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sabato 4 dicembre 2021

La casetta indipendente nel verde del giardino situata nei sobborghi delle città americane non ha riscontro nella situazione abitativa italiana del dopoguerra


Le interviste riportate da Maria Chiara Liguori ci raccontano delle innovazioni che arrivano nelle case degli italiani. A. ci parla di una cucina all’americana “che tutti sognavano” fatta di materiali diversi da quelle a cui si era abituati, che danno una sensazione di luminosità e di pulito che andava mantenuta. Per questo giungono dagli Stati Uniti i nuovi prodotti per la pulizia. La nonna di B. ci racconta che quando lavorava come lavandaia per sbiancare il bucato utilizzava la cenere che “bruciava” la pelle delle mani, ricorda le donne puzzare di varechina, un prodotto che si usava su tutto, mentre per la pulizia dei piatti si utilizzava la soda e uno straccetto. La situazione cambia drasticamente con l’arrivo dei prodotti detergenti, una vera e propria rivoluzione domestica, visto che il marito di B. per molto tempo continuerà ad utilizzare Kop (detersivo per piatti) per lavarsi i capelli, sostenendo che avesse una migliore capacità di rimuovere lo sporco <91.
Giorgio Bocca vede nella metà degli anni Cinquanta l’inizio dell’epoca in cui le donne si mettono a comprare. Sottolinea che nelle riviste femminili la pubblicità occupa più del doppio rispetto allo spazio dedicatogli in quelle maschili.
Ci ricorda poi che, se inizialmente i giornali di moda proponevano modelli di grandi sarti a fini pedagogici, affinché le sartine potessero copiarli, ora viene invece pubblicato il luogo dove questi modelli si possono acquistare: «la specie delle sartine va spegnendosi, è il tempo dei grandi magazzini e dei negozi di abbigliamento» <92.
Nelle riviste femminili degli anni Cinquanta e Sessanta in effetti, gli inviti a prendere spunto dai modelli proposti sono frequenti, non solo nell’ambito dell’abbigliamento ma anche in quello dell’arredamento.
Se da un lato troviamo tutta una serie di consigli pratici, dall’altro non mancano nemmeno spinte esplicite per copiare i modelli proposti dalla rivista addirittura nel titolo.
Iniziando a consultare le riviste che sono il fulcro del mio lavoro, si trovano molti esempi che vanno in questa direzione. Se "Gioia!" infatti ci propone sei idee nuove da portare in camera da letto <93, un articolo di "Eva" ci dice che è rustica la casa da copiare <94.
A volte si indirizzano le donne al fai-da-te: "disegnate da sole i mobili del soggiorno" <95, oppure le si consiglia di dedicarsi ad uno stile particolare: perché non provate ad arredare la vostra casa «alla giapponese?» <96.
Stephen Gundle vede il XX secolo come quello in cui la cultura transnazionale e interclassista americana ha preso il sopravvento sulle altre culture <97.
Durante gli anni Cinquanta la società italiana sarebbe stata, anche a causa delle sue peculiarità e del suo sviluppo, la più ricettiva nei confronti del modello americano.
Questo infatti avrebbe esercitato la sua massima influenza nei periodi in cui le vecchie norme e i vecchi costumi venivano infranti, o comunque non offrivano più sostegno <98.
La televisione risulta il mezzo principale per la diffusione della nuova cultura. Risulta anche elemento fondamentale per l’insegnamento della lingua italiana, rischiando però, come denuncia Pasolini, di eliminare le ultime tracce di quella cultura nazionale popolare fondata su dialetti e tradizioni locali. Il problema è che la televisione non utilizza né una tradizione filosofica e letteraria associata alla lingua italiana, né un’espressione della cultura popolare.
Quello che il nuovo mezzo televisivo offre è in realtà una forma di intrattenimento artificiale accessibile sia al letterato che all’analfabeta <99.
Secondo Gundle la donna diventa in questo periodo il canale privilegiato di connessione tra mercato e famiglia <100.
Simonetta Piccone Stella ha una posizione diversa e in particolare rifiuta l’equazione Stati Uniti-Italia, presente in molta storiografia sulla società dei consumi e non solo (Lilli, Gundle, Ginsborg). E ancor più l’immagine della donna come oggetto passivo oppure come «vittima felice di un bombardamento consumistico del sistema capitalista» <101.
Le donne italiane - sostiene Piccone Stella - non si trovano nella stessa situazione delle loro omologhe statunitensi. Non sono nelle condizioni e non possiedono lo stato d’animo necessari ad un rilancio della maternità, a una forte ricerca della privacy, a una immagine superfemminilizzata di sé.
La casetta indipendente nel verde del suo giardino situata nei sobborghi delle città americane non ha riscontro nella situazione abitativa italiana del dopoguerra.
Qui si ricerca la privacy attraverso l’allontanamento dalla casa famigliare per spostarsi ad un appartamento, una soffitta o una baracca in città.
Se gli americani fuggono dalla metropoli ricercando una privacy all’interno della loro villetta, gli italiani al contrario abbandonano la realtà rurale per insediarsi nelle città.
La città diventa luogo di attrazione non tanto per la possibilità di rifugiarsi nel privato, quanto per le nuove esperienze di vita e la possibilità di creazione di reti sociali nuove.
Le nuove casalinghe italiane sono costituite da quelle donne che si recano in città per lavorare a servizio di famiglie benestanti, oppure quelle che seguono il marito che decide di trasferirsi alla ricerca di un posto nell’edilizia o nell’industria.
In sostanza negli Stati Uniti la coppia benestante ricerca la propria intimità fuggendo dai centri urbani, investendo nell’aumento del numero di figli, provocando così un certo isolamento famigliare e ancor più della moglie-madre, che diventa una figura sempre più specializzata nella gestione della casa e dell’economia domestica.
In Italia, invece, la ricerca di una privatezza nei confronti della parentela o del vicinato da parte dei nuclei proletari o piccolo-borghesi, guarda ad un allargamento delle relazioni sociali e a una maggiore apertura al mondo esterno proprio grazie all’inserimento nell’ambiente cittadino <102.
Per Piccone Stella non si può parlare insomma, per il caso italiano, di quella che Betty Friedan nella sua opera culto definisce come “la mistica della femminilità”, ossia tutta quella serie di tentativi da parte di editori, ma anche psichiatri e sociologi, verso la creazione di un’immagine della donna sempre più legata alla casa, alla famiglia, devota ai figli.
Secondo gli studi della Friedan - lettura chiave del primo movimento femminista americano - questo nuovo modello di donna, caratterizzata sostanzialmente dall’essere madre e casalinga, avrebbe portato ad un aumento dell’utilizzo di psicofarmaci, all’abuso di alcool ma anche ad una serie di relazioni morbose nei confronti del marito e dei figli, in cui l’infantilismo delle madri si trasmette alla prole giungendo ad un generale indebolimento della società americana, fatta di giovani individui incapaci di relazionarsi col mondo <103.
La situazione italiana risulta troppo variegata a livello geografico, sociale e lavorativo per poter essere in qualche modo assimilata a tale immagine <104.
E d’altronde Elisabetta Bini segnala la debolezza del modello della “mistica della femminilità” e l’idea delle donne come consumatrici inconsapevoli, anche per il caso americano.
Se da un lato i consumi femminili portano ad un ritorno della donna fra le mura domestiche, d’altro canto la configurazione della donna come consumatrice permette di individuare anche possibili forme di empowerment femminile, dovute alla nascita di spazi e prodotti commerciali rivolti esclusivamente alle donne <105.
Secondo Penny Sparke gli interni domestici accompagnano le donne durante i loro acquisti all’esterno della casa. Gli interni possono essere ritrovati nelle sale d’aspetto, nelle carrozze dei treni, nei grandi magazzini, andando a costituire delle “case lontane da casa” che offrono comodità fuori dalle mura domestiche, contribuendo alla loro ridefinizione nel ruolo di consumatrici e casalinghe <106.
Per le donne la casa diventa spesso, oltre al luogo da rendere accogliente per il marito e i propri figli, l’unico spazio in cui esse possono consumare, partecipando così a rituali di socialità collettiva.
Proprio attraverso i consumi domestici le donne possono fare loro uno spazio e accumulare capitale simbolico e sociale. Fino a buona parte dell’Ottocento quella delle donne era quasi esclusivamente una ricchezza mobile, consistente in suppellettili, vestiti, gioielli <107.
Bini ci ricorda a questo proposito l’episodio del "kitchen debate" avvenuto durante l’Esposizione Nazionale Americana a Mosca nel 1959, tra l’allora vicepresidente degli Stati Uniti Richard Nixon e il premier sovietico Nikita Chrušcëv. Nixon presenta al leader sovietico la casa suburbana statunitense, basata sul possesso di prodotti di massa e sui suoi ruoli di genere tradizionali, come l’essenza della libertà americana. La casa si trasforma in esempio discriminante tra i due mondi in conflitto. I consumi servono a dimostrare la superiorità del sistema americano su quello sovietico, e il ruolo della donna diventa fondamentale, perché, in quanto consumatrice, assolverà in modo ineccepibile ai suoi compiti nazionali <108.
Nell’Italia del dopoguerra - e qui entriamo più direttamente nel nostro tema - molte donne si trasferiscono con i propri nuclei famigliari dal paese alla città, spesso nei grandi stabili della periferia <109.
La situazione della donna presenta qui una doppia emarginazione in quanto «vive alla periferia, ed è essa stessa periferia della periferia» <110.
È di nuovo Piccone Stella a sottolineare come negli anni Cinquanta e Sessanta cambiano i valori che portano alla fama e alla notorietà in quanto “essere sulla bocca di tutti” non corrisponde più ad una congettura esclusivamente negativa: «non importa arrivare sulle prime pagine dei giornali per ragioni poco rispettabili (...) quel che importa è arrivarvi e vedervi stampata la propria fotografia».
Le donne di quest’epoca desiderano sempre più giungere alla conquista di ricchezza e successo <111.
Questi sono forse gli elementi di maggiore cambiamento nella società italiana importati dalla cultura statunitense in un contesto sociale ed economico particolare e complesso come quello del “miracolo”.
Anche nell’ambito dell’arredamento le novità dello stile americano avranno forte presa sul pubblico. I modelli americani verranno sovente rappresentati, come vedremo nelle riviste destinate alle donne, come simboli di innovazione e razionalismo, tanto che la Frankfurter Küche, la cucina razionale ideata dall’architetto austriaco Margarete Schütte-Lihotzky nel 1926 per il progetto di case popolari a Francoforte di Ernst May, verrà identificata in Italia come “cucina all’americana”.
Gli studi citati dimostrano come il concetto di americanizzazione - molto utilizzato dalla storiografia fino a tempi recenti - debba essere assolutamente ridimensionato, in quanto, come vedremo più avanti, i modelli americani, prima di raggiungere un vasto pubblico, verranno ricodificati attraverso la cultura e la tradizione italiane.
Secondo De Pieri studiare oggi i consumi in rapporto alla casa significa riconoscere l’architettura come uno dei principali indicatori dello stile di vita di individui e gruppi e chiedersi come lo spazio costruito possa contribuire alla costruzione di certe rappresentazioni della stratificazione sociale <112.
La casa è diventata il luogo per eccellenza del consumo e del tempo libero, anche se questo consumo molto spesso passa attraverso un lavoro non retribuito della donna.
Ancora oggi ad esempio «una serata in famiglia a guardare la Tv vede spesso le donne, mamme e mogli, alzarsi per rifornire i piccoli e i grandi spettatori di qualcosa da bere o da sgranocchiare; le vede correre in cucina, durante un intervallo pubblicitario, per finire di lavare i piatti e così via» <113.
[NOTE]
91 LIGUORI Maria Chiara, Donne e consumi nell’Italia degli anni cinquanta, “Italia contemporanea”, n. 205, 1996, p. 679.
92 Bocca, La scoperta dell’Italia, pp. 108-109.
93 “Gioia!” n. 41, 1957, pp. 42-43.
94 “Eva” n. 36, 1965, p. 56.
95 “Gioia!” n. 11, 1958, p. 51.
96 “Grazia” n. 743, 1955, p. 54.
97 GUNDLE Stephen, L’americanizzazione del quotidiano. Televisione e consumismo nell’Italia degli anni Cinquanta, “Quaderni storici”, 62, a. XXI, n. 2, 1986, pp. 561-562.
98 Ibidem, pp. 563-565.
99 Ibidem, p. 577.
100 Ibidem, p. 582.
101 PICCONE STELLA Simonetta, Donne all’americana? Immagini convenzionali e realtà di fatto, in D’ATTORRE Pier Paolo, Nemici per la pelle. Sogno americano e mito sovietico nell’Italia contemporanea, Franco Angeli, Milano, 1991, p. 270.
102 Ibidem, pp. 270-271.
103 Per approfondire v. FRIEDAN Betty, La mistica della femminilità, Castelvecchi, Roma, 2012.
104 Piccone Stella, Donne all’americana?, cit., p.272.
105 BINI Elisabetta, Donne e consumi nei suburbs americani degli anni cinquanta, in BINI Elisabetta, CAPUSSOTTI Enrica, STEFANI Giulietta, VEZZOSI Elisabetta, Genere, consumi, comportamenti negli anni cinquanta. Italia e Stati Uniti a confronto, “Italia contemporanea”, n. 224, 2001, pp. 391-92.
106 Sparke, Interni moderni, cit., p. 11.
107 Cavazza - Scarpellini, Il secolo dei consumi, cit., p. 158.
108 Bini, Donne e consumi nei suburbs americani degli anni cinquanta, cit., p. 395.
109 VEZZOSI Elisabetta, La mistica della femminilità: un modello americano per le donne italiane?, in Bini - Capussotti - Stefani - Vezzosi, Genere, consumi, comportamenti negli anni cinquanta, cit., p. 402.
110 Muntoni, Cultura della casa nell’Italia del dopoguerra, cit., p. 14.
111 Piccone Stella, Donne all’americana?, cit., pp. 278-279.
112 DE PIERI Filippo, BONOMO Bruno, CARAMELLINO Gaia, ZANFI Federico (a cura di), Storie di case. Abitare l’Italia del boom, Donzelli editore, Roma, 2013, p. XIX.
113 SASSATELLI Roberta, Consumo, cultura e società, Il Mulino, Bologna, 2004, p. 205.
Alex Banali, Interni immaginati: la casa italiana degli anni Cinquanta e Sessanta nelle riviste femminili dell'epoca, Tesi di laurea, Università degli Studi di Padova, Anno Accademico 2014/2015