro-De Lorenzo e dagli Stati Uniti. A Roma, Reggio Emilia e in Sicilia, sempre secondo Baldoni, si doveva esasperare lo scontro e i carabinieri parteciparono attivamente. Tuttavia, non è azzardato nutrire qualche dubbio sulle fonti utilizzate per avvalorare l’ipotesi del coinvolgimento statunitense nella vicenda <125.
Murgia e Del Boca hanno scritto invece di una polizia «in completo assetto da guerra» pronta a scagliarsi sulla folla, senza menzionare i comportamenti delle altre forze dell’ordine <126. Più equilibrate le posizioni di alcune opere di sintesi sulla storia della prima Repubblica, in cui emerge con una certa continuità la sorpresa degli agenti, almeno in un primo momento <127. Tale sorpresa, poi, era dovuta non tanto alla scarsa prevenzione delle autorità locali, quanto alla sottovalutazione delle autorità centrali, che non diedero il «dovuto peso» alle informazioni provenienti da Genova. Non si negava, infine, «qualche sintomo di nervosismo» tra gli organi di polizia <128. L’ambasciatore Zellerbach considerò le proteste «in buona parte giustificate». E definì «stupido» il prefetto Pianese per aver concesso l’autorizzazione ai missini <129. Comprensibilmente, però, prese corpo l’ipotesi di una maggiore irrequietezza della piazza rispetto alle forze dell’ordine, che, non a caso, subirono i danni maggiori <130.
Nella complessità degli avvenimenti, si nota una certa affinità tra i rapporti dei carabinieri, coinvolti solo marginalmente, e i dispacci dei funzionari americani. Esempio paradigmatico è il riferimento alla presenza di un servizio medico di pronto soccorso, definito «il più impressionante esempio dell’attenta pianificazione delle rivolte». Scopo del servizio medico organizzato era evitare che i feriti andassero in ospedale e venissero identificati. Comparvero vespe e lambrette con cassette di pronto soccorso. Impressionava anche la condotta delle squadre, perfettamente addestrate. Operavano senza esitazioni come «un esercito organizzato in squadre da dieci uomini, ciascuna con un leader» <131. È da considerare, in proposito, il ruolo di primo piano giocato dall’Anpi. Sebbene Gimelli, presidente dell’associazione genovese, avesse ordinato ai suoi di «scendere in piazza a mani vuote», non esitò ad aggiungere che in caso di necessità «si erano preparati bene» e «qualche galleria avrebbe potuto saltare, […] perché ormai la decisione era arrivare fino in fondo». Racconta un dimostrante proveniente da Milano: "E poi c’erano armi, che non sono state usate, non si è sparato, sono state usate come deterrente. Sono state mostrate" <132.
La sera del 1° luglio il Msi, dopo le pressioni del governo, annunciò la cancellazione dell’assise. Ma a tenere alta la tensione fu il quotidiano «Rome Daily American», spesso identificato - a torto - come il giornale portavoce di via Veneto. In un’interrogazione parlamentare si sottolineò che il giornale fosse «notoriamente ispirato agli ambienti della stessa ambasciata». In un contestato editoriale, Tambroni veniva difeso a spada tratta, tanto che «sarebbe stato giustificato se avesse chiamato le truppe a disperdere la folla quando era apparso evidente che la polizia di Genova non riusciva a farlo» <133. Di fronte alle pesanti accuse de «L’Unità» di «reclamare il morto» e nonostante le numerose richieste di chiarimento da parte dei giornali, Zellerbach pensò di non commentare «per non dare dignità alla stampa comunista» <134. Dunque «per il Pci - ha scritto Nuti - l’ambasciata era schierata direttamente con Tambroni» <135.
In realtà, esisteva un rapporto tutt’altro che armonico tra l’ambasciata e l’esecutivo. Anzi, in generale, potremmo dire che la visione americana dell’Italia rifletteva preoccupazioni sia sull’attivismo dei comunisti che sul governo. In particolare, si nota un peggioramento di giorno in giorno nelle valutazioni sull’esecutivo Tambroni. Erano ormai un lontano ricordo i giudizi cautamente positivi sulla politica estera. L’evoluzione più pericolosa - si legge in un documento - sarebbe una polarizzazione delle forze politiche tra «la sinistra delle masse proletarie» e «la destra sostenuta da Chiesa, poteri forti, esercito, con sfumature da fascismo autoritario». Non solo il partito neofascista veniva definito «un concetto e un ricordo negativo in sé», ed era considerato «un anatema per alcuni dei migliori elementi dell’elettorato italiano». Di conseguenza, la vicinanza tra gli Usa e il Msi non poteva che diminuire l’influenza americana presso elementi solidamente democratici <136.
Infine, per sottolineare ulteriormente l’inadeguatezza dell’associazione Tambroni-Msi-Usa, c’è da dire che il presidente del Consiglio chiese esplicitamente il supporto dell’ambasciata, ma Zellerbach si limitò a non fare commenti e a concordare in maniera vaga sulla «necessità di fermezza contro i comunisti» <137.
[NOTE]
121 G. Baget Bozzo, Il partito cristiano e l’apertura a sinistra, cit., p. 288.
122 G. Baget Bozzo, Il partito cristiano e l’apertura a sinistra, p. 288; P.G. Murgia, Il luglio 1960, cit., pp. 76-77.
123 Il rapporto è il n. 113 del 30 giugno 1960, L. Garibaldi, Due verità per una rivolta, «Storia Illustrata», n. 337, dicembre 1985, p. 49.
124 P. Cooke, Luglio 1960, cit., pp. 85-88
125 A. Baldoni, Due volte Genova, cit., pp. 97-104. L’ipotesi del coinvolgimento dei carabinieri - voluto da Moro - nella caduta di Tambroni non pare priva di fondamento. Ma sembra ragionevole, stando a quanto reperito negli archivi
statunitensi e alle più recenti indagini storiografiche, non dare credito a dietrologie un po’ azzardate. In particolare l’autore pone all’origine dell’accordo Sifar-Cia contro Tambroni il piano Demagnetize, in realtà esauritosi nel ’53 senza risultati apprezzabili, si veda M. Del Pero, Gli Stati Uniti e la «guerra psicologica» in Italia (1948-56), «Studi Storici», a. XXXIX, n. 4, ottobre-dicembre 1998, pp. 961-974. In più Baldoni si rifà a opere giornalistiche (R. Trionfera, Sifar Affair, Reporter, Roma, 1968 e R. Faenza, Il malaffare, Mondadori, Milano, 1978) smentite da successivi lavori scientifici.
126 A. Del Boca, M. Giovana, I “figli del sole”, cit., pp. 200-201; P.G. Murgia, Il luglio 1960, cit., pp. 81-82.
127 «La violenza dei dimostranti, diversi dei quali erano armati, fu tale che le forze di polizia si trovarono a mal partito e lamentarono diverse perdite in uomini feriti e materiale distrutto», G. Mammarella, L’Italia contemporanea, cit., p. 260.
128 File with subject file copy of Genoa’s D-2 (in italiano), July 11, 1960, RG 84, Italy, US Consulate, Genoa, Box 3, f. 300/500 Polit/Econ reporting 1960. Nello stesso documento si parla di azioni condotte con molta decisione, forse
perché «era stata diffusa la voce che da parte delle forze dell’ordine non si sarebbe fatto uso di armi». Sui timori dei poliziotti si veda S. Medici, Vite di poliziotti, Einaudi, Torino, 1979, pp. 55-57.
129 L. Nuti, Gli Stati Uniti e l’apertura a sinistra, cit., p. 295.
130 L. Garibaldi, Due verità per una rivolta, cit., p. 50. Si veda «Il Secolo XIX», 1 luglio 1960, articolo molto ricco citato interamente in P. Cooke, Luglio 1960, cit., pp. 91-95; Sul trattamento riservato ad alcuni agenti, in particolare sul tentativo di annegamento e sull’utilizzo di uncini si vedano G. Baget Bozzo, Il partito cristiano e l’apertura a sinistra, cit., p. 288; L. Fazi, Un comando rosso ha diretto l’insurrezione, «Il Secolo d’Italia», 2 luglio 1960.
131 Il rapporto n. 113 dei Carabinieri (30 giugno 1960) rilevava «la perfetta organizzazione paramilitare dei dimostranti, imperniata su squadre di 5-10 persone, per lo più giovanissimi, comandati da partigiani anziani che, al riparo, all’imboccatura dei vicoli, dove le “jeep” non possono entrare, ordinano le puntate e le ritirate strategiche», si veda L. Garibaldi, Due verità per una rivolta, cit., p. 50 da confrontare con Communist-led rioters, cit. Con ogni probabilità la fonte è la medesima. Citazioni e notizie tratte da Communist-led rioters, cit. Sulle Molotov, il presidente di una industria manifatturiera (che chiedeva di restare anonimo), parlava dell’arrivo di «una dozzina di specialisti comunisti» qualche settimana prima della rivolta per pianificare il tutto. In particolare, hanno acquistato «centinaia di bottiglie vuote adatte per le Molotov». Si veda Memorandum of conversation with Mr.________, President of a Genoese Manufacturing Company in his office, July 11, 1960, NARA, RG 59, CDF, Box 1917. Numerosi distributori di benzina di Sampierdarena soddisfarono «immediatamente» le richieste dei manifestanti. Risulta poi che un’auto targata Parma «abbia scaricato a Sestri Ponente un forte quantitativo di guanti di gomma che furono poi impiegati per raccogliere i candelotti fumogeni», si veda File with subject file copy of Genoa’s D-2 (in italiano), cit. Inoltre Guerriero, parlamentare Dc, riferisce in aula del lancio di bottiglie di benzina «evidentemente già preparate» e del lancio di tegole dai tetti, si veda AP, CdD, III Legislatura, Discussioni, Seduta del 1 luglio 1960, p. 15440. Si veda anche il resoconto de «Il Secolo XIX», 1 luglio 1960: «Gruppetti di dimostranti lavoravano a divellere i lastroni di granito della pavimentazione stradale, frantumandoli in dimensioni adatte al lancio. Si costituivano piccoli depositi, cumuli di sassi grossi come il pugno di un uomo».
132 P. Cooke, Luglio 1960, cit., pp. 69-70; C. Bermani, Il nemico interno, cit., pp. 179-180.
133 P.G. Murgia, Il luglio 1960, cit., p. 99; AP, CdD, III Legislatura, Discussioni, Seduta pomeridiana del 7 luglio 1960, p. 15704.
134 Si vedano Chi voleva il morto?, «L’Unità», 7 luglio 1960; Il “Daily American” insiste nell’incitare alla violenza, «Paese Sera», 8 luglio 1960; Telegram 113, J. Zellerbach to the Secretary of State, July 7, 1960, NARA, RG 59, CDF, Box 1917, 765.00/7-760.
135 L. Nuti, Gli Stati Uniti e l’apertura a sinistra, cit., p. 296 n.
136 Comments on revision of NSC 54/2, J. Zellerbach to the Department of State, July 5, 1960, NARA, RG 59, CDF, Box 1917, 765.00/7-560.
137 Telegram 84, J. Zellerbach to the Secretary of State, July 6, 1960, NARA, RG 59, CDF, Box 1917, 765.00/7-660. Che i rapporti non fossero particolarmente stretti è confermato anche da quanto dichiarò Antonio Tommasini (capoufficio stampa di Tambroni ministro e poi suo stretto collaboratore durante il governo) intervistato dalla rivista «Ricerche di Storia Politica»: «Se [l’ambasciata e l’Usis] si fidassero o meno di Tambroni non saprei dirlo con certezza. Lui, comunque, sembrava non dare importanza eccessiva ai miei rapporti con l’ambasciata», si veda G. Formigoni, A. Guiso (a cura di), Tambroni e la crisi del 1960, cit., p. 381.
Federico Robbe, Gli Stati Uniti e la Destra italiana negli anni Cinquanta, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Milano, Anno accademico 2009-2010

lunedì 12 gennaio 2026

Già nell’ottobre 1942 i comunisti italiani presero contatto con le formazioni slovene per concordare alcune forme di collaborazione

Lusevera (UD) nella Benecìa - Fonte: Mapio.net

La lotta armata nella Venezia Giulia e in Friuli ha caratteri specifici ed originali che la differenziano dalla Resistenza nel resto d’Italia.
Questa originalità deriva, innanzitutto, dalla posizione geografica della regione, sita com’era a cavaliere tra Austria e Jugoslavia in un punto chiave per i tedeschi, crocevia logistico-operativo fra il fronte italiano, la Germania e i Balcani.
A queste motivazioni d’ordine geografico-militare se ne accompagnano altre di tipo etnico: infatti abitavano la zona popolazioni slovene e croate che convivevano qui da secoli a fianco della componente italiana. L’oppressione scatenata dal fascismo contro sloveni e croati (allogeni e alloglotti) della Venezia Giulia e del Friuli, spinse costoro alla ribellione durante tutto il ventennio, coinvolgendo di conseguenza anche la popolazione italiana. Le radici della Resistenza friulana s’innestarono quindi nella forte tradizione dell’antifascismo clandestino regionale, uno dei più attivi e dei più perseguitati d’Italia <50: questo è il motivo principale del perché scaturì in regione un così precoce spirito resistenziale. Alla luce di ciò si comprende meglio perché nella Venezia Giulia e in Friuli la Resistenza assunse subito un carattere plurinazionale, con la nascita e lo sviluppo, sin dalla tarda estate del 1941, di formazioni partigiane slovene nelle province di Gorizia e Trieste; queste formazioni penetrarono anche nelle Valli del Natisone (Slavia veneta, altrimenti detta Benecìa <51). L’organizzata Resistenza slovena creò diversi punti di riferimento per l’antifascismo friulano e giuliano e costituì, agli inizi, uno stimolo ed un esempio per le sue iniziative. Questa vicinanza, in seguito, si ripercosse negativamente sulle vicende friulane: i fini ultimi della lotta dell’Esercito di Liberazione jugoslavo (lotta di liberazione nazionale e rivoluzione sociale) complicarono non poco i rapporti tra le formazioni e tra i partiti italiani; i rapporti da tenere con gli sloveni diventarono motivo di aspre discussioni e di paralisi per l’unificazione dei diversi comandi partigiani italiani, soprattutto nelle zone di confine. La prossimità con questo forte movimento di liberazione a direzione comunista fu la principale ragione del perché si formò proprio in Friuli la più robusta organizzazione partigiana non comunista, la Osoppo, che ha pochi eguali in Italia.
Il dualismo fra i reparti diretti dai comunisti (Garibaldi) e quelli sostenuti da altri partiti (Osoppo) non fu connotato tipico friulano, ma in questa regione assunse un valore particolare.
L’insorgere di una questione nazionale e di frontiera sollevata dal movimento jugoslavo è un altro degli aspetti caratterizzanti, dal punto di vista politico-militare, della Resistenza nel Friuli Venezia Giulia.
La Resistenza friulana si segnala, inoltre, per una serie di “primati”: fu in regione, infatti, che nacque l’unico distaccamento italiano sorto prima dell’armistizio dell’8 settembre; per primi, in Friuli, i reparti garibaldini si organizzarono in battaglioni e brigate (nelle altre regioni si combatteva ancora per bande, per piccoli nuclei); qui si costituì la prima brigata italiana, la Garibaldi “Friuli”, e si assistette alla prima grande battaglia contro i tedeschi (Gorizia 12-19 settembre 1943: probabilmente l’unico esempio in Friuli di insurrezione armata spontanea).
Non di minore rilevanza storico-politica sono i trattati stipulati dai garibaldini con il IX Korpus d’armata jugoslavo o la creazione di grandi zone libere, con il conseguente controllo di vasti territori (come la Zona Libera della Carnia) che videro il coinvolgimento diretto e l’intervento nella vita sociale e amministrativa delle popolazioni civili, con interessanti esperimenti di autogoverno e l’avvio di una Costituzione avanzata.
[...] Già nell’ottobre 1942 i comunisti italiani presero contatto con le formazioni slovene per concordare alcune forme di collaborazione <52. L’intesa (superando molte perplessità interne) fu raggiunta dalla federazione udinese: gli italiani s’impegnarono a passare informazioni sui movimenti tedeschi, a rifornire di armi, medicinali e viveri le formazioni slovene; gli sloveni, da parte loro, concessero la formazione di un reparto autonomo di partigiani italiani, con comando e simboli nazionali, riunendo quei combattenti che già stavano lottando disseminati nelle formazioni jugoslave. In seguito a tali accordi, nella primavera del 1943, nacque il primo nucleo partigiano: il Distaccamento “Garibaldi” <53, composto da una quindicina di volontari italiani, e operante sui monti della Slavia veneta. Questo distaccamento porta il nome di Garibaldi non per un caso: Garibaldi, infatti, era un eroe popolare; “garibaldini” erano i combattenti di Spagna nelle Brigate Internazionali contro il fascismo franchista e, soprattutto, il nome di Garibaldi richiamava forte l’immagine che voleva la resistenza al fascismo e ai tedeschi come continuazione del Risorgimento italiano.
Il Distaccamento, braccato di continuo dai nemici, si spostò continuamente e si sciolse.I superstiti, all’indomani dell’8 settembre, formarono sul Collio (in continuazione del vecchio distaccamento) il battaglione “Garibaldi”, costituito con l’apporto di antifascisti del cormonese, di partigiani italiani che militavano nelle file slovene, di soldati sbandati e di alcuni dispersi della brigata “Proletaria” dopo la sconfitta nella battaglia di Gorizia. Raggiunse in pochi giorni le 120 unità e, su pressante invito sloveno, si spostò nelle Valli del Natisone.
In seguito al forte afflusso di giovani e volontari dopo l’8 settembre, nacquero nuovi battaglioni partigiani nella zona orientale del Friuli.
Fra il 12 e il 20 settembre si costituì, sempre nelle valli del Natisone, il Battaglione “Friuli”, organizzato su tre compagnie, come il “Garibaldi”.
Ai primi di Ottobre risale anche la formazione del Battaglione “Pisacane”, composto in parte da membri degli altri due battaglioni e forte già di 70 uomini.
A questi si aggiunse il Battaglione “Mazzini”, costituitosi a fine ottobre sul Collio (l’unico reparto italiano accettato in zona dagli sloveni), e dal quale in futuro avrebbe avuto vita la Brigata “Natisone”. La storia di questo reparto è diversa dalle altre formazioni garibaldine: infatti, ebbe sempre una notevole autonomia decisionale conferitagli dal decentramento logistico cui fu costretto e dalla contiguità con i reparti sloveni.
Con la nascita e lo sviluppo di questi primi battaglioni si posero i presupposti per la costituzione di una brigata partigiana. Furono i comandi garibaldini a caldeggiare la formazione della brigata, unico mezzo per affermare in maniera decisa l’esistenza di formazioni italiane autonome nelle Prealpi Giulie. Inoltre incominciava a farsi pressante la necessità della presenza di una adeguata e congrua formazione militare italiana dato che, con la caduta del fascismo e a causa di rivendicazioni territoriali sempre più ufficiali e dettagliate da parte slovena, il problema dei confini orientali andava facendosi sempre più attuale.
Dall’unione di questi battaglioni (nati e operanti fra i fiumi Natisone, Judrio e Isonzo) nacque così alla fine del 1943, sulle Prealpi Giulie, la Brigata “Friuli”, la prima in Italia, composta da circa 450 uomini.
Volontari friulani, operai isontini (molto forte fu il numero di iscritti e sostenitori del partito comunista nei cantieri di Monfalcone) ed ex-militari, formarono il grosso di queste unità.
Il P.C.I. fu anche il principale organizzatore della lotta armata in pianura. Tra settembre e dicembre 1943 creò una robusta rete di organismi politici e militari che operarono a supporto dei reparti di montagna, concorrendo a mobilitare le masse e a suscitare la guerriglia.
Furono diretti dal P.C.I., infatti, i gruppi dell’Intendenza, i G.A.P. e la maggior parte delle S.A.P. Su iniziativa della Federazione comunista i primi nuclei di G.A.P. erano stati costituiti già ad ottobre in tutta la regione. Da principio erano piccoli gruppi di persone (tre, cinque al massimo) che vivevano in legalità; si riunivano solo per compiere sabotaggi, recuperare armi, munizioni e viveri <54, attaccare macchine nemiche isolate, eliminare spie.
Altri raggruppamenti di massa furono il Fronte della Gioventù, i Gruppi di Difesa della Donna, i Comitati operai e contadini in cui, in genere, erano comunque i comunisti a prevalere.
Le condizioni in cui operarono furono difficili e pericolose.
All’interno delle stesse forze di pianura si possono individuare due diverse tipologie di combattenti: c’erano quelli che vivevano alla macchia, in continuo spostamento, accampati tra la vegetazione per non essere scovati, simili per certi versi ai partigiani di montagna (nel 1943 non si hanno ancora notizie di questi gruppi che si svilupparono, verosimilmente, nella primavera-estate 1944). C’erano poi uomini che vivevano in legalità, a casa propria, svolgendo servizi di intendenza, stampa, propaganda, a volte di aiuto sanitario; erano i cosiddetti “territoriali” che occasionalmente si armavano per azioni di guerriglia (rientrano in questa categoria la maggior parte dei G.A.P., le S.A.P., gli appartenenti al F.d.G.).
[NOTE]
50 Centinaia furono gli arrestati e i condannati a pene detentive durissime, migliaia i confinati e gli internati (I. DOMENICALI, G. FOGAR, La Resistenza, in “Storia regionale contemporanea, guida alla ricerca”, edizioni Grillo, Udine, 1979, p. 48).
51 Per T. MANIACCO e F. MONTANARI (I Senza storia. Il Friuli dal 1866 al 25 Aprile 1945, Casamassima, 1978) è più corretto chiamare queste zone Slavia veneta piuttosto che friulana.
52 Si veda, per esempio, G. C. BERTUZZI, 1942-1943. “Esercito partigiano italiano” e “questione nazionale”: alle origini di una vicenda controversa in “Storia contemporanea in Friuli”, anno XII, n.13, I.F.S.M.L., Udine, 1982.
53 Probabilmente la dicitura “Distaccamento Garibaldi” fu successiva alla creazione del nucleo.
54 A. C., in un’intervista orale, ricorda l’assalto al deposito militare di Percoto da parte della popolazione locale per rifornirsi di scatolette di cibo. La sua testimonianza è confermata da F. MAUTINO (Guerra di popolo, Feltrinelli, Padova, 1981, p. 56).

Alessio Di Dio, Il Manzanese nella guerra di Liberazione. Partigiani, tedeschi, popolazione, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 2002-2003

Il primo nucleo nacque come “distaccamento Garibaldi” nella Slavia Friulana (Benecìa) già nel marzo del 1943, per iniziativa del PCI e del movimento di liberazione sloveno. Fu la prima formazione militare della Resistenza italiana. Subito dopo l’8 settembre, in quella zona, si era formata una Brigata Garibaldi.
Nei mesi successivi, dopo la dispersione delle forze combattenti dovuta all’offensiva tedesca, il battaglione venne ricostruito dando vita a due formazioni distinte: il Btg. Garibaldi ed il Mazzini. Da questo sdoppiamento, nasceranno tre brigate: la Buozzi, la Picelli e la Gramsci, raggruppate nella Divisione Garibaldi Natisone, costituita ufficialmente il 17 agosto 1944 inquadrando 1.200 uomini che in settembre raggiungeranno circa 2 mila uomini. Alla fine del 1944, dopo la conclusione dell’esperienza della Zona libera della Carnia e dell’Alto Friuli, e quella del Friuli orientale, la Divisione si trasferì oltre l’Isonzo, passando alle dipendenze operative dell’Esercito di liberazione jugoslavo. Partecipò a diversi e sanguinosi combattimenti, rientrando a Trieste il 20 maggio del 1945. Lasciò in terra slovena ben 1.000 caduti. Di questa unità fece parte anche la Brigata Triestina, aggregatasi nei giorni della Liberazione.
Bibliografia:
G. Gallo, La Resistenza in Friuli 1943-1945, IFSML, Udine 1988;
L. Patat, Mario Fantini “Sasso”. Comandante della Divisione “Garibaldi Natisone”, IFSML, Udine 2000;
G. Padoan (Vanni), Abbiamo lottato insieme. Partigiani italiani e sloveni al confine orientale, Del Bianco Editore, Udine 1965;
A.a.V.v., La Repubblica partigiana della Carnia e dell’Alto Friuli, Il Mulino, Bologna 2013;
A. Buvoli-A. Zannini (a cura), Estate-autunno 1944. La Zona libera partigiana del Friuli orientale, Il Mulino, Bologna 2016;
E. Cernigoi, La Brigata d’Assalto ‘Triestina’ nella Zona di Operazioni Litorale Adriatico. Una storia militare 1943-1945, Ed. Tempora, 2017.

Redazione, Divisione Garibaldi Natisone, ANED (Associazione Nazionale ex Deportati nei campi nazisti) Brescia, 23 febbraio 2020 

sabato 3 gennaio 2026

Come al solito ritrovo Bruno Fonzi

 


Nel maggio del 1958, dalle pagine de “Il Mondo”, Bruno Fonzi, scrittore che vale la pena riscoprire - con Einaudi ha pubblicato Il maligno e Tennis [n.d.r.: quest'ultimo ambientato a Bordighera e dotato di una trama che non cela personaggi che amarono quella città, come Guido Seborga e Raffaello Monti], ha tradotto, tra i tanti, Faulkner, Singer e Hemingway - racconta che “Gli americani hanno infine riconosciuto che Pound non è matto e l’hanno liberato dal manicomio”. Il pezzo è ben scritto, un robusto sketch narrativo, e costituisce una specie di cliché: lo scrittore dettaglia, per sommi capi, la cornice della vicenda poundiana - fascino, fascinazione per il fascismo, arresto, manicomio criminale -, e il suo incontro con il poeta, a Rapallo. La chiusa del pezzo è saporita - “Lo rividi di sfuggita a Roma… Aveva il cappello a larghe tese, un bastone dalla punta ferrata e un lungo sigaro. Mi parve proprio ammattito” - e dimostra, come altri articoli (pressoché esemplari, cioè aurei esempi di giornalismo narrativo) raccolti in È inutile che io parli, la quasi assoluta, appagata, indifesa incomprensione di Pound da parte della cultura italiana. Questa è una delle scabre scoperte del libro, edito da De Piante e curato da Luca Gallesi, che raccoglie “Interviste e incontri italiani” di Ezra Pound dal 1925, l’anno in cui il poeta si trasferisce a Rapallo, al 1972, l’anno della morte, che lo coglie a Venezia, dove è sepolto.
[...] Credo che il caso sia retto da un remota armonia, allora, perché nei giorni in cui De Piante manda in libreria È inutile che io parli, Massimo Bacigalupo, insigne studioso e traduttore di Pound, ha fatto ristampare il libro di suo padre, Giuseppe Bacigalupo, Ieri a Rapallo, che custodisce un mirabile ritratto di “Ezra Pound”. Il ritratto è bello perché privo di civetterie intellettuali e di tremori politici. Si racconta l’arresto di Pound - “Stava traducendo il Libro di Mencio il 3 maggio 1945 quando due partigiani lo prelevarono nella casetta di S. Ambrogio. Se lo mise in tasca e li seguì” -, il carcere, l’incontro, nel 1962, in Liguria, dopo un ricovero nella Casa di Cura di Martinsbrunn, vicino a Merano, “dimagrito, invecchiatissimo… in un mutismo quasi assoluto”. Giuseppe Bacigalupo è medico di fama e conduce Pound nella sua clinica, Villa Chiara: il poeta è operato dopo aver rilevato “una grave intossicazione uremica”. I ricordi più estasianti, però, affondano nel 1926, quando Bacigalupo conosce Pound “sui campi del Tennis Club di Rapallo. Ero agli inizi di uno sport che mi avrebbe dato molte soddisfazioni anche in campo agonistico, mentre Pound vi veniva a sfogare le energie non esaurite della sua vulcanica attività intellettuale, saltando e sudando copiosamente tra esclamazioni assai poco ortodosse”. Insieme a Pound, il giovane Bacigalupo partecipa “a qualche piccolo torneo nelle cittadine rivierasche, dove giungevamo sulla Fiat 509 torpedo, carichi di entusiasti del tennis e guidata da mia madre”. Quando Pound vinceva, insieme al giovane, talentuoso amico, “era giulivo come un ragazzo”. Sapeva giocare: “con poco stile ma con inesauribile energia e combattività”. Il poeta sul campo da tennis. Non avrebbe desiderato altro ricordo: lì, nel gioco, dove tutto è vento, volontà, vigore e verbo scomposto. E l’azzurro - si sa, siamo in Liguria - è una traccia di vetro.
Redazione, Mi parve proprio proprio ammattito. Ezra Pound in Italy: l’idolo incompreso, Pangea, 15 aprile 2021   

Anni fa, chiacchierando con un caro amico a proposito di racconti mi disse che gli era stato nominato da non ricordo chi questo Bruno Fonzi come uno dei migliori scrittori italiani di racconti del Novecento. Era un autore che non conoscevo (d’altronde ho molte lacune), così qualche tempo dopo in biblioteca presi un suo piccolo libro, I pianti della Liberazione, pubblicato da Einaudi singolarmente negli anni ‘70 ma che faceva parte della raccolta di racconti d’esordio del 1961, Un duello sotto il fascismo, pubblicata anch’essa dall’editore torinese. Mi piacque e mi ripromisi di approfondire ma, come mi capita spesso, sono facile alla distrazione e le mie letture vagolano. Un paio d’anni fa ero in questa piccola libreria in città, Les Bouquinistes, che ha un bel catalogo di libri usati, e dando un occhio come al solito ritrovo Bruno Fonzi. Due libri: uno era quello già letto, e l’altro era questo romanzo, Il Maligno, del 1964. Presi e portai a casa e misi a posto, lì tra le letture da fare. Ogni tanto mi guardava ma non era il momento, credo, e così l’ho letto solo adesso.
Siamo negli anni ‘30, in un piccolo paese appenninico a un centinaio di chilometri da Roma. Il Fascismo è un’ombra lontana vista perlopiù solo come opportunità di possibile potere.
Il Maligno invece è lì, da qualche mese, in una casupola di una sola stanza, vicina al bosco, dove abitano la Bibiana e la piccola figlia Settimina. Di notte accade qualcosa, la voce gira e le persone vanno a vedere, a sentire. Le autorità cercano di vigilare, ma è chiaro come solo l’intervento del parroco possa liberare il luogo e riportare la pace; la Bibiana però si deciderà a chiamarlo?
[...] Chi è, cosa è questo Maligno sulla bocca di tutto il paese ma che non si dovrebbe/potrebbe nominare? Di sicuro c’è, di sicuro “parla”, di sicuro scombussola e travolge la vita delle persone che vi si agitano intorno. Perché il Maligno non si sposta, il Maligno sta; il Maligno non appare, il Maligno è. Il Maligno è “la valvola rivelatrice” dei peccati e i peccatucci, esplicita i dubbi e rende reale ciò che si finge di non vedere.
Il Maligno è, da un punto di vista narrativo, l’escamotage che permette all’autore di indagare la natura umana, di occuparsi delle persone e del paese. Fonzi, traduttore dal francese e dall’inglese, cita esplicitamente nel testo Sotto il sole di Satana, romanzo di Bernanos, e non si può non tenerne conto, ma ho ripensato anche ai racconti di Winesburg, Ohio, di Sherwood Anderson, perché in ogni capitolo presenta personaggi diversi, e via via li fa interagire tra loro e alcuni come ovvio ricorrono più frequentemente e prendono rilevanza mentre altri rimangono sullo sfondo ma sono essenziali per fornire il quadro generale.
Così c’è il vecchio principe nella dimora decaduta che ospita la cugina-contessina, donna repressa che sogna leggendo libri francesi in lingua (tra cui quello di Bernanos, in cui si immedesima portando il nome di una delle protagoniste), c’è il parroco goloso che ha meno fede dei suoi parrocchiani, c’è la maestra cattolica integerrima, c’è il nuovo norcino che ha da vincere le diffidenze della clientela, c’è l’amministratore del feudo che ha qualche mira, c’è la governante, ci sono i carabinieri, c’è l’oste del Dopolavoro e certo ci sono la Bibiana e Settimina e c’è il Maligno.
La scrittura di Fonzi non indugia né indulge e il paese cui dà vita lo si sente reale, prende forma mentre si avanza nella lettura e non ci viene risparmiato nulla, eppure anche le scene più forti non appaiono eccessive o fini a loro stesse. C’è qualcosa che va oltre i fatti che vengono narrati, qualcosa che fa dei personaggi persone, qualcosa che precede e che rimane [...]
Andrea Brancolini, Bruno Fonzi, Il maligno, Lankenauta, 11 dicembre 2020   


Una Roma sguaiata e alla fame, da poco liberata dagli americani e ancora sfigurata da vent'anni di regime, fa da quinta all'irresistibile racconto di una giornata nella vita del commendator Mastroluongo, «capodivisione al ministero», marito-padre tormentato e sospettoso di ogni cambiamento. Un funerale rocambolesco, l'assedio di un usciere che fa affari con la borsa nera, l'inopinata risoluzione di varcare l'ingresso del banco dei pegni prefigurano un finale cupo e inesorabile, finché un incontro fortuito apre al protagonista le porte di una casa incantata e ricca di sorprese. "I pianti della liberazione" uscì per la prima volta nella raccolta "Un duello sotto il fascismo", pubblicata da Einaudi nel 1961. Postfazione di Christian Raimo.
Presentazione, Bruno Fonzi, I pianti della Liberazione, Abbot, 2021, Libraccio.it

Siamo a Roma, nel momento del trapasso dalla monarchia clerico-fascista a una mai nata repubblica fondata sui valori della Resistenza. Trent’anni sono trascorsi sull’alto burocrate commendator Mastroluongo senza segnare una ruga: nulla è mutato nella sua mentalità. Pavido, bigotto, anche se in fondo di buon cuore, ridotto in miseria dal carovita, per soccorrere un suo coetaneo il commendatore finisce in una casa d’appuntamenti, e vi conosce quelle delizie che il menage coniugale gli aveva sempre negato. Nella sua avventura, raccontata con una ironia tagliente che diventa giudizio morale, si riflette il quadro di una Roma «anno zero», scardinata e arruffona. Ha scritto Arnaldo Bocelli: «Particolarmente bella è la figura della “signora” Speranza, la matura ma ancora godereccia padrona di quella casa, di un impudore così naturale da sembrare quasi pudico… E di vigoroso risalto è l’ambiente familiare del commendatore, con quel figliolo anticonformista, terrore dei genitori, eppur unico barlume in quel tenebrore. Un racconto felice, che è già un punto d’arrivo». Se l’impianto linguistico e il felice disegno dei personaggi ne garantiscono l’intatta validità, l’aver individuato nel momento di massima esplosione della retorica populisteggiante la vera «ala marciante» del sistema, fa di questo libro un piccolo classico nel panorama della narrativa italiana degli anni cinquanta.
Presentazione, Bruno Fonzi, I pianti della Liberazione, Einaudi, Nuovi Coralli, 1974, Einaudi