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giovedì 9 aprile 2026

I partigiani si riorganizzarono nelle Langhe


L'andamento a fisarmonica, a cui prima si accennava, è anche sintomo di una guerra dinamica, che non lascia spazio al posizionamento e all'occupazione duratura di un territorio: lezione che i partigiani delle valli alpine avevano da tempo capito. <246 I garibaldini della 16ª e della 48ª brigata non avevano invece avuto problematiche dello stesso tipo. Il territorio nel quale queste brigate operavano fin dall'inverno del '43 non aveva permesso, data la sua morfologia, di mantenere arroccamenti stabili o di creare gruppi numerosi in difesa di una determinata zona. Le valli del Belbo, del Tanaro e della Bormida sono infatti adatte a rapidi spostamenti e, essendo nelle vicinanze di rilievi collinari coperti da fitta vegetazione, consentono di trovare un valido rifugio, ma non sono indicate per una guerra tradizionale. Il territorio, nel caso delle brigate Garibaldi ma anche del gruppo di Piero Balbo e di “Primo” Rocca, aveva «determinato» una tipologia di guerriglia, fatta di piccoli colpi di mano, di sabotaggi e di imboscate al nemico, che risulterà essere quella vincente contro le truppe tedesche. L'obiettivo della guerriglia partigiana non è finalizzato all'eliminazione dei nemici, quanto al loro logoramento materiale e psicologico, <247 tanto è vero che l'abbandono temporaneo delle vallate da parte delle truppe tedesche nell'estate-autunno sarà determinato dalla constatazione dell'impossibilità di mantenere in sicurezza un territorio come quello langarolo, con una forte presenza partigiana che organizza frequenti e repentine imboscate.
1.3.3.1 La politicizzazione delle bande
La fase primaverile è importante per il movimento perché finalmente permette di riorganizzarsi e di stabilire maggiori e frequenti contatti con i CLN centrali. Di quest'opera, come anche di quella del coordinamento e del finanziamento, si fanno carico i commissari politici: nel caso dei militari di “Mauri” e delle valli alpine a svolgere questo ruolo è in un primo tempo l'avvocato Guido Verzone, sostituito poi da Renato Testori; nelle formazioni garibaldine, i più importanti saranno Luigi Capriolo “Sulis” e Italo Nicoletto “Andreis”.
La riorganizzazione delle brigate Garibaldi nelle Langhe sembra avere uno sviluppo più regolare rispetto a quella degli autonomi. A partire dal maggio, la I divisione Garibaldi “Piemonte”, che opera inizialmente nella parte occidentale della provincia di Cuneo, dispone la costituzione di due brigate nella zona delle Langhe: la 16ª e la 48ª. La storia di queste due brigate è in parte diversa. Infatti, mentre la 16ª fa parte della 4ª brigata <248 già a partire dall'autunno del '43 come distaccamento, la 48ª è il risultato di un'azione di arruolamento compiuta dai comandi garibaldini nell'area tra Cuneo e Alba, dove operano numerosi gruppi di partigiani non ancora inquadrati. <249
Molto probabilmente è questa la zona in cui viene inviato “Zucca” con l'intento di prendere contatti con i gruppi operativi e di inquadrarli nella formazione comunista del cuneese occidentale. <250 A quell'iniziale progetto di espansione delle bande si collega la decisione di “Barbato” di inviare nelle Langhe Giovanni Latilla “Nanni”. Giunto in aprile nella zona di Monforte, “Nanni”, partigiano di provata esperienza, agli ordini di “Barbato” a Barge e prima ancora nell'esercito, avvia la costituzione di due brigate. Grazie a comunisti della zona, come Ernesto Portonero “Retto” e Sabino Grassi, a cui si uniscono Celestino Ombra “Tino” <251 e un ex ufficiale effettivo degli alpini Marco Fiorina “Kin”, <252 “Nanni” riesce a creare una solida organizzazione già a fine maggio. Agli elementi presenti in zona si aggiungono poi membri del PCI regionale: Luigi Capriolo “Pietro Sulis” <253 e Ettore Vercellone “Prut”. <254 La scelta del PCI di inviare nelle Langhe personale politico di alto profilo e di collaudata esperienza, già a partire dalla primavera, ci informa dell'importanza che quest'area riveste all'interno della guerra di liberazione e in quel processo di politicizzazione delle bande che avrà conseguenze nella successiva storia delle relazioni interpartigiane; ma ci permette anche di valutare il metodo organizzativo delle bande di ispirazione comunista, la cui struttura di partito - come ha notato Santo Peli - «permette [...] di ovviare a situazioni di particolare debolezza spostando militanti di provata esperienza laddove la situazione lo richiede, riprendendo una antica formula organizzativa del movimento operaio, con la quale le camere del lavoro caratterizzate da vita asfittica venivano vivificate dall'invio di organizzatori che si erano già fatti le ossa e avevano dato buona prova di sé in altre situazioni». <255 Inizialmente i garibaldini occupano un territorio più esteso di quello di “Mauri” e degli autonomi, hanno più uomini e sono più organizzati. Inoltre la loro influenza si estende anche sui gruppi che operano nelle aree limitrofe a quelle della 16ª e della 48ª. Nella zona di Canelli, infatti, i comandi garibaldini avviano contatti con il gruppo di “Primo” Rocca, che nel corso della primavera entrerà a far parte della I divisione Garibaldi, costituendo la 78ª brigata. Nella valle del Belbo invece, il comando della 16ª stabilisce un rapporto di collaborazione con il gruppo di Piero Balbo, che però non entrerà mai formalmente nelle Garibaldi. Nella seconda metà di maggio, in seguito alla promozione dei distaccamenti in val Varaita e in val Maira e a quelli nelle Langhe in brigate, si costituisce la I divisione Garibaldi “Piemonte”, strutturata su tre brigate: la “vecchia” 4ª brigata “Cuneo” e la 15ª brigata “Saluzzo”, nel cuneese occidentale, e la 16ª brigata “Generale Perotti” nelle Langhe. Il comando di divisione è composto da “Barbato”, Gustavo Comollo “Pietro”, Enrico Berardinone “Francesco” e Giovanni Guaita “Mirko”.
La riorganizzazione di “Mauri” nelle Langhe è invece più lenta. Nel mese di maggio, come abbiamo visto, il maggiore ha a disposizione solo 150 uomini; inoltre, la sua organizzazione comprende sia le Langhe settentrionali, Albese e Braidese, sia le vallate alpine. Per circa tre mesi, da aprile a giugno, “Mauri” provvede a organizzare il proprio territorio e i distaccamenti secondo il modello a cui aveva pensato subito dopo l'esperienza della val Casotto. È proprio in questo periodo che si stabiliscono i primi contatti con le brigate Garibaldi langarole. Sebbene la questione dei rapporti tra garibaldini e autonomi nelle Langhe verrà trattata approfonditamente nel terzo capitolo di questo studio, è bene comunque fare subito una breve puntualizzazione rispetto alla natura di questi rapporti, per meglio comprendere la politica di espansione partigiana condotta da entrambe le formazioni. Dobbiamo partire in primo luogo dalla circostanza che ha condotto autonomi e garibaldini (e successivamente i GL) ad agire nella stessa area operativa. Entrambi i gruppi che conducono la guerra partigiana nelle Langhe hanno origine nel cuneese occidentale, dove a partire dall'autunno '43 operano in totale autonomia con gruppi politicamente e militarmente simili e nell'assenza o quasi di contatti con altre formazioni. Nelle valli alpine ad esempio, “Mauri” si era confrontato solo con gruppi di ex militari con i quali era riuscito a creare un'intesa dal punto di vista militare e, se vogliamo, politico, mentre nelle Langhe il maggiore si trova di fronte a gruppi radicalmente diversi, con un'idea di guerra partigiana per certi versi opposta alla sua. I gruppi originari di autonomi e garibaldini condividono però uno stesso progetto: l'espansione del movimento in un'area più idonea alla guerriglia contro i tedeschi. L'area che entrambi individuano sono le Langhe. Qui, autonomi e garibaldini reclutano uomini, occupano paesi e colline e conducono una guerra contro i nazifascisti, partendo però da presupposti politici inconciliabili. Infatti, mentre da una parte gli autonomi vedono nella guerra partigiana un mero strumento militare per la cacciata dei tedeschi e dei fascisti, che investe unicamente il campo bellico, dall'altra, per i gruppi politici quella stessa guerra partigiana deve avere una valenza politica; la Resistenza deve essere un movimento di popolo e per il popolo. Il coinvolgimento stesso dei civili nella gestione delle zone libere e successivamente nelle operazioni di sabotaggio, di piccola guerriglia e di “intelligence”, che non è visto di buon occhio dai partiti moderati del CLN e dai gruppi militari, è invece sostenuto e promosso dai gruppi politici. Questo concetto «estensivo» di guerra partigiana non può considerarsi unicamente come risultato di un'ideologia di partito, che vuole portare le masse sul palcoscenico della vita pubblica dopo vent'anni di fascismo. Esso è anche l'effetto di esperienze che molti partigiani hanno acquisito, direttamente o meno, nei teatri di guerra di guerriglia in mezza Europa, dalla guerra civile spagnola, alla guerra partigiana in Grecia, in Jugoslavia, in Russia. È Italo Nicoletto “Andreis” che ricorda come la guerra di Spagna lasciò ai volontari repubblicani due principali regole di una guerra condotta contro il nazifascismo e in alleanza con la democrazia borghese: che la guerra deve avere una caratterizzazione nazionale e non di classe <256 e che ciò che si deve raggiungere è la liberazione e l'indipendenza nazionale. <257
Per tutto il periodo estivo, e fino quasi alla fine della guerra, le diverse formazioni creano organismi militari sempre più grandi e complessi, in forte concorrenza con quelli limitrofi. Al termine del periodo di riorganizzazione delle forze, “Mauri” dà vita, all'inizio di luglio, al “Raggruppamento Langhe settentrionali”, <258 che comprende una vasta area della provincia di Cuneo. I distaccamenti che lo compongono sono quelli di Icilio Ronchi Della Rocca (distaccamento n. 10), posizionato a Bra e nel Braidese occidentale, del tenente Franco Canale (n. 11), a Canale e zone limitrofe, di “Marco” (n. 12), a Sommariva Perno e zone limitrofe e dei tenenti Renato e Carletto (n. 13), dislocati nella zona di Alba, dove si costituisce anche la 7ª banda GL. <259 Questi distaccamenti si aggiungono a quelli già creati da “Mauri” nelle valli occidentali, dove tra gli altri opera il capitano Piero Cosa. L'organizzazione degli autonomi nel cuneese, di cui “Mauri” - si può dire - è il “federatore”, va via via crescendo nel corso dell'estate, con l'arrivo di nuove reclute e in seguito alle frequenti diserzioni nelle file della RSI, coinvolgendo non solo gruppi apolitici o di ex militari, ma anche partigiani appartenenti ad altre formazioni. Il 9 luglio, il giorno seguente alla costituzione del raggruppamento delle Langhe, “Mauri” stipula con il professor Vipo, delegato socialista al comitato militare di Torino, un accordo per la costituzione di una divisione, che prende il nome di I Divisione “Camillo di Cavour-Piemonte”. Essa comprende una vasta area che va dalle valli Corsaglia, Casotto e Mongia, dove operano le Brigate Matteotti, alle Langhe settentrionali, passando per le valli Ellero, Pesio, Miroglio, Tanaro e Liguria occidentale, dove sono presenti le brigate autonome. <260 Con la creazione di questa divisione si avvia, nelle file maurine, una strategia militare che ha come scopo quello di unire formalmente tutto il movimento partigiano del Cuneese in un nuovo esercito, più volte indicato da “Mauri” con il nome di «Esercito Italiano di Liberazione Nazionale», creando di volta in volta organismi utili a tal fine. Se prendiamo in considerazione la successione degli organismi militari creati e gli accordi che li sottendono, potremo notare una certa progressione nelle scelte di “Mauri”. Infatti, da gruppi ristretti formati esclusivamente da ex militari, o comandati da ex ufficiali, si passa alla creazione di macro-organismi che uniscono formazioni diverse, accomunate dall'appartenenza a un medesimo territorio. Il momento più importante di questo processo è certamente l'accordo con i GL cuneesi. Firmato il 7 agosto a Certosa di Pesio dai maggiori comandanti partigiani della provincia, <261 l'accordo prevedeva un'unione formale tra le due formazioni, che non implicava l'adesione al partito d'azione, <262 ma che legava i diversi gruppi da un punto di vista militare. L'accordo tra GL e autonomi, oltre a quello precedente tra autonomi e socialisti, porta alla creazione di un organismo di notevoli dimensioni, in cui “Mauri” non esercita la parte di un vero e proprio comandante quanto piuttosto quella di coordinatore generale per le operazioni militari più importanti. La creazione di questo raggruppamento militare però non è vista di buon occhio dal Comitato politico di Torino, che scorge nel progetto di “Mauri” un tentativo di creare un organo sostitutivo del CLN e del CMRP. Un timore comprensibile, tanto più considerando i rapporti non sempre sereni tra il maggiore e i «politici» di Torino e le difficoltà per il CLNRP di gestire un'organizzazione militare sul territorio piemontese in rapida espansione. Forse anche in conseguenza di ciò, il CLNRP decide l'annullamento degli accordi tra autonomi e GL, tra l'altro già criticati all'interno delle formazioni che li avevano sottoscritti, <263 segnando la fine del progetto di “Mauri” di ricostituire un nuovo esercito coinvolgendo tutte le forze presenti in provincia di Cuneo; progetto da cui venivano escluse le brigate Garibaldi.
Nel corso dell'estate anche i garibaldini, sulla scia della spinta che sta ricevendo il movimento in termini politici e militari, tentano di aumentare le proprie forze e di estendere la propria area di influenza. Nell'agosto, il comando della I divisione, in accordo con il comando piemontese delle Brigate Garibaldi, decide la costituzione della VI divisione “Langhe”, che comprende la 16ª, la 48ª e la 78ª brigata. Questo raggruppamento, secondo le disposizioni del CBG, dovrebbe contare almeno mille effettivi; <264 una stima verosimile, se si considera che ad agosto la sola 48ª brigata ha a disposizione più di 500 uomini.
[NOTE]
246 “Mauri” - come abbiamo visto - decide di riorganizzare le proprie bande con nuclei iniziali di trenta uomini in grado di muoversi liberamente in un territorio adatto alla guerriglia quale sembrano essere le Langhe: si veda “Relazione sui fatti d'arme dal 13 al 17 marzo nelle valli Casotto, Mongia e Tanaro”, Langhe, 9.4.44 - I di Liberazione, “Mauri”, in G. Perona (a cura di), Formazioni autonome, cit., doc.2, p. 342; dello stesso avviso sembra essere il capitano Stefano De Marchi che, prendendo il comando del gruppo delle Langhe settentrionali di Ignazio Vian, che si era a sua volta spostato nelle Langhe, dove «rimise insieme una organizzazione militare non trascurabile» (“Relazione di Renato al Comitato di liberazione nazionale”, Cuneo, 16.6.44, in Ivi, p. 351, doc. 6), costituisce «nuclei mobili» composti da 15-20 uomini, in grado di muoversi rapidamente e ovunque, in “Relazione sull'attività dei patrioti nella zona Alba - Bra”, [Albese], 25 maggio 1944, I° di Liberazione, in Ivi, p. 345, doc. 4
247 Tra gli obiettivi primari della guerriglia, come si legge nei documenti raccolti in La guerriglia in Italia, cit., p. 63, vi è quello di «minare il morale delle forze regolari, arrecando ad esse continua molestia e infliggendo continui scacchi». Tra i partigiani che avevano combattuto in Croazia nelle file dell'esercito regio era infatti rimasto il ricordo della «psicosi [che la guerriglia aveva] creato nei reparti italiani ivi dislocati e quali conseguenze siano molte volte derivate dallo speciale stato d'animo determinatosi fra essi in seguito alle azioni dei partigiani», in Ibidem, p. 36
248 Il comando della 4ª brigata diventerà poi sede del comando della I divisione Garibaldi “Piemonte”
249 La 48ª opererà nelle zone della pianura albese, «tra Novello, Monforte, Barolo, Roddino, Serralunga, Roddi, Verduno», D. Masera, Langa partigiana, cit., p. 50
250 Si veda a pagina 17
251 Originario di Asti, membro del PCI, organizzatore degli scioperi del marzo alla Way-Assauto, in seguito ai quali viene arrestato. Liberato dal carcere dai partigiani, giunge nelle Langhe verso il 26/27 marzo, in D. Carminati Marengo, Il movimento di resistenza nelle Langhe, cit., p. 74. Nella stessa occasione viene liberato anche Angelo Prete, “Devic”, futuro comandante della 16ª brigata, in I. Nicoletto, Anni della mia vita 1909-1945, Fondazione Luigi Micheletti, Brescia, 1981, p. 374. Nel marzo del '44 si stabilisce nella zona di Barolo, inviato dal comando della 1° divisione garibaldina, Ettore Vercellone “Prut”, operaio torinese promotore degli scioperi del 10 marzo, in D. Carminati Marengo, Il movimento, cit., p. 73. Sull’invio di Latilla nelle Langhe nell'aprile '44 si veda M. Diena, Guerriglia e autogoverno, cit., p. 82
252 Comandante della 48ª brigata Garibaldi “Dante Di Nanni” dall'agosto 1944
253 Antifascista torinese, arrestato e condannato due volte nel corso del ventennio fascista, Capriolo entra nel CLNRP subito dopo l'8 settembre. Riottenuta la libertà dopo essere stato arrestato e torturato dalla Gestapo di Torino, entra nei garibaldini della val di Lanzo per poi essere trasferito dal PCI presso i gruppi costituitisi nelle Langhe. Morirà impiccato dai tedeschi il 3 agosto 1944, in M. Diena, Guerriglia e autogoverno, cit., p. 91
254 Ivi, cit., p. 91
255 S. Peli, “Vecchie bande e nuovo esercito: i contrasti tra partigiani” in «Protagonisti», n. 58, 1995, p.
21. Pratica che verrà adottata anche con l'invio di Italo Nicoletto “Andreis” in qualità di ispettore garibaldino.
256 Come riporta Italo Nicoletto nella sua autobiografia, Anni della mia vita, cit., p. 104 «Non todo es possible»
257 Ibidem, «Con toda claredad possible»
258 “Raggruppamento Langhe Settentrionali”, Comunicazione di “Mauri” ai vari distaccamenti, 8.7.44 in AISRP, B AUT/mb 4 c
259 «Il gruppo [...] accoglie nel giugno '44 il Cap. Giovanni Alessandria, ex allievo del Liceo Govone, reduce dalla Russia, il Stn. Mario Canino, il Stn. Libero Porcari», “Cronistoria della 7ª banda GL”, citato in D. Carminati Marengo, Il movimento di resistenza nelle Langhe, cit., p. 72. I GL avranno una presenza maggiore nelle Langhe a partire dall'inverno '44-'45, quando reparti della I e II divisione dislocate a ovest vennero inviate nelle Langhe, dove diedero vita alla III e X divisione.
260 “Costituzione I Divisione Camillo di Cavour-Piemonte”, in AISRP, B AUT/mb 1 g; anche in B AUT/mb 4 c
261 “Accordi con le formazioni autonome del Monregalese e delle Langhe”, 7.8.44 in G. De Luna et alii (a cura di), Le formazioni GL, cit., p. 126, doc. 41. L'accordo viene firmato da D. L. Bianco, D. Dalmastro, A. Felici, E. Rosa, Dino Giacosa, “Mauri”, L. Scamuzzi e P. Cosa
262 Anche se nei punti 7 e 8 dell'accordo sono presenti chiari riferimenti alle idee azioniste 
263 In particolare, Piero Cosa leggerà in alcune azioni dei GL tentativi di inquadrare politicamente il suo gruppo, Lettera di Piero Cosa a “Mauri”, 18.8.44 in AISRP, B AUT/mb 4 d
264 3.12.44 Lettera di Cesare al Raggruppamento cuneese “Barbato”, in cui si parla dei quantitativi che devono possedere brigate e divisioni, in AISRP, B 28 fasc. c
Giampaolo De Luca, Partigiani delle Langhe. Culture di banda e rapporti tra formazioni nella VI zona operativa piemontese, Tesi di laurea, Università degli Studi di Pisa, Anno Accademico 2012-2013
 

lunedì 5 dicembre 2022

Costretti al ripiegamento verso la val Toncea i partigiani di Marcellin abbandonarono il crinale Susa-Chisone

Adolfo ed Ettore Serafino. Fonte: Ecoistituto della valle del Ticino

I primi nuclei armati di resistenti, lungo il corso del Chisone, si organizzarono già dal pomeriggio del 9 settembre 1943, in seguito allo scioglimento del reparto del btg. alpino Fenestrelle di stanza nell'omonimo villaggio dell'alta valle. Attorno ad alcuni uomini di particolare carisma, quali il cap. Gros di Fenestrelle, Maggiorino Marcellin di Sestriere ed il parroco di Sestriere Borgata, don Bernardino Trombotto, si raccolsero alcuni alpini sbandati, che diedero vita ad un primo gruppo partigiano, che venne inizialmente denominato "Val Chisone". Subito il piccolo nucleo di armati si diede a rastrellare armi e munizioni, nelle innumerevoli casermette collocate lungo il crinale spartiacque Susa-Chisone e Susa-Guil, abbandonate dopo l'armistizio dai vari presidi della G.U.F. o dell'esercito regolare.
Contemporaneamente nella bassa valle, nella zona di Perosa Argentina, prende vita un altro cospicuo gruppo di patrioti, che trovò in Enrico e Gianni Gay, Enrico Pöet, Dario, Ezio e Mario Caffer i massimi animatori. Il primo rastrellamento nazista, interessò la zona di Prarostino, sulla prima collina pinerolese, ove si era organizzato un terzo nucleo di resistenti. Qui, il 20 ottobre, i tedeschi fecero le prime vittime e, nei giorni immediatamente successivi, essi riuscirono a sgominare l'intero C.L.N. di Pinerolo e ad arrestare un buon numero di partigiani nella zona di Roure (questi ultimi quasi tutti liberati dopo un periodo di detenzione alle carceri Nuove di Torino).
Queste drammatiche esperienze furono però il collante che portò all'unificazione delle varie bande costituitesi in valle, in particolare di quelle di Marcellin e dei fratelli Gay, che si fusero nella Divisione Alpina Autonoma "Val Chisone". Individuato il vallone del Bourcet come nascondiglio ideale, assai ben difendibile, i partigiani di Marcellin si acquartierarono a Chasteiran, villaggio dal quale, dopo una strenua difesa, furono costretti alla fuga verso la Val Troncea nel marzo 1944. Nella piccola vallata pragelatese i patrioti si riorganizzarono e, nel corso dell'estate di quello stesso anno, riuscirono addirittura a porre l'intero corso del Chisone e parte dell'alto bacino della Dora Riparia sotto il loro totale controllo. In questo breve ed effimero periodo, la valle fu totalmente isolata dal resto del paese grazie all'interruzione di numerosi ponti e di lunghi tratti di Statale; tra Perosa Argentina e Sestriere erano la 228° Compagnia di Enrico Gay, la 229° di Enrico Poet e la 231° di Ugo Enrico, che presidiavano rispettivamente la zona di Villaretto, quella del Colle delle Finestre ed il crinale che, passando per il Colle di Sestriere, si estendeva dal M. Sises al M. Fraiteve. Oltre ciò, gli Autonomi della val Chisone, presidiavano anche, con un plotone di guastatori al comando di Gianni Daghero, la linea compresa tra Cesana e Champlas du Col e con la 230°, 232° e la 233° compagnia, rispettivamente agli ordini di Fiore Toye, Luciano Beltramo ed Ezio Musso, lo spartiacque Susa-Chisone, dal M. Fraiteve fino al Colle delle Finestre. Nel periodo in cui la valle fu amministrata dai partigiani (libera Repubblica della Val Chisone, la definisce Maggiorino Marcellin nel suo libro: "Alpini.... finché le gambe ci portano") il numero di patrioti che operava nella zona crebbe fino a raggiungere il numero di 1700 unità, ponendo al comando seri problemi di vettovagliamento e di armamento.
Nel luglio 1943 la zona libera cominciò a subire i primi assalti da parte di reparti nazifascisti. Inizialmente, l'urto fu ben contenuto, anche in virtù delle poche bocche da fuoco che i partigiani possedevano (un pezzo da 149 ed uno da 157/32 postati sul M. Banchetta, due cannoncini anticarro collocati all'imbocco della valle, mortai da 81 ed alcune mitragliatrici pesanti). Dopo un primo assalto fallito, diretto verso il M. Triplex, lungo crinale Susa-Chisone, il nemico salendo da Sauze d'Oulx, prese di infilata il settore compreso tra il M. Genevris ed il M. Moucrons, sul lato sinistro orografico del Chisone. Anche in questo caso i difensori riuscirono ad avere la meglio, ma le quote presidiate furono prese e riconquistate a più riprese, con perdita di uomini ed armamenti. Fu questa una prima avvisaglia di ciò che sarebbe successo pochi giorni dopo: fra il 3 ed il 5 agosto entrarono in scena, l'aviazione e l'artiglieria. Un caccia tedesco, infatti, mitragliò Fenestrelle, Usseaux e Pragelato, facendo addirittura 5 vittime tra la popolazione civile, mentre un violentissimo bombardamento, sul versante di Val Susa, ove operava un treno blindato, scompaginò le postazioni partigiane del Moucrons. Su questa quota, un proiettile d'artiglieria centrò la piazzola su cui era installata una mitragliatrice pesante, uccidendo alcuni patrioti, fra i quali il perosino Sergio Stocco. L'1 agosto, intanto, la fanteria tedesca, dopo aver scelto Perosa Argentina come base operativa, aveva attaccato senza successo, con manovra a tenaglia, le Valli Chisone e Germanasca aggredendo i presidi partigiani di Villaretto e Mentoulles; in questa azione persero la vita i fratelli Dario ed Ezio Caffer che, per quanto feriti, rimasero alla mitragliatrice fino allo stremo delle forze.
Costretti al ripiegamento verso la val Toncea gli Autonomi di Marcellin abbandonarono il crinale Susa-Chisone il 5 agosto, raggiungendo dopo breve marcia la più sicura Val Troncea. Questo, ovviamente, significò l'abbandono della zona libera in mano nemica ed il ritiro della linea difensiva verso le più arretrate posizioni dello spartiacque Susa-Guil, dalle quali per altro i partigiani furono rimossi, dopo una strenue difesa del Col Mayt e del Pic Charbonnel, nell'ottobre dello stesso anno.
Il periodo che va dall'autunno 1944 alla liberazione fu drammatico ed assai travagliato: sorpresi ed accerchiati in una baita isolata nei boschi di Cantalupa, il 4 novembre, un nucleo di armati del "Val Chisone" al comando di Adolfo Serafino, cadevano dopo una accanita difesa della posizione. E' questo l'episodio più famoso e drammatico, tra i molti accaduti nelle valli pinerolesi, l'ultimo importante fatto d'armi che precedette la discesa a valle dei partigiani ed il loro dispiegamento nelle campagne che circondano Pinerolo e nei paesi della prima cintura torinese. Il bilancio conclusivo della guerra partigiana in val Chisone conta più di 200 morti fra gli Autonomi, di cui ben 27 ufficiali.
Redazione, La Resistenza nel Pinerolese, Sentieri della Resistenza nel Pinerolese

Adolfo Serafino nasce il 31 maggio 1920 a Rivarolo Canavese (Torino). Tenente s.p.e. (servizio permanente effettivo) fanteria (alpini), partigiano combattente.
Conseguita la maturità classica nel Collegio Militare di Milano nel 1938, entrò all’Accademia di Modena dalla quale uscì sottotenente di fanteria in s.p.e. nell’agosto 1940. Destinato al 3° reggimento alpini ed assegnato al battaglione Pinerolo, frequentò la Scuola d’applicazione d’arma nell’inverno 1940-41 rientrando al reggimento nell’aprile. Dal gennaio 1942 al settembre dello stesso anno fu in Croazia col reggimento, conseguendo la promozione a tenente. Rimpatriato, venne comandato prima quale istruttore all’Accademia di Modena e poi al deposito reggimentale a Pinerolo per l’addestramento reclute. Fece poi ritorno nei territori ex jugoslavi dove rimase fino al giugno 1943 allorché fu trasferito al battaglione Val di Fassa dove si trovava alla dichiarazione dell’armistizio. Prese parte alla lotta clandestina prima nella zona di Massa Carrara e in seguito in Piemonte, dove combatté nelle file della Divisione alpini autonoma Val Chisone della quale divenne capo di S.M. (Stato Maggiore). Morì in combattimento in Frossasco il 4 novembre 1944.
Ufficiale degli alpini, dopo l’armistizio impegnava nella zona di Massa Carrara combattimento contro forze tedesche assumendo di iniziativa anche il comando di una batteria. Ritornato in Piemonte organizzava le prime formazioni partigiane delle valli pinerolesi divenendo poi capo di stato maggiore della Divisione alpina autonoma Val Chisone e partecipando a varie azioni di sabotaggio. Nel novembre 1944, circondato da forze soverchianti, con una banda di patrioti si poneva alla testa di alcuni ufficiali, decisi, pur essendo consci del sicuro sacrificio, a resistere fino all’estremo per ritardare l’avanzata del nemico e consentire di mettere in salvo uomini ed armi. Impegnato il combattimento, dopo varie ore di lotta, esaurite le munizioni, nell’estremo tentativo di aprirsi un varco con le bombe a mano, veniva falciato dal fuoco nemico, unitamente agli altri ufficiali, attirati dal suo sublime esempio di eroismo. Il suo nome è divenuto leggendario in tutta la Val Chisone ed alla sua memoria fu intitolata la , Divisione partigiana Serafino che combatte nella stessa valle valorosamente il tedesco fino alla liberazione. - Italia occupata, settembre 1943- novembre 1944.
Gruppo Medaglie d’Oro al Valore Militare, Le Medaglie d’oro al Valore Militare, volume secondo (1942-1959), [Tipografia Regionale], Roma, 1965, p. 586.
Redazione, Adolfo Serafino, Ancfargl, 21 settembre 2016

A Buscate, ad Adolfo Serafino è dedicata la via adiacente all’abitazione dove, al momento della morte, risultava residente con suo padre Luigi, direttore tecnico della Conceria SACPA, e gli altri componenti della famiglia [n.d.r.: tra cui il fratello Ettore, che realizzò un notevole fondo fotografico relativo alla lotta di Liberazione in Val Chisone].
Redazione, Adolfo Serafino, Ecoistituto della valle del Ticino

Adolfo Serafino (Rivarolo Canavese, 31 maggio 1920 - Frossasco, 4 novembre 1944) fece parte di quella schiera di militari italiani impegnati nella Lotta di Liberazione. Oltre alle truppe regolari, in campo a fianco degli anglo-americani, molti aderirono individualmente alle brigate partigiane già esistenti, mentre interi battaglioni si trasformarono in formazioni partigiane autonome, guidate dai loro stessi ufficiali.
Questa storia di Resistenza iniziò dopo l’Armistizio dell’8 Settembre, quando a Carrara, dove si trovava con il suo Battaglione “Val di Fassa”, ricevette l’intimazione, da parte di un ufficiale tedesco, di consegnare le armi. Adolfo rifiutò e organizzò la difesa della strada che portava verso La Spezia, sostenendo un combattimento, il 10 settembre 1943. Quest’azione consentì alla flotta navale di La Spezia di salpare.
Disciolto il battaglione si rifugiò con la sua compagnia (o parte di essa) a Colonnata, dove, aiutato dal parroco, nascose le armi e si procurò abiti civili. A fine settembre raggiunse Ettore, suo fratello maggiore, a Bobbio Pellice, dove si stavano formando le prime bande partigiane. Nel novembre partecipò a una missione in Francia per prendere contatto con gli alleati, passando dal Col Galizia, a monte delle Valli di Lanzo. A dicembre ritornò a Colonnata per recuperare le armi. In seguito ebbe l’incarico, insieme all’amico e futuro cognato Franco Faldella e al di lui padre, Emilio (colonnello, comandante del Terzo Alpini), di infiltrarsi nelle fila della Repubblica Sociale Italiana. Adolfo fornì preziose informazioni fino a maggio del ’44, poi fu sospettato e incarcerato per due mesi, a Milano. Dopo il rilascio (o la fuga, non è documentato l’episodio), si ricongiunse finalmente al fratello Ettore, partigiano nelle brigate autonome del Piemonte.
Nell’autunno di quell’anno, arrivato in val Chisone, Adolfo assunse il ruolo di capo di stato maggiore della Divisione Alpina Autonoma “Val Chisone”, guidata da Maggiorino Marcellin. Il comando della divisione passò a Ettore Serafino solamente nel marzo del ’45, quando a Marcellin furono affidati altri incarichi.
Adolfo Serafino cadde durante uno scontro con i nazifascisti il 4 novembre 1944 a San Martino di Cantalupa, allora parte del Comune di Frossasco.
Dopo la sua morte, la Divisione “Val Chisone” prese il nome di “Adolfo Serafino”.
Redazione, Adolfo Serafino, Ecoistituto della valle del Ticino