Prima che la macchina dell’oppressione nazifascista si chiudesse come una morsa sulla società savonese si ebbe un ultimo episodio di democrazia “badogliana”. Con la città già in mani tedesche il Prefetto di Savona Defendente Meda, che aveva sostituito Enrico Avalle il 6 settembre 1943, invitò i rappresentanti degli operai dell’ILVA e di altre fabbriche ad un colloquio con il nuovo Commissario ai sindacati, Berio. Parteciparono alla riunione anche il direttore dell’ILVA, Grosso, il suo vice, Gigli, e il Presidente dell’Unione degli Industriali <33. A nome delle maestranze Giuseppe Ghiso e Agostino Siccardi dichiararono che i lavoratori non intendevano accettare supinamente l’occupazione nazista ed erano contrari a qualunque intromissione tedesca nella vita delle aziende; essi inoltre avrebbero lottato per la pace e la libertà con ogni mezzo. Il Prefetto espresse il suo apprezzamento, ma di lì a poco perse a sua volta il posto. A metà settembre il lavoro, rimasto a lungo sospeso, riprese regolarmente in tutte le fabbriche. Gli operai sciolsero le Commissioni interne e serrarono i ranghi. La lunga notte era appena all’inizio.
I. 2. Fascisti repubblicani e ribelli
Se il nuovo Stato fascista repubblicano non nacque prima del 27 settembre, si può dire che la Milizia, braccio armato del fascismo del Ventennio, non morì neppure durante i “45 giorni” di Badoglio. Molti suoi appartenenti, infatti, si erano limitati in quelle settimane a smettere la camicia nera per indossare la divisa grigioverde dell’Esercito con la compiacente copertura dei comandi militari. Già il 9 settembre essi poterono proporre ai tedeschi la loro collaborazione. Il 27, rispondendo al bando di presentazione alle caserme per i militari, la MVSN si ricostituì anche de iure. Il Comandante della II Zona Legionaria, Ferraudi, poté così nuovamente organizzare ed inquadrare la Milizia in tutte le quattro province liguri, con la piena collaborazione tanto degli ex militi passati nell’esercito quanto di coloro che erano stati momentaneamente congedati da Badoglio. Questi reparti eserciteranno funzioni di ordine pubblico e vigilanza sui servizi civili, ma saranno altresì addetti, come in precedenza, all’artiglieria contraerea. Contemporaneamente si completava l’insediamento in ogni città ligure degli organismi amministrativi tedeschi destinati a sovrintendere lo sfruttamento delle risorse locali, dalla Militaerverwaltung alla Todt <34.
Gli inizi del mese di ottobre videro una febbrile attività delle neonate autorità repubblicane, in particolare sul versante del reclutamento di uomini per le Forze Armate della RSI. Grande risalto fu dato dalla stampa all’adunata tenuta dal Maresciallo Graziani il 2 ottobre al Teatro Adriano in Roma per perorare la rinascita di un esercito nazionale <35. Aerei tedeschi sorvolarono ancora una volta le coste liguri spargendo volantini che invitavano gli italiani a lavare l’onta del tradimento del Re e di Badoglio arruolandosi “per l’onore della Patria” <36. Largamente pubblicizzati erano anche gli arruolamenti nella Decima Mas del comandante Borghese, nella costituenda Marina fascista, nelle stesse Forze Armate germaniche <37. I successivi bandi richiamarono man mano alle armi tutti coloro che vi si erano trovati fino a poco tempo prima, e quello con scadenza 15 novembre chiamò all’arruolamento l’ultima aliquota della classe ’24 e l’intera classe ’25 <38. Altri bandi invitavano gli operai a mettersi a disposizione delle aziende che lavoravano per l’Organizzazione Todt <39.
Fu solo alla metà di ottobre del 1943 che i tedeschi optarono definitivamente per lasciare la Liguria all’amministrazione italiana anziché annetterla di fatto in qualità di “zona d’operazioni”, come avevano fatto nelle Alpi centrorientali <40. Ebbe così via libera l’insediamento in tutte le amministrazioni locali dei funzionari del nuovo Stato repubblicano. A Savona il prefetto di nomina badogliana Defendente Meda fu collocato a riposo e sostituito dal Capo della Provincia <41 Filippo Mirabelli, uomo destinato a pessima fama. Inizialmente questi tentò di riannodare il discorso con le masse operaie invitando in Prefettura gli ex componenti delle disciolte Commissioni interne e facendo intravedere loro buone possibilità di collaborazione <42. Si palesava in tal modo il timore delle autorità fasciste circa gli orientamenti dei lavoratori delle industrie, sempre più riottosi con il passare delle settimane. Fallito il tentativo di Mirabelli, fu il Commissario della Federazione del PFR di Savona, Bruno Bianchi (insediatosi il 7 ottobre <43), a tentare di trovare un modus vivendi con la classe operaia savonese. Bianchi sfruttò a fondo le tesi sociali agitate in quei giorni dai fascisti di sinistra, i quali avevano aderito con sincero entusiasmo alla Repubblica Sociale sperando di potervi finalmente realizzare i loro disegni rivoluzionari e anticapitalistici. Già nel manifesto affisso all’inizio di ottobre per rendere nota la costituzione della Federazione savonese del PFR, Bianchi invitava fascisti e antifascisti a “riporre ogni rancore e desiderio di vendetta”, a “bandire ogni violenza” perché “il partito fascista repubblicano (…) si propone di costituire finalmente <44 un autentico regime proletario <45 in cui lavoro e popolo siano i fattori essenziali”. Seguono avvertimenti contro “disonesti”, “profittatori”, “cacciatori di cariche” e “violenti” <46. Tanta buona volontà non bastò tuttavia a far recedere gli antifascisti savonesi dal loro fermo proposito di opporsi al fascismo risorto sulle punte delle baionette tedesche. Con grande impegno il Federale prese contatti personali con i dirigenti del movimento operaio savonese, giungendo persino, dopo reiterate richieste, ad incontrarsi con l’operaio comunista ed ex amministratore della Cassa Mutua dell’ILVA Giuseppe Ghiso e con altri tre rappresentanti operai. Bianchi li invitò a collaborare promettendo loro l’immunità e asserendo di rispettare le loro idee che “in fondo condivideva”. Niente da fare. Ancora, il tenace funzionario fascista repubblicano andò a parlare in fabbrica con venti operai “scelti fra i più influenti”, ma anche questa volta restò vox clamans in deserto <47. Inutili si dimostrarono anche le promesse di una svolta sociale del fascismo, finalmente permessa dalla caduta della monarchia e del suo entourage reazionario, contenute nel primo numero della “Gazzetta di Savona”, organo della Federazione Fascista savonese, uscito ai primi di novembre <48.
Mi si consenta ora qualche riflessione sulla scelta compiuta da molti di servire o comunque accettare lo Stato fascista repubblicano. Dopo vent’anni di propaganda e indottrinamento, è innegabile che per un giovane non ancora passato per l’esperienza della guerra fosse più facile essere fascista piuttosto che antifascista, a meno di tradizioni familiari di segno contrario. A parte i figli degli squadristi della prima ora, le Forze Armate repubblicane poterono dunque contare anche su una “zona grigia “ discretamente ampia di giovani sedicenti apolitici, o addirittura di ideali politici poco affini al fascismo, che, spinti in parte dal desiderio di avventura, in parte da un sincero patriottismo accuratamente inculcato negli anni del regime, risposero al richiamo della Repubblica Sociale, la quale tra l’altro, non va dimenticato, rappresentava, per chi era da sempre incline al rispetto verso l’autorità costituita, l’unica Italia possibile sotto il tallone nazista. Su scelte siffatte si baseranno nel dopoguerra gli epigoni neofascisti della RSI nel tentativo di dare retrospettivamente ad essa una coloritura apolitica e nazionale <49, anziché schiettamente fascista. A grandi linee, le persone che aderirono più o meno scopertamente alla RSI appartenevano ad alcune ampie categorie.
Una, come accennato sopra, era composta di giovani e giovanissimi cresciuti nel culto del Duce e della Patria durante il regime. Un’altra categoria, affine alla prima, era quella dei giovani fascisti di sinistra ansiosi di realizzare, ora che la monarchia era stata abbattuta, la rivoluzione antiborghese e anticapitalistica, e quindi di combattere gli invasori anglosassoni. C’erano poi molti borghesi e un certo padronato, fautori di un governo d’ordine rappresentato più dalle baionette tedesche che dai politici di Salò. Ovviamente numerosissimi affluirono nelle file repubblicane gli ex esponenti del regime, in particolare gli scontenti e coloro che non erano riusciti a ritagliarsi un proprio spazio di potere nelle gerarchie del Ventennio. I burocrati si adeguarono in gran parte alla RSI, se non altro per non perdere i loro piccoli privilegi. Infine, nota dolente, gli avventurieri, spesso autentici delinquenti amnistiati perché entrassero nei vari corpi armati fascisti; e, fatto da non sottovalutare, molti ex appartenenti a corpi d’élite delle Forze Armate (Decima Mas, paracadutisti, ecc.) ed ufficiali che avevano fatto carriera durante il Ventennio. Questo composito blocco sociale, a Savona come altrove, fu il sostegno principale della RSI. A tutti i soggetti citati va aggiunta un’ulteriore categoria formata da coloro che si legarono direttamente ai tedeschi scavalcando l’autorità fascista: un manipolo di militari, spie, poliziotti, capitani d’industria, doppiogiochisti senza scrupoli, spinti più spesso da incentivi materiali contingenti che da un’intima adesione alla Weltanschauung nazista.
Chiusa la pagina dedicata alla formazione del potere saloino, passiamo ad esaminare l’azione antifascista dopo l’8 settembre e le sue conseguenze. Come abbiamo visto, le incertezze iniziali del Comitato d’Azione Antifascista furono spazzate via dalla ferma posizione assunta dai comunisti savonesi, ormai decisi ad affrontare la lotta clandestina. Il PCI, dotato di un’organizzazione ramificata in tutti i principali centri della Provincia, era indubbiamente la forza politica più pronta a suscitare e sostenere un movimento guerrigliero antifascista. Tra l’altro, due suoi esponenti, Amedeo Isolica e Libero Bianchi, avevano combattuto nella guerra di Spagna <50.
Così, già in settembre, nuclei di militanti comunisti furono inviati in alcune località montane della provincia a formare le prime unità “ribelli”. Destinati alla montagna furono in particolare coloro che per noti precedenti politici non avrebbero potuto proseguire l’attività in città; tanto più che i fascisti avevano compilato un elenco di 200 “sovversivi pericolosi per l’ordine e la sicurezza dello Stato”, ed attendevano solo l’assenso del Comando tedesco per “impacchettarli” <51. Incaricato di avviare alle basi di montagna i militanti comunisti era Giovanni Gilardi: egli impartiva loro le prime istruzioni, indicava le località “sicure” dove insediarsi, spiegava come mantenere i contatti. In tal modo una trentina di ex operai, ciascuno con 200 lire fornite loro dal PCI, salirono da soli o a piccoli gruppi verso i monti dell’entroterra <52.
[NOTE]
33 Badarello - De Vincenzi, Savona insorge, Savona, Ars Graphica, 1973, pp. 58-59.
34 G. Gimelli, Cronache militari della Resistenza in Liguria, Farigliano (CN), Milanostampa, 1965-69, vol. I, pp.60 - 61.
35 Ibidem, vol. I, p. 92.
36 Ibidem, vol. I, pp. 92 - 93.
37 Ibidem, vol. I, p. 93.
38 Ibidem, vol. I, p. 93.
39 Ibidem, vol. I, p. 93.
40 Ibidem, vol. I, p. 94.
41 Tale, sotto la RSI, fu la nuova denominazione dei prefetti.
42 G. Gimelli, op. cit., vol. I, p. 95.
43 De Marco - Aiolfi, Bombe su Savona. La demolizione dei cassari, Savona, Comune di Savona, 1995, p. 79.
44 Corsivo mio.
45 Corsivo mio.
46 G. Gimelli, op. cit., vol. I, pp. 242 - 243.
47 Ibidem, vol. I, p. 98.
48 Badarello - De Vincenzi, op. cit., p. 60.
49 Per questa tematica, vedi F. Germinario, L’altra memoria. L’Estrema destra, Salò e la Resistenza, Torino, Bollati Boringhieri, 1999.
50 Badarello - De Vincenzi, op. cit., p. 54.
51 Ibidem, p. 62.
52 Ibidem, p. 62.
Stefano d'Adamo, Savona Bandengebiet. La rivolta di una provincia ligure ('43-'45), Tesi di laurea, Università degli Studi di Milano, Anno accademico 1999-2000
I. 2. Fascisti repubblicani e ribelli
Se il nuovo Stato fascista repubblicano non nacque prima del 27 settembre, si può dire che la Milizia, braccio armato del fascismo del Ventennio, non morì neppure durante i “45 giorni” di Badoglio. Molti suoi appartenenti, infatti, si erano limitati in quelle settimane a smettere la camicia nera per indossare la divisa grigioverde dell’Esercito con la compiacente copertura dei comandi militari. Già il 9 settembre essi poterono proporre ai tedeschi la loro collaborazione. Il 27, rispondendo al bando di presentazione alle caserme per i militari, la MVSN si ricostituì anche de iure. Il Comandante della II Zona Legionaria, Ferraudi, poté così nuovamente organizzare ed inquadrare la Milizia in tutte le quattro province liguri, con la piena collaborazione tanto degli ex militi passati nell’esercito quanto di coloro che erano stati momentaneamente congedati da Badoglio. Questi reparti eserciteranno funzioni di ordine pubblico e vigilanza sui servizi civili, ma saranno altresì addetti, come in precedenza, all’artiglieria contraerea. Contemporaneamente si completava l’insediamento in ogni città ligure degli organismi amministrativi tedeschi destinati a sovrintendere lo sfruttamento delle risorse locali, dalla Militaerverwaltung alla Todt <34.
Gli inizi del mese di ottobre videro una febbrile attività delle neonate autorità repubblicane, in particolare sul versante del reclutamento di uomini per le Forze Armate della RSI. Grande risalto fu dato dalla stampa all’adunata tenuta dal Maresciallo Graziani il 2 ottobre al Teatro Adriano in Roma per perorare la rinascita di un esercito nazionale <35. Aerei tedeschi sorvolarono ancora una volta le coste liguri spargendo volantini che invitavano gli italiani a lavare l’onta del tradimento del Re e di Badoglio arruolandosi “per l’onore della Patria” <36. Largamente pubblicizzati erano anche gli arruolamenti nella Decima Mas del comandante Borghese, nella costituenda Marina fascista, nelle stesse Forze Armate germaniche <37. I successivi bandi richiamarono man mano alle armi tutti coloro che vi si erano trovati fino a poco tempo prima, e quello con scadenza 15 novembre chiamò all’arruolamento l’ultima aliquota della classe ’24 e l’intera classe ’25 <38. Altri bandi invitavano gli operai a mettersi a disposizione delle aziende che lavoravano per l’Organizzazione Todt <39.
Fu solo alla metà di ottobre del 1943 che i tedeschi optarono definitivamente per lasciare la Liguria all’amministrazione italiana anziché annetterla di fatto in qualità di “zona d’operazioni”, come avevano fatto nelle Alpi centrorientali <40. Ebbe così via libera l’insediamento in tutte le amministrazioni locali dei funzionari del nuovo Stato repubblicano. A Savona il prefetto di nomina badogliana Defendente Meda fu collocato a riposo e sostituito dal Capo della Provincia <41 Filippo Mirabelli, uomo destinato a pessima fama. Inizialmente questi tentò di riannodare il discorso con le masse operaie invitando in Prefettura gli ex componenti delle disciolte Commissioni interne e facendo intravedere loro buone possibilità di collaborazione <42. Si palesava in tal modo il timore delle autorità fasciste circa gli orientamenti dei lavoratori delle industrie, sempre più riottosi con il passare delle settimane. Fallito il tentativo di Mirabelli, fu il Commissario della Federazione del PFR di Savona, Bruno Bianchi (insediatosi il 7 ottobre <43), a tentare di trovare un modus vivendi con la classe operaia savonese. Bianchi sfruttò a fondo le tesi sociali agitate in quei giorni dai fascisti di sinistra, i quali avevano aderito con sincero entusiasmo alla Repubblica Sociale sperando di potervi finalmente realizzare i loro disegni rivoluzionari e anticapitalistici. Già nel manifesto affisso all’inizio di ottobre per rendere nota la costituzione della Federazione savonese del PFR, Bianchi invitava fascisti e antifascisti a “riporre ogni rancore e desiderio di vendetta”, a “bandire ogni violenza” perché “il partito fascista repubblicano (…) si propone di costituire finalmente <44 un autentico regime proletario <45 in cui lavoro e popolo siano i fattori essenziali”. Seguono avvertimenti contro “disonesti”, “profittatori”, “cacciatori di cariche” e “violenti” <46. Tanta buona volontà non bastò tuttavia a far recedere gli antifascisti savonesi dal loro fermo proposito di opporsi al fascismo risorto sulle punte delle baionette tedesche. Con grande impegno il Federale prese contatti personali con i dirigenti del movimento operaio savonese, giungendo persino, dopo reiterate richieste, ad incontrarsi con l’operaio comunista ed ex amministratore della Cassa Mutua dell’ILVA Giuseppe Ghiso e con altri tre rappresentanti operai. Bianchi li invitò a collaborare promettendo loro l’immunità e asserendo di rispettare le loro idee che “in fondo condivideva”. Niente da fare. Ancora, il tenace funzionario fascista repubblicano andò a parlare in fabbrica con venti operai “scelti fra i più influenti”, ma anche questa volta restò vox clamans in deserto <47. Inutili si dimostrarono anche le promesse di una svolta sociale del fascismo, finalmente permessa dalla caduta della monarchia e del suo entourage reazionario, contenute nel primo numero della “Gazzetta di Savona”, organo della Federazione Fascista savonese, uscito ai primi di novembre <48.
Mi si consenta ora qualche riflessione sulla scelta compiuta da molti di servire o comunque accettare lo Stato fascista repubblicano. Dopo vent’anni di propaganda e indottrinamento, è innegabile che per un giovane non ancora passato per l’esperienza della guerra fosse più facile essere fascista piuttosto che antifascista, a meno di tradizioni familiari di segno contrario. A parte i figli degli squadristi della prima ora, le Forze Armate repubblicane poterono dunque contare anche su una “zona grigia “ discretamente ampia di giovani sedicenti apolitici, o addirittura di ideali politici poco affini al fascismo, che, spinti in parte dal desiderio di avventura, in parte da un sincero patriottismo accuratamente inculcato negli anni del regime, risposero al richiamo della Repubblica Sociale, la quale tra l’altro, non va dimenticato, rappresentava, per chi era da sempre incline al rispetto verso l’autorità costituita, l’unica Italia possibile sotto il tallone nazista. Su scelte siffatte si baseranno nel dopoguerra gli epigoni neofascisti della RSI nel tentativo di dare retrospettivamente ad essa una coloritura apolitica e nazionale <49, anziché schiettamente fascista. A grandi linee, le persone che aderirono più o meno scopertamente alla RSI appartenevano ad alcune ampie categorie.
Una, come accennato sopra, era composta di giovani e giovanissimi cresciuti nel culto del Duce e della Patria durante il regime. Un’altra categoria, affine alla prima, era quella dei giovani fascisti di sinistra ansiosi di realizzare, ora che la monarchia era stata abbattuta, la rivoluzione antiborghese e anticapitalistica, e quindi di combattere gli invasori anglosassoni. C’erano poi molti borghesi e un certo padronato, fautori di un governo d’ordine rappresentato più dalle baionette tedesche che dai politici di Salò. Ovviamente numerosissimi affluirono nelle file repubblicane gli ex esponenti del regime, in particolare gli scontenti e coloro che non erano riusciti a ritagliarsi un proprio spazio di potere nelle gerarchie del Ventennio. I burocrati si adeguarono in gran parte alla RSI, se non altro per non perdere i loro piccoli privilegi. Infine, nota dolente, gli avventurieri, spesso autentici delinquenti amnistiati perché entrassero nei vari corpi armati fascisti; e, fatto da non sottovalutare, molti ex appartenenti a corpi d’élite delle Forze Armate (Decima Mas, paracadutisti, ecc.) ed ufficiali che avevano fatto carriera durante il Ventennio. Questo composito blocco sociale, a Savona come altrove, fu il sostegno principale della RSI. A tutti i soggetti citati va aggiunta un’ulteriore categoria formata da coloro che si legarono direttamente ai tedeschi scavalcando l’autorità fascista: un manipolo di militari, spie, poliziotti, capitani d’industria, doppiogiochisti senza scrupoli, spinti più spesso da incentivi materiali contingenti che da un’intima adesione alla Weltanschauung nazista.
Chiusa la pagina dedicata alla formazione del potere saloino, passiamo ad esaminare l’azione antifascista dopo l’8 settembre e le sue conseguenze. Come abbiamo visto, le incertezze iniziali del Comitato d’Azione Antifascista furono spazzate via dalla ferma posizione assunta dai comunisti savonesi, ormai decisi ad affrontare la lotta clandestina. Il PCI, dotato di un’organizzazione ramificata in tutti i principali centri della Provincia, era indubbiamente la forza politica più pronta a suscitare e sostenere un movimento guerrigliero antifascista. Tra l’altro, due suoi esponenti, Amedeo Isolica e Libero Bianchi, avevano combattuto nella guerra di Spagna <50.
Così, già in settembre, nuclei di militanti comunisti furono inviati in alcune località montane della provincia a formare le prime unità “ribelli”. Destinati alla montagna furono in particolare coloro che per noti precedenti politici non avrebbero potuto proseguire l’attività in città; tanto più che i fascisti avevano compilato un elenco di 200 “sovversivi pericolosi per l’ordine e la sicurezza dello Stato”, ed attendevano solo l’assenso del Comando tedesco per “impacchettarli” <51. Incaricato di avviare alle basi di montagna i militanti comunisti era Giovanni Gilardi: egli impartiva loro le prime istruzioni, indicava le località “sicure” dove insediarsi, spiegava come mantenere i contatti. In tal modo una trentina di ex operai, ciascuno con 200 lire fornite loro dal PCI, salirono da soli o a piccoli gruppi verso i monti dell’entroterra <52.
[NOTE]
33 Badarello - De Vincenzi, Savona insorge, Savona, Ars Graphica, 1973, pp. 58-59.
34 G. Gimelli, Cronache militari della Resistenza in Liguria, Farigliano (CN), Milanostampa, 1965-69, vol. I, pp.60 - 61.
35 Ibidem, vol. I, p. 92.
36 Ibidem, vol. I, pp. 92 - 93.
37 Ibidem, vol. I, p. 93.
38 Ibidem, vol. I, p. 93.
39 Ibidem, vol. I, p. 93.
40 Ibidem, vol. I, p. 94.
41 Tale, sotto la RSI, fu la nuova denominazione dei prefetti.
42 G. Gimelli, op. cit., vol. I, p. 95.
43 De Marco - Aiolfi, Bombe su Savona. La demolizione dei cassari, Savona, Comune di Savona, 1995, p. 79.
44 Corsivo mio.
45 Corsivo mio.
46 G. Gimelli, op. cit., vol. I, pp. 242 - 243.
47 Ibidem, vol. I, p. 98.
48 Badarello - De Vincenzi, op. cit., p. 60.
49 Per questa tematica, vedi F. Germinario, L’altra memoria. L’Estrema destra, Salò e la Resistenza, Torino, Bollati Boringhieri, 1999.
50 Badarello - De Vincenzi, op. cit., p. 54.
51 Ibidem, p. 62.
52 Ibidem, p. 62.
Stefano d'Adamo, Savona Bandengebiet. La rivolta di una provincia ligure ('43-'45), Tesi di laurea, Università degli Studi di Milano, Anno accademico 1999-2000

