Nel maggio del 1958, dalle pagine de “Il Mondo”, Bruno Fonzi, scrittore che vale la pena riscoprire - con Einaudi ha pubblicato Il maligno e Tennis [n.d.r.: quest'ultimo ambientato a Bordighera e dotato di una trama che non cela personaggi che amarono quella città, come Guido Seborga e Raffaello Monti], ha tradotto, tra i tanti, Faulkner, Singer e Hemingway - racconta che
“Gli americani hanno infine riconosciuto che Pound non è matto e l’hanno
liberato dal manicomio”. Il pezzo è ben scritto, un robusto sketch
narrativo, e costituisce una specie di cliché: lo scrittore dettaglia,
per sommi capi, la cornice della vicenda poundiana - fascino,
fascinazione per il fascismo, arresto, manicomio criminale -, e il suo
incontro con il poeta, a Rapallo. La chiusa del pezzo è saporita - “Lo
rividi di sfuggita a Roma… Aveva il cappello a larghe tese, un bastone
dalla punta ferrata e un lungo sigaro. Mi parve proprio ammattito” - e
dimostra, come altri articoli (pressoché esemplari, cioè aurei esempi di
giornalismo narrativo) raccolti in È inutile che io parli, la quasi
assoluta, appagata, indifesa incomprensione di Pound da parte della
cultura italiana. Questa è una delle scabre scoperte del libro, edito da
De Piante e curato da Luca Gallesi, che raccoglie “Interviste e
incontri italiani” di Ezra Pound dal 1925, l’anno in cui il poeta si
trasferisce a Rapallo, al 1972, l’anno della morte, che lo coglie a
Venezia, dove è sepolto.
[...] Credo che il caso sia retto da un
remota armonia, allora, perché nei giorni in cui De Piante manda in
libreria È inutile che io parli, Massimo Bacigalupo, insigne studioso e
traduttore di Pound, ha fatto ristampare il libro di suo padre, Giuseppe
Bacigalupo, Ieri a Rapallo, che custodisce un mirabile ritratto di
“Ezra Pound”. Il ritratto è bello perché privo di civetterie
intellettuali e di tremori politici. Si racconta l’arresto di Pound - “Stava traducendo il Libro di Mencio il 3 maggio 1945 quando due
partigiani lo prelevarono nella casetta di S. Ambrogio. Se lo mise in
tasca e li seguì” -, il carcere, l’incontro, nel 1962, in Liguria, dopo
un ricovero nella Casa di Cura di Martinsbrunn, vicino a Merano,
“dimagrito, invecchiatissimo… in un mutismo quasi assoluto”. Giuseppe
Bacigalupo è medico di fama e conduce Pound nella sua clinica, Villa
Chiara: il poeta è operato dopo aver rilevato “una grave intossicazione
uremica”. I ricordi più estasianti, però, affondano nel 1926, quando
Bacigalupo conosce Pound “sui campi del Tennis Club di Rapallo. Ero agli
inizi di uno sport che mi avrebbe dato molte soddisfazioni anche in
campo agonistico, mentre Pound vi veniva a sfogare le energie non
esaurite della sua vulcanica attività intellettuale, saltando e sudando
copiosamente tra esclamazioni assai poco ortodosse”. Insieme a Pound, il
giovane Bacigalupo partecipa “a qualche piccolo torneo nelle cittadine
rivierasche, dove giungevamo sulla Fiat 509 torpedo, carichi di
entusiasti del tennis e guidata da mia madre”. Quando Pound vinceva,
insieme al giovane, talentuoso amico, “era giulivo come un ragazzo”.
Sapeva giocare: “con poco stile ma con inesauribile energia e
combattività”. Il poeta sul campo da tennis. Non avrebbe desiderato
altro ricordo: lì, nel gioco, dove tutto è vento, volontà, vigore e
verbo scomposto. E l’azzurro - si sa, siamo in Liguria - è una traccia
di vetro.
Redazione, Mi parve proprio proprio ammattito. Ezra Pound in Italy: l’idolo incompreso, Pangea, 15 aprile 2021
Anni
fa, chiacchierando con un caro amico a proposito di racconti mi disse
che gli era stato nominato da non ricordo chi questo Bruno Fonzi come
uno dei migliori scrittori italiani di racconti del Novecento. Era un
autore che non conoscevo (d’altronde ho molte lacune), così qualche
tempo dopo in biblioteca presi un suo piccolo libro, I pianti della
Liberazione, pubblicato da Einaudi singolarmente negli anni ‘70 ma che
faceva parte della raccolta di racconti d’esordio del 1961, Un duello
sotto il fascismo, pubblicata anch’essa dall’editore torinese. Mi
piacque e mi ripromisi di approfondire ma, come mi capita spesso, sono
facile alla distrazione e le mie letture vagolano. Un paio d’anni fa ero
in questa piccola libreria in città, Les Bouquinistes, che ha un bel
catalogo di libri usati, e dando un occhio come al solito ritrovo Bruno
Fonzi. Due libri: uno era quello già letto, e l’altro era questo
romanzo, Il Maligno, del 1964. Presi e portai a casa e misi a
posto, lì tra le letture da fare. Ogni tanto mi guardava ma non era il
momento, credo, e così l’ho letto solo adesso.
Siamo negli anni ‘30,
in un piccolo paese appenninico a un centinaio di chilometri da Roma. Il
Fascismo è un’ombra lontana vista perlopiù solo come opportunità di
possibile potere.
Il Maligno invece è lì, da qualche mese, in una
casupola di una sola stanza, vicina al bosco, dove abitano la Bibiana e
la piccola figlia Settimina. Di notte accade qualcosa, la voce gira e le
persone vanno a vedere, a sentire. Le autorità cercano di vigilare, ma è
chiaro come solo l’intervento del parroco possa liberare il luogo e
riportare la pace; la Bibiana però si deciderà a chiamarlo?
[...] Chi
è, cosa è questo Maligno sulla bocca di tutto il paese ma che non si
dovrebbe/potrebbe nominare? Di sicuro c’è, di sicuro “parla”, di sicuro
scombussola e travolge la vita delle persone che vi si agitano intorno.
Perché il Maligno non si sposta, il Maligno sta; il Maligno non appare,
il Maligno è. Il Maligno è “la valvola rivelatrice” dei peccati e i
peccatucci, esplicita i dubbi e rende reale ciò che si finge di non
vedere.
Il Maligno è, da un punto di vista narrativo, l’escamotage
che permette all’autore di indagare la natura umana, di occuparsi delle
persone e del paese. Fonzi, traduttore dal francese e dall’inglese, cita
esplicitamente nel testo Sotto il sole di Satana, romanzo di Bernanos, e
non si può non tenerne conto, ma ho ripensato anche ai racconti di
Winesburg, Ohio, di Sherwood Anderson, perché in ogni capitolo presenta
personaggi diversi, e via via li fa interagire tra loro e alcuni come
ovvio ricorrono più frequentemente e prendono rilevanza mentre altri
rimangono sullo sfondo ma sono essenziali per fornire il quadro
generale.
Così c’è il vecchio principe nella dimora decaduta che
ospita la cugina-contessina, donna repressa che sogna leggendo libri
francesi in lingua (tra cui quello di Bernanos, in cui si immedesima
portando il nome di una delle protagoniste), c’è il parroco goloso che
ha meno fede dei suoi parrocchiani, c’è la maestra cattolica
integerrima, c’è il nuovo norcino che ha da vincere le diffidenze della
clientela, c’è l’amministratore del feudo che ha qualche mira, c’è la
governante, ci sono i carabinieri, c’è l’oste del Dopolavoro e certo ci
sono la Bibiana e Settimina e c’è il Maligno.
La scrittura di Fonzi
non indugia né indulge e il paese cui dà vita lo si sente reale, prende
forma mentre si avanza nella lettura e non ci viene risparmiato nulla,
eppure anche le scene più forti non appaiono eccessive o fini a loro
stesse. C’è qualcosa che va oltre i fatti che vengono narrati, qualcosa
che fa dei personaggi persone, qualcosa che precede e che rimane [...]
Andrea Brancolini, Bruno Fonzi, Il maligno, Lankenauta, 11 dicembre 2020
Presentazione, Bruno Fonzi, I pianti della Liberazione, Abbot, 2021, Libraccio.it
Siamo
a Roma, nel momento del trapasso dalla monarchia clerico-fascista a una
mai nata repubblica fondata sui valori della Resistenza. Trent’anni
sono trascorsi sull’alto burocrate commendator Mastroluongo senza
segnare una ruga: nulla è mutato nella sua mentalità. Pavido, bigotto,
anche se in fondo di buon cuore, ridotto in miseria dal carovita, per
soccorrere un suo coetaneo il commendatore finisce in una casa
d’appuntamenti, e vi conosce quelle delizie che il menage coniugale gli
aveva sempre negato. Nella sua avventura, raccontata con una ironia
tagliente che diventa giudizio morale, si riflette il quadro di una Roma
«anno zero», scardinata e arruffona. Ha scritto Arnaldo Bocelli:
«Particolarmente bella è la figura della “signora” Speranza, la matura
ma ancora godereccia padrona di quella casa, di un impudore così
naturale da sembrare quasi pudico… E di vigoroso risalto è l’ambiente
familiare del commendatore, con quel figliolo anticonformista, terrore
dei genitori, eppur unico barlume in quel tenebrore. Un racconto felice,
che è già un punto d’arrivo». Se l’impianto linguistico e il felice
disegno dei personaggi ne garantiscono l’intatta validità, l’aver
individuato nel momento di massima esplosione della retorica
populisteggiante la vera «ala marciante» del sistema, fa di questo libro
un piccolo classico nel panorama della narrativa italiana degli anni
cinquanta.
Presentazione, Bruno Fonzi, I pianti della Liberazione, Einaudi, Nuovi Coralli, 1974, Einaudi

