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mercoledì 14 settembre 2022

Togliatti a Radio Mosca


Nelle città dell’Italia settentrionale, oltre a Radio Londra, avevano riscosso molto favore anche Radio Mosca e, ancora di più, Radio Milano-Libertà, l’emittente che, gestita direttamente dal Partito comunista italiano, a partire dal luglio 1941 aveva trasmesso regolarmente quattro volte al giorno da Mosca, fingendo di operare dal territorio italiano come stazione radiofonica clandestina di un gruppo di antifascisti. Più politicizzate rispetto alle trasmissioni della BBC, che erano rivolte soprattutto alle classi medie, le trasmissioni in lingua italiana da Mosca ebbero larga risonanza fra le masse popolari e influenzarono a fondo i quadri comunisti <37. Molti degli articoli dell’«Unità» clandestina e dei volantini di propaganda antifascista furono elaborati infatti sulla base dei programmi di Radio Milano-Libertà. Dirette dal segretario del partito comunista italiano, Palmiro Togliatti, autore anche di molti dei testi mandati in onda, le trasmissioni delle due radio moscovite furono imperniate sulla medesima direttiva di fondo antigermanica che contraddistingueva la propaganda angloamericana. Iniziati subito dopo l’invasione tedesca dell’Unione Sovietica, i commenti di Togliatti, il compagno Ercoli (noto come Mario Correnti agli ascoltatori di Radio Mosca), furono focalizzati sulla condanna del carattere insensato e «antinazionale» della guerra contro la patria del socialismo cui Mussolini aveva associato l’Italia, una guerra che il popolo italiano e i soldati italiani venivano invitati a contrastare con ogni mezzo.
I temi cui Togliatti ricorreva riecheggiavano in buona parte quelli utilizzati da Stevens, da Candidus e dagli altri commentatori italiani di Radio Londra.
In primo luogo, anche Togliatti tracciava una netta distinzione tra il fascismo e il popolo italiano. Era stato il primo, espressione delle «ristrette cerchie plutocratiche», a volere la guerra in corso, «ingiusta e antinazionale» <38. «La popolazione italiana - diceva Togliatti ai microfoni di Radio Milano-Libertà - è contro questa guerra, non solo perché soffre delle conseguenze di essa, ma perché comprende che gli scopi di guerra della Germania di Hitler sono contrari agli interessi vitali della nazione» <39.
«Il popolo italiano - insisteva il leader comunista da Radio Mosca - non partecipa alla guerra. Soffre della guerra, è ferito e lacerato nell’intimo suo dalle infinite sofferenze ch’essa gli impone, ma è, nella sua enorme maggioranza, estraneo alle avventure militari in cui il fascismo lo ha gettato» <40.
Il primo responsabile delle sofferenze degli italiani era additato in Mussolini, colpevole di avere messo il destino della nazione nelle mani del tradizionale nemico dell’Italia: «il Tedesco». «Mussolini - affermava Togliatti - è il servo di Hitler e dei tedeschi. Mussolini è il tiranno che porta la nazione alla rovina per servire una fazione, una cricca, una banda, un imperialismo straniero» <41.
«Governatore d’Italia per conto di Hitler» <42, il duce non faceva che «servire i piani briganteschi» del Führer volti «a fare di tutta l’Europa una sola grande colonia della Germania» <43. Nel «Nuovo Ordine Europeo» propagandato dai nazisti, all’Italia non sarebbe stato garantito alcun trattamento privilegiato. Tutt’altro: essa sarebbe stata «la Cenerentola, la serva, la colonia riservata per gli svaghi della razza superiore» <44. Ne costituiva già un’anticipazione la politica che la Germania stava svolgendo verso l’alleato fascista. «Tutta la vita italiana, economica, politica, ideale - osservava Togliatti nel giugno 1942 -, è soggetta oggi a un continuo e umiliante intervento straniero» <45. Con la complicità di Mussolini, tutte le risorse industriali e alimentari erano state messe infatti al servizio dei tedeschi che - si faceva notare - «ci disprezzano e ci vogliono rendere schiavi» <46. «Schiavi» dei tedeschi erano già gli operai italiani mandati a lavorare in Germania <47 e «al servizio dei generali hitleriani» erano i soldati inviati da Mussolini lontano dall’Italia a combattere una guerra non sentita, a vantaggio della Germania.
Numerosi furono i commenti di Togliatti sulle vicende dolorose dell’Armir, accorato il suo appello perché gli italiani fossero informati della tragedia ed esprimessero il loro sdegno e la loro protesta <48. «Ricordate ancora una volta - egli diceva - il quadro delle colonne italiane avanzanti, a piedi, scalze, sfinite, sulle strade dell’Ucraina, mentre accanto a loro passano i granatieri di Hitler superbamente installati sui camion, e guardano con sprezzo e ridono dei poveri italiani» <49.
Nei suoi interventi Togliatti sottolineò più volte come Mussolini avesse trascinato l’Italia alla rovina perché aveva voluto capovolgere la saggia e tradizionale politica nazionale che aveva sempre mirato a impedire «l’arrivo al Brennero delle armi della Germania» <50. Togliatti, non diversamente dai commentatori britannici ma con insistenza ancora maggiore, si richiamava alla tradizione del Risorgimento e, in nome di Mazzini e Garibaldi, invitava gli ufficiali del regio esercito, i giovani soldati, l’intero popolo italiano a rivoltarsi contro Mussolini, a chiedere la pace, a porre fine alle angherie tedesche <51.
[NOTE]
37 Sull’attività e l’ascolto di Radio Milano-Libertà si veda l’introduzione di Gerardo Chiaromonte a Togliatti, Da Radio Milano-Libertà cit., pp. xvii-xviii. Sull’ascolto in Italia delle stazioni alleate, fra cui Radio Mosca e Radio Milano-Libertà, cfr. Piccialuti Caprioli, Radio Londra 1939-1945 cit., pp. 31-32.
38 Cfr. ad esempio P. Togliatti, È finito un anno di lutti e di miserie (Radio Milano-Libertà, dicembre 1941), in Id., Da Radio Milano-Libertà cit., pp. 174-175.
39 P. Togliatti, Sta maturando la rivolta contro il fascismo (Radio Milano-Libertà, senza data ma del luglio-agosto 1941), in Id., Opere cit., p. 149.
40 P. Togliatti, Lettere dei soldati italiani in Russia (24 aprile 1942), ivi, p. 204.
41 P. Togliatti, I giovani non credono più a Mussolini perché egli non ha fatto altro che tradire (Radio Milano-Libertà), ivi, p. 437.
42 L’espressione ricorre più volte. Cfr. ad esempio P. Togliatti, L’Italia fascista è un vassallo della Germania hitleriana (Radio Mosca, 29 giugno 1941) e Id., Il nuovo governo Mussolini (Radio Mosca, 7 febbraio 1943), ivi, rispettivamente p. 98 e pp. 408-409.
43 P. Togliatti, Cacciare Mussolini per cacciare la rovina (Radio Mosca, 19 giugno 1942), ivi, p. 215.
44 P. Togliatti, La verità sul fronte orientale (Radio Mosca, 10 gennaio 1943), ivi, p. 401.
45 Ivi, p. 216.
46 La frase è tratta dall’intervento su Radio Milano-Libertà intitolato Via dal fronte russo i soldati italiani!, del luglio 1941 (cfr. ivi, p. 147). L’attenzione di Togliatti allo sfruttamento economico dell’Italia da parte della Germania fu costante. Cfr. ad esempio: Perché i tedeschi mangiano il doppio di noi? (Radio Milano-Libertà, 26 giugno 1942); I tedeschi aumentano le loro razioni alle nostre spalle (Radio Milano-Libertà, 17 settembre 1942); Un nuovo tradimento del governo di Mussolini. Il nostro migliore macchinario industriale viene mandato in Germania (Radio Milano-Libertà, 24 aprile 1943), in Togliatti, Da Radio Milano-Libertà cit., rispettivamente pp. 169, 199-200, 296-297.
47 I discorsi radiofonici di Togliatti contengono numerosi accenni a questo tema, cfr. ad esempio P. Togliatti, Un gruppo di italiani liberi dalle catene fasciste (Radio Mosca, 28 giugno 1942), in Id., Opere cit., p. 218.
48 Cfr. ad esempio La verità sul fronte orientale cit. e L’armata italiana in Russia è stata distrutta (Radio Milano-Libertà, 5 gennaio 1943), in Togliatti, Da Radio Milano-Libertà cit., pp. 241-242.
49 Togliatti, La verità sul fronte orientale cit.
50 P. Togliatti, Colonie tedesche in Europa (Radio Mosca, 18 luglio 1941), in Id., Opere cit., p. 104.
51 Per quanto riguarda i Discorsi agli italiani pronunciati da Radio Mosca, cfr. Balilla (20 luglio 1941); Gruppi di partigiani alle porte di Trieste (19 maggio 1942); Mussolini e i giovani italiani (31 maggio 1942), in Togliatti, Opere cit., rispettivamente pp. 106-109, 207-209, 209-212. Per quanto riguarda Radio Milano-Libertà cfr. ad esempio Una parola aperta a tutti gli ufficiali (1° marzo 1943), in Togliatti, Da Radio Milano-Libertà cit., pp. 440-442.
Filippo Focardi, Il cattivo tedesco e il bravo italiano. La rimozione delle colpe della seconda guerra mondiale, Editori Laterza, 2013


Come ricorda Dimitrov nel suo diario, le nuove indicazioni tattiche post-cominterniste seguivano dei dettami programmatici che erano già stati progettati nella primavera del 1941 dalla dirigenza sovietica e da questa condivisi con i principali leader comunisti occidentali, Togliatti e Thorez: “cessazione dell’attività dell’IC come istanza dirigente dei partiti comunisti nel breve periodo, (...) attribuzione della piena autonomia ai singoli partiti comunisti, la loro trasformazione in autentici partiti nazionali dei comunisti nazionali di un dato paese, guidati da un programma comunista, ma capaci di risolvere i loro compiti alla propria maniera, in base alle condizioni del proprio paese <48”. Su questi indirizzi (che, peraltro, soprattutto nella delicatissima fase bellica, erano accompagnati da una costante azione di controllo, da parte dei vertici moscoviti, sulla concreta produzione propagandistica degli organi di comunicazione comunisti <49), tra il 1941 e il 1943, si modellò anche la preziosa azione divulgativa e informativa del PCI elaborata dai centri sovietici. Paradigmatico il caso delle trasmissioni radiofoniche di Radio Mosca nelle quali Togliatti compariva con l’emblematico pseudonimo di Mario Correnti: una scelta apparentemente ermetica, ma assai ricca di significato sul piano dei riferimenti politico-culturali, poiché combinava il ricordo del liberale milanese Cesare Correnti, protagonista delle insurrezioni lombarde negli anni ’40 del diciannovesimo secolo, con quello del Mario, dittatore democratico della Roma antica <50. Nei difficili mesi dell’incubazione politica della Resistenza italiana, il “problema nazionale” si affermò, dunque, in un modo quasi naturale nella propaganda clandestina del PCI, sotto la spinta degli input tattici provenienti da Mosca, ma anche in relazione a precise necessità ambientali sui vari fronti bellici. D’altra parte, quello rappresentato da un eterogeneo sentimento patriottico era un richiamo valoriale assolutamente ineludibile per tutto il movimento resistenziale italiano <51.
[NOTE]
48 DIMITROV G., Diario. Gli anni di Mosca (1934-1945), Torino, Einaudi, 2002, p. 302. La linea fu esposta per la prima volta da Stalin a Dimitrov il 20 aprile 1941 e, pochi giorni dopo, fu riportata anche a Togliatti e Thorez, che prontamente approvarono.
49 Ad esempio, ancora Dimitrov, in data 4 maggio 1941 ricorda la redazione a Mosca del testo definitivo di un appello “del Partito comunista italiano sull’attuale fase della guerra”; mentre in data 24 aprile 1943, il dirigente bulgaro annota l’introduzione di “modifiche sostanziali” in un importante articolo di Togliatti su «lo Stato Operaio» (numero di maggio-giugno 1943) “per non sopravvalutare l’isolamento di Mussolini in Italia e non dare l’idea che tutta la
borghesia si è orientata contro Mussolini”: Ibidem, rispettivamente pp. 307 e 606. Nel primo caso si tratta dell’appello Per mettere fine alla guerra! Per salvare l’Italia da una catastrofe, ora nella raccolta Il comunismo italiano nella seconda guerra mondiale, Roma, Editori Riuniti, 1963; nel secondo, si riferisce allo scritto Sulla situazione italiana, ora in TOGLIATTI P., Opere, cit., Vol. IV, pp. xx
50 CERVETTI G., Togliatti: Mario e Cesare Correnti, in “Studi storici”, anno 47, n. 2 (aprile-giugno 2006), pp. 421-435. Come nota l’autore, da questa e da altre scelte politico-comunicative adottate da Togliatti in questi anni, emerge un’impostazione di fondo per cui “tra propaganda, politica e cultura si stabilisce un rapporto circolare per cui dall’una si passa all’altra e viceversa” (p. 431). Sul dettaglio di questa produzione propagandistica, cfr. CORRENTI M., Italiani, Italiani ascoltate. Discorsi da Radio Mosca 1941-1943 di Palmiro Togliatti, Milano, edizioni del Calendario, 1972 (a cura di Paolo Bufalini).
51 Inevitabile il rimando ancora all’opera di Pavone e alla sua interpretazione della guerra di liberazione come guerra patriottica (oltre che “civile” e “di classe”): PAVONE C., Una guerra civile., cit., pp. 169 ss.; sul tema cfr. anche BARBERIS W., Il bisogno di patria, Torino, Einaudi, 2004, pp. 76-91.

Fabio Calugi, Il tricolore e la bandiera rossa. Patria e interesse nazionale nel discorso pubblico del PCI togliattiano (1944-1947), Tesi di dottorato, IMT Institute for Advanced Studies, Lucca, 2010

[...] un’attenzione particolare va riservata all’opera che Togliatti promulga dalla Russia, con la sua importantissima partecipazione alle trasmissioni di Radio Mosca. Questa emittente, i cui contenuti erano direttamente promossi e vagliati dal Comintern, trasmetteva inizialmente in lingua tedesca, inglese e francese. Per avere trasmissioni in lingua italiana bisognerà attendere il 1933, con il primo lancio di dispacci ufficiali della durata di 10-15 minuti provenienti dalla TASS, l’agenzia ufficiale sovietica. Nel 1937 la strutturazione della “Sezione italiana” diverrà più complessa, con un editing ufficiale e la segreteria di redazione riservata al comunista Del Magro, altro esule fuggito dall’Italia a causa delle persecuzioni fasciste. Nel 1969 su “Rinascita” l’articolo di Luigi Amadesi “Italiani a Radio Mosca” cita tutta una serie di collaboratori comunisti italiani che negli anni Trenta e Quaranta collaboravano allo sviluppo dell’emittente, da Giuseppe Amoretti a Giovanni Farina, da Clarenzo Menotti a Ettore Fiammenghi, passando a Sergio Di Giovanni e molti altri. Con lo pseudonimo di Mario Correnti, a Radio Mosca lavorerà anche Palmiro Togliatti, con un commento del giorno tre volte alla settimana, dal luglio 1941 al maggio del 1943, ovvero fino al suo ritorno in Italia per guidare le fasi più calde della Resistenza. Oltre ai dispacci sovietici, la radio offriva anche lo spazio per trasmettere i documenti e i comunicati del clandestino Partito Comunista d’Italia, e i tutto sommato cordiali rapporti diplomatici tra l’Italia fascista e l’Unione Sovietica attorno al 1937 permettevano anche in Italia di ricevere il segnale radio della stazione moscovita, con la partecipazione di interventi provenienti anche dalla penisola.
Con l’aggressione all’Unione Sovietica da parte italiana il 22 giugno del 1941, i rapporti tra i due paesi ovviamente subiscono un crollo, e anche a Radio Mosca si studia un metodo per utilizzare al meglio quel canale, al fine di influenzare i rapporti con l’Italia e il suo popolo. Sulle sorti di questo dialogo, ci informa lo stesso Luigi Amadesi: “Si tenne una riunione ad alto livello per discutere la questione e diede precise direttive. Per noi esse si potevano riassumere nella formula: attaccare in tutti i modi il fascismo, non dire nulla che potesse urtare il sentimento e la dignità nazionale del popolo italiano, chiamare gli operai, contadini, tutti gli italiani alla lotta più decisa contro il regime fascista. Questa linea fu seguita in modo coerente fino al termine della guerra.” <1
Dal 27 giugno 1941 l’interlocutore principale in questo tipo di operazione diventa Palmiro Togliatti. Se l’influsso delle esigenze belliche sovietiche diventa la principale fonte d’ispirazione per la composizione dei discorsi in questione, va detto che questa fascia oraria concessa al leader comunista italiano sulle frequenze russe fornisce un grande bacino politico ed ideologico per comprendere l’atteggiamento stesso che in Togliatti va maturando nei confronti del fenomeno fascista, un sentimento che, come vedremo, è tarato su un antifascismo incapace di tregue o concessioni, applicabile a qualsiasi contesto della vita civile e sociale italiana e tendente a smascherare le nefandezze e le mancanze del governo mussoliniano. Se la ragion d’essere principale della trasmissione in questione è, come facilmente comprensibile, il fornire un seppur labile e lontano megafono di convincimento e propaganda rivolto all’Italia, vi si ritrovano tutte le caratteristiche strategiche che si erano sviluppate nelle precedenti esperienze politiche togliattiane, e che costituiranno la principale direttrice tenuta dal leader comunista durante e dopo il suo ritorno in Italia per dirigere la Resistenza partigiana.
II) Tradizione nazionale, propaganda popolare e lotta antifascista. Analisi degli interventi radiofonici
La prospettiva fondamentale dalla quale prende le mosse l’azione di Togliatti su Radio Mosca è la presentazione del fascismo come un traditore degli interessi nazionali italiani. <2 Se la risposta russa a fronte dell’invasione italo-tedesca risiede anche in una riscoperta del patrimonio nazionale offerto dalla propria storia, anche Togliatti durante le sue invettive radiofoniche si esibisce in una netta opera di analisi della storia italiana e delle strategie politiche che hanno sempre portato le fortune del proprio popolo. L’Unione Sovietica che celebra l’anniversario della battaglia di Borodino contro Napoleone, trova in Togliatti un pronto promotore di quello storico spartiacque militare, <3 così come un leader capace di riagganciare questa riscoperta sovietica del proprio orgoglioso passato nazionale ad una ritrovata coscienza patriottica italiana, da strappare alle falsità e ipocrisie fasciste. Una analisi svolta su base plurisecolare, che coinvolge specialmente il Risorgimento e le figure di Garibaldi e Mazzini in primis, in una vivace retorica in chiave nazionalpatriottica, popolare e interclassista. L’auspicata Resistenza del popolo italiano a fronte delle vessazioni nazifasciste viene paragonata proprio al Risorgimento, e si pone addirittura, per bocca di Togliatti, come una continuazione dello stesso, <4 continuazione che deve risiedere principalmente nella cacciata dello straniero e dell’influenza delle altre potenze dominanti sul paese. Il triste status coloniale dell’Italia, con un paese privo di una propria autonoma e indipendente linea diplomatica e diventato un’innaturale succursale di interessi stranieri è un altro elemento sempre presente nelle disamine togliattiane. Interessante è in tal senso il parallelismo che, nelle trasmissioni radio, viene effettuato con l’esperienza della napoleonica Campagna di Russia; anche in tal caso l’Italia, soggiogata dalla potenza francese, dovette fornire uomini a Napoleone per la propria avventura militare, in un comportamento che per Togliatti è identico a quello dell’Italia mussoliniana, costretta nel suo status a sovranità ridotta a fornire materiale umano per la guerra di Hitler. I richiami all’epoca moderna e all’Ottocento sono essenziali in queste trattazioni, e la politica di amicizia verso i “popoli danubiani” <5 fatta ricondurre a Mazzini e al Risorgimento è ripescata auspicando una continuazione della naturale diplomazia italiana, naturalità interrotta proprio dalla dissennata diplomazia fascista. L’Italia per un classico interesse storico ha da sempre riservato una attenzione speciale ai rapporti d’amicizia con i popoli slavi, e la causa dei disastri bellici dell’Italia, seguendo la lettura del leader comunista, derivano proprio dall’innaturale scelta di combattere dei popoli tradizionalmente amici.
Singolare per le posizioni comuniste è anche l’analisi che Togliatti compie riguardo l’aggressione all’Austria, all’atteggiamento verso il cattolicesimo e verso le nazioni comuniste. Con una visuale quasi esterna, capace di cablarsi nella mentalità di un italiano medio non comunista, la lettura del comportamento fascista riguardo queste tre operazioni si snoda infatti in atteggiamenti inconsueti. Riguardo all’Austria, Togliatti ne condanna l’annessione hitleriana
stigmatizzandola non tanto come un attacco imperialista, quanto come una aggressione ad un paese cattolico. <6 E’ possibile notare, nella critica a quest’attacco, un ulteriore collegamento all’interesse geopolitico nazionale, per una Italia che da sempre, anche su idea dello stesso Mussolini, provava scetticismo verso quell’atto di aggressione ad un paese limitrofo, la cui utilità di stato-cuscinetto era ben nota a tutti i livelli diplomatici, e con un Dolfuss direttamente dipendente dalle direttive e dalla protezione, poi mancata, di Benito Mussolini. Una sensibilità verso la religione cristiana e cattolica che in Togliatti è profondissima, e che viene utilizzata anche per contestare la “barbarie pagana” <7 portata dalle armate hitleriane. Influenzato forse eccessivamente dal peso della cultura germanica e dagli influssi neo-pagani dei vari Himmler e Rosenberg, Togliatti fa spesso trasparire l’attacco delle armate hitleriane ai popoli europei e ai popoli sovietici come l’attacco di una nazione non cattolica, non cristiana. La stessa Unione Sovietica per il comunista italiano è, addirittura, una garante della religione cristiana più di quanto lo fosse stata la Russia zarista, dove solo il clero ortodosso era tutelato. <8
La crociata hitleriana contro l’URSS, quindi, prende piede da un grande fraintendimento, derivante dal non aver compreso come in realtà i primi difensori del cattolicesimo e della libertà di culto cristiana europea siano gli stati democratici e l’Unione Sovietica. Se il cattolicesimo diventa uno dei temi essenziali nel messaggio nazionalpopolare togliattiano durante le sue trasmissioni a Radio Mosca, un’attenzione particolare merita anche il più sottile, ma non meno importante, atteggiamento nei confronti dell’anticomunismo. Così come la crociata cristiana nazista sarebbe un falso, altrettanto falso sarebbe il paravento di antibolscevismo dato da Hitler alle proprie azioni contro l’Unione Sovietica, visto che la sua azione bellica è indirizzata anche contro nazioni e strati sociali non comunisti. <9 Interessante il fatto che nelle sue trasmissioni Togliatti dedichi l’attenzione non a contrastare in sé l’anticomunismo, lodando altresì il socialismo realizzato e l’ideologia marxista-leninista, quanto a far notare, praticamente, che esso è solo mal applicato da Hitler e dai suoi scherani, nonché inautentico. Una operazione di non trascurabile empatia, svolta certamente proiettandosi all’interno di ideologie e atteggiamenti politici alieni dai propri, e spinta fino a lidi inverosimili, quasi comprendendo la natura dell’atteggiamento anticomunista presente in certe nazioni, ma smascherando l’inadeguatezza contenutistica e pratica di quello nazifascista.
Il confronto con il fascismo, come detto, si gioca sulla grandezza nazionale e sull’incapacità da parte del regime mussoliniano di portarla in dote al proprio paese. Ancora nel 1942 si ripescherà in questi discorsi Garibaldi, che mai si arrese o arretrò per difendere il suolo patrio, a differenza dell’atteggiamento vile e rinunciatario dei quadri militari fascisti, colpe che Togliatti fa sempre ricadere, quando possibile, sui grandi responsabili e generali.
Arrischiando una analisi militare, il nostro arriverà pure a lodare il comportamento della divisione Pasubio sul fiume Bug, notando, nel 1941, come essa abbia combattuto “con valore”. <10 A livello militare Togliatti criticherà anche il preteso paragone che le milizie fasciste arrischiano con il passato romano, e proprio prendendo piede dalla politica d’interesse nazionale ideale, Togliatti abilmente rinfaccia a Mussolini la capacità di Cesare di “fermare l’avanzata del mondo germanico verso i paesi latini.” <11 Un fremito di rivolta che Togliatti promuove contro l’”odiato straniero” <12 tedesco, in una linea di continuità e tradizione storica che inizia dagli albori della civiltà italica e trova il suo culmine proprio nel Risorgimento, fattore di coesione nazionale per Togliatti, ritrovato nell’Italia di Mazzini, di Garibaldi e delle Cinque Giornate, un’Italia tradita da Mussolini. <13 Una lotta verso l’invasore tedesco che farà cadere su Togliatti, come più avanti vedremo, delle accuse di sciovinismo piccolo-nazionale, accuse lanciate dalla dissidenza comunista italiana.
Quel che è certo è che la retorica patriottica conosce in Togliatti un culmine singolare, con un Metternich presentato come precursore di Hitler <14 e l’attacco frontale a Benito Mussolini, la cui bandiera “nel 1948 era la bandiera di Radetzky” <15 Il Risorgimento viene nuovamente riproposto come esempio di sacra resurrezione dei popoli europei, con le nazioni slave e l’Italia come vecchi e nuovi grimaldelli per scompaginare il nuovo ordine mondiale voluto da Hitler. In questa lettura, anche lo Zar Alessandro I trova spazio in qualità di difensore degli interessi italiani al Congresso di Vienna, a rimarcare un’amicizia che, tra il popolo italiano e il popolo russo, è iscritta nella storia. <16 Così come Gramsci viene piegato ed utilizzato come alfiere per una politica comunista su base nazionale, ecco che Mazzini, Garibaldi e il Risorgimento, assieme a diverse parti della storia italica, sono abilmente (pur se in maniera spesso superficiale) utilizzate da Togliatti per incitare alla resistenza tutto il popolo italiano. Così come l’URSS stalinista riscopre la propria storia combattendo Hitler, <17 così il popolo italiano e specialmente la gioventù deve “riprendere la tradizione nazionale italiana” <18 riscoprendo gli eroi risorgimentali e gli autentici interessi patriottici. Hitler secondo questa lettura altri non è che la figura sbiadita degli imperatori germanici, soliti scendere in Italia per chiedere tributi agli stati loro soggetti. Un sentimento riallacciabile anche alla ben nota poesia di Trilussa sulla “Roma de travertino, rifatta de cartone” e sulla sempre latente sensazione che l’Italia stesse subendo in maniera spropositata i diktat del senior partner tedesco, nella conduzione di una guerra tragica. Anche la campagna di Grecia viene valutata da Togliatti, in maniera ovviamente pessima, e sempre facendo leva sul rapporto di storica amicizia intercorrente tra l’Italia e il popolo greco, dai tempi di Missolungi e dalla comune lotta contro una tirannia straniera. Un esempio di indipendenza nel cui ricordo trovano spazio le lodi a Carducci e a Nievo, e che proprio in relazione all’indipendenza greca vedono l’affermazione del Risorgimento come un “principio di nazionalità per tutti i popoli”. <19
La propaganda culturale tuttavia ricopre un ruolo sempre finalizzato, nella retorica togliattiana, alla promozione di quella che verrà chiamata una “guerra di insurrezione per bande” <20 che sappia riscattare il vassallaggio al quale sono costretti i popoli europei. L’esempio qui è fornito sia dalla storia che dall’attualità; se le esperienze storiche dei volontari in camicia rossa, del Garibaldi emancipatore di popoli e lavoratori, del Balilla partigiano <21 (altra “smentita” per la cultura fascista) sono utili come rimando storico e popolare, l’esempio bellico odierno viene fornito dalla resistenza russa nelle retrovie e dai partigiani jugoslavi. Coi primi attacchi partigiani compiuti a Trieste, Togliatti a mo’ di incoraggiamento per gli insorti fornirà come esempi proprio Garibaldi e i partigiani russi, di cui sempre è lodato il coraggio, la semplicità, l’attaccamento alla propria patria. Il partigiano per Togliatti è colui che lotta per la propria patria, una lotta “popolare e nazionale” <22 contro il fascismo e i suoi alleati. Nel citare l’esempio fornito dai partigiani di altre nazioni, può venire naturale il chiedersi come sia possibile, per i comunisti italiani, incitare i propri compatrioti a prendere le armi assieme a chi, in quegli anni, combatteva una guerra spietata contro i propri militari al fronte. Togliatti, conscio evidentemente di questo problema, nel ritrarre l’esperienza bellica dei militari antifascisti stranieri, fa leva proprio sul sentimento patriottico che li muove, sulla parità di umili condizioni che li accomuna ai soldati italiani spediti al fronte a combattere guerre per procura, e su atteggiamenti empatici che provino a far riflettere l’ascoltatore sulle similitudini intercorrenti tra il soldato italiano e quello sovietico, piuttosto che jugoslavo. Il rimando al “valore” col quale combatté la divisione Pasubio, in tal senso, va scorto come un richiamo allo spreco di vite ed energie che i soldati italiani stanno compiendo, loro malgrado, nel combattere un popolo fondamentalmente amico, quando quelle stesse energie e quello storico valore andrebbero usati per combattere il nazismo e i propri alleati minori in Europa.
L’antifascismo è in questi discorsi assunto a orizzonte non solo primario, ma unico, senza lasciare spazio ad altre tentazioni. La gravità del momento e gli stimoli al combattimento contro il nazifascismo sono tali che, seguendo anche in questo caso gli indirizzi staliniani, non vengono lesinate neppure diverse lodi alle democrazie occidentali. Il capitalismo americano assurge a sistema industriale degno d’invidia, contro il quale la Germania hitleriana nulla può fare, e la democrazia americana a sistema pluralistico al quale gli emigrati italiani sono grati. <23 Anche commentando il patto di reciproca alleanza tra URSS e Gran Bretagna del 1942 Togliatti si spende in un elogio alle “libere potenze democratiche”. <24 Una politica ben definita di unità democratica, nella quale la democrazia popolare viene intesa quasi in un modo completamente sovrapponibile a quello della democrazia borghese di stampo capitalistico. Un percorso che proprio l’esperienza antifascista porta inevitabilmente a promuovere, e a fare di Togliatti uno dei più accaniti difensori di quella che lui stesso chiamerà “questa nostra vecchia civiltà europea, cristiana, liberale, democratica e nazionale.” <25 E’ una visione politica in cui l’antifascismo ha già preso il sopravvento nel suo carattere interclassista e nazionalpopolare, che si rifletterà per altro nella prossima opera di conduzione della Resistenza italiana che il Togliatti di Russia si appresta a prendere in carico. Una resistenza nella quale il PCI si porrà, primariamente, come l’alfiere della cultura e della tradizione nazionale italiana, con il compito di ricercare un comune tessuto connettivo con il proprio popolo consegnando lui una identità spirituale e morale al tempo stesso nuova e antica, capace di tuffarsi in tutti i rimandi storici che nell’esperienza a Radio Mosca Togliatti già evidenzia.
[NOTE]
1 Sulla storia dell’emittente radiofonica “La voce della Russia”, articolo del 25 gennaio 2007 reperibile su it.sputniknews.com/italian.ruvr.ru/2007/01/25/397083.html
2 Palmiro Togliatti, Italiani, italiani, ascoltate!, Roma, Teti, 1972, pag. 7
3 Cit., pag. 268-269
4 Cit., pag. 8
5 Palmiro Togliatti, Italiani, italiani, ascoltate!, Roma, Teti, 1972, pag. 35-36
6 Cit., pag. 36
7 Cit., pag. 115
8 Cit., pag. 112-113
9 Palmiro Togliatti, Italiani, italiani, ascoltate!, Roma, Teti, 1972, pag. 28
10 Cit., pag. 201
11 Cit., pag. 53
12 Cit., pag. 130
13 Cit., pag. 33
14 Cit., pag. 104
15 Cit., pag. 218
16 Palmiro Togliatti, Italiani, italiani, ascoltate!, Roma, Teti, 1972, pag. 119
17 Eloquente in questo caso il celebre film di Sergej Eisenstein Aleksandr Nevskij del 1938 (in un clima in cui, con la Conferenza di Monaco, l’URSS sembrava già abbandonata da britannici e francesi al bersaglio dell’espansionismo
hitleriano), dove il medievale principe di Kiev e Novgorod viene presentato come precursore o addirittura come personificazione di Stalin nella guerra “nazionale” russa contro i crociati teutonici da un lato e i traditori collaborazionisti dall’altro.
18 Palmiro Togliatti, Italiani, italiani, ascoltate!, Roma, Teti, 1972, pag. 220
19 Cit., pag. 207
20 Cit., pag. 169
21 Cit., pag. 162
22 Cit., pag. 279
23 Palmiro Togliatti, Italiani, italiani, ascoltate!, Roma, Teti, 1972, pag. 58-59
24 Cit., pag. 226
25 Cit., pag. 346
Alessandro Catto, Palmiro Togliatti, il PCI e la democrazia progressiva tra lotta antifascista e costituzionalizzazione, Tesi di Laurea, Università Ca' Foscari - Venezia, Anno Accademico 2015/2016

sabato 23 aprile 2022

Desidero molto allargare la collaborazione della rivista Comunità


Durante il suo soggiorno a Reading, Meneghello collabora alla rivista “Comunità” come corrispondente dall’estero.
Il suo contributo alla rivista inizia nel dicembre 1952. In accordo con la linea editoriale del giornale, invia in redazione più di 100 scritti, articolati nel corso di nove anni (1952-1961).
[...] La proposta di scrivere per la rivista di Olivetti nasce dal suo amico e collega universitario Renzo Zorzi, direttore della rivista all’epoca. In una lettera del 27 ottobre del ’52, Zorzi scrive a Meneghello: «Desidero molto allargare la collaborazione della rivista, ed il tuo nome è tra i primi tra quanti vado cercando» <226.
I primi tre articoli (Ritratti di Fabiani. «…Entra Beatrice Webb», VI, 16, dicembre 1952; Ritratti di Fabiani. L’opera dei Webb, VII, 17, febbraio 1953; Ritratti Fabiani. I primi «Saggi», VII, 18, aprile 1953), hanno la firma di Luigi Meneghello, mentre il quarto (Hitler e il destino dell’Europa, VII, 19 giugno 1953), riporta in calce la firma di Andrea Lampugnani, uno degli pseudonimi cui ricorre l’autore, ma che sulla rivista figura solo in questo caso: "Quando mi sono trovato in Inghilterra, negli anni dopo il 1947, mi è capitato di scrivere - inevitabilmente, perché insegnavo in un’università - della roba di tipo accademico, saggi, recensioni, ecc., qualche volta in inglese e qualche volta in italiano (tra parentesi, ho pubblicato solo una frazione minima di questi scritti e scarabocchiamenti, e per lo più sotto altro nome) <227.
A proposito della scelta di questo pseudonimo (Andrea Lampugnani) è l’autore stesso a commentare: «ridicola scelta; è il nome dell’autore, con Carlo Visconti, della congiura del 1476 contro Galeazzo Maria Visconti <228».
Tutti gli altri articoli riportano la firma di Ugo Varnai (con riferimento ad Eugenio Varnai, marito di Olga, la sorella della moglie Katia, deportati a Malo nel 1941).
"Sono io biografo di mio fratello? Per ora si facciano soltanto due titoli: (a) Successori f.lli Meneghello; (b) I fratelli Meneghello, di Ugo Varnai. <229 Circa la faccenda degli pseudonimi, la questione è importante per me, per un complesso di motivi accademici che sarebbe lungo spiegare. Se quello che t’ho proposto per lo Hitler (il primo che m’è venuto in mente) non ti va, ne troveremo di migliori" <230.
Dopo la pubblicazione dei primi articoli sui Saggi Fabiani, Meneghello scrive all’amico proponendo nuove correnti da seguire per la sua collaborazione alla rivista: "Insieme con la documentazione attuale, perché non puntare sulla divulgazione storica? Storia del socialismo, dei sindacati, dei “servizi sociali”, delle “utopie”, dei partiti politici, ecc., ecc.; scritta con scrupolo e chiarezza, senza pretese di contributi specializzati ma anche senza concessioni alle debolezze di una parte di pubblico. Gioverebbe forse riattaccarsi proprio ai vari argomenti storpiati di volta in volta dai periodici a rotocalco. Bandirei i “contributi scientifici” che fanno camminare gli studi ma non le riviste. Punterei su un’opera culturale più modesta ma più vasta; cercando di informare, senza né scoprire ne imbonire. Occorrerebbe rivolgersi alla persona di media cultura che sa poco di storia italiana ed europea e d’altra parte si trova isolata tra le riviste specializzate e i periodici a sensazione" <231.
Argomento ricorrente nei contributi fra il 1953 e il 1954 è il nazismo. Meneghello motiva così al suo amico la scelta dell’argomento: "Carissimo, eccoti un articolo su Hitler basato su una recensione del libro di cui ti parlai un mese fa a Milano […]. E’ un po’ lungo, ma mi sono reso conto che l’argomento non è molto conosciuto dal pubblico medio italiano, e penso che tu sia d’accordo che è importante rinfrescare la memoria alla gente". <232
Ancora, tra il dicembre del 1953 e l’aprile del 1954 esce, in tre puntate, uno scritto documentato sui campi di annientamento tedeschi e sullo sterminio degli ebrei. "Mi gioverò soprattutto di un esauriente volume appena uscito (G. Reitlinger, "The Final Solution" […] ). Sarebbe importantissimo render noto al nostro pubblico queste cose, di cui i nazionalisti nostrani vanno dicendo che mancano le prove!" <233
Meneghello decide inoltre di mettersi in contatto epistolare con Reitlinger, ma ne nasce un equivoco: "La stessa lunghezza dell’articolo - che a me pareva un eccezionale tributo all’importanza del libro - sembra avergli dato l’idea che un tale Ugo Varnai abbia voluto “pirateggiargli il libro”. […] la conclusione di tutto l’episodio è semplice: il recensore che si mette in contatto con gli autori cerca guai!" <234
Dall’aprile del 1955 i contributi di Meneghello iniziano ad apparire nella rivista sotto la sezione "Libri inglesi" e a tal proposito scrive a Zorzi chiedendogli delucidazioni sull’organizzazione della rubrica ideata in redazione e consigli su come strutturare gli scritti: "Vedo che hai adottato come occhiello 'Libri inglesi', e questo mi suggerisce qualche considerazione che già da tempo volevo sottoporti. Una rubrica fissa sui libri inglesi sarebbe veramente utile, e mi piacerebbe molto farla: naturalmente sarebbe molto più adatta ad una rivista mensile, dove avrebbe il carattere di un buon repertorio regolare di novità librarie inglesi di interesse storico, sociale, ecc. Le recensioni dovrebbero essere brevi (3-6 cartelle) ma sufficienti a orientare il lettore e - secondo la mia esperienza qui - ce ne potrebbero essere da due a quattro ogni mese. L’aspirazione sarebbe quella di dare un panorama ristretto, ma organico e a suo modo completo, delle opere o più lette o più discusse o più interessanti che escono via via in Inghilterra. E’ inteso che alcune opere che meritano un articolo a sé andrebbero trattate come abbiamo sempre fatto - o sotto un titolo speciale, o in una bibliografia politica o in altro modo […]. Accennavi a una corrispondenza fissa dall’Inghilterra - sempre per la rivista mensile: o anche qui intenderesti incominciare subito? Inoltre che tipo di corrispondenza avevi in mente? Se strettamente politica, pensavi a un sommario informativo imparziale una volta al mese, oppure a un commento vivamente personale? L’uno e l’altro sarebbero estremamente utili in Italia, per correggere errori e leggerezze nel reportage dei quotidiani, ma è ben difficile trovare la persona veramente adatta. Per quanto mi riguarda, non so davvero se (supponendo che avessi le necessarie capacità; si dovrebbe provare) potrei permettermi il lusso di dedicare a un lavoro del genere tutto il tempo che sono sicuro mi prenderebbe, per poterlo fare bene. Dovrei rinunciare a qualche altro impegno di lavoro, e fare di questo una specie di secondo impiego". <235
In seguito, per alcuni numeri nel 1956 (L’affare Dreyfus, n. 36; Maturità di Freud, n. 36; Ritratto di Bismarck, La diplomazia e la storia, «Discriminati» e leggi in Inghilterra, L’assimilazione degli Ebrei, n. 37; La «Storia vera» di Stanley Baldwin, «I Presume», n. 40; La Gestapo, Morte d’un poeta, Il miraggio del potere n. 41; Il Conte matto, Le memorie di Trauman, n. 42), scrive per la rubrica "Libri in Inghilterra" («perché è essenziale che io possa parlare di libri americani pubblicati o diffusi qui, e se occorre di traduzioni da altre lingue» <236).
Nel novembre dello stesso anno i suoi interventi figurano nuovamente sotto la dicitura "Libri in Inghilterra". Si tratta per lo più di recensioni a libri pubblicati in Inghilterra (The Genius and the Goddess, Brave New World Revisited rispettivamente scritti da Julian e Aldous Huxley, Lord of the Flies, Pincher Martin di Golding, per citarne alcuni), ma anche di saggi di stampo letterario, biografie (da Freud a Bismarck, da Livingstone a Trockij, da Baldwin a Monsignor Knox), memorialistica, “divagazioni autobiografiche” (Year of Decision. 1045, di Truman, Portraits from Memory, and Other Essay, di Russel), ancora saggi storici (sull’epoca vittoriana e previttoriana e il movimento delle suffragette). Si spazia da tematiche come la pena di morte, soffermandosi poi sull’Unione Sovietica, sulle SS, sulla società australiana e i paesi arretrati, sulla corsa all’ascesa al potere della Cina (è un tema caro all’autore, che si sofferma su quest’articolo per più di venti pagine, il più corposo tra i suoi scritti pubblicati su “Comunità”), sulla “società dell’opulenza” o riflessioni sull’attualità (la campagna antinucleare in Inghilterra, la polemica contro la pena di morte e l’impiccagione, la questione dei rapporti tra “scienza e governo”) e la divulgazione scientifica (sull’evoluzione del cervello e le malattie psicosomatiche) <237.
Tanti sono pure i personaggi presi in esame, di più spiccato rilievo o meno, e in diversi casi i nomi di alcuni si ripropongono in più articoli (Huxley, Webb, Hiltler, Attle, Russel, Gunther, Shaw).
Meneghello, nei carteggi reperiti, appare estremamente interessato e dedito alla collaborazione alla rivista; a questo proposito è rilevante lo studio della Caputo inserito nei Meridiani Mondadori: "Il carteggio editoriale testimonia anche la particolare attenzione di Meneghello ad accompagnare gli scritti con fotografie: avanza proposte, si attiva per recuperarle personalmente, a conferma di quella sensibilità per l’immagine, per l’elemento visivo capace di veicolare concetti, derivata dal metodo proprio degli studiosi del Warburg Institute, che già lo aveva guidato nel progettare una Collezione Fotografica presso l’Università". <238
Più volte nelle sue corrispondenze epistolari l’autore fa riferimento alle letture svolte durante il suo soggiorno inglese. Alcune di queste potrebbero essere tra quelle recensite sulla rivista.
Ne "Il dispatrio" si legge: "Uno dei libri più interessanti che ho incontrato nel primo anno in Inghilterra, nell’ambito delle mie letture sull’Ottocento fu 'Il Capitale' di Marx, in traduzione inglese. […] Negli anni successivi ho studiato poi con qualche puntiglio le cronache della rivoluzione bolscevica e dell’avvento del regime sovietico, mese per mese, giorno per giorno, nei libri di E. H. Carr <239: e in seguito (con le biografie di Stalin e di Trotzky) la storia agghiacciante delle purghe degli anni Trenta. E mentre stavo lassù si vedeva cosa c’era in Marx, e com’era andata in Unione Sovietica, loro, in Italia, disputavano di… Non posso indurmi a rievocarlo… Shame!" <240
[NOTE]
226 Le lettere di e a R. Zorzi sono conservate presso l’Archivio Storico Olivetti di Ivrea.
227 L. Meneghello, Il tremaio, in Opere scelte, a c. di F. Caputo, Mondadori, Milano, 2006, p. 1073.
228 Giovanni Andrea Lampugnani, fu un nobile milanese (sec. 15º) che organizzò con Carlo Visconti e Girolamo Olgiati la congiura che soppresse (1476) Galeazzo Maria Sforza, duca di Milano. Lampugnani fu ucciso a sua volta da un servo del duca.
229 L. Meneghello, Le Carte, vol. 2, Rizzoli, Milano 2000, p. 88.
230 Lettera di L. Meneghello a R. Zorzi del 27 maggio 1953. (Cfr, L. Meneghello, Opere scelte, a c. di F. Caputo, Cronologia, p. CXXX).
231 Lettera del 28 dicembre 1952. (Ivi, pp. CXXX-CXXXI)
232 Lettera del 1 maggio 1953. (Cfr. il capitolo su Promemoria).
233 Lettera del 27 maggio del 1953.(Cfr, L. Meneghello, Opere Scelte, a c. di F. Caputo, Mondadori, Milano, 2006, Cronologia, p. CXXX).
234 Lettera del 12 febbraio 1954. (Cfr. ivi, p. CXXXI).
235 Lettera del 23 aprile 1955. (Cfr, id., Opere scelte, a c. di F. Caputo, Mondadori, Milano, 2006, Cronologia, pp. CXXXVI-CXXXVII)
236 Lettera del 7 gennaio 1956. (Cfr. ibidem).
237 Cfr. id., Opere Scelte, a c. di F. Caputo, Mondadori, Milano, 2006, p. CXXXVII.
238 Ivi, p. CXXXI.
239 Su E. H. Carr, Meneghello si sofferma anche in Russificarsi o perire [rec. a E.H. Carr, Socialism in One Country. 1924-1926, I, Macmillan, Londra, 1959], in “Comunità”, XIII, 71, luglio 1959, pp. 111-113.
240 L. Meneghello, Il dispatrio, Rizzoli, Milano 1993, p. 99.
Maria Parisi, Tesi di laurea, Università degli Studi di Firenze, 2014