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sabato 25 marzo 2023

Nel Parmense, il primo scontro tra forze nazifasciste e nuclei partigiani avviene il giorno di Natale del 1943

Bardi (PR). Fonte: Wikipedia

Scopo di questa ricerca è quello di indagare cosa avvenne nel periodo successivo al famoso armistizio annunciato l’8 settembre del 1943, preludio che portò alla nascita della Resistenza.
In particolare la tesi si concentra sul territorio della Provincia di Parma, dove sui monti sorsero le prime bande armate che diedero vita alla lotta di Liberazione dall’occupazione nazifascista. Più che sulle azioni militari condotte, già studiate in diverse pubblicazioni memorialistiche, il presente elaborato si concentra sull’esame della struttura del Comando che si costituì nel corso della guerra partigiana, assumendo come prospettiva d’analisi quella di chi concretamente aveva condotto la guerra, i Comandanti dei reparti partigiani.
Sulla base delle azioni compiute, delle questioni interne ed esterne alle proprie Brigate, che li vedono coinvolti, si cerca di tracciare un profilo più storiografico e personale di chi fu a capo del movimento parmense, portando ad un’analisi scevra di quei sentimenti celebrativi che hanno caratterizzato alcune precedenti pubblicazioni. Mentre la maggior parte degli studi sulla Resistenza parmense tendono a esaminare il movimento nella sua interezza e a fornire un resoconto complessivo dei fatti d’arme e degli eventi più importanti, in questa ricerca l’attenzione è concentrata principalmente sulla disamina dei rapporti di Comando tra i maggiori protagonisti della lotta parmense.
Attraverso l’analisi dei Comandanti parmensi la tesi si pone diversi scopi, tra cui quello di comprendere e mettere in luce la struttura e la natura dei rapporti di comando nell’esercito partigiano, partendo dal contesto nazionale per poter approfondire quello locale. In secondo luogo, rispetto ai doveri richiesti ai Comandanti di Brigata dagli organi superiori, viene analizzato come effettivamente questi capi, esercitarono il comando, approfondendo quali aspetti della loro personalità prevalgono, quali sono le criticità, che rapporto intercorre con la Brigata e con i comandi superiori; questo permette di mettere in luce alcune caratteristiche della lotta parmense.
Da questo emerge come la gestione del Comando sia dovuta, da una parte, alla relazione tra le diverse personalità che lo componevano, dall’altra alla situazione politica, sociale e militare della provincia di Parma. Infine, attraverso una ricerca basata principalmente sulle fonti archivistiche, un ulteriore obiettivo della tesi è quello di mettere in luce alcuni rilevanti snodi e questioni riguardanti i capi parmigiani, che nei precedenti lavori vengono solo accennate o brevemente riportate, ma su cui invece esiste un interessane e consistente documentazione.
La scelta dei soggetti
I soggetti individuati appartengono a diverse formazioni partigiane, zone territoriali, appartenenze politiche e ricoprono cariche di diverso livello: dai Comandanti e Commissari dei due Comandi Unici operativi (nel caso di Parma esisteva un Comando per la Zona Ovest e uno per la Zona Est della Cisa) a quelli di Brigata.
Essi sono stati scelti sulla base di diversi criteri, quali una significativa presenza nei documenti, per l’importanza del loro ruolo e contributo per la lotta di Liberazione; infine sono stati scelti quei Comandanti le cui vicende e operato, per motivi differenti, sono significativi ai fini di questa ricerca, che ha per scopo quello di indagare l’esercizio del Comando nell’esercito partigiano. Le singole vicende personali e di Brigata, emerse dalle fonti vengono analizzate inquadrandole in un contesto più ampio, quello del movimento parmense nel suo complesso.
Le fonti utilizzate
Le principali fonti utilizzate sono quelle archivistiche, presenti nell’Archivio dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Parma, dove si trova il Fondo sulla Lotta di Liberazione, sui Comitati di Liberazione Nazionale Provinciali, un Fondo Testimonianze e alcuni Fondi personali di noti esponenti del movimento parmense. In particolare, molto importante al fine di questa ricerca è stata la consultazione del Fondo Lotta di Liberazione, che comprende i carteggi inviati dagli Organi direttivi centrali (Comitato di Liberazione Alta Italia e Comando Generale Italia Occupata), regionali (Comando Unico Militare Emilia Romagna e Comando Nord Emilia) e dagli Organi politici provinciali come il CLN Provinciale di Parma, il Partito e la Federazione Comunista e il Partito Democristiano.
Rispetto a questi documenti più generali, è stata di maggior rilevanza l’analisi dei documenti riguardanti il Comando Unico Operativo della Provincia di Parma sia per la Zona Ovest che Est della Cisa.
Insieme a questi, altrettanto indispensabile è stato lo studio del consistente carteggio relativo alle singole Brigate e alle Divisioni operanti sul territorio parmense. Insieme a questa documentazione sono state consultate le buste relative alla stampa partigiana, ai CLN locali sorti nella provincia parmense, al Fondo Quadri del Partito Comunista e le testimonianze lasciate dai partigiani sull’esperienza resistenziale. Infine è stata utile la lettura dei Fondi di Archivio personali di alcune figure chiave per l’antifascismo e Resistenza parmense, quali ad esempio, Giacomo Ferrari e Ettore Cosenza, due noti Comandanti partigiani.
Tutto il materiale raccolto e le principali questioni, o dubbi, emersi sono stati confrontati con la bibliografia parmense sulla Resistenza. In merito alla letteratura esistente sulla lotta di liberazione si possono distinguere diverse impostazioni.
Una parte della bibliografia è volta ad analizzare il movimento parmigiano nel suo complesso, consentendo di avere un quadro complessivo e completo dei principali eventi e delle questioni più rilevanti, ma che lascia poco spazio all’approfondimento delle singole personalità.
Mentre un’altra parte della bibliografia su Parma si concentra o sullo studio nel movimento in una particolare zona, per esempio quella della Val Taro, o sull’analisi di alcune importanti figure. A questi filoni va aggiunta una parte relativa alle opere memorialistiche.
La maggior parte di queste pubblicazioni è stata scritta da ex partigiani che nel dopoguerra si sono dedicati alla rielaborazione dell’esperienza vissuta; per quanto non si possa mettere in discussione l’utilità e la veridicità delle loro riflessioni, questo rischiano comunque di essere influenzati da una parzialità politica o personale che potrebbe ridurne l’obiettività.
Costanza Guidetti, La struttura del comando nel movimento resistenziale a Parma, Tesi di laurea, Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, Anno Accademico 2017-2018

In una situazione di per se già estremamente caotica, con l’esercito allo sbando e i militari in fuga, con l’Italia spaccata in due, occupata dai tedeschi al Centro-Nord e dagli Alleati al Sud, nulla poteva aggiungere più caos che la nascita di uno “stato fantoccio” controllato dai tedeschi con lo scopo mal celato di tener buoni gli animi e convincere gli italiani che nulla era cambiato: la guerra andava ottimamente e presto avremmo ricacciato in mare gli Alleati per il trionfo del nazi-fascismo.
In pochi ormai credevano a tutto questo ma la Repubblica Sociale Italiana prese vita ugualmente, imposta manu militari dai tedeschi, portando nell’Italia occupata un nuovo fascismo repubblicano più aggressivo, più spietato e più sanguinario che mai.
Il primo atto politico, la prima manifestazione reale della nuova “Repubblica”, è la chiamata alle armi dei giovani: dal novembre 1943 i muri dell’Italia occupata si ricoprono di manifesti che minacciano pesanti sanzioni per coloro che decideranno di non rispondere.
Ma il fatto nuovo, imprevisto e di dimensioni impensabili all’epoca, è la diserzione di massa dei giovani italiani. Un’intera generazione educata a “Credere, Obbedire, Combattere” si rifiuta di rispondere ai bandi della RSI.
Uno dei compiti nei quali il CLN di Parma è maggiormente attivo è proprio quello della propaganda rivolta ai ragazzi in età di leva, per invitarli a disertare ed unirsi alle bande che si stanno formando in montagna. Sì, perché nelle zone collinari e montagnose della provincia, a partire dal tardo autunno del 1943 si erano formate le prime bande di “ribelli”, nuclei costituitivi di quelle che saranno le formazioni partigiane vere e proprie.
Si tratta di gruppi compositi, che raccolgono uomini con storie di vita e motivazioni differenti ed eterogenee.
Ad impegnarsi nella lotta antifascista sono innanzitutto individui politicizzati che si impegnano nella lotta di Liberazione in base a convinte e radicate idee antifasciste e democratiche.
E poi, spinti dalla fedeltà al giuramento prestato al Re o da convinzioni antifasciste maturate attraverso le esperienze dirette in guerra, anche molti soldati si danno alla macchia, persuasi, più che da un’educazione politica vera e propria, dalla volontà di non combattere più per il Duce. A loro si unisce un’altra tipologia di soldati e ufficiali: gli ex prigionieri stranieri evasi dai campi in seguito allo sbando dell’esercito <xii. Attorno a questi poli si raggrupperà, poco dopo, l’enorme massa dei “giovani”, renitenti alla leva delle classi 1923 - 26 in primis <xiii. Sono questi ragazzi che costituiranno oltre il 36 percento dei partigiani riconosciuti parmensi <xiv.
Questi primi “ribelli” si dirigono verso la montagna, dove è più facile nascondersi perché la presenza nazifascista è più rarefatta, e si saldano spontaneamente in piccoli gruppi, concepiti prima di tutto come nuclei di sopravvivenza che come consapevoli formazioni di combattenti.
E’ facile immaginare lo spaesamento e la mancanza di punti di riferimento che portano questa massa confusa ad aggregarsi attorno a coloro che, per età o storia di vita, avevano una maggiore esperienza di guerra e un più delineato progetto di lotta. I primi quadri delle bande partigiane, formati da ex militari italiani e stranieri e da antifascisti storici, sorgeranno quindi spontaneamente dalla fiducia che in loro ripongono gli sbandati e i renitenti.
Queste bande costruiscono con le popolazioni montane un fitto rapporto di comunicazione basato su due pressanti necessità: quella di difendere renitenti e richiamati, e quella di ricevere aiuto e appoggio, cibo e riparo, evitando delazioni e arresti <xv.
Nel Parmense, il primo scontro tra forze nazifasciste e nuclei partigiani avviene il giorno di Natale del 1943. Approfittando della giornata festiva, e sperando di cogliere di sorpresa quei “ribelli” dei quali si cominciava a sentir parlare, un gruppo di militi fascisti raggiunge la Val Noveglia, e il piccolo abitato di Osacca [Frazione di Bardi (PR)], dove uno sparuto gruppo di renitenti e militari si era riunito intorno a un operaio antifascista, Alceste Bertoli, incaricato dal CLN di raccogliere gli sbandati sulle montagne del Bardigiano. Ma, grazie alla provvidenziale “soffiata” di una contadina, l’imboscata fascista non riesce. I partigiani rispondono prontamente al fuoco mettendo in fuga i militi: una vittoria inaspettata e trionfale che, al di là del reale valore strategico-militare ha importanti conseguenze psicologiche, perché finalmente «l’incubo dell’invincibilità e della invulnerabilità dell’apparato militare nazifascista era rotto» <xvi. Una vittoria importante, riconosciuta anche dalla prima amministrazione libera di Parma che intitolerà una delle più imponenti vie cittadine proprio Viale Osacca.
L’estate del 1944: zone libere e rastrellamenti
La vittoria di Osacca non è che la prima di una serie di azioni partigiane contro caserme, sedi delle milizie della RSI ed esponenti del fascismo repubblicano. Brevi “puntate” che si fanno gradualmente più audaci e sempre più spesso sono coronate da successo, anche grazie agli aviolanci alleati che riforniscono i combattenti delle colline parmensi di viveri, armi, munizioni.
La primavera-estate del 1944 costituisce una fase particolarmente importante per il movimento partigiano, a Parma e non solo: si assiste infatti a un forte consolidamento delle bande, che si danno una organizzazione più strutturata e solida, rafforzano i contatti tra loro e col CLN e intensificano le azioni.
Cresce rapidamente anche l’afflusso di nuove reclute, e le formazioni si fanno via via più numerose e organizzate. Si passa da bande di disertori nascosti in montagna per sfuggire alla guerra, a formazioni partigiane in armi che attaccano i presidi della Repubblica Sociale.
Il 12 marzo 1944, a Valmozzola, i partigiani del Comandante “Betti” attaccano audacemente un convoglio ferroviario per liberare tre compagni caduti nelle mani della X Mas. Il 23 dello stesso mese i militi fascisti del presidio di Santo Stefano vengono presi d’assalto e catturati.
E’ questa l’estate delle “zone libere” e delle cosiddette “repubbliche partigiane”: incalzati dall’avanzata alleata, i tedeschi allentano la sorveglianza sui partigiani, che si trovano a fronteggiare le sole truppe della RSI, del tutto inadeguate a mantenere il controllo della totalità del territorio, facile preda di un esercito partigiano in veloce espansione.
In Val Taro, in Val Ceno, nell’alta Val Parma le formazioni partigiane, sconfitti e costretti alla fuga i presidi fascisti, assumono il controllo militare e amministrativo del territorio.
A Borgotaro, Bedonia, Albareto, Compiano, Corniglio si stampano giornali partigiani, si predispongono presidi medici e scuole e si compiono sperimentazioni di autogoverno e partecipazione alle amministrazioni locali.
Con la crescita delle formazioni e dei territori controllati si rende necessario coordinare efficacemente le operazioni militari: nell’agosto 1944 nasce il Comando Unico Operativo, alla guida dell’ufficiale siciliano Giacomo di Crollalanza “Pablo”, che viene incaricato di coordinare le azioni militari, organizzare la rete di informazione e collegamento, risolvere controversie e divergenze. Parallelamente al CUO, che si occupava delle formazioni della montagna, nasceva, nella città di Parma, un altro organismo centrale, il Comando Militare di Piazza, con il compito di dirigere le forze resistenziali in città.
Ma, in quell’estate di azioni vittoriose e crescita delle formazioni, arrivano anche alcuni duri colpi per movimento partigiano parmense. La pressante necessità di risorse per sostenere la macchina bellica e di prigionieri da impiegare nell'industria del Reich spinge i Comandi della Wermacht a dare il via all’imponente “Operazione Wallenstein”. Si tratta di una serie ravvicinata di manovre antiguerriglia e rastrellamenti che mette a dura prova l’esercito di Liberazione parmense e soprattutto la popolazione civile, sottoposta a rappresaglie, saccheggi, deportazioni, fucilazioni. Piccoli paesi come Strela di Compiano o Neviano degli Arduini diventano teatro di veri e propri eccidi, con decine di civili rastrellati e fucilati <xvii.
[NOTE]
xii Peli S., Storia della Resistenza in Italia, Torino, Einaudi, 2006, pp. 26-34.
xiii Casali L., Aspetti sociali della Resistenza in Emilia Romagna. Alcune considerazioni.
xiv Becchetti M., Parma, in Casali L., Preti A. (a cura di), Identikit della Resistenza. I partigiani dell’Emilia Romagna, Bologna, CLUEB, 2011.
xv Minardi M., Guerra sui monti. Guerra e Resistenza nell’Appennino parmense, in AA.VV., Guerra, guerriglia e comunità contadine in Emilia Romagna 1943-1945, Reggio Emilia, RS Libri, 1999.
xvi Savani P., Antifascismo e guerra di liberazione a Parma, cit.
xvii Minardi M., Parma, in Casali L., Gagliani D., La politica del terrore. Stragi e violenze naziste e fasciste in Emilia Romagna, Roma-Napoli, L’ancora , 2008. Per una mappatura completa delle violenze compiute dalle forze armate tedesche e dai reparti militari della Repubblica Sociale Italiana contro la popolazione civile e i partigiani combattenti nella Provincia si rimanda all’ottimo sito internet tematico realizzato dall’Istituto storico della Resistenza e dell'età contemporanea di Parma.
Iara Meloni, Occupazione tedesca e lotta di Liberazione a Parma: una breve introduzione storica in Stefano Rotta, Partigiano Carbonaro. Un ragazzo nella Prima Julia, Parma, Graphital, 2015